VITA DI AMBROGIO

A cura del Centro Ambrosiano

 

Una vita di S. Ambrogio a fumetti: forse Paolino, l'ultimo segretario di S. Ambrogio che curò la stesura della prima bio­grafia ufficiale, ci aveva pensato, per praticare l'insegnamento di Ambrogio che sempre raccomandava che "lo stile fosse sem­plice, spontaneo, limpido e chiaro...

Forse ancora questa vita - che riporta e rende accessibile a tutti, sia nella narrazione che nei particolari delle tavole, una minuziosa e raffinata documentazione storica, agiografica, let­teraria e iconografica - sarebbe piaciuta a S. Agostino, discepo­lo di Ambrogio, che sapeva condensare tanta dottrina e tanta cultura traducendole in rapidi passaggi delle sue omelie soste­nuti da immagini ed esempi concreti.

Ma certamente questa lettura può appassionare chi, come molti bambini e ragazzi, non ha ancora potuto conoscere il Patrono della nostra Diocesi: l'incontro è facile e felice, i dise­gni ci coinvolgono e ci fanno sentire, nonostante la distanza di sedici secoli, contemporanei di S. Ambrogio: riascoltandone l'in­segnamento, condividendo le sue lotte, cantando con lui i Salmi e i suoi stessi Inni, desiderando come allora pace e concordia nella Chiesa e nella società civile, professando soprattutto la stessa fede: Tutto è Cristo per noi!

Mons. Franco Agnesi Pro Vicario Generale della Diocesi di Milano

 

CHI E’ AMBROGIO?

Il nostro racconto inizia nel 397 a Milano, ricordando una guari­gione miracolosa avvenuta grazie ad Ambrogio, morto da poco ma già in fama di santo.

È un episodio narrato da Paoli­no di Milano, che fu segretario del vescovo Ambrogio e suo primo biografo.

La storia di Ambrogio iniziò in un modo che non lasciava pensare a una conclusione così santa.

Nacque a Treviri (nell'attuale Trier, in Germania), dove il padre esercitava un'alta carica nella prefettura delle Callie, nel gover­no dell'Impero Romano. Alla sua morte prematura Ambrogio si tra­sferì a Roma con la madre, la sorella Marcellina e il fratello Satiro, dove trascorse l'infanzia e la giovinezza. La sua famiglia, appartenente alla nobiltà romana, era già profondamente cristiana. Egli ricevette quindi un'educazio­ne legata sia ai valori cristiani che alla cultura romana. Per questo, secondo un'usanza allora molto diffusa presso la nobiltà, non era stato battezzato da piccolo.

Dopo aver esercitato la profes­sione di avvocato a Sirmio, nella lontana Pannonia (attuale Unghe­ria), Ambrogio arrivò a Milano verso il 370 come consolare, inca­ricato dall'imperatore di governa­re le antiche province di Liguria e di Emilia.

 

LA CHIESA MILANESE NEL IV SECOLO

A Milano, in quel tempo, la situazione religiosa della città non era tranquilla perché i credenti erano divisi in due gruppi con­trapposti: i cattolici e gli ariani. (…) Da molti anni era vescovo Aussenzio, che sosteneva la dottrina ariana, una interpretazione errata della fede cristiana. Era stato imposto con la forza, nel 355, dall'imperatore Costanzo che aveva cacciato il vescovo cattolico San Dionigi.

L'atmosfera turbolenta che ac­compagnò la vicenda dell'elezione di Ambrogio fu la conseguenza di quei fatti, accaduti circa 20 anni prima. Alla morte di Aussenzio

infatti si formarono due fazioni che litigavano aspramente, non riuscendo ad accordarsi sulla per­sona del futuro vescovo; chi era cat­tolico voleva che la città venisse restituita alla vera fede, chi era ariano voleva l'elezione di un vescovo che continuasse a difendere le pro­prie posizioni.

Ambrogio intervenne in qualità di governatore, preoccupato delle probabili conseguenze di violenza alle quali il perdurare del litigio avrebbe potuto portare. Il suo fu un intervento di pace, che la gente di Milano interpretò come la miglior predisposizione a diventare il futuro vescovo di tutti i milanesi.

 

AMBROGIO E LE ERESIE

Che cos’è un'eresia? È un modo sbagliato di comprendere le verità fondamentali della fede cristiana. È un errore nel credere, che porta alla grave conseguenza di spaccare l'u­nità della chiesa in gruppi in con­trasto fra loro.

Nei primi secoli del Cristianesi­mo le errate formulazioni eretiche stimolarono la Chiesa a precisare la retta dottrina trasmessa dagli Apo­stoli. Le solenni definizioni della fede vennero proposte e garantite nei Concili Ecumenici, solenni assemblee dei vescovi di tutta la Chiesa, da cui abbiamo ricevuto i capisaldi della fede cristiana.

Ambrogio incontrò a Milano una delle più pericolose eresie sul modo di intendere Gesù Cristo:

quella ariana. Il nome arianesimo deriva da quello del suo fondatore, Ario (256-336), un prete di Alessan­dria d'Egitto. Egli affermava che Gesù Cristo, Figlio di Dio, non è veramente Dio come il Padre, ma gli è in qualche modo inferiore. Il Concilio Ecumenico di Nicea (325) respinse questo errore proclaman­do la profonda uguaglianza (con­sostanzialità) del Padre e del Figlio.

Dopo alcuni anni l'imperatore Costanzo, cercando di mettere tutti d'accordo, sostenne una forma meno radicale di arianesimo, ma sempre errata, che affermava una vaga somiglianza tra Padre e Figlio. Essa venne imposta nel Concilio di Milano del 355: il vescovo Aussen­zio, predecessore di Ambrogio, ne era un convinto assertore.

 

LA SITUAZIONE DELL’IMPERO ROMANO

Nel periodo in cui visse Ambro­gio il governo dell'Impero Roma­no spettava a due "Augusti", uno sovrano delle terre d'Oriente, l'al­tro di quelle d'Occidente. Gli "Augusti" poi dividevano le pro­prie terre con un "Cesare", loro subordinato e destinato alla suc­cessione. Tale suddivisione (che rende complicato seguire l'alter­narsi di sovrani con i quali ha a che fare Ambrogio) fu il risultato della

riforma voluta dall'Imperatore Diocleziano (284-305) per far fron­te a una grave crisi politica e tenta­re di fermare la situazione di gene­rale declino del grande impero.

Diocleziano tuttavia non riuscì nel suo intento se non per la parte amministrativa: non comprese che l'impero era minato da ben altri pericoli. Soprattutto non capì l'im­portanza della rivoluzione cristia­na che andava lentamente affer­mandosi. Egli fu uno degli ultimi imperatori che perseguitò dura­mente i cristiani perché li riteneva nemici degli ideali romani e dello stato. E non a torto: i cristiani seguivano i valori sconosciuti ai romani, ritenevano che la religio­ne fosse più importante del potere e che la salvezza potesse raggiun­gere tutti, anche i poveri e gli schiavi. Diocleziano non capì che ormai le persecuzioni non avreb­bero portato più ad alcun risulta­to, il Vangelo aveva già conquista­to anche gran parte delle classi nobili della società romana (alle quali apparteneva anche la fami­glia di Ambrogio).

Qualche anno più tardi, invece, l'Imperatore Costantino (307-337) comprese questa nuova situazione e nel 313 operò una svolta nel modo di considerare il cristianesi­mo, dichiarandolo religione lecita. Da quel momento l'Impero Roma­no, pur rimanendo ancora ufficial­mente pagano, iniziò ad accogliere elementi di ispirazione cristiana quali la domenica come giorno festivo e il riconoscere agli schiavi la possibilità di tornare liberi. Qualche decennio più tardi, nel 380, Teodosio proclamò il cristia­nesimo unica religione lecita.

Costantino inoltre, per favorire l'unità della Chiesa cattolica, nel 325 convocò a Nicea il primo Con­cilio Ecumenico, che condannò l'eresia ariana.

Alcuni suoi successori invece preferirono assumere una posizio­ne di compromesso, riaprendo la strada all'arianesimo, anche se in forme meno radicali. Così Costan­zo impose a Milano il vescovo ariano Aussenzio. Anche Valenti­niano Il e la madre Giustina furo­no inizialmente di fede ariana. Graziano e Teodosio invece si mantennero fedeli alla dottrina cattolica proclamata al Concilio di Nicea.

 

CRISTO E’ TUTTO PER NOI!

Nell'ampia produzione lettera­ria di Ambrogio occupa una posi­zione di rilievo la riflessione su Gesù Cristo. In quegli anni l'eresia ariana metteva seriamente in peri­colo la sua piena divinità di Figlio di Dio. Ambrogio proclama con sicurezza la sua fede in Cristo, vero Dio come il Padre, e insieme riconosce la vera umanità di Gesù, Figlio di Dio fatto uomo per noi. Con commozione Ambrogio de­scrive gli aspetti di debolezza che Cristo Signore ha assunto per noi, e contro gli ariani afferma con forza che questi elementi umani, che mostrano Cristo inferiore al Padre, non debbono scandalizza­re: sono infatti i segni più eviden­ti della verità del suo farsi uomo.

Ambrogio contempla ammira­to l'umanità di Gesù poiché ri­conosce in essa il meraviglioso amore di Dio per l'uomo: la sua umiliazione e insieme il suo desi­derio di condividere la condizio­ne umana per redimerla. E non avrebbe potuto farlo se non as­sumendo la natura umana, dice Ambrogio: "Doveva essere tenta­to, doveva patire insieme con me, perché io potessi sapere come scampare quando patisco insieme con lui".

Il grande affetto per Cristo lo porta a riconoscere nella fede il più prezioso di tutti i tesori e la medicina più efficace per sanare la nostra condizione di peccatori. Certo di essere amato personal­mente dal Cristo, Ambrogio può così esclamare: "E’ un potente rimedio avere in Dio la propria consolazione". Cristo infatti è il redentore universale, è buono e misericordioso, anzi esprime com­pitamente se stesso nella miseri­cordia verso l'uomo.

CRISTO E’ TUTTO PER NOI

Se vuoi curare una ferita, egli è rimedio; Se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi cibo, è alimento.