BEATO INNOCENZO DA BERZO
Beato
Innocenzo da Berzo (biografia)
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IMPARIAMO DAI SANTI E BEATI BEATO INNOCENZO DA BERZO
Tratto
da: “I fioretti di Frate Innocenzo” don
Lino Ertani
Ah,
poarì!...
A Ceto si celebrava la festa patronale di S. Andrea e
un anniversario importante della vita dell'Arciprete.
Fra Innocenzo fu invitato alla vigilia della festa
per attendere alle Confessioni cui si dedicò fino a tarda sera perché tutti
volevano confidarsi con lui. All'indomani, di buon mattino, ritornò in
confessionale. Il parroco, a mezza mattina, lo invitò a salire in canonica.
- È ora che prendiate qualche cosa, padre, che
preferite?
Stamane, grazie a Dio, in cucina c'è di tutto.
Volete del caffè, del latte oppure brodo o un uovo? Non avete che da parlare...
- No, no, disse il fratino, io sono abituato a non
prendere mai niente al mattino, mi farebbe male... ecco, se proprio volete,
datemi un goccio d'acqua.
Intanto in cucina c'era un gran da fare: i fuochi
ardevano e le pentole bollivano. Per il pranzo del mezzogiorno erano invitati almeno
venti sacerdoti e le autorità del paese.
Venne l'ora della Messa solenne. A frate Innocenzo fu
dato l'incarico di fungere da suddiacono, mentre un predicatore di grido tenne
il panegirico. Finita la messa, il fratino si accosta all'Arciprete e umilmente
gli dice: - Mi vorrà scusare, ma io non potrò restare per il pranzo.
- Che dite? Non volete completare la festa con gli
altri sacerdoti? Io ho fatto preparare anche per voi...
- Ecco, io La ringrazio, ma vorrei approfittare
dell'occasione che mi trovo da queste parti per recarmi a salutare il mio zio
Francesco di Niardo, che è malato...
- Ma, e il pranzo? non vorrete andarvene così,
digiuno da ieri.
- Vuol dire che mangerò qualche cosa dai miei.
Tanto insistette che il parroco lo lasciò partire,
sul far del mezzodì. La gente che lo vide attraversare il paese, avvolto nella
sua mantellina, col capo chino, quasi saltellando con i suoi sandali rattoppati,
commentava:
- Ma dove va, frate Innocenzo? se ne va via proprio
all'ora del pranzo... che non è stato invitato da quel taccagno del nostro
parroco? Venga da noi, oggi è festa grande qui, e non si può digiunare. Ma fra
Innocenzo si scherniva:
- Grazie, grazie, troppo buoni, ma io ho proprio un
impegno...
- Ah poarì, poarì, commentò la gente, verrà meno
per strada.
Il giorno dopo una comare che conosceva una parente
del fratino a Niardo si informò se il fratino era stato a pranzo in casa dello
zio.
- Oh, no, ci ha detto che aveva già mangiato... È
rimasto un po' di tempo con lo zio e poi è ripartito verso l'Annunziata, con la
scusa che doveva essere in convento prima dell'imbrunire.
- Ah, poarì, disse di nuovo la gente.
Frate Innocenzo, essendo sacerdote, non era
incaricato di questuare per il convento. Ma egli era tanto umile che voleva
imitare il Poverello di Assisi anche nel chiedere al prossimo un pezzo di pane
per amore di Dio.
Una volta riuscì ad ottenere dal Superiore il
permesso di andare alla cerca delle patate in un paesello di montagna.
Quando il fratino vi giunse, già cadeva la notte, ed
egli pensò di rivolgersi al parroco per chiedergli ospitalità.
Il buon prete, vistosi innanzi quell'esile
fraticello, gli offrì un po' di cibo e poi si scusò:
"Vede, io non ho la stanza degli ospiti, la mia
casa è piccola e poi sono senza domestica... se volete accontentarvi della
stalla, è un ambiente abbastanza pulito e c'è molta paglia... anche il
vostro confratello degli anni scorsi dormiva nella stalla, quando veniva quassù!".
- Oh, sì, Reverendo a me sta benissimo una stalla,
grazie tante! -
Nella stalla c'era l'asino del prete. Fra Innocenzo
prese una bracciata di paglia e la ripose per terra, racconciandola a mò di lettuccio
e vi si sdraiò sopra, stanchissimo, per passarvi la notte.
Era vicino il Natale e al fratino venne subito in
mente la stalla ove nacque Gesù. L'asino c'era e il fratino lo sentiva
sbuffare nel buio. Mancava il bue... beh, pensò fra' Innocenzo, in cambio ci
sono io che sono un altro asinello... La paglia non manca e c'è anche un poco
di fieno... e tanto silenzio. Quanto a Maria e a Giuseppe il nostro poverello
non ebbe difficoltà ad immaginarli, lì inginocchiati attorno al mucchietto
di paglia dove giaceva, luminoso, il piccolo Bambino Gesù... Gli occhi del
fratino non si chiusero per tutta la notte. Egli continuò ad ammirare, anzi a
contemplare, la scena della nascita di Gesù, proiettata dalla sua immaginazione
e dalla sua fede immensa in quella povera stalletta.
Al mattino, presto, suonò l'Ave Maria e il fratino
corse in chiesa dove stava per iniziare la Messa. Le poche donne presenti in
chiesa notarono quel fraticello, inginocchiato sul pavimento, le mani
incrociate sul petto e la testa inclinata, là vicino all'altare.
Lo commiserarono: come farà quel poverino, a
portare il sacco delle patate? bisognerà dire ai nostri giovanotti di
aiutarlo... Finita la Messa, fra Innocenzo si reca in sacrestia e chiede
umilmente al parroco se consente anche a lui di celebrare.
- Ma come, voi siete sacerdote?
- Indegnamente, rispose il fratino, per sola grazia
di Dio.
- Ma perché non me lo avete detto ieri sera? Avrei
trovato un cantuccio più dignitoso, una branda per farvi dormire...
- A me è andata benissimo la stalla, ho dormito
proprio bene.
Dopo qualche giorno, fra Innocenzo ritornò al
convento con quel poco di patate che aveva raccolte per carità. Alcuni frati erano
già al corrente dell'accaduto e, nell'ora della ricreazione, stuzzicarono il
fratino con un po' di ironia.
- Allora, come è andata la questua delle patate?
- Oh bene, bene, rispose fra Innocenzo a testa bassa.
- E quella notte passata nella stalletta dell'asino?
- Oh, è stata una cosa bella, mi sono trovato
proprio a mio agio, lì, sulla paglia, in compagnia di mio fratello asino.
Fra Innocenzo morì a Bergamo la sera del 3 Marzo
1890. Il suo cadavere, com'è tradizione dei cappuccini, venne esposto al pubblico
in chiesa.
Il volto del morto era sorridente, sembrava quello
di uno che dormisse. Sebbene il popolo di Bergamo non conoscesse il fratino che
per la sua fama di santità, fu un enorme accorrere di folla. Tutti volevano
toccarlo, tagliargli un lembo della tonaca... Si dovette cambiargli l'abito tre
volte.
Ma la cosa più sorprendente fu che il corpo del
fratino conservò il suo calore naturale per parecchie ore dopo la morte.
Il medico ne era meravigliato e assai perplesso:
come si può chiudere in una bara un cadavere ancora caldo? Eppure l'ora dei funerali
si avvicinava... Allora il Superiore, Padre Epifanio da Saronno, ricorse ad un
metodo infallibile.
Si accostò al morto e gli disse: - Frate Innocenzo,
tu che in vita fosti sempre così obbediente, se sei veramente morto, dammi un
segno; te lo chiedo in nome di santa obbedienza: diventa freddo! -
Subito il tepore del corpo del morto cessò e la
salma assunse la naturale rigidezza di un cadavere.
- Lo dicevo io - commentò Padre Epifanio - per
ottenere qualunque cosa da Frate Innocenzo, bisogna chiederglielo in nome di
santa obbedienza. -
Mentre lo stavano componendo nella bara, i presenti
avvertirono una fragranza soave, come di un profumo di viole.
Di molti altri fioretti bisognerebbe dire, ma tanti
non furono mai raccontati ad alcuno perché avvennero nel segreto e nel silenzio
rimasero.
La gente raccontava anche di un fiore settembrino
raccolto nei pressi della bara di frate Innocenzo il giorno della sua sepoltura
e che durò molti mesi in un bicchier d'acqua senza mai appassire, di un moccolo
di candela che arse la sera della traslazione da Esine a Berzo recata da una
ragazza fra le tante velate di bianco. Si accendeva nei momenti del temporale o
in casi di gravi preoccupazioni o malattie.
Mia nonna raccontava di un fazzoletto che aveva
toccato la bara del santo fratino durante la veglia notturna nella parrocchiale
di Berzo. Per lungo tempo quel fazzoletto emanò un sottile e soave profumo...
Certamente anche il Beato Innocenzo, come Francesco
d'Assisi, convertì i ladroni ed ammansì qualche lupo rapace con la sua
incessante preghiera, nell'assiduo lavoro del confessionale, con l'esempio della
sua vita intemerata.
Ma queste cose stanno scritte in cielo!