LA SACRA BIBBIA ILLUSTRATA E RACCONTATA A

BAMBINI E RAGAZZI

 

Paolo, il persecutore dei Cri­stiani, aveva avuto un dram­matico incontro sulla via di Damasco con Gesù risorto, e da al­lora era diventato instancabile nel­l'annunciare la parola di Dio. Da solo o in compagnia di alcuni disce­poli egli compì lunghi e difficili viag­gi in Asia e in Europa, e riuscì a convertire molte persone alla fede di Dio. Egli viaggiava a piedi o per nave, di solito in compagnia di altri Cri­stiani, come Barnaba, Timoteo, Marco e Luca, che scrissero due dei quattro Vangeli, Sila, Tito e altri. La sua predicazione avveniva in questo modo. Quando giungeva in una città, si recava al sabato nella sinagoga a parlare di Gesù con gli Ebrei. Alcuni si facevano seguaci di Gesù, ma la maggior parte lo osta­colava e gli diventava nemica. Allo­ra Paolo si rivolgeva ai pagani. Quando Paolo giunse ad Atene, la più importante città greca, gli ca­pitò una strana avventura. La città era piena di divinità e di magnifici templi ad esse dedicati. Paolo fre­meva dentro di sé nel vedere tutti quegli idoli. Andava poi nella piazza principale e si metteva a discutere con i filosofi, che ad Atene erano molti e molto stimati. Alcuni diceva­no: «Che cosa è venuto ad inse­gnarci questo ciarlatano?» Ma altri dicevano: «E’ venuto a parlarci di divinità straniere». E poiché ad Atene il passatempo più gradito era ascol­tare e raccontare le ultime notizie, Paolo fu invitato a parlare di fronte al Consiglio della città, che si chia­mava Aeropago. Di fronte ai più importanti perso­naggi della città Paolo incominciò a dire: «Cittadini di Atene, vedo che voi siete gente molto religiosa. Ho attraversato la vostra città e ho visto che avete innalzato meravigliosi templi a molti dei. Passando per una piazza ho anche visto un altare con questa scritta: "Al Dio Scono­sciuto". Bene: quel dio che voi ado­rate e che non conoscete ancora, io sono venuto a rivelarvelo». I cittadini di Atene rimasero me­ravigliati a quelle parole, ma Paolo proseguì: «Questo Dio è colui che ha creato il mondo e tutto ciò che esso contiene. Egli è il Signore del cielo e della terra, e per la verità non abita nei templi costruiti dagli uomini. Non ha bisogno, infatti, che gli uomini lo servano, ma al contra­rio e lui che dà a tutti la vita, e non solo la vita, ma tutte le altre cose. Egli creò il primo uomo, e da lui ha fatto discendere tutti gli altri uomini e tutti i popoli che abitano la terra. Poiché egli, dunque, ci ha creato si­mili a lui, non dobbiamo pensare che sia fatto d'oro, o d'argento, o di marmo. Non dobbiamo pensare, cioè, che le statue che gli uomini in­nalzano agli dèi siano il vero dio. Paolo stava ora per spiegare agli Ateniesi il punto più delicato della sua predicazione e lo fece con que­ste parole: «Dio ora ha deciso di non tenere più conto dei tempi pas­sati, quando gli uomini vivevano nell'ignoranza. Dio ha mandato tra gli uomini suo Figlio Gesù, che tutti ci giudicherà con giustizia nel giorno stabilito da Dio, quando tutti gli uo­mini risusciteranno dai morti, pro­prio come ha fatto Gesù, che era morto ed è risuscitato… » Nell'ascoltare questa spiegazione di Paolo, però, alcuni Ateniesi inco­minciarono a ridere, altri lo presero in giro con parole scherzose. «Su questo punto ti sentiremo un'altra volta!» dissero quegli increduli, e molti incominciarono ad andarsene via. Altri, invece, credettero alle paro­le di Paolo e si fecero Cristiani. Quella di Paolo fu davvero una vita straordinaria. Dopo il suo terzo viaggio, l'apostolo fu arrestato, te­nuto a lungo prigioniero in Palesti­na e poi fu trasferito a Roma. Ven­ne però liberato, e compì ancora al­tri viaggi, preoccupato sempre di portare dovunque possibile la paro­la del Signore. In una lettera ai Cristiani di Co­rinto, Paolo fece questo racconto: «Cinque volte ho ricevuto la pena ebraica delle trentanove frustate. Tre volte la pena romana della bastonatura. Una volta sono stato feri­to a colpi di pietre». E ancora aggiunse: «Tre volte ho fatto naufragio. Una volta ho passa­to un giorno e una notte in balìa delle onde. Ho viaggiato molto ed ho affrontato ogni specie di pericoli: pericoli nei fiumi, pericoli nelle città, nei deserti e per mare. Pericoli dei briganti, pericoli da parte di chi non è cristiano e da chi fa solo finta di esserlo. Ho sopportato lavori pe­santi. Ho passato intere notti senza dormire. Ho sofferto la fame e la sete. Spesso non ho mangiato e spesso sono rimasto al freddo per­ché non avevo nulla con cui coprir­mi. Oltre a tutto questo, ogni giorno ho avuto preoccupazioni per tutte le comunità cristiane. Se qualcuno è in difficoltà, io ne soffro. Se qualcu­no è debole nella sua fede, io me ne tormento». Ma dove trovava Paolo la forza per affrontare tutto ciò? Lui stesso ce lo ha rivelato: «Quattordici anni fa fui portato in paradiso. Lassù ho udito parole meravigliose che per un uomo è impossibile ripetere». Dio, dunque, gli aveva concesso un anti­cipo di quella gioia che certamente gli ha dato al termine delle sue fati­che, sopportate per amore suo. Atti 17; 2Corinzi 11-12

  

1

PAOLO A CORINTO Atti 18

Dopo Atene Paolo andò a Corinto. In quella città egli incontrò un’ebreo di nome Aquila. Con la moglie Pri­scilla quest'uomo si era rifugiato a Corinto da Roma, dopo che l'impe­ratore aveva mandato via dalla ca­pitale tutti gli Ebrei. Paolo fu accolto nella loro casa, e poiché faceva il loro mestiere, che era di cucire le tende, prese ad aiu­tarli. Paolo, infatti, cercava di non pesare sugli altri, e per quanto gli era possibile provvedeva alle neces­sità della sua vita lavorando. Il sa­bato poi si recava nella sinagoga.

 

2

IL SOGNO DI PAOLO atti 18

A Corinto Paolo ogni sabato si re­cava nella sinagoga per predicare e convertire tutti, Ebrei e Greci. A tut­ti egli spiegava che Gesù era il Mes­sia mandato da Dio. Ma gli Ebrei non volevano credergli e gli si op­posero al punto di insultarlo. Allora Paolo si stracciò le vesti in segno di sdegno e disse: «Io sto fa­cendo tutto ciò che mi è possibile per salvarvi. Se non vi salverete, sarà colpa vostra! Io ora cercherò di salvare quelli che non sono Ebrei!» Quindi Paolo lasciò la sinagoga. Una notte il Signore apparve in sogno a Paolo e gli disse: «Non avere timore! Continua a predicare e non tacere, perché io sono con te! Nessuno potrà farti del male. Anzi, molti abitanti di questa città appartengono già al mio popolo» Paolo rimase a Corinto un anno e mezzo, e predicava la parola di Dio. Come il Signore aveva detto, alcuni Ebrei si convertirono. Tra di essi c'era anche il capo della sinagoga, un uomo di nome Crispo, e tutta la sua famiglia. Si convertì anche un gruppo pagani, e tutti insieme formarono una numerosa comunità cristiana, che Paolo istruì nella fede con l'aiu­to dei suoi discepoli Tito e Timoteo.

  

3

LA RISPOSTA DI GALLIONE Atti 18

Un giorno a Corinto alcuni Ebrei portarono Paolo davanti al gover­natore romano Gallione. «Que­st'uomo cerca di convincere la gen­te ad adorare Dio in modo contra­rio alla legge» dissero. Paolo non ebbe il tempo di difen­dersi, perché Gallione rispose: «Se si trattasse di un delitto o di una cat­tiva azione, io vi ascolterei, o Ebrei!       Ma visto che si tratta di questioni della vostra legge, arrangiatevi da soli. Io non voglio essere giudice di queste faccende!» Così Gallione mandò via tutti dal tribunale.

 

4

APOLLO PREDICA AD EFESO Atti 18

Nella città di Efeso un cristiano di nome Apollo parlava di Gesù con molto impegno sia agli Ebrei sia ai pagani. Aquila e Priscilla, i due sposi ami­ci di Paolo, ebbero modo di ascol­tarlo e si resero conto che senza vo­lere Apollo diceva molte cose ine­satte, perché non era stato istruito a sufficienza nella fede di Gesù. Allo­ra lo presero in disparte e gli inse­gnarono quello che ancora non co­nosceva. Così, per opera di Aquila e Priscilla, Apollo riprese a parlare di Gesù secondo verità.

 

5

PAOLO A EFESO Atti 19

Paolo lasciò Corinto e la Grecia per fare ritorno in Asia Minore. Attra­versò le sue regioni montuose e giunse nella grande e importante città di Efeso. Qui già si trovavano alcuni credenti, e a loro Paolo chie­se: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete divenuti Cristiani?» Ma i credenti dissero: «Noi non sappiamo che cosa è lo Spirito San­to. Noi abbiamo ricevuto il battesi­mo di Giovanni il Battista». Allora Paolo spiegò loro che quello di Giovanni era un battesimo per coloro che accettavano di cam­biare vita e di credere in colui che doveva venire dopo di lui, e cioè Gesù; solo ricevendo lo Spirito Santo essi sarebbero divenuti veri Cristiani. Dopo questa spiegazione, quei discepoli chiesero di ricevere lo Spi­rito Santo. Paolo stese le mani su di loro, e lo Spirito Santo li ricolmò. Subito essi cominciarono a rendere testimonianza del Signore Gesù. Dio faceva miracoli straordinari per mezzo di Paolo. La gente pren­deva fazzoletti e panni che erano stati in contatto con Paolo, li mette­va sopra i malati ed essi guarivano. Anche chi era oppresso dagli spiriti maligni, ne veniva liberato.

 

6

I MAGHI DI EFESO Atti 20

Al vedere i miracoli che si compivano per mezzo di Paolo, alcuni cer­carono di trarne profitto. Così sette fratelli ebrei andarono da un inde­moniato e dissero: «Nel nome di quel Gesù che Paolo predica, esci da quest'uomo». Senonché lo spirito maligno ri­spose: «Gesù lo conosco e Paolo so chi è. Ma voi, chi siete?» E subito l'indemoniato si scagliò contro di loro, li afferrò e li picchiò fino a farli fuggire. Molti maghi e indovini con­fessarono allora di essere degli im­broglioni e divennero Cristiani.

 

7

UN RAGAZZO DI NOME EUTICO Atti 20

Nel corso dei suoi viaggi Paolo compì questo miracolo. Era la ricor­renza del giorno della risurrezione di Gesù, e Paolo stava celebrando la Cena del Signore. Un ragazzo di nome Eutico stava seduto sul da­vanzale della finestra, quando si ad­dormentò e cadde dal terzo piano. Fu raccolto che era morto. Paolo scese, si chinò su di lui, lo prese tra le braccia e disse: «Non rattristatevi. Il ragazzo è vivo!» Poi tornò nella casa e concluse la cele­brazione. Il ragazzo intanto era stato portato a casa sano e salvo!

 

 

8

GLI OREFICI DI EFESO Atti 19

Al tempo in cui l'apostolo Paolo si trovava a Efeso, la grande e impor­tante città dell'Asia Minore, scoppiò una sommossa a causa sua. Un orafo di nome Demetrio fab­bricava tempietti della dea Artemi­de, la divinità di cui gli Efesini erano famosi seguaci. Demetrio e i suoi colleghi ricavavano lauti guadagni dal loro lavoro. Demetrio radunò un giorno quelli che facevano il suo stesso lavoro, e disse loro: «Avete sentito quello che quel forestiero di nome Paolo va ri­petendo? Egli dice che non sono divinità le opere delle nostre mani, che ci danno tanto benessere. Egli ha già distolto molti dall'adorare la dea Artemide, e il nostro lavoro ri­schia di andare in rovina». Gli orafi si misero allora a gridare: «Grande è Artemide, la dea degli Efesini!» Essi misero a rumore tutta la città. La folla corse al grande tea­tro all'aperto, dove cominciò a gri­dare e protestare contro Paolo e i suoi amici. A un certo punto, furono trasci­nati nel teatro due discepoli e com­pagni di viaggio di Paolo, di nome Gaio e Aristarco. Temendo per loro, Paolo avrebbe voluto recarsi in teatro a parlare alla folla, ma i Cristiani della città glielo impediro­no, perché era troppo pericoloso. In teatro intanto regnava la più grande confusione. Chi diceva una cosa e chi un'altra. Molti gridarono per due ore in coro: «Grande è Ar­temide, la dea degli Efesini!» Arrivò poi il cancelliere della città, il quale con molta fatica riuscì a farsi ascoltare dalla folla. Disse: «Voi avete trascinato qui questi uomini, ma essi non hanno offeso la nostra dea Artemide. Se Demetrio e gli al­tri ritengono di essere danneggiati, si rivolgano al tribunale. E voi tutti tornate alle vostre case». La folla lo ascoltò, e Gaio e Ari­starco furono liberati.

 

9

UN ADDIO NEL PORTO DI MILETO Atti 20

Viaggiando per nave Paolo giunse al porto di Mileto. Lì si congedò dalla comunità cristiana e disse: «Ora intendo tornare a Gerusalem­me, e prevedo che non ci incontre­remo più. Lo Spirito Santo mi av­verte che dovrò affrontare molte difficoltà. Ma la cosa più importante è che io non smetta di svolgere il compito che ho ricevuto dal Signo­re Gesù: annunciare a tutti che Dio ama gli uomini!» Allora tutti scoppiarono a piangere. E quando venne l'ora della partenza, lo accompagnarono fino alla nave.

 

10

PER MARE VERSO GERUSALEMME Atti 21

Paolo era di ritorno da uno dei suoi lunghi, faticosi e pericolosi viaggi missionari. Era diretto a Gerusalem­me, dove contava di celebrare la fe­sta di Pentecoste. Egli sapeva, e lo aveva manife­stato ad alcuni discepoli, che si pre­parava per lui una serie di dure pro­ve. I capi degli Ebrei si erano sem­pre opposti alla sua attività di apostolo di Gesù, e a Gerusalemme avrebbero cercato qualche altro modo per impedirgli di continuare a svolgere la sua missione. Quando la nave su cui viaggiava giunse a Tiro, egli approfittò della sosta prolungata per incontrare i Cristiani residenti in quella città. An­ch'essi comprendevano che era molto pericoloso per lui recarsi a Gerusalemme, e lo esortavano a non farlo. Ma Paolo era irremovibile: consi­derava suo dovere andare, anche se questo avesse comportato dare la vita, come Gesù. Perciò, venuta l'ora della partenza, i Cristiani di Tiro, con mogli e figli, accompagna­rono Paolo fino alla nave. Inginoc­chiati sulla spiaggia, pregarono in­sieme con lui, poi lo salutarono af­fettuosamente ed egli, tornato a bordo della nave, partì.

 

11

UNA PAROLA DI GESU’ Atti 20

I Vangeli, che narrano la vita e le opere di Gesù, non dicono tutto di lui, ma soltanto quello che ciascun evangelista riteneva più importante riferire e raccontare. Un giorno, in uno dei suoi discor­si, l'apostolo Paolo raccontò una frase di Gesù che non è scritta nei Vangeli. Egli stava esortando i suoi ascolta tori ad essere pieni di amore verso il prossimo, aiutando special­mente i più bisognosi, e aggiunse: «Ricordiamoci delle parole del Si­gnore Gesù che disse: "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere ».

 

12

LA PROFEZIA DI AGABO Atti 21

La nave su cui Paolo viaggiava, di­retto a Gerusalemme, attraccò nel porto di Cesarea, e Paolo e i suoi compagni, prima di proseguire per la città santa, andarono a trovare Filippo, uno dei sette primi collabo­ratori degli apostoli. Erano presso di lui da alcuni gior­ni, quando giunse dalla regione di Gerusalemme un profeta di nome Agabo. Entrato in casa di Filippo, egli prese la cintura di Paolo, si legò con essa mani e piedi, poi disse: «Questo annuncia lo Spirito Santo: l'uomo cui appartiene questa cintu­ra sarà legato in questo modo dagli Ebrei di Gerusalemme e sarà con­segnato ai pagani». Al vedere e all'udire quelle cose, i compagni di viaggio di Paolo, Filip­po e tutti gli altri amici, piangendo, esortarono l'apostolo a cambiare programma, e non andare più a Gerusalemme. Ma Paolo rispose: «Perché fate così? Se continuate a piangere, mi spezzate il cuore. Io sono pronto non soltanto ad essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme, per amore del Signore Gesù». E difatti, alcuni giorni dopo, com­pletati i preparativi, Paolo proseguì il viaggio per Gerusalemme.

 

13

PAOLO ARRESTATO A GERUSALEMME Atti 21

Dopo tanti viaggi Paolo ritornò a Gerusalemme, dove i fratelli di fede, i Cristiani, lo accolsero festo­samente. Per prima cosa Paolo andò a salutare l'apostolo Giacomo di Alfeo, che dopo la partenza di Pietro era il capo della comunità cri­stiana della città. Quindi Paolo andò nel tempio. Ma qui lo videro alcuni Ebrei non Cristiani originari dell'Asia Minore, i quali lo afferrarono e si misero a gridare: «Uomini d'Israele, aiuto! Questo è l'uomo che va insegnan­do a tutti e dovunque una dottrina contraria alla nostra fede!» Tutta la città fu in subbuglio, e molti accorsero. Preso Paolo, lo tra­scinarono fuori del tempio, e stava­no già cercando di ucciderlo quan­do giunsero i soldati romani. Alla vista dei soldati, gli Ebrei smisero di picchiare Paolo. Il capo del drappello lo arrestò, e chiese ai presenti di che cosa fosse colpevo­le. Ma non riuscì a capire nulla, per­ché parlavano tutti insieme, dicen­do cose diverse tra loro. Allora deci­se di trasferirlo nella fortezza per interrogarlo con calma. E per sal­varlo dalla violenza della folla i sol­dati dovettero portarlo sulle spalle. Una gran massa di popolo infatti veniva dietro e gridava: «A morte! »

 

14

LA DIFESA DI PAOLO Atti 22

Mentre. lo stavano portando nella fortezza, Paolo chiese al comandan­te romano di potere parlare alla fol­la. «Tu parli greco?» gli disse il co­mandante, e gli diede il permesso. Paolo disse in ebraico alla folla: «Fratelli, ascoltate la mia difesa. Sono un ebreo, nato a Tarso ma cresciuto ed educato a Gerusalemme. Con molto fervore dapprima ho persegui­tato i seguaci di Gesù, ma poi egli stesso mi ha parlato sulla via di Da­masco». E proseguì narrando la sua conversione. Ma la folla degli Ebrei continuava a dire «A morte!»

 

15

PAOLO CONFORTATO DA GESU’ Atti 22-23

La difesa di Paolo davanti al suo stesso popolo di Gerusalemme non gli era valsa a nulla. La folla gridava che era un traditore e che doveva essere messo a morte. I soldati ro­mani condussero Paolo nella fortez­za, dove lo legarono per frustarlo. Paolo però disse: «La legge romana proibisce di frustare un cittadino ro­mano, e io lo sono!» A queste parole il comandante delle guardie ebbe paura, perché erano previsti gravi castighi per chi maltrattava un cittadino romano. Così decise di far giudicare Paolo dal supremo tribunale degli Ebrei. Davanti al tribunale degli Ebrei sorse ben presto una grande dispu­ta su come giudicare Paolo: c'era chi non trovava in lui nulla di male, e chi lo voleva mettere a morte. Il contrasto si fece tanto vivace, che il comandante temette per la vita di Paolo e decise di metterlo al sicuro. Mandò i soldati a prenderlo, e lo ri­portò nella fortezza dove gli Ebrei non potevano entrare. Quella notte, in cella, Paolo ebbe una visione di Gesù che gli disse: «Fatti coraggio! Tu ti sei dichiarato pubblicamente mio discepolo qui a Gerusalemme. E necessario che tu faccia altrettanto anche a Roma!»  

 

16

PAOLO SFUGGE AD UN COMPLOTTO Atti 23

Paolo era in carcere nella fortezza romana di Gerusalemme. Alcuni Ebrei che gli erano nemici giuraro­no di non mangiare nulla finché non fossero riusciti ad ucciderlo. Pensarono di fare così: convincere i capi del popolo a riportare l'aposto­lo in tribunale per giudicarlo nuova­mente. Lungo il tragitto essi intende­vano saltargli addosso e farlo morire. Ma un ragazzo, parente di Paolo, venne a sapere del complotto e riferì tutto al comandante romano, che se­gretamente mandò Paolo a Cesarea sotto buona scorta.

 

17

UNA LETTERA AL GOVERNATORE ROMANO Atti 23

Questa fu la lettera che il comandan­te romano di Gerusalemme scrisse al governatore della Palestina a cui affi­dava la responsabilità della vita di Paolo. «Ti mando quest'uomo.  Gli Ebrei stavano per ammazzarlo, quando io intervenni con le mie guardie. Poiché è cittadino romano, l'ho liberato e l'ho mandato davanti al tribunale degli Ebrei per capire di che cosa essi lo accusavano. Si tratta solo di questioni che riguardano la loro legge. Tuttavia gli Ebrei prepara­no una congiura contro di lui. Per questo te lo mando!»

18

PAOLO RICORRE ALL’IMPERATORE DI ROMA Atti 25

Per evitare che gli Ebrei di Gerusa­lemme lo uccidessero, il comandan­te delle guardie romane aveva fatto portare Paolo a Cesarea, perché fosse processato direttamente dal governatore romano che comanda­va in Palestina. Da Gerusalemme i capi del po­polo ebraico scesero a Cesarea per accusare Paolo di predicare una nuova dottrina. Ciò non era proibi­to dalla legge romana, e perciò il governatore non aveva motivo per condannare Paolo. Tuttavia, per non dispiacere ai capi degli Ebrei, tenne l'apostolo Paolo in prigione. Trascorsero due anni, e giunse a Cesarea un nuovo governatore il quale rifece il processo. Anch'egli non trovò motivo di condanna, e manifestò l'intenzione di trasferire Paolo di nuovo a Gerusalemme. Paolo però sapeva che là i suoi nemici avrebbero potuto facilmente metterlo a morte; allora non gli re­stava se non una cosa da fare. Come la legge permetteva ai cittadi­ni romani, egli affermò che intende­va ricorrere all'imperatore, cioè es­sere giudicato dai tribunali di Roma. «Sei ricorso all'imperatore, e dal­l'imperatore andrai» gli rispose il go­vernatore della Palestina.

 

19

PAOLO DAVANTI AL RE AGRIPPA Atti 25-26

Pochi giorni dopo il re Agrippa e sua sorella Berenice arrivarono a Cesarea per salutare il governatore romano. Questi gli raccontò il caso di Paolo. Agrippa disse: «Sarei cu­rioso di sentire che cosa dice». Fu fatto venire Paolo, che spiegò ad Agrippa, che era ebreo e conosce­va bene i profeti, le ragioni per cui Gesù è il Messia. Paolo narrò anche la propria storia, come da persecuto­re dei Cristiani fosse diventato apo­stolo di Gesù, e parlò così bene che Agrippa concluse: «Per poco non mi convinci a farmi cristiano!»

 

20

TEMPESTA E NAUFRAGIO Atti 27

Sotto la guardia di alcuni soldati ro­mani al comando del centurione Giulio, Paolo fu inviato da Cesarea a Roma per essere giudicato dal tri­bunale dell'imperatore. Con lui ve­nivano mandati a Roma due com­pagni di Paolo: Luca, che narrò poi ciò che avvenne, e Aristarco. La nave su cui si imbarcarono navigò molto lentamente, sicché quando giunsero nell'isola di Creta era ormai inverno e, con i mezzi di allora, non si poteva più navigare. Il comandante della nave volle però partire, per giungere almeno in un porto più accogliente. Ma si levò un uragano, la nave fu presa da un turbine e i marinai non riusci­rono più a governarla. Per quattordici giorni essa andò alla deriva, sbattuta dai venti e dalle onde. Tutti i passeggeri disperavano ormai di salvarsi, ma Paolo li riani­mò dicendo: «Non temete! Questa notte mi è apparso un angelo del mio Dio, il quale mi ha assicurato che io giungerò a Roma dove sono diretto, e tutti i passeggeri della nave si salveranno. Perciò ora man­giate un poco per prendere forze, e abbiate fiducia». Egli per primo si mise a mangia­re, e tutti, rinfrancati, lo imitarono. I marinai intanto ebbero la sensazio­ne che la terra fosse vicina. Allora gettarono le ancore e attesero l'al­ba, per vedere dove si trovavano. Fattosi giorno, notarono un'insena­tura e tentarono di approdare. La nave, però, si arenò ancora lontana dalla riva, e sbattuta dalle onde, prese a sfasciarsi. I soldati pensaro­no di uccidere i prigionieri, per evi­tare che fuggissero gettandosi in mare. Ma il centurione Giulio li fer­mò. Anzi, ordinò a quelli capaci di nuotare di gettarsi per primi in ac­qua, e poi fece lo stesso con gli altri che si gettarono in mare aggrappati a tavole di legno. Come Paolo ave­va predetto, t ti si salvarono.

 

21

MORSO DA UNA VIPERA Atti 28

Paolo, i soldati romani e tutti i pas­seggeri della nave erano scampati al naufragio e erano approdati nell'i­sola di Malta. Qui gli abitanti li ac­colsero intorno ad un grande fuoco perché potessero scaldarsi. Anche Paolo raccolse un fascio di rami da gettare sul fuoco; ma ecco che una vipera saltò fuori e si attaccò alla sua mano. Al vedere ciò la gente pensò: «Certo quest'uomo è un as­sassino. Si è salvato dal mare, ma la giustizia l'ha colpito ugualmente!» Ma Paolo con un colpo scosse la vi­pera che cadde nel fuoco.

 

22

PAOLO A MALTA Atti 28

Paolo, naufrago sulla spiaggia dell'i­sola di Malta, aveva raccolto della legna per alimentare il fuoco che gli abitanti avevano acceso. Dalla le­gna era uscita una vipera che si era attorcigliata ad una mano. La gente, convinta che il rettile l'avesse mor­so, aspettava di vedergli gonfiare la mano o che addirittura cadesse morto a terra. Ma dopo aver atteso a lungo e vedendo che a Paolo non succedeva alcun male, tuffi conclu­sero che egli doveva essere un dio. Questa loro convinzione si raffor­zò in seguito ad un miracolo che si verificò di lì a pochi giorni. Vicino al luogo del naufragio aveva i suoi possedimenti il governatore dell'iso­la, un certo Publio. Egli accolse Paolo e i suoi compagni e li ospitò con grande cortesia. Un giorno il padre di Publio era a letto ammala­to con la febbre alta. Paolo andò a visitarlo, pregò, stese le mani su di lui e lo guari. Dopo questo avvenimento anche gli altri abitanti dell'isola, che erano ammalati, andarono da Paolo, e tuffi guarirono. Per questo Paolo era trattato con ogni riguardo. E quando tre mesi dopo ripartì, i Maltesi lo rifornirono del necessario per il viaggio.

 

23

L’INCONTRO SULLA VIA APPIA Atti 28

Finito l'inverno, quando era impos­sibile navigare, Paolo e i suoi due compagni Luca e Aristarco riprese­ro il viaggio verso Roma. Là egli doveva essere giudicato dal tribuna­le dell'imperatore. Per questo viag­giava sotto la scorta di alcuni soldati romani. La nave su cui si imbarcarono la­sciò Malta alla volta della Sicilia. Approdò a Siracusa, dove rimase tre giorni. Quindi, costeggiando l'i­sola e traversando lo stretto di Mes­sina, giunse a Reggio. Il giorno se­guente si levò lo scirocco, il vento del sud, che permise alla nave di giungere rapidamente a Pozzuoli. A Pozzuoli Paolo trovò alcuni Cristiani, i quali lo invitarono a fer­marsi con loro una settimana. Ri­partì poi a piedi alla volta della capi­tale dell'Impero. I Cristiani di Roma, saputo del suo arrivo, gli an­darono incontro lungo la Via Appia. Quando li vide, Paolo ringraziò il Signore e si sentì incoraggiato. A Roma poi, in attesa del processo, gli fu consentito di abitare per suo con­to, con un soldato di guardia. Paolo trascorse due anni in quel­la casa, e a tutti coloro che lo anda­vano a trovare l'apostolo annuncia­va il regno di Dio e insegnava tutto ciò che riguardava il Signore Gesù.

 

24

PAOLO INSEGNA L’AMORE 1Corinzi 13

Paolo era instancabile ad insegnare ciò che riguardava il Signore Gesù e ciò che a lui più piace. E che cosa piace più di tutto a Gesù? Ciò che a lui piace di più è l'amore. «Se io sapessi parlare tutte le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l'amore, sarei come una campana che suona, come un tamburo che rimbomba. Anche se io fossi un profeta, e conoscessi tutti i misteri, anche se avessi una fede che trasporta le montagne, ma non avessi l'amore, che cosa conterebbe? Anche se io distribuissi tutte le mie ricchezze ai poveri, ma non avessi l'amore, non avrei nulla. Chi ama è paziente.  Chi ama è premuroso. Chi ama non è invidioso. Chi ama non si vanta. Chi ama non si gonfia d'orgoglio. Chi ama è rispettoso. Chi ama tutto scusa, & tuffi ha fiducia, tutto spera, tutto sopporta. L'amore non avrà mai fine. Ora vediamo Dio confusamente, come in uno specchio antico, ma un giorno lo vedremo faccia a faccia. Tre sono le cose che contano: la fede, la speranza e l'amore. Ma la più grande è l'amore.»

 

25

IN FAVORE DI UN SERVO FUGGITO Lettera a Filemone

L'apostolo Paolo era prigioniero a Roma, quando ebbe modo di avvi­cinare un certo Onesimo. Era questi un servo fuggito dal suo padrone, dopo averlo derubato. Paolo gli parlò, e lo convinse a cambiare vita e a divenire cristiano. Lo convinse addirittura a tornare dal suo padro­ne, con una lettera che lo stesso Paolo gli scrisse. Egli conosceva il padrone di Onesimo: si chiamava Filemone, ed era un cristiano che accoglieva nella sua casa per le preghiere in comune gli altri Cristiani della sua città. A Filemone dunque Paolo scris­se: «Ti rimando Onesimo, divenuto per me come un figlio. Se ti ha offe­so o se deve restituirti qualcosa, provvederò io per lui. Sarei stato contento di poterlo tenere con me, ora che sono in catene per avere annunziato il Signore Gesù, ma te lo rimando. Tu non accoglierlo più come un servo, ma come un caro fratello. Se mi consideri tuo amico, ti prego, accogli Onesimo come ac­coglieresti me!» Le cose andarono proprio così: Filemone accolse il suo servo fuggi­tivo, e invece di punirlo lo trattò da fratello. Come aveva chiesto Paolo, ma soprattutto come aveva inse­gnato il Signore Gesù.

 

26

IL POVERO E IL RICCO Lettera di Giacomo 1

Tra i seguaci di Gesù c'era un uomo di nome Giacomo, che fu il capo della comunità cristiana di Ge­rusalemme. Giacomo fece suoi gli insegnamenti di Gesù a proposito della povertà e della ricchezza. Scrisse Giacomo: «Fratelli, se qualcuno di voi è povero, sia orgo­glioso perché Dio lo onora. Se inve­ce uno di voi è ricco, sia contento perché Dio lo umilia. Il ricco infatti passa via come il fiore del campo. Si leva il sole, il suo ardore fa secca­re l'erba, il fiore cade e tutta la sua bellezza svanisce. »

 

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UNA VITA OFFERTA IN SACRIFICIO 2Timateo 4

La prigionia di Paolo a Roma durò due anni. Alla fine egli venne rico­nosciuto innocente e venne posto in libertà. Paolo riprese allora a viaggiare, a portare ovunque la pa­rola di Dio, visitando le comunità già costituite e fondandone nuove. Fu ad Efeso, nell'isola di Creta, a Corinto, a Mileto, nella regione del­la Troade. Forse fu anche in Spa­gna. Ma al tempo dell'imperatore Nerone egli fu nuovamente arresta­to e condotto a Roma. In vent'anni di viaggi e di inse­gnamento egli aveva portato il van­gelo in tutto l'Impero romano. Tut­tavia la sua vita stava volgendo al termine, ed egli stesso si sentiva prossimo al martirio. Per questo egli scrisse all'amico Timoteo e gli disse: «La mia vita sta per essere offerta in sacrificio a Dio. È giunta per me l'ora di partire per l'ultimo viaggio. Ho combattuto la buona battaglia, sono arrivato fino al termine della mia corsa ed ho conservato la fede. Ora è pronta per me la corona del vincitore, premio di chi è giusto. Il Signore, che è giudice giusto, me la consegnerà. Nell'ultimo giorno egli la consegnerà non solo a me, ma a tutti quelli che aspettano con amore il momento del suo ritorno». Le opere

 

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LE OPERE BUONE Lettera di Giacomo 2

Quanti meravigliosi insegnamenti sono scaturiti dalla parola di Dio! Tra questi uno, importantissimo, dice che le parole non bastano, ci vogliono anche le azioni. Scrive Giacomo: «Fratelli, a che serve se uno dice di avere la fede, ma poi non lo dimostra con i fatti? Suppo­niamo che uno di voi abbia poco di che coprirsi o abbia poco da man­giare. Bene, se tu gli dici: "Copriti pure! Mangia quanto vuoi!", ma poi non gli dai quello che gli serve per non avere freddo o fame, che senso hanno avuto le tue parole?»

 

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IL VERO CRISTIANO AMA LA PACE Lettera di Giacomo 3

Chi è il vero cristiano secondo Gia­como? Il vero cristiano è un uomo buono e mite, con il cuore pieno del desiderio della pace. E un uomo a cui Dio ha dato la sua saggezza. E la saggezza che viene da Dio è pura, pacifica, docile, piena di bon­tà e di comprensione, e si esprime attraverso i frutti delle opere buone. Le persone che creano la pace intorno a sé sono come i seminatori che raccolgono il frutto delle loro fatiche. E infatti coloro che fanno opera di pace raccolgono pace e il frutto di una vita giusta. Per essere pacifici bisogna anche sapere moderare la propria parola. Scrive Giacomo: «La lingua è una piccola parte del nostro corpo, ma e responsabile di grandi imprese. As­somiglia al timone di una nave: se c'è il timone che la guida, anche un'imbarcazione grande e pesante, spinta da un vento impetuoso, va dove il pilota vuole». Il vero cristiano è paziente e atten­de fiducioso il ritorno del Signore, come il contadino attende le piogge. Il vero cristiano è sincero, e non giura né in nome del cielo, né in nome del­la terra, ma dice sì quando è sì, e dice no quando è no! Anche Gesù, ricordi, aveva detto così!

 

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IO SONO IL PRIMO E L’ULTIMO Apocalisse 1

C'era un seguace di Gesù, il cui nome era Giovanni. A causa della sua fede era stato mandato a vivere in esilio in un'isola del mar Egeo. Egli è l'autore del Vangelo di Gio­vanni, e di un libro del Nuovo Testa­mento che si chiama Apocalisse e che contiene le descrizioni di molte visioni che egli ebbe e che rivelano gli avvenimenti futuri. «Un giorno» egli scrive «ero in esilio nell'isola di Patmos, perché avevo an­nunciato la parola di Dio e la testimo­nianza portata da Gesù. Sentii una voce forte come una tromba che dice­va: "Scrivi quello che vedi in un li­bro". «Mi voltai e vidi sette candelabri d'oro e, in mezzo a loro, qualcuno si­mile ad un uomo. Indossava una tuni­ca lunga fino ai piedi. Teneva sette stelle sulla sua mano destra. «Quando lo vidi, io caddi ai suoi piedi. Ma egli pose la sua mano su di me e mi disse: "Non spaventarti. Io sono il Primo e l'Ultimo. Io sono il Vi­vente. Ero morto, ma ora vivo per sempre. Scrivi quello che hai visto e che vedrai, e mandalo alle sette chie­se, simboleggiate dalle sette lampade e dalle sette stelle"» Era Gesù, il Figlio di Dio, che co­mandava al suo apostolo di diffonde­re ovunque la parola di Dio.