ORA SANTA CON PADRE PIO_2

Agonia di Gesù nell'orto

In questo mirabile scritto Padre Pio rivive l'indicibile angoscia soffer­ta da Gesù nell'orto degli ulivi. Ab­bandonato da tutti, persino dai suoi discepoli, tradito da Giuda e desti­nato alla morte di croce per redimere l'umanità, Gesù sprofonda nel dolo­re degli uomini fino a morirne.

Attraverso queste pagine Padre Pio, che tutti i giorni, nei momenti culminanti della sua messa, si strin­geva al suo Gesù in un mistico ab­braccio di amore e di carità, ci apre le porte del suo cuore addentrandoci nel mistero della sua Passione. 

I

Giunto al termine di sua mor­tale carriera, il divin Reden­tore, dopo averci lasciato tut­to se stesso nel sacramento d'amore e nutriti i suoi apo­stoli delle sue carni immaco­late, si avvia con i suoi all'or­to degli Ulivi, luogo noto ai discepoli e allo stesso Giuda. Lungo il tragitto che mena dal Ce­nacolo all'Orto, Gesù ammaestra i suoi discepoli, li prepara alla prossima sepa­razione, all'imminente sua passione e li prepara a subire per amor suo calunnie, persecuzioni e la stessa morte; a ricopia­re in loro lui, modello divino. "Io sarò con voi".

E voi non vi turbate, o discepoli, per­ché la divina promessa non verrà meno; la prova l'avete nella presente ora solen­ne. Egli è là per dare inizio alla sua dolorosa passione; più che pensare a sé è tut­to premura per voi. O quale immensità d'amore racchiude quel cuore! ... Il suo volto è soffuso di mestizia e di amore in­sieme; le sue parole partono dall'intimo del suo cuore. Egli parla con profusione d'affetto, incoraggia, conforta e promette confortando, spiega i più profondi mi­steri della sua passione. Sempre o Gesù mi ha toccato il cuore questo tuo viag­gio con i tuoi dal Cenacolo all'Orto per l'espansione di un'amore che si profon­de e si fonde con gli amanti suoi per l'espansione di un amore che si avvia per immolarsi per gli altri, per riscattarli dal­la schiavitù. Tu l'hai insegnato che non vi è maggior prova d'amore che dare la propria vita per gli amici e tu sei ora per suggellare questa prova d'amore con l'immolazione della tua vita.

Chi non rimane compreso da sì ge­nerosa oblazione? Appressatosi il divin Maestro all'Orto, licenzia i discepoli prendendone solo tre, Pietro, Giacomo e Giovanni, per renderli testimoni di sue pene. Proprio quei tre che lo videro tra­sfigurato sul Tabor tra Mosé ed Elia e lo confessarono Dio, avrebbero ora la for­za di riconoscerlo Uomo-Dio fra pene e tristezze mortali? Entrato nell'Orto, dice loro: "Restate qui, vegliate e pregate affin­ché non entriate in tentazione"; state al­l'erta, par che dica loro, perché il nemi­co non dorme; premunitevi contro di lui con l'arma della preghiera, affinché non possiate essere coinvolti ed indotti nel peccato. È l'ora delle tenebre. Ciò rac­comandato si allontana da loro quanto un lanciare di pietra e si prostra a terra. Egli è estremamente triste, l'anima sua è in preda a indescrivibile amarezza.

La notte è alta e limpida, la luna splende nel cielo; lasciando nella pe­nombra l'Orto, sembra che proietti sul­la terra sinistri bagliori, precursore di gravi cose e sinistri avvenimenti, che fanno rabbrividire e gelare il sangue nelle vene; sembra come tinta di san­gue.

Un vento come foriero di prossima tempesta, agita gli ulivi; unito a quel fru­scio di foglie penetra nelle ossa come an­nunzio di morte, scendendo fin nell'ani­ma, riempendola di mortale mestizia.

Notte la più orrenda, che non ne sorge­rà mai una eguale! ... Che contrasto, o Gesù, con la bella notte del tuo Natale, quando gli angeli tripudianti annunzia­rono la pace cantando gloria. Ed ora par­mi che mesti ti fanno corona, tenendosi a rispettosa distanza, come rispettando la suprema angoscia del tuo spirito. E questo il luogo ove giunse Gesù per pre­gare. Egli priva l'umanità sacrosanta del­la forza che le conferiva la divinità, sot­toponendola a tristezza indefinibile, a de­bolezza estrema, a mestizia ed abbando­ni, a mortale angoscia.

Lo spirito suo nuota in esse come in mare sconfinato, che par che ad ogni istante è da sommergersi. Rappresenta al suo spirito tutto il martirio di sua im­minente passione, che come un torren­te straripante si riversa nel suo cuore e lo martoria, l'opprime e lo dilania. Vede egli per prima Giuda, discepolo suo, tan­to da lui amato, che lo vende per sole poche monete, che è per appressarsi al­l'Orto per tradirlo e consegnarlo in mano dei nemici. Lui! ... l'amico, il discepolo che poco innanzi aveva satollato delle sue carni... prostrato dinanzi a lui gli aveva lavati i piedi e stretti al suo cuore, li aveva con fraterna tenerezza baciati, come se a forza di amore volesse disto­glierlo dall'empio e sacrilego proposito o almeno che, commesso l'insano delit­to, rientrato in sé, rammentandosi delle tante prove d'amore, si fosse pentito e salvato.

Ma no, egli si perde e Gesù piange la sua volontaria perdita. Si vede legato, trascinato dai suoi nemici per le vie di Gerusalemme, per quelle stesse vie ove pochi giorni innanzi era passato trion­falmente acclamato quale Messia... Si vede dinanzi ai Pontefici percosso, di­chiarato da essi reo di morte.

Lui, l'autore della vita si vede con­dotto da un tribunale all'altro in presenza di giudici che lo condannano. Vede il popolo suo, da lui tanto amato e benefi­cato, che l'insulta, lo maltratta e con urli infernali, con fischi e schiamazzi ne chie­de la morte e la morte di croce. Ne ascol­ta le ingiuste accuse, vedesi condanna­to a flagelli più spietati: si vede corona­to di spine, deriso, salutato qual re di burla, schiaffeggiato... Si vede infine condot­to alla ignominiosa morte di croce, salire il Calvario, sfinito sotto il peso di essa e cadere più volte a terra esangue... Si vede giunto al Calvario; crocifisso spietatamen­te, elevato su di essa, a vista di tutti; appe­so a tre chiodi che gli squarciano e gli slo­gano nervi ed ossa e carne...

Oh! Dio, che lunga agonia di tre ore, che dovrà straziarlo tra gli insulti di tut­to un popolo folle e spietato. Vede la sua gola e le sue viscere bruciarsi dall'ardente sete e vede a questo straziante martirio aggiungersi l'abbeveramento di aceto e fiele. Vede l'abbandono del Padre, la de­solazione della Madre appié della croce. In ultimo la morte ignominiosa, fra due ladri: uno che lo riconosce lo confessa quale Dio e si salva; l'altro che lo be­stemmia e l'insulta e muore disperato. Vede Longino, che per sommo insulto e disprezzo, gli squarcia il costato e, come tutti i mortali, subisce l'umiliazione del sepolcro. Tutto, tutto è schierato innanzi a lui a tormentarlo e Gesù si atterrisce; e questo terrore si impossessa del suo cuore divino e lo attanaglia dilaniandolo.

Egli trema come in possesso di feb­bre altissima, lo spavento si impossessa ancora di lui ed il suo spirito languisce in mortale tristezza. Egli, l'agnello inno­cente, solo, abbandonato in mano dei lupi, senza alcuna difesa... Egli, il Figlio di Dio... L'agnello votatosi spontanea­mente al sacrificio per la gloria di quello stesso Padre che l'abbandona al furore delle potestà infernali, per la redenzio­ne del genere umano; di quegli stessi suoi discepoli che vilmente lo abbandonano e fuggono da lui come l'essere più peri­coloso. Egli, il Verbo eterno di Dio, ri­dotto la favola dei suoi nemici.

Ma egli si ritrae? No. Sin dal principio tutto generosamente abbraccia senza ri­serva. Com'è e da che questo terrore? Questo mortale spavento? Ah, egli ha esposto l'umanità sua come bersaglio a ricevere su di sé tutti i colpi della divina giustizia lesa per il peccato. Egli sente vivo nel nudo spirito tutto ciò che deve soffrire, ogni singola colpa che deve espiare con singola pena e si abbatte per­ché ha lasciata l'umanità sua in preda a debolezze, a terrori, a spaventi. Sembra agli estremi, egli è prostrato col volto sul­la terra dinanzi alla maestà del Padre suo. Quella divina faccia che tiene esta­siati in eterna ammirazione di sua bel­lezza i celesti comprensori è su la terra tutta sfigurata. Mio Dio! Mio Gesù! Non sei tu il Dio del cielo e della terra, egua­le in tutto e per tutto al Padre tuo, che ti umilii sino al punto di perdere quasi le sembianze dell'uomo?... Ah! sì lo comprendo è per insegnare a me super­bo che per trattare col cielo devo ina­bissarmi nel centro della terra. È per ri­parare ed espiare la mia alterigia, che tu ti profondi così dinanzi alla maestà del Padre tuo; è per rendergli quella gloria, che l'uomo superbo gli ha tolta; è per piegare il suo pietoso sguardo sull'uma­nità, ritrattolo per la sua ribellione a lui. E per la tua umiliazione egli perdona alla creatura superba.

E per pacificare la terra col cielo che tu ti abbassi su di essa, come per darle il bacio di pace e per abbassare su di essa gli eterni padiglioni del cielo. O Gesù che sii sempre benedetto da tutti e rin­graziato per tanti tuoi abbassamenti ed umiliazioni con cui ci hai ridonato Dio ed a lui ci hai unito in un amplesso di santo amore.

II

Gesù si rialza e volge al cielo lo sguardo supplichevole e mesto; eleva le sue braccia e prega. Mio Dio! di quale pal­lore mortale è soffuso quel volto divino!... Egli prega quel Padre che par volgere altrove lo sguardo e pronto soltanto a colpirlo con la sua vindice spada ed in tutto il suo furore qual Dio offeso.

Egli prega con tanta fiducia di Figlio ma conosce appieno l'ufficio che egli so­stiene. Riconosce essere il solo per tut­ti, l'oltraggiatore della divina maestà. Ri­conosce essere il solo che con il sacrifi­zio della sua vita può soddisfare la divina giustizia e riconciliare la creatura con il Creatore. Egli lo vuole ed efficacemen­te lo vuole. Ma la natura è atterrita in vista della sua amara passione. Tutto vuol respingere ma lo spirito è pronto all'immolazione e ne sostiene la lotta con tutte le sue forze.

Si sente abbattuto ma egli lotta ac­canitamente. Mio Gesù, come potremo noi attingere forza da te, se ti vediamo così sfinito e abbattuto? Comprendo sì: tutte le nostre debolezze hai preso per te. È per conferire a noi la tua forza che ti abbatti così. È per insegnare a noi che dobbiamo riporre solo in te la nostra fi­ducia nelle lotte della vita, anche quan­do sembra che il cielo sia chiuso per noi. Gesù, estremamente oppresso, grida al Padre: "Se è possibile passi da me questo calice".

È il grido della natura che, oppressa, fiduciosa ricorre all'aiuto del cielo. Pur sapendo che non sarà esaudito in ciò che domanda, perché egli così vuole, egli pre­ga. Mio Gesù, qual ne è la ragione per­ché tu chiedi quello che non vuoi ti sia concesso? Il dolore e l'amore. Ecco il grande segreto. Il dolore che ti opprime ti por­ta a chiedere aiuto e conforto; ma l'amo­re per soddisfare la giustizia divina e ri­darci a Dio, ti porta a gridare: "Non la mia, ma la tua volontà sia fatta". A questa pre­ghiera il cielo si mantiene duro come di bronzo.

Il suo cuore trambasciato ha bisogno di conforto: l'abbandono in cui versa, la lotta che da solo sostiene pare che lo fan­no andare in cerca di chi lo conforti. Lentamente dunque si alza da terra e, quasi barcollante, egli muove il passo. Si avvia verso i discepoli in cerca di con­forto. Essi, vissuti per tanto tempo con lui, essi, i suoi confidenti, potranno com­prendere il suo interno affanno e com­presi a quale missione si è votato, a qua­li cimenti va incontro per condurla a fine. Ma, o delusione!... Li trova im­mersi in profondo sonno, sentesi di più di essere solo in quella sconfinata soli­tudine del suo spirito. Si avvicina loro, li chiama e, dolcemente rivolto a Pie­tro, dice: "Simone, tu dormi? ...". Tu che protestavi volermi seguire fino alla morte e dar la vita per me, tu dormi? E rivolto agli altri aggiunge: "Così dunque non avete potuto vegliare un'ora sola con me!... ". La­mento d'agnello votato all'immolazione, di un cuore ferito che soffre intensamen­te solo, senza conforto...

Ma subito si ridesta come da un ab­battimento e, come dimentico di sé e di ciò che soffre, tutto premura e carità per essi, soggiunge: "Vegliate e pregate affin­ché non entriate nella tentazione". Par che voglia dire: se così presto vi siete dimenticati di me, che lotto e soffro, vegliate e pregate almeno per voi. Ma essi aggravati dal son­no, appena percepiscono la voce di Gesù, appena lo distinguono come un'ombra, tan­to che non rivelano il suo volto sfigurato dall'interna ambascia che lo martoria... O Gesù, quante anime generose ferite da que­sto tuo lamento, ti hanno fatto compagnia lì nell'Orto, partecipando alle tue amarez­ze e alle tue angosce mortali! ... Quanti cuori nel corso dei secoli hanno risposto ge­nerosamente al tuo invito!... Ti sia di con­forto, dunque, in quest'ora suprema, que­sta schiera di anime che condividendo teco l'ambascia del tuo cuore coopere­ranno teco alla propria ed altrui salute.

E fa' che anch'io entri nel numero di co­storo per poterti apportare anch'io un grande sollievo.

III

Gesù è tornato al suo luogo di preghiera ed un altro qua­dro più orrendo del primo gli si rappresenta. Tutti i no­stri peccati con tutte le no­stre brutture, si schierano dinanzi a lui, in tutti i loro particolari. Vede tutta la malvagità, la malizia delle creature nel commetterli.

Conosce egli fino a qual punto questi peccati ledono e oltraggiano la maestà di Dio. Vede tutte le nefandezze, le im­modestie, le bestemmie che si elevano dalle labbra delle creature accompagna­te dalla malizia dei loro cuori, quei cuo­ri e quelle labbra create per sciogliere al Creatore soltanto inni di lode e di be­nedizione.

Vede i sacrilegi di cui si imbrattano e sacerdoti e fedeli, non curanti di quei sa­cramenti istituiti per la nostra salvezza e come mezzi necessari di comunicazione di grazie divine, fatti mezzi invece di pec­cati e di condanna per le anime.

E di tutto questo immondo ammasso di corruttela umana egli deve rivestirse­ne e presenta dinanzi alla santità del Padre suo, per espiarle tutte con singole pene, per rendergli tutta quella gloria che gli uomini hanno tolta, per mondare quella cloaca umana in cui con indiffe­renza sprezzante si avvolge. E tutto que­sto non lo fa indietreggiare e come mare fluttuante questo ammasso lo inonda, lo investe, l'opprime. Eccolo dinanzi al Pa­dre suo affrontare tutto lo sdegno della divina giustizia. Egli l'essenza della pu­rezza, la santità per natura a contatto col peccato, con le più sozze lordure! ... anzi come divenuto peccatore lui stesso. Chi può comprendere il disgusto che ne pro­va nell'intimo del suo spirito, l'orrore che ne sente, la nausea e il ribrezzo che ne risente? Ed avendoli presi tutti sul suo dorso, nessuno eccettuato, questa im­mensa mole lo schiaccia, lo opprime, lo abbatte, lo prostra ed egli sfinito geme sotto il peso della giustizia divina, dinan­zi al Padre suo, che volta altrove la fac­cia pronto a colpirlo, quale maledetto in tutto il suo furore.

Vorrebbe scuotere da sé questa im­mensa mole che lo schiaccia, vorrebbe scaricarsi di questo peso orrendo che lo fa rabbrividire, la sua purezza stessa ne lo respinge, lo sguardo medesimo irrita­to del Padre, che lo abbandona in que­ste acque limacciose e putrefatte di col­pe onde lo vede rivestito, tutto concor­re nel suo spirito a sospingerlo, a ritirar­si dall'amara passione. La natura lotta con se stessa, tutto consiglia a scaricarsi di queste nefandezze, declinandone la mediazione. Ma il riflesso della giustizia non suffragata, il peccatore non ricon­ciliato, predomina nel suo cuor pieno d'amore. Queste due forze, questi due amori, l'uno più santo dell'altro se ne di­sputano nel cuore del Salvatore la vit­toria. Chi prevarrà? Non v'è dubbio che egli vuole dare la vittoria alla giustizia offesa. Questa primeggia su tutto e que­sta vuole che trionfi. Ma quale figura deve egli rappresentare? Di uomo lordo di tutte le brutture dell'umanità.

Lui, la santità sostanziale, vedersi bruttato, sia pure in semplice apparen­za, di peccato? Questo no. Questo lo ter­rorizza, questo lo spaventa, questo lo at­terrisce. E come trovare lo scioglimento del duro compito, ricorre alla preghiera. Prostrato dinanzi alla maestà del Padre suo: "Padre - egli dice - passi da me questo calice". Come se avesse voluto dire: Pa­dre mio voglio la tua gloria; voglio che la tua giustizia sia pienamente soddisfat­ta, voglio che l'umana famiglia sia con te riconciliata. Io, che sono la stessa san­tità, vedermi bruttato di peccato, ah! questo no. Passi dunque, passi da me que­sto calice, ed a te che tutto ti è possibi­le, trovi nei tuoi infiniti tesori della tua sapienza altro mezzo. Ma se questo non lo vuoi, "non la mia, ma la tua volontà sia fatta!"

IV

La preghiera del Salvatore an­che questa volta rimane sen­za il suo effetto. Egli si sente morire: a stento si leva dalla preghiera per andare in cer­ca di conforto. Si sente debi­litato di forze e barcollante ed ansante muove i suoi passi verso i suoi discepoli.

Li trova di nuovo addormentati e per questo egli si rattrista ancora più inten­samente e si contenta soltanto di sve­gliarli. Quale confusione dovette assa­lirli! Gesù però, nulla dice loro questa volta, solo parmi vederlo immensamen­te più triste. Egli tiene tutto per sé l'amarezza e il dolore di quell'abbando­no, di quell'indifferenza e pare che col suo silenzio compatisca l'indifferenza dei suoi. O Gesù, quanta pena io (leg­go) nel tuo cuore, già pieno ed esuberante di ambascia. Ti veggo ritrarti dai tuoi discepoli più accorato.

Ah! se io potessi sollevarti e darti un po' di conforto. Ma io non sapendo fare altro, piango accanto a te... Le lacrime del mio amore per te e del dolore per i miei peccati, conscio di tanto tuo pena­re, si uniscano con le tue e possano sali­re al trono del Padre e piegarlo a miseri­cordia verso di te e per tante anime che dormono ancora il sonno del peccato e della morte. Gesù ritorna ancora al suo luogo di preghiera, afflitto, accasciato: cade a terra più che prostrarsi; un'ango­scia mortale lo strazia ed egli più inten­samente prega. Il Padre tiene volto al­trove lo sguardo, come se fosse l'uomo il più abbietto. Parmi di sentirne tutti i la­menti del Salvatore. Oh! almeno l'uo­mo per il quale io agonizzo e per il quale io sono pronto a tutto abbracciare, mi fosse grato, mi ricompensasse con amo­re tanto mio penare per lui. Valutasse la preziosità del prezzo col quale io mi ac­cingo a ricomprarlo dalla morte del pec­cato per dargli la vera vita dei figli di Dio.

Ah! l'amore che dilania il mio cuo­re, più che i carnefici dilanieranno le mie carni... Oh! no, egli vede l'uomo che non sa, perché non vuole trarne profit­to. Bestemmierà ancora questo sangue divino e più irreparabile ed inescusabile diventerà la sua perdita.

Solo pochi ne trarranno profitto ed i più corrono egualmente la via della per­dizione. E sotto l'estrema angoscia del suo cuore lacerato va ripetendo: "Quae utilitas in sanguine meo?..." E ricade af­franto. Ma ancora questi pochi spingo­no il suo cuore a restare sul luogo del combattimento, ad affrontare tutte le pene e i dolori della sua passione e mor­te, per conquistare loro la palma della vittoria. Egli non ha più dove rivolgersi per trovare conforto, il cielo è chiuso per lui. L'uomo che pur giace morente sotto il cumulo delle sue colpe, indifferente, ingrato, disconosce l'amor suo per lui.

Egli versa in mortale agonia, l'amore lo dilania, lo martoria!... Il suo volto è tinto di mortal pallore, i suoi occhi lan­guidi, una tristezza indefinibile lo inva­de tutto: "La mia anima è triste fino a morirne". Con quali accenti di smisurato dolore par ch'io ascolti dal tuo labbro, o Gesù, queste tue parole...

Esse svelano una tristezza profonda, che parte dall'intimo del tuo spirito. Il timore lo scuote e fa tremare tutto, un'ambascia di morte l'opprime... La nausea del puzzo di tante colpe lo rivol­ta tutto, una noia intensa invade l'ani­ma sua: "L'anima mia è triste a morirne".

O Gesù, mio mallevadore generoso, come mi scendono direttamente nel cuore queste tue parole... Oh se potessi io sollevarti, sostenerti! Gesù la contem­plazione di tanti tuoi martirii mi fanno piangere accanto a te. Gesù, Gesù! ... Oh egli più non ascolta il mio grido! L'amo­re lo rende carnefice di se stesso. Egli è svenuto a terra, dal suo volto, dalla sua persona tutta, scorre sangue fino a ba­gnarne la terra. Dapprima io lo vedo a grandi gocce emettere dai suoi pori, poi riunendosi scorrere dalla sua persona come rivoletti a terra.

Non più col volto a terra egli è, ma con le mani giunte distese, le braccia ri­lasciate lunghe a terra, gettato sul fianco sinistro, tutto disteso in mortale ab­bandono, col volto e la persona nel suo sangue, il volto ne è tutto intriso, gli occhi semichiusi e quasi spenti, la boc­ca semiaperta, il petto, prima ansante, ora affievolito, or quasi del tutto cessato di battere. Gesù, adorato Gesù, ch'io muoia accanto a te! Gesù, il mio silen­zio contemplativo, accanto a te moren­te è più eloquente... Gesù le tue pene penetrano nel mio cuore ed io mi ab­bandono accanto a te, le lacrime si dis­seccano sul mio ciglio ed io gemo con te, per la causa che a tale agonia ti ri­dusse e per l'intenso infinito tuo amore, che a tanto ti sottopose! Sangue divino, spontaneamente tu stilli dal cuore aman­te del mio Gesù, la piena del dolore, l'amarezza estrema, la lotta accanita, ch'egli sostiene, ti sospinge da quel cuo­re e trasudando dai suoi pori, scorri a la­vare la terra! lascia che io ti raccolga, sangue divino. Specie questo primo io voglio custodire nel calice del mio cuo­re, è la prova più convincente che solo, unicamente l'amore ti ha tratto dalle vene del mio Gesù, voglio con esso purificarmi e purificare tutti i luoghi con­taminati dal peccato, voglio offrirti al Padre.

È il sangue del suo Figliuolo predilet­to, ch'è sceso a purificare la terra, è il sangue del suo Figlio Uomo-Dio che ascende al suo trono e placa la sua giu­stizia irritata per le nostre colpe. Egli è sovrabbondantemente soddisfatto. Che dico?... Se la giustizia del Padre è soddi­sfatta, non è sazio Gesù di soffrire; no, Gesù non vuol fermare così la profusio­ne della sua carità per essi. L'uomo deve avere la prova infinita dell'amore suo, deve vedere fino a quale ignominia lo farà giungere... deve conoscere che la sua Redenzione è stata abbondante. Se l'in­finita giustizia del Padre misura l'infinito valore del suo preziosissimo sangue ed è soddisfatta, l'uomo invece deve toccare con mano che il suo amore non è sazio di patir per lui e non si arresta, ma prosegue fino all'estrema agonia sulla croce, fino alla morte ignominiosa su di essa...

L'uomo, forse tutto spirituale, può va­lutare, almeno in parte, l'amore che spontaneamente lo riduce all'agonia qui nell'Orto, ma chi vive dedito negli affa­ri materiali, aspirando più al mondo che al cielo, deve vederlo ancora nell'ester­no agonizzare e morire svenato per lui, su di una croce, per scuotersi alla vista di quel sangue, di quelle agonie strazian­ti. No, non è soddisfatto il suo cuore amante! ... Egli ritorna in sé e prega an­cora una volta: "Padre se tu non vuoi che questo calice passi senza che io beva, non la mia, ma la tua volontà sia fatta". Ormai Gesù risponde al grido amoroso del suo cuore, al grido dell'umanità che per es­sere redenta gli grida morte. Alla sen­tenza di morte che pronuncia il Padre contro di lui, il cielo e la terra lo voglio­no morto... e Gesù china la testa adora­bile rassegnato: "Padre, se tu non vuoi che questo calice passi senza che io beva, sia fatta la tua volontà...... Ecco che il Padre invia un angelo, un celeste messaggero per confortare Gesù.

Quali motivi di conforto, di sollievo presenta l'angelo al Dio forte, padrone dell'universo, l'invincibile, l'onnipoten­te! ... Ma egli si è fatto passibile, le no­stre debolezze ha prese sopra di sé, è l'uomo che soffre, che agonizza, è il miraco­lo del suo amore infinito che lo fa sudar sangue e lo riduce all'agonia. La sua pre­ghiera al Padre ha due motivi: uno per sé, l'altro per noi. Il Padre non lo esau­disce per sé, ma lo vuole morto per noi.

Credo io che l'angelo si inchina re­verente dinanzi a Gesù, a quell'eterna bellezza or ricoperta di sangue e di pol­vere e con deferente onore gli appresti quel conforto di rassegnazione ai divini voleri, supplicandolo per la gloria del Padre ed in nome dei peccatori tutti di bere quel calice che ab aeterno si era of­ferto di bere per la loro salvezza... Egli ha pregato, per insegnarci ancora che quando l'anima nostra si trova in deso­lazioni, come la sua, solo con la preghiera cerchiamo conforto dal cielo.

Egli, nostra forza, sarà pronto a soc­correrci, perché ha voluto portare sopra di sé le nostre miserie. Sì, o Gesù, ti toc­ca bere il calice sino alla feccia, ormai sei votato alla morte più straziante! ...

Gesù, che niente valga a staccarmi da te, né la vita né la morte. Seguendoti in vita, legato a te appassionato, mi sia dato spirare con te sul Calvario, per ascendere teco nella gloria; seguire te nelle tribolazioni, per essere fatto degno un giorno, venirti ad amare alla svelata (gloria) nel cielo, per cantarti l'inno del ringraziamento per tanto tuo patire. Ma ecco che Gesù si leva da terra, forte ed invincibile qual leone in battaglia, ecco ora quel Gesù, che anelante desiderava questo battesimo di sangue "desiderio de­sideravi", egli si ravvia le chiome scar­migliate, riasciuga il suo volto bagnato di sangue e forte e inespugnabile qual torre, si avvia verso l'uscita dell'Orto.

Dove vai, o Gesù?... non sei tu quel Gesù, ch'io vidi languire nell'anima in preda a terrore, tedio, paure, abbattimen­to, desolazioni, spavento?... ch'io vidi tremante schiacciato sotto l'immensa mole di mali, ch'erano per sopraggiun­gerti?... Dove vai ora così pronto, riso­luto e pien di coraggio?... A che ti espo­ni?... Oh! lo sento.

L'arma della preghiera mi ha fatto vincere, lo spirito ha aggiogato a sé la debolezza della natura; nella preghiera ho attinto forza ed ora posso tutto affrontare. Segui il mio esempio e tratta col cielo con la medesima fiducia nel dolore, come io ho fatto. Gesù si avvici­na ai tre Apostoli; essi dormono ancora: l'emozione, l'ora tarda della notte, quel presentimento di qualche cosa di ango­scioso, d'inevitabile che par che si avvi­cini, la stanchezza li ha versati nel son­no, quel sonno che opprime e che pare impossibile potersene scuotere e che, scuotendosene, vi si ricade senza saper come, tanto che Gesù li compatisce di­cendo: "Lo spirito è pronto ma la carne è inferma".

Intanto Gesù ha sentito (così) al vivo questo abbandono dei suoi che esclama: "Dormite e riposatevi adesso" e si soffer­ma. A stento, al rumore dei passi di Gesù, con uno sforzo avevano aperti gli occhi, indi Gesù prosegue: "Basta così; l'ora è venuta; il Figliuol dell'uomo sarà dato nel­le mani dei peccatori; alzatevi, andiamo. Colui che deve tradirmi è vicino".

Gesù tutto vede col suo sguardo on­niveggente. Par che dica: voi dormite, voi che siete miei amici e discepoli, ma i miei nemici vegliano e si danno da fare per prendermi. Tu, Pietro, che ti sentivi forte seguirmi fino alla morte, dormi! Sin dal principio mi dai prova di debolezza; ma sta' tranquillo; della tua debolezza io mi rivestii ed ho pregato per te e, ravve­duto, sarò la tua forza e tu pascerai i miei agnelli... Tu, Giovanni, tu pure dormi! tu che poche ore fa, nell'estasi del mio amore per te, contasti i palpiti di questo cuore, tu pure dormi?... Alzatevi, andia­mo, non è più ora di dormire, il nemico è alle porte, è l'ora della potestà delle tenebre.

Sì, andiamo. Io spontaneamente vo’ incontro alla morte. Giuda si appresta per tradirmi ed io mi avanzo con passo fermo e sicuro, nessun ostacolo frappor­rò al compimento delle profezie. E giun­ta l'ora di grande misericordia per l'uma­nità... Ed infatti si odono alcuni rumori di passi, una luce rossastra di torce acce­se penetra attraverso le piante dell'Orto e Gesù, seguito dai tre discepoli, si avan­za intrepido e tranquillo.