ORA SANTA CON ALEXANDRINA 

Verso il Monte degli Ulivi

 

Due cuori in uno

 

La mia anima vide Gesù scendere la scala e incamminarsi verso l'Orto.

 

Sul pianerottolo stava la mamma, avvolta in un manto, con gli occhi lacrimosi.

Fissava Gesù che stava allontanandosi.

Triste separazione!

 

Gesù ben sapeva che poche ore più tardi lei avrebbe voluto prenderlo tra le braccia, curar­gli le ferite. Ma non avrebbe potuto dargli nep­pure un lieve conforto con le sue dolci parole di madre.

 

Già un poco distanziato, Gesù si voltò a fis­sarla nuovamente, come per darle un altro ad­dio.

Ella fissava il suo Gesù dalla cima della scala. Gesù scomparve, ma rimasero sempre uniti.

 

Vidi gli sguardi addolorati della mamma, quan­do ormai non scorgeva più il suo Gesù.

E vidi quanto il suo cuore santissimo lo se­guiva, intuendo le sofferenze cui andava in­contro.

Che unione di dolore e di amore!

 

 

Verso la solitudine

 

Sento che tutto fugge lontano da me.

E resterò completamente sola nell'Orto, nella più grande agonia!

 

Fuggo verso la solitudine, per poter piangere in silenzio.

Quante lacrime di sconfitta!

 

Ad ogni passo che faccio, sono montagne che cadono su di me.

Ad ogni passo, sento come se mi fermassi per riposare: l'anima è affaticata.

Tutto il cammino è spinoso (spiritualmente): gros­si rami intrecciati di spine mi feriscono. Ansie e sete di amore si estendono a tutto il mondo.

E la ricompensa per questo amore è fatta di spine tanto vive e penetranti, che mi avvolgo­no il cuore in un groviglio enorme.

Ma le fiamme d'amore che escono dal cuore superano le spine e si levano in alto.

 

Fortificata da sforzi interiori, dagli sforzi del­l'anima, cammino.

La mia anima avanza verso l'Orto, trascinata dall'amore.

Il cuore sta abbracciato strettamente a tutta la sofferenza.

 

 

Camminando in silenzio

 

Gesù, mansueto, con i suoi sguardi divini se­guiva da lontano Giuda là in basso, di casa in casa, mentre concludeva la vendita. Al braccio portava la borsa con il denaro.

Gesù tutto vedeva, ma nulla diceva ai suoi apo­stoli.

Piangeva nascostamente.

Li precedeva triste e silenzioso.

 

Io vidi che essi non si preoccupavano, né sof­frivano per ciò che stava per accadere. Camminavano stanchi.

Erano stanchi per le grandi meraviglie, per quanto avevano visto e udito da Gesù.

 

Camminavano silenziosi, ma quanto diceva lo­ro Gesù col suo silenzio!

Come li amava, come parlava loro quel cuore divino, tanto oppresso dal dolore e dalla fatica!

 

Appagati, seguivano il loro Maestro con tutta tranquillità.

 

Mentre Gesù camminava ansante, scorrevano gocce di sudore lungo tutto il suo corpo.

 

Di tanto in tanto, si voltava a fissare la città, che restava là in fondo.

I suoi sguardi divini scrutavano tutto, nono­stante l'oscurità.

E dal cuore gli usciva il dolce lamento: "Non bado alla tua ingratitudine:

vado a morire per te".

 

Gesù si inabissò nella sofferenza.

Raccolse nel suo cuore tutta l'ingratitudine e la malvagità che vedeva.

Quell'abisso di odio e di dolore accompagnò Gesù all'Orto.

E Gesù condusse me.

 

 

Il dolore condiviso

 

Il cuore divino di Gesù si sentiva calpestato dall'umanità.

Vicino al suo, nella medesima sofferenza, vi era il cuore della mamma.

Io sentivo come se il cuore di lei volasse ver­so Gesù, e la violenza del dolore trascinasse insieme al cuore tutte le vene del corpo.

 

Lungo il percorso mi attraversavano il cuore i sospiri e le lacrime della mamma.

Non con gli occhi del corpo ma con quelli del­l'anima la vedevo nell'atrio della sala della ce­na, con il santissimo volto tra le mani: la ve­devo piangere di dolore.

 

Sentivo come se io portassi la Madre addolo­rata dentro il mio cuore:

come un tempo lei aveva portato Gesù nel suo grembo purissimo.

Il mio cuore era il sacrario che la accolse con tutti i suoi dolori:

così lei fu sacrario che accolse Gesù con tut­ta la sua vita, divina e umana.

Con quale raccoglimento io la portavo!

 

Gesù stava per giungere all'Orto, e la mamma piangeva ancora.

Gesù vedeva bene e sentiva le lacrime della sua mamma benedetta.

 

L'agonia nell'Orto

 

 

Nel silenzio oscuro

 

Trascinata da correnti d'amore, entrai nell'Orto.

Vedevo i suoi ulivi.

Vedevo il chiarore della luna, impallidito, e lo scintillio delle stelle, triste, come triste era il cuore divino di Gesù.

Tutto appariva attraverso il fogliame, ma con mestizia tale che invitava solo al dolore, al si­lenzio, al raccoglimento.

 

Nell'oscurità degli ulivi, Gesù affrettò il passo: andò in un luogo appartato a pregare.

 

Gli apostoli si addormentarono.

 

Vidi gli ulivi, quasi coprire Gesù con il loro fitto fogliame molto verde.

Li vidi testimoni della sua sofferenza, come se di lui avessero compassione.

 

Nella solitudine, mi sentivo piegare le ginoc­chia per pregare.

 

 

Le sofferenze!

 

Orto di tristezza, Orto di agonia!

Un Orto mondiale, lastricato di dure pietre: una roccia irriducibile.

 

Quante sofferenze vede la mia anima per sé e per il corpo! Nulla le resta occulto.

Già sento nell'anima il dolore del bacio ingrato che questo viso riceverà.

 

Sento lo schiaffo, il viso sputacchiato, gli occhi bendati.

Sento il rinnegamento di Pietro. Vedo il bra­ciere e alcune persone attorno. Odo il gallo cantare.

Dolore indicibile, paragonabile a quello del tre­mendo schiaffo.

 

Mi vedo schernita, di tribunale in tribunale, tra lo schiamazzo del popolo.

 

Vedo l'anello di ferro che sta infisso nella co­lonna. Sento nel cuore i lacci che mi leghe­ranno ad essa.

Vedo i flagelli che mi colpiranno il corpo e che già mi colpiscono l'anima.

Odo il sibilo delle corde e delle verghe. Vedo il rancore con cui sarò fustigata.

 

Già soffro come se fossi lacerata dai flagelli, coronata di spine e così condotta alla balco­nata di Pilato, con una canna in mano e una vecchia cappa sulle spalle.

Io, nel massimo abbattimento, in mezzo a tan­ti aguzzini!

 

Vedo la folla, odo le sue esclamazioni: devo essere condannata a morte!

 

In direzione dell'Orto viene il Calvario.

Vedo il percorso lungo il quale dovrò cadere per il peso della croce.

Mi sgomento per la visione della salita. Come dovrò affrontarla? Oppressa dai maltrattamenti. Comincio a tremare, e tutto il suolo pare tre­mare con me.

 

Sento la crudeltà con la quale verrò spogliata: si staccano, con le vesti, brandelli di pelle e di carne!

Sento come se spogliassero non solo il mio corpo, ma anche l'anima. Il dolore che la pe­netra è mortale.

 

Vedo i chiodi, il martello, la croce eretta! Mi vedo crocifissa su di essa!

 

Tutte le sofferenze mi sono anticipate.

 

E non vado incontro a un Calvario di un solo giorno, ma di molti e molti secoli!

 

Che cosa è mai il dolore! Cosa sono le soffe­renze dell'Orto!

Il mondo non le conosce.

 

 

Il frutto e l'ingratitudine

 

Fu il cuore a ricevere tutti i maltrattamenti. Mi pareva che, disfatto in sangue, strisciasse sul suolo dell'Orto come se fosse un serpente velenoso, su cui tutti scaricavano le più gran­di atrocità per togliergli la vita.

 

Il cuore, però, amava più di quanto fosse fe­rito.

Divenne come nube che, invece di assorbire acqua, assorbiva ogni dolore e martirio. Dolore e martirio che si trasformavano in san­gue, sangue che avrebbe irrorato tutto il Cal­vario e, nel Calvario, l'umanità intera.

 

Ebbi la visione del sangue che stavo per ver­sare e, allo stesso tempo, dei fiori che nasce­vano dal sangue.

Tra questi fiori si propagavano siepi di spine acutissime, per la maggior parte bagnate di san­gue.

Vedevo il frutto e vedevo l'ingratitudine, vedevo la gloria e vedevo l'iniquità.

 

Il mio cuore era percosso dalla indifferenza ge­nerale per il mio soffrire.

Non vi sono parole capaci di descriverne l'a­gonia.

 

 

Separazione, distanza

 

E la mamma, dov'era in quell'ora?

La mia anima la vedeva e il cuore la sentiva tanto lontana, là nell'atrio, presso la scala. Fissava le strade che Gesù percorreva, i luo­ghi in cui si trovava.

Il suo cuore, legato a quello di Gesù, presen­tiva quanto egli andava a soffrire, e con lui provava lo stesso dolore.

 

Con profondi sospiri mormorava:

«Figlio mio, mio caro figlio, quanto tu soffri!». Copiose lacrime scorrevano sul suo volto.

 

Passavano attraverso il mio cuore le lacrime innumerevoli da lei versate.

Quanto soffriva per la separazione e la dipar­tita di Gesù!

 

Gesù soffriva in grande agonia: soffriva per i patimenti che lo aspettavano e per le sofferen­ze della mamma.

Egli vedeva dove ella stava, vedeva la distanza che li separava. Dolore senza l'uguale!

 

Il dolore mi lacerava il cuore e l'anima.

 

 

Due alberi

 

Vidi la grande sala in cui fu trattata la vendi­ta di Gesù e dove Giuda, disperato, andò poi

a scagliare la borsa con il prezzo del sangue innocente.

Vidi lontano un albero al quale stava appeso Giuda.

Da esso lo vidi cadere al suolo e scoppiare. Vidi spandersi sul terreno ciò che il corpo con­teneva.

La vendita di Gesù, la consegna, il bacio tra­ditore lo portarono a quell'atto di disperazione.

 

Tutto sentii nella mia anima.

 

Io mi sentivo l'unico albero del mondo che si trasformava in virgulti floridi, cui dava nuova vita: la Vita del Cielo.

Ma per questo dovevo affrontare tutto l'Orto, tutto il Calvario e, alla fine, morire sulla cro­ce!

Non importava la morte.

Ciò che importava era dare nuove vite.

 

L'amore mi obbligava al dolore.

Ad occhi chiusi, labbra mute, mi consegnai a tutto. Andai verso la morte.

 

In me sentivo che dovevo morire. E volevo morire.

Senza la morte, non avrei portato a termine la missione che dovevo compiere sulla Terra.

 

 

Ingratitudine e amore

 

Si lanciò su di me, con il suo peso, tutto quan­to di brutale è nell'umanità. Mi schiacciò, mi tolse la vita.

 

Ma un'altra Vita, superiore, sublime, molto su­blime, diede accesso nel cuore a tutta l'uma­nità e la avvolse in un incendio d'amore.

Fu tale l'irradiazione, tale la follia d'amore, che fece dimenticare la crudeltà umana. Trionfò sulla morte e abbracciò tutta l'ingrati­tudine.

Questo abbraccio fu eterno.

 

Gesù, con la sua luce, mi fece vedere e com­prendere che questo era il suo abbraccio eter­no alle anime: era per loro la sua vita eterna d'amore.

 

In questo momento culminante, sentii Gesù che fissava il mondo.

Con profonda tristezza nel suo cuore, diceva: «Tanta ingratitudine verso tanto amore!».

Non erano bene accetti i suoi patimenti, il suo divin sangue, la sua morte!

 

 

Responsabile di tutto

 

È nell'Orto che chiamai a me il mondo.

 

Sopra il suolo dell'Orto si innalzò un mare im­menso, le cui onde si scagliavano contro di me.

Tutto attorno a me era mare: battevano contro di me le onde furiose, come se io fossi la ban­china.

Travolta da queste, caddi nella terra immonda e macchiata. Tutte le macchie erano mie. Tremavo di paura e mi pareva che la terra tre­masse.

 

Ero coperta dalle iniquità che attiravano su di me la giustizia dell'Eterno Padre.

Quante lacrime di vergogna, nel vedermi rive­stita di tutte le malvagità e nel trovarmi in ta­le stato alla presenza del Padre!

La vergogna di me stessa e il peso della giu­stizia divina obbligarono la terra ad aprirsi ed obbligarono me a nascondermi in essa.

Mi inabissai in quel suolo duro.

 

Ne rimasi avvolta come in un manto.

 

Io, tutta mondo, tutta corruzione e peccato, di­venni responsabile davanti all'Eterno Padre. Ero solo io a pagargli questo ineguagliabile de­bito!

Per un mare di peccato e di corruzione, un mare di sangue e di purificazione.

 

Tutto il mio essere divenne Orto. Tutto il mio essere divenne sangue.

 

 

La macina e il torchio

 

Fui posta su quel suolo duro per essere respon­sabile di tutti e scandalo per una gran parte: questi erano ribelli, martirizzatori, assassini.

 

Il mio grido al Cielo irruppe nella solitudine attraverso le tenebre della notte, tra il foglia­me verdeggiante degli ulivi.

Gridavo tanto, ma quel grido rimaneva come perduto in un bosco: neppure il Cielo mi da­va ascolto.

Tanto si era allontanato da me il Cielo, che ri­masi come se dalla terra non potessi fissare il firmamento.

Tutto era sparito. Soltanto l'Orto restò.

 

L'Eterno Padre si era occultato: pareva non esi­stere. Ma la sua giustizia divina scendeva co­me nere nubi a schiacciarmi.

 

Il suolo dell'Orto e la giustizia divina erano per me come pietre da mulino, che mi frantu­mavano in dolore e polvere.

 

Io ero il chicco di grano macinato, trasforma­to in farina. E questa continuava ad essere ma­cinata e rimacinata, fino a scomparire.

 

Io ero il piccolo grappolo d'uva, premuto dal torchio.

E, dopo aver dato tutto il succo, quel grappo­lo doveva sottostare ancora a nuovi torchi, i quali lo spremevano sempre, fino all'esauri­mento.

 

La giustizia divina gravava su di me, ma si mi­tigava nei riguardi della Terra colpevole.

 

 

Completamente solo

 

La notte oscura e serena, in cui non si muo­veva una sola foglia, se non quando il dolore faceva tremare tutto, invitava alla solitudine e faceva sentire di più l'abbandono, persino quel­lo dell'Eterno Padre.

 

Mentre gli apostoli dormivano, Gesù rimase per un po' vicino a loro.

Nel momento in cui aveva più bisogno degli apostoli - amici e compagni suoi per tanto tem­po - meno li aveva, minore era la loro preoc­cupazione: essi dormivano tranquilli, di buon sonno.

 

E Gesù soffriva per questa loro assenza.

 

Con gli occhi fissi al Cielo, parlava rivolto al suo Eterno Padre.

Il dolore giungeva fino a Dio.

E il Suo abbandono si univa a quello dell'u­manità.

 

Le stelle brillanti erano come lumi che, attra­verso le fronde degli ulivi, venivano ad illu­minare l'Orto oscurato.

Ma per Gesù non brillavano, non davano luce: a lui non rispondeva l'Eterno Padre.

 

Però la sua anima parlava infinitamente, e il suo cuore infinitamente amava.

 

 

Il calice

 

Mi sentii in piedi. Tenevo nelle mani tremule il calice, che non cessava mai di traboccare: vi cadeva dentro una sofferenza senza fine. Quel calice era come una coppa che riceve ac­qua da una fonte che non si secca mai.

 

Gesù, in me, prendeva il calice dell'amarezza e più volte lo offriva all'Eterno Padre.

Io ero Gesù, e Gesù era me: eravamo la me­desima offerta al Cielo.

 

Nel mio cuore sentivo Gesù ripetere: «Padre, Padre, Padre!

Allontana da me questo calice, se è possibile. Ma sia fatta la Tua volontà: voglio morire per dare la Vita».

 

In questo momento di accettazione, mentre chiedeva al Padre di allontanargli la sofferen­za, ma allo stesso tempo voleva solo la Sua volontà, il volto di Gesù era bello, molto se­reno, con gli occhi fissi al Cielo:

li sentivo nella mia anima splendere come due soli.

 

In quella dolorosa agonia, con il cuore dicevo:

 

«Gesù, se è possibile, allontana da me questa sofferenza!».

Ma subito mi gettavo verso di lui a braccia aperte, come fossi bruciata dalle fiamme, per tuffarmi in un mare di frescura e di soavità: «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà.

O mio Dio e mio Signore! Voglio consolarti e darti anime».

 

 

Solo il Cielo comprende

 

Vidi una strada interminabile, coperta di robu­sti grovigli di spine: tutte quelle spine dove­vano ferirmi!

Il mio buon Gesù mi fece comprendere e ve­dere nell'anima, con una luce molto chiara, che quelle spine avrebbero ferito attraverso i tem­pi - fino a quando sarebbe esistito il mondo - non il mio ma il suo divin cuore.

 

Vorrei saper esprimere l'immensità di quella strada spinosa e il modo in cui Gesù veniva ferito. Ma non so. Seppi appena vedere e com­prendere. E rimasi in quel dolore, in quell'an­goscia spaventosa.

 

Vidi la cara mamma preoccupata, in amarez­za, in angoscia.

Dove si trovava il suo Gesù? Che cosa soffri­va in quelle ore?

 

Egli pregava con il petto appoggiato ad un du­ro masso ed era circondato da inestricabili grovigli di spine, che si intrecciavano gli uni ne­gli altri.

Tanto dolore causava meraviglia e ammirazio­ne agli angeli che dal firmamento, come stel­le, lo contemplavano.

Soltanto il Cielo comprendeva il dolore di Gesù. Dopo il Cielo, era la mamma a comprenderlo e a viverlo.

 

Quanto si amavano Gesù e la mamma e come si vedevano l'uno attraverso l'altra!

Tutta la Terra - persino i discepoli - ignorava il dolore di cuori tanto amanti!

 

 

Il sangue

 

Poiché l'agonia aumentava, mi buttai con il volto a terra.

Sul suolo duro, in una oscurità spaventosa, for­ti tremori mi pervasero il corpo.

 

Mi prostrai a terra in più luoghi.

In uno più solitario andai di nuovo a pregare da sola.

 

Dopo, tornai a cercare la compagnia di quelli che amavo.

Che mancanza di preoccupazione, la loro!

Nella notte silenziosa, il calice della mia ama­rezza era offerto all'Eterno Padre. E, incuran­ti, gli amati del mio cuore dormivano!

 

Su quel suolo nudo e duro tremai di spavento. Pareva che le mie sofferenze diventassero fuoco, formassero fiamme che mettevano in ebol­lizione il mio sangue.

Il cuore dava scossoni tali da obbligare il cor­po a rotolarsi al suolo e a sudare sangue.

Sentii che le mie vene si accavallavano come fili di un gomitolo.

Con grande dolore si aprirono e versarono san­gue che inzuppò la terra.

Sentii come se avessi la mia veste, bagnata di sangue, incollata al corpo.

Il sangue gocciolava mentre, stritolata, stende­vo le braccia in atto di offerta.

 

 

Una rugiada feconda

 

Con Gesù pregai e sudai sangue.

Con lui in me, sentivo il suo cuore aperto co­me se fosse il mio.

Aprivo il cuore a tutta l'umanità e con Gesù dicevo a tutti:

«Io sono la Via, la Verità, la Vita».

 

Vedevo che dal suo divin cuore aperto, con sof­ferenza anticipata, Gesù dava da bere alle ani­me.

Alcune si allontanavano da lui, con rifiuto e disprezzo: non volevano neppure toccare il san­gue di Gesù.

Altre ne bevevano con freddezza e indifferen­za, come fosse cosa da poco.

Altre ancora venivano a berlo con più amore. Ne venivano certe che bevevano con un amo­re folle e non volevano cessare di bere.

Ne venne poi una che oltrepassò tutte e, con una sete insaziabile, bevve, bevve.

Entrò in lui attraverso la piaga del cuore divi­no, si perdette in lui: non ricomparve più.

 

Il sangue irrigò la Terra... rugiada feconda, ru­giada d'amore.

Doveva essere, nel corso dei tempi, rugiada di vita e di salvezza per le anime.

 

Sentivo che il sangue versato cancellava tutte le macchie del peccato.

Ma, nello stesso tempo, sentivo e intravedevo da lontano, molto lontano, nuove macchie, nuo­vi vizi: non si voleva approfittare di quel ma­re di sangue, di quel mare di purificazione.

 

O Passione di dolore e di amore di Gesù, che non sei conosciuta!

 

 

L'albero che fiorisce

 

Mi vedevo lavare il mondo con il sangue.

E l'albero della croce fioriva dalla mia parte. Ma subito una sconfitta, la sconfitta causata dal male, rovinava tutto, fino al tronco.

Le mie vene erano le radici di questo tronco e, perché non morisse e continuasse a dare la vita, io dovevo seguitare a soffrire e a dare il mio sangue.

 

La sconfitta, la distruzione che la mia anima vide, mi portò all'agonia.

Istintivamente in me ripetevo: «L'anima mia è triste fino a morirne».

 

Alcuni momenti dopo, mi sentii uscita dal se­polcro: la pietra che lo copriva era rimasta da un lato.

Ero uscita gloriosa a trionfare su tutte le sof­ferenze.

Questa visione di gloria, avuta anticipatamen­te, non mi diede alcun sollievo.

 

Nelle mie mani tenevo il calice, che offrivo al­l’Eterno Padre.

E nuovi grovigli di spine vennero ad avvolge­re il calice.

Queste spine emettevano una luce che lo illu­minava e lo rendeva splendente.

Ma tutta la luce e lo splendore salivano al Cielo. All'anima restava soltanto la notte oscura, si­lenziosa, triste.

 

 

Il conforto

 

Prostrata a terra, in un angolo isolato...

Venne un conforto dal Cielo.

Non vidi nessuno, ma sentii che dal Cielo di­scendeva qualcuno venuto a fortificare la mia anima, a sollevarmi dalla nuda terra, a lenire la mia agonia.

Ma questa doveva riprendere subito.

 

Sentii che a portare sollievo alla mia anima era stato un inviato dall'Eterno Padre.

Ma il Suo abbandono continuò.

Il Calvario con la croce non scomparve.

Il mondo, con la sua malvagità, continuò ad aggravare le sofferenze.

Mi sentii però più forte per affrontare ciò che mi aspettava.

 

Mentre la mia anima sgomenta lottava in quel martirio, sentii come se un canale discendesse dal Cielo e mi attirasse dentro di sé.

Quel canale aveva la Vita divina.

E tutta la mia vita terrena, tutto il mio essere di miserie fu trapassato da essa, come da raggi ­di sole splendenti e penetranti.

Che impasto! La Terra con il Cielo!

 

 

Alzatevi!

 

Là nell'Orto, con Gesù agonizzante, vidi gli apostoli riuniti a dormire senza preoccupazio­ne alcuna.

 

Gli apostoli dormivano. Giuda si avvicinava.

 

Gesù, con dolcezza e mansuetudine, chiamò gli apostoli per il grande avvenimento:

la cattura.

 

Lo udii esclamare: «Alzatevi, venite! È giunta l'ora».

 

Sorpresi dalla voce di Gesù, essi trasalirono.

 

Era necessario che venissero a vedere tanto grande amore e tanto grande ingratitudine, l'u­no di fronte all'altra.

 

 

Il bacio

 

Odo il trambusto della gente, il tintinnio del­le armi.

Vedo il folto gruppo dei soldati e, con loro, un maggior numero di uomini che si avvici-

nano a Gesù: portano bastoni nelle mani alza­te, portano il furore dell'inferno.

 

Sfinito, con le vesti intrise di sangue, in una tristezza profonda e quasi senza vita, Gesù at­tende.

Vede avvicinarsi la soldataglia e il traditore.

 

Sento che attende il bacio di Giuda con la più grande ripugnanza.

Odo una voce che, con tutta dolcezza, dice a colui che si avvicina:

«Amico mio, per che cosa vieni?

È con un bacio che consegni il tuo Signore? Che male ti ho fatto io, se non amarti?

È così che corrispondi?».

 

E subito Giuda si fa avanti e bacia Gesù.

 

Ricevo sul mio viso quel bacio.

Bacio tanto crudele!

Eppure ottenne ancora dalle labbra di Gesù, traboccante di bontà, la dolce parola di “ami­co”.

O dolcezza, o amore del cuore divino!

 

Nello stesso momento, vedo come un pugna­le molto aguzzo che si configge nel cuore di­vino di Gesù.

Con questo pugnale conficcato, Egli va verso la cattura, in mezzo ai maltrattamenti. Non gli sarà più tolto.

Da quella grande ferita escono raggi luminosi che diffondono amore.

 

Sentii per molto tempo che quel bacio, quella ingratitudine, quel tradimento, si sarebbero ri­petuti lungo tutti i tempi.

 

 

L'amore mansueto

 

Odo la voce di Gesù: «Chi cercate?

Sono io, eccomi».

 

Vedo i soldati cadere a terra. Odo di nuovo la sua voce: «Vi ho già detto che sono io. Se cercate me, qui mi avete».

 

I soldati avanzano per catturarlo.

Pietro sguaina la spada e taglia un orecchio ad uno di loro.

Vedo l'incrociarsi delle spade, vedo le armi dei soldati. Che grande combattimento se Gesù, con i suoi sguardi divini e con la mano alza­ta, non sedasse e calmasse tutto!

 

Gesù riattacca l'orecchio, che ha preso nelle sue santissime mani.

Al vedere questo, Pietro fugge a confondersi tra la folla.

Gesù opera il miracolo e non rimane traccia di ferita!

Con quale delicata bontà agisce il Signore!

 

Ha rimediato con tanta dolcezza al male fatto da Pietro e con la stessa dolcezza si consegna ai malfattori, si lascia legare.

 

Potessi mostrare la tenerezza, la mansuetudine e l'amore di Gesù verso tutti coloro che lo of­fendono!

Non vi è nulla sulla Terra che si possa para­gonare a lui.

 

Tratto dal libro: “Sofferenza amata” – La Passione di Gesù in Alexandrina – Mimep-Docete 1999