UNA NIDIATA DELLA MAMMA

(I bambini e Maria) 

«O Maria, Messaggera del giorno, Speranza del pellegrino, guidaci ancora fino al Signore Gesù» (J. H. Newman)

Ai bambini, ai semplici, agli umili, ai sofferenti, dedico queste pagine, perché tutti costoro sono come me. Paolo Risso 

I TUOI BAMBINI, O MARIA...

Ero felice assai il giorno di Natale 1985. Contemplavo Gesù bam­bino tra le braccia della Mamma sua, e le dicevo: «Grazie, perché hai dato al mondo il Salvatore, il Figlio di Dio, fatto uomo».

Oppresso da tante miserie, alla Madonna, chie­devo, quel giorno: «Oh, rendi finalmente anche me simile al tuo Bambino. Io non sono grande, sono pic­colo, fragile, una nullità: tienimi in braccio, come tieni Lui».

Con la Mamma Celeste contemplavo, nella pace, il Mistero del Verbo fatto  uomo: il Dio-Amore, il Dio-Tenerezza che si china su di me e sui miei fratelli per elevarci a Lui. Mi sentivo un frammento, un frammento sperduto nell'universo, ma amato dal Cuore di Dio, Amore infinito ed eterno, e dal Cuore di sua Madre - Cuore materno di Dio - ed ero felice.

Attendevo l'Epifanìa per celebrare la manifestazione del Cristo alle genti: Lui che dalle braccia di sua Madre si offrì ai re e ai sapienti dell'oriente. Lui che, oggi dalle braccia di sua Madre, si dona ancora ai piccoli e ai grandi su ogni strada.

Nel cuore ho sempre avuto un sogno: essere come Maria, umile e forte come Lei, per percorrere tutte le strade e portare Gesù ad ogni uomo con la pre­ghiera, con la parola, con la mano destra che scrive di Lui.

La mia vita, la voglio come epifanìa del Cristo, come manifestazione del Cristo alle genti.

Ma quel giorno colmo di neve, lunedì 6 gennaio 1986, mi ritrovo sulla strada, a terra, una spalla dolente solo a toccarla, il braccio destro rigido, la mano che non regge più la penna, e tanta mestizia nel cuore.

Ed ora, come faccio, a scrivere la Parola che salva? Come posso ancora narrare con l'Olivetti «storie d'amore» ai fratelli che conoscono troppe storie di egoismo e di peccato? Per lunghe settimane, forse per mesi, dovrò tacere, nel silenzio triste.

Io sono andato dalla Mamma, perché sono sempre un bambino che La cerca e La vuole al suo fianco. Quando c'è Lei, più non temo e guardo il futuro con occhi di speranza. Maria è segno di consolazione e di pace, anche quando cala la notte.

L'ho pregata, quel giorno: «Oh, fa' che non sia nulla: amerò Te e il tuo divin Figlio, scriverò di Te e di Lui ai fratelli, con tutte le forze della mia mano, del mio braccio».

Ho ripreso a scrivere per Lei tre giorni dopo, a fatica, lentamente, ma certo di riuscire come prima. E l'inno di lode è salito dal cuore alla Madre di Gesù, Salute dei malati, Aiuto dei Cri­stiani, Consolatrice degli afflitti, a Dio, Datore di vita, e ai santi suoi:

«Ho 40 anni, o Maria, e Tu mi hai amato e por­tato sul tuo Cuore, mi hai dato la mano come al più povero dei tuoi figli e l'hai chiamato a narrare ai fra­telli le opere del Figlio tuo, le tue opere nel mondo. Grazie, o Mamma».

Le prime pagine che ho scritto, con la mano che guariva, sono per Te, o Maria, per dire al mondo che tu prediligi i piccoli, i deboli, quelli che il mondo giudica poveri e incapaci a compiere imprese.

Ed ecco qui ancora, come nel libro precedente, piccole grandi storie - gli Atti dell'Immacolata nel mondo intero - che Tu, o Madre, hai tessuto con i tuoi «bambini»: sono storie di tenerezza e di gioia, storie di lacrime e anche di sangue, sempre storie d'amore e di vita. Le storie dei «bambini» di Maria. Tu che leggi guarda questi «bambini», chiunque tu sia, bam­bino, adulto, semplice o dotto. I protagonisti di queste umili pagine sono tutti «bambini» e Maria ha fatto di loro dei capolavori del suo amore e artefici di redenzione.

Ella li ha amati: essi si sono lasciati amare.

Sono «una nidiata di frugoli» della Mamma. Fidati di Maria, abbandònati sul suo Cuore, chiedile che ti prenda per mano. Quelli che si credono grandi, non hanno bisogno della mamma, o almeno dicono di non averne bisogno.

Ma noi che siamo piccoli e deboli, tendiamo le mani a Lei e le diciamo: «Pensaci tu».

Tu che hai riscaldato sul tuo seno il Dio-Bambino, gli hai insegnato i primi passi e l'hai fatto crescere, Tu che l'hai seguito sull'erta del Calvario e sei stata vicina a Lui nell'ora suprema, Tu che l'hai accolto dila­niato, morto tra le tue braccia, Tu che oggi in cielo gioisci, con Lui risorto, Tu la Risorta, l'Assunta nella gloria, ma ancora presente per sempre su questa terra nelle vicende dei tuoi figli, prendi anche me per mano e portami al Cristo, perché oggi lo riveli al mondo e domani abbia in eterno la sua vita. 

I

BEPPO: L'ORFANO DIVENTA VESCOVO

«Senza Maria, ]a Madre celeste, come potremmo incamminarci, noi poveri fanciulli, per vie ine­splorate?»

«Tu sei la mia mamma»

A Torino nella casa di Vincenzo e Anna Marello, vivevano felici due bambini: Giuseppe di otto anni, e Vittorio di tre... Ma un brutto giorno del 1852, la giovane mamma si ammalò gravemente e morì, lasciando orfani i due bambini.

Giuseppe, chiamato familiarmente Beppo, si aggi­rava muto presso la mamma morta, poi ebbe un'idea: prese per mano il fratellino, lo condusse dinanzi al quadro della Madonna che troneggiava in salotto, e davanti a Lei, pregò così: «Noi, prostrati ai tuoi piedi, ti proclamiamo Madre di Dio e prendiamo Te come nostra Mamma per sempre».

Da quel giorno Maria accolse «in sua gentil tutela», il piccolo Giuseppe Marello e il suo fratellino. Quando Maria si prende cura di un fanciullo, compie in lui grandi cose, perché, - non dimenticarlo - lo tratta come il suo Gesù. Non le aveva forse il Cristo affidato Giovanni, dalla croce e, in lui, tutti i suoi figli nella Chiesa?

Papà Vincenzo portò i due bambini a S. Martino Alfieri (Asti) dove lui era nato: là, presso i nonni, i due «pulcini» avrebbero ritrovato una famiglia... «Beppo era buono, studioso, era devotissimo della Madonna» - racconterà il fratello Vittorio.

Chi sarebbe- diventato quel fanciullo?

 

«Sarò sacerdote»

Dopo la quinta elementare, papà Vincenzo con­dusse Beppo al Santuario della Madonna della Miseri­cordia presso Savona. All'interno del tempio, nella penombra della cripta, una dolce Vergine tutta bianca, dalle braccia aperte, è là, per accogliere ogni creatura. Beppo, che sulla terra non aveva più mamma, ma sapeva che al suo fianco vegliava la più potente e la più dolce delle mamme, Maria, si raccolse in preghiera. Che cosa si dissero il bambino e Maria?

Non siamo lontani dal vero se pensiamo che Maria parlò a lui con la più penetrante seduzione della Mamma: «Beppo, vuoi aiutare mio Figlio, il Cristo Gesù, a salvare il mondo? Lui ha detto: molta la messe, pochi gli operai... Vuoi?».

Beppo si alzò dalla preghiera e aveva deciso: «Sarò sacerdote e sacerdote santo!»

 

Seminarista ad Asti

Il 9 novembre 1856, Beppo Marello - dodici anni di età - entrò in Seminario ad Asti.

«Era contentissimo», - testimonia il fratello - «era il modello di tutti i seminaristi» - afferma un suo compagno. Fedeltà e perseveranza nella strada intrapresa non gli mancavano.

Ma durante la seconda guerra di indipendenza, aprile 1859, il Seminario passò sotto la giurisdizione militare e i chierici furono mandati temporaneamente a casa. Seguì un periodo difficile. Nel 1862 Giuseppe aveva 18 anni: intelligente, simpatico, brillante.

E suo padre lo persuase ad uscire dal Seminario per intraprendere gli studi commerciali... Nel suo cuore stava passando la bufera... e poi nel mondo non poteva forse portare Dio? Le strade del mondo erano tutte aperte...

Strade che non sai dove portano. Beppo pregava Maria, la sua Mamma.

Un giorno scriverà: «Senza di Lei, come potremmo incamminarci, noi poveri fanciulli, per vie inesplorate?»

Nel cuore, il tormento: «Dove mi vuoi, Signore? Come potrò rispondere alla tua chiamata?» Dicembre 1863. Il giovane Marello cadde grave­mente malato di tifo. Nei giorni duri del dolore, quando tutto nel mondo diventa piccino e Dio ti dice: «Io solo sono l'Eterno, il resto tramonta», Maria fece comprendere a Beppo che il Cristo lo voleva tutto per sé.

«Papà - disse in un momento di calma - la Madonna mi vuole sacerdote. Se tu acconsenti, guarirò subito, altrimenti Ella mi porterà in Paradiso».

Nei giorni seguenti, Beppo guarì perfettamente. Che cosa non può la Madonna? Basta che tu la preghi con fede: «Oh, Mamma, dillo tu a Gesù, Tu che l'hai allattato, Tu che l'hai tenuto per mano». E Dio non sarà più capace di dire di no!

Gennaio 1864. Giuseppe Marello, vent'anni, tornò in Seminario.

 

Don Beppo, un altro-Gesù

Seguirono gli anni degli studi teologici. Nel suo cuore, propositi ardenti di diventare un sacerdote santo. Il 19 settembre 1868, Mons. Carlo Savio, Vescovo di Asti, ordinava sacerdote Giuseppe Marello. L'indomani, col cuore in festa, don Giuseppe andava al piccolo santuario della Conca del Vallone, tra S. Martino Alfieri e Antignano d'Asti, dedicato alla Madonna della Mercede, per celebrare la sua prima Messa, dopo l'ordinazione.

Un lungo cammino l'attendeva: segretario del Vescovo, Professore e Direttore spirituale in Semina­rio, apostolo dei giovani, stimato dal Card. Gioacchino Pecci, il futuro Papa Leone XIII, Fondatore degli Oblati di S. Giuseppe, Vescovo dolcissimo e forte di Acqui, sempre e dovunque immerso nella preghiera e nella contemplazione di Dio e infaticabile portatore di Cristo.

Ancora giovane e ricco di progetti, 50 anni appena, nel pieno del suo servizio di Vescovo, proprio presso il Santuario della Vergine della Misericordia, a Savona, il 30 maggio 1895, Maria stessa lo introdu­ceva nel Regno eterno del suo Gesù.

Di Beppo, il piccolo orfano di S. Martino Alfieri, Maria, come di Giovanni, il discepolo che Gesù predi­ligeva, aveva fatto un altro Cristo, sacerdote e vescovo, «una perla di vescovo», come disse di lui Papa Leone XIII.

Se tu ti affidi a Lei, Maria, tutto diventa possibile: non sarai più solo e Dio potrà chiamarti a compiere grandi imprese d'amore. 

II

EUGENIO E IL SUO VIOLINO

«Io non suonavo, maestro. Non suonavo, ma pregavo. La musica è una forma di preghiera».

«Ha un amore sconfinato per la Madonna»

Nella penombra della chiesa di S. Filippo Neri, non c'era nessuno. Nel silenzio dolcissimo ardeva sol­tanto il piccolo lume davanti al Tabernacolo e un cero davanti alla statua della Vergine.

Era il maggio 1886 e la primavera a Roma era scoppiata in tutta la sua bellezza.

Entrò un ragazzino. Alto per la sua età, i capelli neri, con la frangetta sulla fronte, fragile, quasi diafano. Si fermò, dopo aver genuflesso, davanti al Taberna­colo, poi si diresse verso l'altare della Madonna.

Fissò i suoi grandi occhi neri negli occhi della Vergine, poi si inginocchiò e iniziò il Rosario.

Sull'Urbe scendeva la sera...

Due Padri Filippini, intanto, erano giunti nel tem­pio per recitare i Vespri. Uno di loro vide il bambino: sembrava un angelo disceso dal cielo ad invocare la Madre del Cristo. Gli si avvicinò dolcemente, lo con­templò, quasi con la paura di disturbarlo dal suo «col­loquio», quindi si rivolse all'altro e gli disse:

«Si chiama Eugenio Pacelli, è il figlio dell'avvocato Filippo e di donna Virginia... Ha un amore sconfinato verso il Cristo e verso la Madonna. Lascialo pregare... Con la famiglia che ha, potrebbe fare qualunque car­riera... Ma sembra nato per essere scelto da Dio per una grande missione».

Quella sera di maggio, il piccolo Eugenio terminò sereno il suo Rosario, poi si alzò con gli occhi e il cuore pieni di Lei, Maria, la portatrice di Cristo al mondo.

 

Geniale e sportivo

Eugenio Pacelli era nato il 2 marzo 1876, figlio di nobile famiglia romana. Due giorni dopo era stato battezzato dallo zio, don Giuseppe. Mentre si usciva dalla chiesa, un vecchio prete, don Jacobacci, prese il bambino tra le braccia e rivolgendo i suoi occhi verso la cupola di S. Pietro, esclamò ad alta voce:

«Fra 63 anni, partendo da oggi, tutti i cristiani esulteranno per questo bambino».

Parole misteriose e cariche di presagi come quelle che un giorno lontano aveva pronunciato al tempio, il vecchio Simeone, davanti ad un bimbo che si chia­mava Gesù...

Eugenio cresceva: buono, intelligente, delicato, con tanta voglia di vivere e di sapere.

Dopo le elementari alla scuola privata «Marchi», papà Filippo iscrisse Eugenio al Ginnasio-Liceo «Ennio Quirino Visconti»: un istituto statale dove frequenta­vano studenti di tutte le risme. Allora, come oggi, come in tutte le scuole, c'erano i mediocri. Eugenio cominciò a distinguersi e l'invidia dei compagni per il primo della classe si mutò presto in ammirazione.

I voti erano altissimi. Il tempo libero lo riempiva studiando le lingue straniere e suonando il violino. Un giorno a scuola Eugenio lesse ai compagni, per invito del professore, un compito in classe di ita­liano. Ad un certo punto aveva citato S. Agostino, il filosofo d'Ippona, un innamorato di Dio, una delle menti più acute dell'umanità.

Da parte della classe scoppiò un moto di disappro­vazione. Ma come si poteva ancora citare Agostino, l'appassionato di Dio, quando ormai - si diceva - «Dio è morto»?

Eugenio non si scompose, continuò a leggere e - coltissimo com'era ed insieme testimone di Cristo - difese a testa alta la sua scelta di fede.

I suoi compagni cominciarono a rispettarlo e il fratello Francesco, il primogenito dei Signori Pacelli, non ebbe più bisogno di difenderlo. Ma perché vergognarsi del Cristo e dei suoi amici, quando solo Lui sa rispondere senza paura di smentita, a tutti gli inter­rogativi dell'uomo? Del Cristo si può solo essere fieri, altamente fieri.

Quell'appassionato di Cristo che era il giovane Eugenio Pacelli, era pure uno sportivo entusiasta. S'era dato allo sport, all'atletica, per irrobustire il suo fisico dal quale pretendeva le più decise prestazioni per le cause più belle, la cultura cristiana, la fede, la Chiesa. Quando si sentì abbastanza forte, i suoi compagni lo videro galoppare per la campagna romana, sul cavallo con le froge al vento.

 

Il canto di un violino

A Palazzo Pacelli, un giorno, era stato invitato un grande pianista. C'erano tutti in casa, ma Eugenio era in giardino. Ad un certo punto il pianista si inter­ruppe e disse: «Qualcuno suona il violino». Lo chiama­rono e il musicista gli dichiarò: «Girerai il mondo con il tuo violino, sarai un grande artista».

«Ma io non suonavo, maestro - ribatté Eugenio -. Non suonavo, ma pregavo. La musica è una forma di preghiera... Tutto in me rende lode al Signore».

Bisognava riconoscerlo: era davvero un genio. Ma aveva un piccolo difetto di pronuncia. Un amico glielo fece amorevolmente notare. Eugenio rispose sereno: «La fede smuove le montagne. E’ parola di Nostro Signore. Ebbene con la forza della fede supererò anche il mio difetto di pronuncia».

Si impegnò con grande forza di volontà, chiese la collaborazione di Maria, la Madre che può tutto presso Dio, e vinse il suo difetto. Nessuno se ne accorse mai, neanche nei grandi discorsi da oratore che un giorno avrebbe tenuto al mondo... Nell'amicizia di un giovane con Dio, c'è un momento in cui Egli ti prende e ti parla e la sua parola diventa suadente e ti conquista. Era il 1894. Eugenio aveva raggiunto la licenza liceale a pieni voti, era un ragazzo di 18 anni, slanciato, dallo sguardo mite e forte. Suonava il violino e cavalcava nella cam­pagna romana...

 

L'età dell'amore

La giovinezza è l'età dell'amore. Eugenio, chia­mato da Dio, entrò nel Seminario Romano per diven­tare sacerdote di Cristo e per Lui, Lui solo, sostenuto dalla Vergine santa, spendere la sua esistenza.

Il 2 aprile 1899, solennità di Pasqua, don Eugenio Pacelli saliva l'altare.

Passarono gli anni colmi di gioie e di tempeste. Don Pacelli diventò Vescovo e Cardinale. Rappresen­tante del Santo Padre a Monaco di Baviera e a Berlino. Segretario di Stato del Santo Padre.

Un'anima semplice e grande. Ma sempre un vero gigante dello spirito della razza di coloro che Dio manda all'umanità e che Maria plasma con mano di maestra e di mamma ad immagine del Cristo suo Figlio.

Dal 2 marzo 1939 parlava al mondo, assetato di Verità e di Luce.

Era diventato Papa Pio XII.

A 15 anni, nel suo dìario aveva scritto:

«Ecco là quell'uomo che è entrato nella vita buono, fedele, amante di Dio e della religione; ma che poi acciecato forse da vani sofismi, ha cominciato a dubitare. Io lo compiango, perché la pace è volata lontana da lui; la pace, figlia primogenita di Dio; la pace che deriva solo dalla sicurezza di possedere la verità». (...) Il dubbio con fiera violenza lo assale: «Se Dio non esiste!» Ma questo è troppo, questo è il colmo del dolore: l'infelice più non resiste, il suo respiro diviene affannoso, la voce gli si spezza nella gola; egli caccìa le mani nel capelli, chiude gli occhi... desidera forse allora la morte o piuttosto desidera di non essere nato?

 

«Mio Dio, illuminatelo!»

Eugenio aveva trovato senso e bellezza per la vita soltanto nella fede in Dio e nel suo Cristo. Temeva, nella sua umiltà, di essere sopraffatto dal dubbio. Il dubbio che poi si cambia in disperazione. E sentì così, sulla sua pelle e nel suo cuore, il dramma di migliaia di creature che dubitano di Dio, che non hanno più la fede.

Gli era nata dentro la passione ardente, quindi la preghiera per ogni uomo che dubita, che soffre o dispera: «Mio Dio, illuminatelo!»

Da quel giorno era sorta una dedizione senza pre­cedenti verso tutti i fratelli. Infiammato d'amore, sacer­dote e Pontefice, seppe lottare senza tregua, soffrire e pregare per donare loro Gesù, luce del mondo.

Il piccolo rosariante della chiesa di S. Filippo Neri, diventato Pontefice della Chiesa universale, proclamò Maria Assunta in cielo in anima e corpo e insegnò a tutti ad amarla e a seguirla: Ella avrebbe vinto Satana e iniziato un nuòvo avvento del Cristo nell'umanità.

 III

MARIETTA, LA PICCOLA AMICA DELLA VERGINE DEI POVERI

«La Madonna mi chiama»

Casa Becò, gennaio 1933

A La Fange, umida e paludosa borgata di Banneux - in Belgio - abita una povera famiglia operaia: Julien Becò,  sua moglie Louise e sette figli. La più grande, Marietta, ha 13 anni, nata il 25 marzo 1920. Il padre è disoccupato da alcuni mesi. È socialista e marxista, vive lontano dalla fede da molti anni. Non vuole che i suoi figli frequentino la parrocchia. Ha persuaso Marietta che la religione è inutile e la ragazza, da due mesi, non entra più in chiesa né va al catechi­smo. Non ha neppure ricevuto la prima Comunione. Di tanto in tanto, recita qualche Ave Maria su una vecchia corona del Rosario trovata per strada.

La mamma non si interessa più di fede. Il Croci­fisso, vecchio e polveroso, appeso alla parete, è stato coperto con una striscia di carta: meglio non vederlo, meglio metterlo fuori.

Ore sette di sera del 15 gennaio 1933. Fa freddo: 15 gradi sotto zero. La mamma sta mettendo a letto i bambini più piccoli. Marietta è sola in cucina e guarda fuori nel cortile della casa. È buio, tutto gelido. D'un tratto grida: «Mamma, mamma! in giardino c'è una donna!» A pochi passi dalla strada c'è una figura luminosa, immobile, che sorride. Marietta grida: «Mamma, si direbbe che è la Madonna».

«Non fare scherzi, sciocca» - le grida la madre. Poi guarda anche lei e commenta: «E’ un fantasma». Marietta non ci crede e vuole uscire. La madre chiude la porta. Papà alza le spalle e mormora: «Tutte sciocchezze!» Ma il mercoledì 18 gennaio, il cappellano del borgo, don Jamin vede che Marietta è tornata al catechismo e assiste alla Messa.

 

Sette incontri con la Mamma

Alla sera, Marietta esce di casa e va avanti nel buio. Il padre, impressionato, la segue. Marietta si inginocchia sulla terra gelata e prega con il Rosario. La Madonna viene di nuovo e la invita a seguirla. La ragazzina si alza. Il papà la segue: «Marietta, dove vai?»

«La Madonna mi chiama» - sussurra Marietta.

Si porta al margine della strada davanti ad una piccola sorgente. La Madonna le dice: «Questa sor­gente è per me», ed invita la ragazza ad immergervi la mano e il Rosario. Soggiunge: «Grazie, arrivederci». Il papà e due altre persone hanno seguito con grande stupore Marietta in tutti i suoi gesti e parole. Quella stessa sera, il primo ad essere conquistato dalla grazia di Banneux è proprio papà Giuliano: ne parla a don Jamin, venuto a casa sua e gli chiede di confes­sarlo e di ricevere al più presto l'Eucarestia. Era dalla prima Comunione che non andava più in chiesa.

- 19 gennaio: ancora in giardino e alla sorgente. Marietta chiede alla «Visione»: «Signora chi siete?» Risponde: «Sono la Vergine dei poveri». Presso la sor­gente, aggiunge: «Questa sorgente è per me, per tutte le nazioni, per i malati. Vengo a consolarli!»

- 20 gennaio: la Madonna dice a Marietta: «Desidero qui una piccola cappella; pregherò per voi». Stende le mani, benedicente e materna, sulla testa della fanciulla.

L'undici febbraio ricorre il 75° anniversario delle apparizioni dell'Immacolata a Lourdes, ma Marietta non sa queste cose. Alla sorgente la Madonna appare e le comunica: «Vengo ad alleviare la sofferenza».

- 15 febbraio: in giardino, la ragazza recita il Rosario con un gruppo di persone. Quando Maria viene, le chiede: «Madonna santa, il cappellano mi ha detto di chiedervi un miracolo affinché tutti sappiano che voi siete la Madre di Dio». La Vergine risponde:

«Credete in me, ed io crederò in voi». Come a dire: «Fidatevi di me, ed allora io vi aiuterò».

- 20 febbraio: in giardino e alla sorgente. Maria dice: «Mia cara piccola, pregate molto. Io pregherò per voi. Arrivederci».

La sera del 2 marzo 1933, don Janzin in un angolo della sua chiesa, prega con fervore la Madonna chie­dendole che Ella dica il suo nome vero, il nome che riassume tutte le sue grandezze: «Madre di Dio».

Dalle tre del pomeriggio, sopra Banneux diluvia. La pioggia trasforma la piccola frazione in un mare di fango. Alle sette, la pioggia continua a cadere a torrenti. Ciò nonostante, Marietta vuole uscire e recarsi presso la sorgente. Inginocchiata nel fango, recita due volte il Rosario. Con grande fiducia, inizia la terza corona.

Una raffica violentissima di vento spazza in un attimo le nubi e il cielo si rasserena in un istante: appare cupo e tempestato di stelle. Marietta tende le braccia: «Eccola».

La fanciulla contempla per cinque minuti il volto della Vergine. La Madonna le sorride con particolare amabilità. Dolce e maestosa nel volto, le dice: «Io sono la Madre del Salvatore, la Madre di Dio... Pregate molto!». Quindi si avvicina a Marietta, le pone le mani sul capo e la saluta: «Addio!»

Marietta le afferra le mani, quasi a trattenerla. Poi piange sconsolata: i giorni più belli della sua vita erano passati. A don Jamin spiega: «Non la vedrò più. Mi ha detto: «Io sono la Madre del Salvatore, la Madre di Dio...». Anche don Jamin, sente un fremito di com­mozione: la sua preghiera era stata esaudita.

 

La Madre dei poveri

Due mesi dopo già si mettono le fondamenta della cappella richiesta da Maria. Il 15 agosto 1933, solen­nità dell'Assunta, la chiesetta entra in funzione.

Marietta intanto viene sottoposta a lunghi interro­gatori da parte dell'Autorità della Chiesa, ed esaminata da medici e scienziati. Presso la sorgente che la Madonna aveva voluto per sé, le guarigioni miracolose si moltiplicano, i poveri ritrovano la salute e la fede. L'8 agosto 1948 il Vescovo di Liegi permette che sul luogo delle apparizioni sorga il santuario alla Madonna dei poveri e lui stesso ne benedice la prima pietra. L'anno dopo, il 22 agosto 1949, un decreto definitivo di Mons. Kerkhofs riconosce l'origine soprannaturale delle apparizioni di Banneux.

Che cosa ha voluto dirci la Madonna in questi suoi incontri con noi?

- Ci ha invitati a pregare molto, in risposta all'incessante preghiera della Vergine per noi: una pre­ghiera confidente di figli che faccia da argine al mate­rialismo della vita e all'ateismo.

- La Mamma celeste è venuta per essere di sol­lievo e di aiuto ai malati e ad ogni sofferenza; per richiamare tutti alla carità verso i fratelli nei suoi aspetti più urgenti e necessari. L'amore è la vocazione dei cristiani.

- Stupendo l'invito di Maria: «Credete in me e io crederò in voi». Credere significa dare fiducia ad una persona. Maria chiede di essere accettata nella fiducia sulla sua parola e nel valore della sua missione: la Madonna è la Mamma buona che non dice mai di no, cosicché noi possiamo essere sempre sereni, fidandoci di Lei, perché sappiamo quanto grande è il suo amore per noi. È la Mamma per eccellenza. Allora Ella potrà aiutarci, fidarsi di noi ed affidarci i suoi messaggi e realizzare per mezzo nostro i suoi disegni di misericordia.

E Marietta Becò, la cara fanciulla che parlò con la Madonna, dov'è ora?

È ancora viva oggi: sposata, con due figli viventi ed altri, purtroppo, morti piccoli. Vive a Banneux in una modesta casa. Chi l'ha incontrata dice: «È l'imma­gine della ritiratezza, della semplicità, della pietà». Ha nel cuore un desiderio vivissimo: rivedere per sempre il volto materno della Vergine, Madre dei poveri.

Oggi folle innumerevoli vanno a Banneux, dove Maria mostra il suo volto di Mamma, guarisce i mali del corpo e dello spirito e, presso la sua sorgente, addita il Cristo, sorgente di acqua viva zampillante in vita eterna.

(dal libro: AA.VV., Cantiere mariano, Sc. grafica salesiana, Torino, 1966) 

IV

KARL: IL PRETE DEL MIRACOLO

La Madonna ottiene anche questo da Gesù.

Un contratto con Dio

Il 28 febbraio 1978 sono andato a confessarmi nella basilica di San Paolo in Alba (Cn). Ricordo la data e il luogo, perché, dopo, ha dovuto fare una peni­tenza «speciale», bellissima, ma speciale.

Dopo la mia accusa, ascolto il discorso affabile del confessore. Alla fine, mi dice: «Le piace leggere?» Rispondo che sono insegnante e che leggo molti libri. «Ebbene - mi invita il sacerdote - uscendo di chiesa, si procuri il volumetto «Controcorrente» di J. Seitz, edito dalle Paoline. Lo legga con calma, poi cer­chi di fare nella sua vita, ciò che ha fatto la protagoni­sta del libro».

Esco, passo nella vicina libreria S. Paolo e chiedo il libro che mi è stato indicato. «Quanti ne abbiamo venduti!» - commenta il libraio. Durante il viaggio di ritorno a Costigliole d'Asti, leggo tutto il libro, d'un fiato solo. Una meraviglia d'amore. Da quel giorno ho sempre fatto - con molta gioia - quel che il libro mi suggeriva. Ed ecco qui, per voi, amici, la vicenda del libro come penitenza sacramentale.

Era il 26 ottobre 1924. A Fulda in Germania un bimbetto di otto anni, Karl Goldmann entrò in chiesa, piangendo a dirotto. Un'ora prima, gli era morta, gio­vanissima, la mamma. Lo vide la sacrestana, suor Solana May, una donna gentile di 45 anni. Lo acca­rezzò a lungo e gli disse: «Da oggi sarò io la tua mamma».

Karl, infastidito da quelle parole, non fece molto caso a suor Solana e si ritirò tutto solo a pensare alla sua mamma defunta e a piangere in silenzio in un angolo della chiesa.

Da parte sua, suor Solana andò davanti al taberna­colo e pregò così, con la sua fede ardente: «Signore, io ti ho consacrato la mia vita da 26 anni e ti ho sempre servito con fedeltà. Ora ti chiedo un favore. Da oggi, per 20 anni pregherò e mi sacrifi­cherò, affinché questo bambino diventi un buon sacer­dote. Vent'anni. Il favore che ti chiedo è Karl sacer­dote al termine di questi 20 anni».

Dopo tre anni di vedovanza, il padre di Karl si risposò e il ragazzo si trasferì con lui a Colonia. Di farsi prete neppure l'idea. Era diventato intanto un giovane forte e baldanzoso, studente di liceo con tanti sogni per il futuro, nella sua testa. Faceva parte dell'as­sociazione cattolica tedesca Nuova Germania che pre­sto venne a scontrarsi a ferri corti con la Gioventù hitleriana.

Nel gennaio del 1933 Hitler era giunto al potere e, in un clima di oppressione, faceva marciare i giovani tedeschi a ranghi serrati con le bandiere al vento. Si preparava, per la Germania e per l'Europa, una tragedia.

Nel 1936 Karl Goldmann era promosso all'esame di maturità. Venne spedito al «Servizio obbligatorio del lavoro», dove i nazisti gli fecero il lavaggio del cervello... con pochi- risultati.

Aveva 20 anni, l'età in cui si gode l'ebbrezza della vita. Suor Solana, da 12 anni pregava e faceva pregare per lui, per ottenere da Dio per Karl, il dono del sacerdozio. Pregava Gesù con fede, con tenacia, quasi con prepotenza: «Signore, Tu puoi, Tu puoi...» Pregava la Madonna con una fiducia senza limiti, la Madonna che non rifiuta mai la Sua grazia specialmente quando le chediamo la gloria per il Figlio suo.

Da 12 anni, Karl, senza saperlo, viveva circondato da quell'ampio alone di preghiera eucaristica e mariana di Suor Solana e di altre anime che pregavano e offri­vano per lui. La Madonna lo aveva certamente preso sotto il suo manto ed ora stava per compiere in lui grandi cose...

II 10 ottobre 1936 Karl Goldmann compì inaspettatamente un gesto clamoroso: entrò deciso nell'Ordine Francescano per diventare sacerdote. Non sapeva nulla che Suor Solana iniziava il suo tredicesimo anno di preghiere, di sacrifici e di Rosari per lui.

 

Servizio militare, prova del fuoco

Il 27 agosto 1939 il francescano Karl Goldmann si laureava brillantemente in filosofia. Il giorno dopo veniva chiamato alle armi e arruolato nella Werhmacht. Qualche giorno dopo, il l ° settembre 1939, l'invasione della Polonia. La primavera successiva, l'invasione della Francia.

Davanti alle efferatezze a cui doveva assistere impotente, Karl si sentiva fremere di disperazione e di rabbia. Nel gennaio 1941, Karl si ammalò e all'o­spedale di Rosen heim, venne a sapere le macabre sto­rie dei campi di sterminio, come quello di Dachau. Il 22 giugno 1941 Hitler decideva di invadere la Russia. Karl non era un privilegiato e doveva partire con la sua unità per il fronte. Nella primavera del 1943 andò a salutare suor Solana ormai anziana a Fulda, là dove era vissuto bambino, e a portare una preghiera sulla tomba della mamma.

Quando suor Solana lo vide, gli disse: «Ragazzo mio, preghi perché tu possa diventare sacerdote l'anno prossimo?»

Karl cadeva dalle nuvole: c'era la guerra, non aveva terminato gli studi di teologia, non era possibile.

Lo disse chiaro a suor Solana, perché non costruisse castelli in aria.

Per nulla toccata dalle difficoltà, suor Solana mise in mano al «suo» ragazzino un quaderno dicendogli: «Leggi». Karl lo aprì e vide che dal 26 ottobre 1924 si era impegnata per 20 anni affinché lui diventasse sacerdote. E con lei, altrettanto avevano fatto altre duecento suore, con preghiere quotidiane, novene, veglie notturne...

Adesso aveva voglia di piangere, Karl, per la fede invincibile di quella piccola suora a cui sembrava che Dio stesso dovesse obbedire. Le disse: «C'è la guerra». E suor Solana bruscamente: «Nel Vangelo non si parla di questa guerra, ma solo di Dio che esaudisce le nostre preghiere. Tu sarai sacerdote l'anno prossimo. Il Papa può dispensarti dagli esami di teologia... Se tu avessi fede, andresti dal Papa. Hai bisogno della Madonna, va' a Lourdes...»

Lui, poveretto, doveva partire per il fronte russo... Suor Solana aveva proprio perso il cervello!

 

Dio è «di parola»

Il giorno dopo Karl ricevette l'ordine - misterio­samente - di partire non per la Russia, ma per Pau, nella Francia del sud. Alcuni giorni dopo, era inginoc­chiato davanti alla grotta di Lourdes dove Maria era apparsa alla piccola Bernadette. Scrisse una cartolina a suor Solana. Ella gli rispose: «Tieni duro e prega».

Il 10 luglio 1943 la divisione a cui Karl apparte­neva, veniva mandata in Sicilia contro gli Anglo­Americani. Si susseguirono, uno dopo l'altro, combat­timenti paurosi e, più di una volta, rischiò di morire sul campo di battaglia. Ma durante una licenza a Fulda, nel dicembre 1943, pronunciò i voti perpetui, consa­crandosi per sempre al Signore.

Nel gennaio 1944 i superiori gli affidarono un messaggio urgente da portare all'ambasciatore tedesco a Roma. Qui, durante un'udienza, riuscì a farsi rice­vere dal Papa. Quando Pio XII fu vicino, Karl lo fermò e gli disse:

«Vorrei parlarle, ma devo dirle, Santo Padre, una cosa che... non posso dire».

«Che non può dire neanche a suo padre?» - rispose il Papa.

Pio XII guardò a lungo, con i suoi occhi neri penetranti, quel giovane e rimase in ascolto. Non era Lui il padre dei piccoli, degli umili, dei sofferenti, di chiunque, in qualunque modo, avesse avuto bisogno? «Voglio diventare prete il prossimo anno» - gli disse Karl.

«Ha terminatio gli studi?» - gli rispose il Papa. «Non ancora» - ribatté Karl e gli raccontò tutta d'un fiato la storia di suor Solana che per 20 anni aveva pregato per lui.

Pio XII rifletté alquanto pensoso con lo sguardo che andava lontano... Che cosa pensasse, che cosa «vedesse» in quel momento, nessuno lo sa. Poi estrasse la penna e lì, in piedi, scrisse qualche riga, gli consegnò il biglietto e aggiunse: «Faccia la domanda alla Congregazione per i Religiosi e vi accluda questo biglietto».

Il 10 gennaio 1944 Karl Goldmann riceveva dalla Congregazione vaticana il documento che lo autoriz­zava a farsi ordinare sacerdote, dovunque si trovasse.

Nella furia devastatrice della guerra, finì ad Algeri, prigioniero degli alleati. Lì, il 24 giugno 1944, Karl Goldmann veniva ordinato sacerdote da Mons. Ley­naud, vescovo ausiliare di Algeri.

Erano trascorsi 19 anni e otto mesi da quando suor Solana aveva stipulato il suo mirabile «contratto con Dio». Davvero Dio era stato «di parola», puntuale più di un signore, cortese più di un re. Maria Madre del Cristo Sacerdote Eterno e Madre di tutti i Sacer­doti e di tutti i «chiamati», aveva ottenuto il miracolo: il sacerdozio per il piccolo Karl, il bambino orfano che suor Solana aveva «adottato» come figlio e aveva affidato a Lei, Madre dell'amore, affinché lo guidasse a diventare un «altro-Cristo».

Al termine della guerra, Padre Karl Gherion tornò a Fulda. Suor Solana partecipò ad una delle prime Messe del «suo ragazzino» e visse il giorno più bello della sua vita.

Quel Cristo che un giorno aveva detto: «Pregate il Padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe» l'aveva ascoltata, quasi le aveva obbedito. Lui è sempre «di parola», sempre fedele e puntuale, se noi facciamo ciò che ci comanda.

Suor Solana si spense alcuni anni dopo, felice, a 70 anni. Sul Cuore di Dio era stata come la Madonna: «non rogans, sed imperans». Non solo l'aveva pregato, ma l'aveva comandato. E Dio aveva obbedito alla sua preghiera, perché non c'è preghiera più di questa, per le vocazioni, fatta secondo il suo invito, secondo il suo Cuore.

Oggi Padre Karl Goldmann è missionario in Giap­pone da più di 25 anni e tra la sua gente compie cose meravigliose. A chi lo interroga sulla sua vita, risponde: «La nostra forza è soltanto nella preghiera». Di un povero orfano in lacrime, Maria è diventata la Mamma e ha fatto di lui il padre per una moltitu­dine di fratelli, perché Ella ottiene tutto da Gesù: ci provi Gesù a dire di no a Lei, se è capace!

 

Il mio amico Padre Karl

Dopo aver letto la storia di Karl Goldmann, ho cominciato a pregare tutti i giorni, intensamente, per i «chiamati», secondo l'invito di Gesù: «Prega il Padrone della messe, affinché mandi...» (Mt, 9, 36). Ma non volevo essere solo nella mia preghiera: ho scritto a Padre Karl Goldmann, in Giappone (il suo indirizzo suona così: (Sei Gregorio no ie Higashi Kurume Shi - Hikawa Dai 2 - 7 - 12, 203 TOKYO).

Siamo diventati amici. Lui prega per me, per i miei «chiamati». Io prego per Lui. Per i suoi «chia­mati». Preghiamo insieme la Madonna, con il Rosario tra le mani, per i sacerdoti, per le vocazioni. Lui ed io siamo «bambini» della Madonna; le offriamo ogni giorno i «nostri bambini», perché Ella faccia di loro degli altri-Gesù. 

V

LOLEK, SPORTIVO E ROSARIANTE

«Davanti all'altare di Maria Ausi­liatrice, ho pregato Lei, la Madonna, chiedendole la grazia della vocazione sacerdotale».

Un marmocchio dai capelli a ciuffo

La sua mamma era una dolce e giovane signora dai capelli bruni a onda sulla fronte. Il papà era sot­toufficiale dell'esercito e aveva combattuto durante la 1a guerra mondiale.

In mezzo a loro, su una vecchia foto, ingiallita dal tempo, ho visto lui, il marmocchietto di pochi mesi e pochissimi capelli a ciuffetto. Gli occhi vispi, un po' spaventati.

Lo chiamarono Karol, il giorno del suo battesimo, dopo la sua nascita a Wadowice, un grosso paese della Polonia meridionale, il 18 maggio 1920. Ma i primi amici erano soliti chiamarlo «Lolek», un diminutivo che corrisponde al nostro «Carletto».

A 30 chilometri da Wadowice c'è Cracovia. Cento chilometri più in là, Czestochowa, con il monte di Jasna Gora e la Madonna nera, la Regina della Polonia sempre fedele. Qui durante il secolo e più di domina­zione dei Prussiani protestanti e dei Russi ortodossi, i Polacchi cattolici continuarono a sentirsi «una nazione indivisibile».

Mamma Emilia e papà Karol diedero a Lolek un'e­ducazione dolce e forte: il Cristo e sua Madre da amare e da obbedire, la vita da spendere per Lui e per nessun altro. I primi otto anni di vita di Lolek furono felici, ma il nono anno arriva una croce terri­bile, la morte della mamma.

Lolek piange tutte le lacrime, ma poi caccia nel cuore il suo dolore e va avanti: ama lo studio, le esplorazioni nei boschi e lungo i fiumi, le scampagnate nelle valli e sui monti. Papà si preoccupa di dare ai suoi figli, Edmond, il primogenito, e Lolek, il secondo, una profonda preparazione alla vita.

Entrambi frequentano il Liceo di Wadowice. Edmond si avvia agli studi di medicina e presto sarà medico. Lolek è alla ricerca della sua strada, ma ha le idee chiare, non si arrende a nessuna difficoltà. Ama molto la Madonna, come ogni cattolico polacco.

 

Pietre ai cani e agli ebrei

A Wadowice su novemila abitanti, duemila erano ebrei. In quegli anni, la vita agli ebrei era tutt'altro che facile. Per esempio, i ragazzi che tiravano sassi erano presi a cazzotti dai loro genitori, eccetto che in due casi: se tiravano sassi ai cani e agli ebrei. Anche a Wadowice si faceva presto a dire male di un ebreo, a offenderlo, a fargli fare vita grama. Ma Lolek non tirava sassi agli ebrei: per lui erano figli di Dio e basta. Anche Gesù e sua Madre erano della loro razza.

Alla scuola elementare Lolek aveva un compagno ebreo: si chiamava Jurek (Giorgio). Diventarono molto amici. Anche oggi, dopo molti anni di distanza, Jurek riceve lettere dal suo amico Lolek, diventato molto importante, che iniziano: «Drogi Jurku» (Caro Giorgetto).

Jurek ricorda benissimo ancora oggi Lolek e il suo papà. Il papà era coltissimo e faceva ricerche sulla chiesa in Polonia. Aveva lo sguardo severo, ma modi molto signorili, ispirava una dolcezza profonda. Era calmo, sereno. Lolek, invece, già allora era dinami­cissimo.

Lolek si estasiava a contemplare il cielo e le distese dei boschi, le vette dei Tatra e lo scorrere dei fiumi ad ampie ondate; amava la preghiera e si commuoveva pensando alla Madonna, Madre del Cristo e Regina del suo popolo; passava da un'idea all'altra, sempre da realizzare.

 

Studioso e «rosariante»

Aveva finito da poco le elementari ed aveva ini­ziato i primi anni del Ginnasio. Papà Karol viveva soltanto per i suoi figli. Spesso metteva il più piccolo sulle spalle o lo prendeva per mano e lo accompagnava nei santuari della sua nazione, Kalvaria, Jasna Gora... Lolek cresceva con lo sguardo alle grandi croci della sua terra e alle icone mariane. Presto sarà un innamorato di Cristo e di Maria e nessuno potrà più fermarlo nel suo amore.

A 14 anni Lolek fonda un'associazione mariana, con l'aiuto di un suo insegnante, il signor Jelonek che era molto fiero di lui. L'amore che aveva in cuore per la Madre di Cristo e per il Figlio suo, doveva irradiarlo agli altri. C'era già in lui la stoffa del capo. La loro preghiera prediletta: il Rosario.

La loro passione forte, illimitata: l'Eucarestia. Con alcuni amici, qualche anno dopo, Lolek fondò una compagnia teatrale: erano studenti, ragazzi e ragazze. Lolek recitava versi, cantava con la sua bellis­sima voce. Riusciva, più di tutti, negli studi, nel calcio, nello sci, nel nuoto. Studiava senza essere uno sgob­bone. Era intelligente, geniale.

Nel 1938, 18 anni, Lolek conseguiva la licenza liceale. Ma quello stesso anno moriva il fratello, Edmond, giovane medico, che curava i malati di scar­lattina. Fu un colpo terribile per il papà, Karol, ormai non più giovane.

Ma gli restava Lolek, un giovane luminoso, ricco di mille promesse. Papà cacciò le lacrime in gola e, perché Lolek potesse continuare gli studi, nello stesso 1938, lo portava a Cracovia, in via Tymeniecka, 10. Il giovane si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell'Univer­sità: gli studi preferiti, la letteratura, la filosofia.

Frequenta la nuova parrocchia, retta dai Salesiani. Lo vedono spesso in preghiera davanti all'immagine dell'Ausiliatrice, con la corona tra le mani. A che cosa pensa quel giovane che studia all'Università, segue la «Scuola teatrale», sa recitare stupendamente, canta con la sua voce forte e gioiosa?

Davanti all'Ausiliatrice, Lolek matura un grande ideale d'amore.

Chi sarà domani questo Lolek così geniale?

 

«Salirò all'altare di Dio»

Dal l° settembre 1939, la Polonia è occupata dai nazisti. Anni terribili di stragi, di morti. Ancora una volta la Polonia sparisce dalla carta geografica. Campi di sterminio, orrendi come Auschwitz, vengono orga­nizzati per annientare i nemici della razza ariana. Maria, però, veglia sulla Polonia, e tra i suoi gio­vani ardenti, educa per la Chiesa e per il mondo, un grande figlio, Lolek.

In quegli anni terribili Lolek lavora, prima come operaio nelle cave di pietra di Zakrzowek, poi negli stabilimenti chimici Solway. Intanto partecipa alla resi­stenza ai nazisti, protegge gli ebrei, li nasconde in casa sua, procura loro il cibo e ne condivide l'angoscia. Con alcuni amici, dà vita ad una compagnia di giovani attori. Recitano nei capannoni, accanto alle fabbriche, per gli operai, anno risentire alla gente cal­pestata le grandi parole dei poeti polacchi capaci di tenere viva la speranza.

Lolek ed alcuni amici si radunano in casa di un grande cristiano: è un sarto, si chiama Jan Tyranowski, ma è un uomo tutto di Dio. In casa sua, pregano spesso con il Rosario tra le mani, leggono la Bibbia e libri di spiritualità, crescono nella fede. L'associazione di Jan Tyranowski era «il Rosario vivente», formato da diversi gruppi di 15 ragazzi cia­scuno, collegati dalla preghiera del Rosario ed impe­gnati, mediante gli incontri settimanali, ad approfon­dire la conoscenza del Cristo e a vivere in un intimo rapporto di amicizia con Lui.

Lolek, ogni mattina, prima del lavoro, partecipava alla Messa. Negli spazi di libertà tornava in chiesa a pregare, Rosario tra le mani, davanti all'Ausiliatrice. Il suo libro di riflessione prediletto, in quegli anni durissimi, era «Il trattato della vera devozione a Maria» di S. Luigi Grignion de Montfort. Grazie - a questo libro Lolek maturò un'affezione formidabile al Cristo e si affidò totalmente a Maria, in totale «schiavitù d'amore».

Nel 1942, Lolek annunciava agli amici: «Ho ini­ziato gli studi per diventare sacerdote». L'anziano arci­vescovo di Cracovia, Card. Sapieha, organizzava per Lolek e altri giovani chiamati, un seminario clan­destino.

Negli anni allucinanti della guerra, Lolek, si pre­para tra difficoltà enormi, a diventare sacerdote di Cri­sto. Prega ancora più intensamente la Madonna, inten­sifica la sua amicizia con Gesù. È ardente, baldanzoso, umile e forte, un vero capolavoro di Maria.

Il 1 ° novembre 1946 il Card. Sapieha, ordinava sacerdote lui, .il giovane ventiseienne, Lolek: ora saliva l'altare di Dio. Era diventato don Karol Wojtyla, sacer­dote di Cristo, per la gloria di Dio e per la salvezza del mondo.

 

«Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo»

Don Karol completa gli studi a Roma, all'Univer­sità dei Domenicani, 1'Angelicum, laureandosi in teolo­gia e imparando l'italiano, giocando con i ragazzi, in una parrocchia della periferia di Roma.

Dal giorno del suo ritorno in Polonia sarà sacer­dote appassionato tra i giovani e gli adulti, professore universitario, Vescovo a 38 anni, Arcivescovo di Cra­covia dal 1964, poi Cardinale di Santa Romana Chiesa. Un uomo forte, innamorato di Cristo, come gli apo­stoli dell'amore, Giovanni, il prediletto di Gesù, e Paolo, l'evangelizzatore delle genti, strenuo difensore dell'uomo.

Il 16 ottobre 1978, mentre su Roma cadeva la sera, in un tramonto dorato, i Cardinali lo eleggevano

Vicario di Cristo sulla terra, Vescovo di Roma e Pon­tefice della Chiesa universale.

Lolek, il ragazzo orfano di Wadowice, sportivo e rosariante, era diventato Papa Giovanni Paolo II. Al mondo che cammina verso il Duemila, non ha che una grande proposta da fare: «Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo. Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi della cultura, della civiltà, dello sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa che cosa è dentro l'uomo. Solo Lui lo sa». 

VI

GIGI: IL RAGAZZO CHE VOLEVA UNA ROSA

«Signore, se un giorno troverai chiusa la porta del mio cuore, non andar via: buttala giù». 

Il gruppo di Nichelino

Pochi anni fa, è sorto a Nichelino, a un passo da Torino, un gruppo giovanile. Ne fanno parte molti ragazzi e ragazze pieni di vita. Stanno insieme per cre­scere nella fede ed aiutare gli altri a rispondere ai loro «perché».

Si distingue tra loro Gianfranco Ligustri: 17 anni, un piccolo leader, innamorato di Gesù: pensa a entrare in seminario. Ha molti amici: ama ed è riamato da loro.

Il 25 giugno 1980 il gruppo è in montagna: Valle Stretta, presso il Monte Tabor, vicino al confine francese, alta val di Susa. Sono là per stare insieme e sco­prire di più il Signore.

Gianfranco mette un piede in fallo. Precipita nel burrone sottostante: morto. La sua storia d'amore, tra Cristo e lui, è narrata da sei compagni di gruppo: Marcello, Fausto, Luciano, Giorgio, Roby, Gigi e Patrizia. Nasce il libro commovente: «ha stagione del­l'Arcobaleno» (Ed. Paoline).

Gigi era il più caro amico di Gianfranco. Al suo funerale, 5000 persone presenti, seduto per terra presso la bara, Gigi suona la chitarra: una dolce canzone, composta per l'occasione, l'arrivederci di tutti gli amici.

Lacrime cocenti scendono dal suo volto. Ma Gian­franco vive in Dio: non c'è da disperarsi, c'è solo da attendere per rivederlo. E intanto amare e spendere la vita per Gesù.

Gigi ha in tasca una coroncina digitale: gli hanno insegnato a voler bene alla Madonna e la prega, sul suo piccolo Rosario da sportivo decine di volte al giorno: «prega per noi, o Mamma, adesso e nell'ora della nostra morte».

È giovane, è un adolescente d'oggi, Gigi, ma, alla scuola della Mamma, è cresciuto limpido e puro come un giglio. Chi lo vede, ne resta affascinato: anche i suoi compagni.

 

Musico e sognatore

Luigi Zappulla - che gli amici chiamano Gigi - è nato a Noto, provincia di Siracusa, il 1° giugno 1964, figlio di Corrado e Rita, onesti lavoratori. Ha una sorella, Angela, più  giovane di 4 anni.

Emigrato nell'area torinese, il babbo lavora alla Fiat. Vive un'infanzia felice, sogna la musica e si pre­para per il conservatorio Verdi di Piazza Bodoni a Torino. Però nella primavera dell'anno di 3a media, gli muore il papà.

Un grande vuoto, un dolore inconsolabile. I sogni sono ridimensionati. Gigi sceglie una scuola professio­nale e riserva alla musica la sera, frequentando il Con­servatorio.

Nel 1979 incontra Gianfranco Ligustri e fa il suo ingresso nella comunità dei giovani della Parrocchia SS. Trinità di Nichelino. Durante l'inverno - Gigi ha 15 anni - partecipa ad un corso di Esercizi spiri­tuali: fa una scoperta che entusiasma, lo mobilita: Gesù.

Nell'estate successiva è in campeggio in Valle Stretta con Gianfranco. Gigi ha Cristo nel cuore. Sa che la Madonna lo ama e lo aiuta. Passa di luce in luce. La sua vita si fa sempre più luminosa.

Il 25 giugno 1980, la morte improvvisa di Gian­franco: uno schianto. Ma Gigi asciuga le lacrime: deve, vuole continuare «l'eredità» dell'amico. Il mondo ha bisogno di uomini felici, non di piangenti.

Passano i mesi, gli anni. Gigi cresce in età e in maturità. I ragazzi più piccoli, che hanno nel cuore mille piccole grandi crisi, lo guardano come ad un modello, ad un capo.

Negli incontri di comunità, vogliono parlargli di se stessi. Merita fiducia ed essi gli aprono il cuore anche su argomenti personali, delicati. Gigi sa rispon­dere con gioia, delicatezza, bontà. Colloqui indimenti­cabili, con quel giovanissimo animatore di 17 anni.

 

Un terribile «compagno»

Nella primavera dell'82, Gigi, ormai diciottenne, sempre più pronto al servizio, non sta bene. Eppure lavora, pieno di entusiasmo, anche se qualche volta deve stringere i denti per tirare avanti.

Esami, prelievi, lastre all'ospedale. Il medico scrive il suo «male». La cartella clinica cade tra le mani del giovane e lo informa atrocemente del suo malanno: «carcinoma».

Uno schianto terribile, ma Gigi morde le labbra, invoca Gesù, l'Amico che non abbandona mai, e sor­ride. Dopo alcune settimane di terapia, fila diritto in montagna, dall'ospedale di Torino nell'alta Valle Stretta.

Parla, tiene incontri spirituali, suona la chitarra, guida le preghiere e la Messa. Recita il Rosario per conto suo, mentre grossi lacrimoni gli scendono dal volto, più pallido, più affilato. E sorride, lava i piatti, organizza giochi.

Alla sera non ne può più, «ma non fa niente» - dice contento -. Intanto il male avanza.

I suoi amici gli scrivono «quesiti» personali che si pongono ad un confessore: «Aiutami a vincere la timidezza» - «Posso amare una ragazza a 15 anni?» - «Aiutami a vivere puro, pulito nel cuore, comé sei tu».

Senza che nessuno sappia, Gigi tiene un diario, dove fissa il suo cammino spirituale. Ci sono pensieri giovani e ardenti. Senti:

«La felicità è un fiore di cielo, non sboccia se prima non lo irrora il pianto della terra: per questo è difficile la crescita» (3.1.1982).

«Tutto è vita, anche la morte, infatti Cristo è morto per darci la vita: ecco perché la morte non deve i spaventarci» (7.1.1982).

«L'amicizia è darsi la mano e camminare lungo la strada che porta verso Dio. - Capisci, Silvia?» (5.3.1982).

«La gioia è il più bel grazie che si può dare a Dio... E quando esco dalla gioia devo fare attenzione: sono già uscito dalla preghiera e dalla riflessione» (18.4.1982).

«La mia gioia è attendere che Tu, Signore, passi e mi raccolga» (17.5.1982, in ospedale).

«Mio Dio, ti offro quest'immenso desiderio di vivere e di amare» (12.6.1982).

«Signore, se un giorno troverai la porta del mio cuore chiusa, non andar via: buttala giù» (13.6.1982).

L'estate 1982 Gigi la dedica ai suoi amici, in mon­tagna e in parrocchia. Deve portare loro Gesù fino all'ultimo delle sue forze. AI 10 luglio, in montagna si celebra la Messa per Gianfranco Ligustri, 2° anni­versario, con moltissimi amici.

Gigi posa la chitarra, non vuole suonare. Sta in piedi, assorto, cupo in volto, guarda la croce, guarda il Tabor: sa che gli sta capitando qualcosa di inesora­bile, di grande. Inizia il cammino della vita che dà sulla morte, che poi si apre alla Vita vera. Ma non è facile il distacco a 18 anni.

Torna a Nichelino. Gesù Eucarestia, nella Comu­nione sempre più frequente, il Rosario recitato come un grido d'amore al Cristo e alla Mamma celeste lo sostengono. Il 20 ottobre, prima di mettersi a letto per sempre si fa portare da Stefano Revello, un ragazzo del gruppo, 15 anni, malato come lui. Stefano muore il 13 novembre come una farfalla lascia il suo fiore per il Cielo.

Ora non ce la fa più a reggersi.

Ma la Mamma lo sostiene, la Regina degli apostoli e dei Martiri.

 

«Portami una rosa»

Domenica 21 novembre è la festa di Cristo Re. L'appartamento di Gigi è gremito di ragazzi. Gigi siede in poltrona come un re davanti ad un altare improvvi­sato: c'è Messa. Dopo il Vangelo, Gigi porge al sacerdote le sue membra pure e riceve l'Unzione degli infermi.

Un momento maestoso, austero. Gigi è serio, lo sguardo volto lontano, di una serenità profonda. Solo per un istante una lacrima riga il suo volto diafano. Così si preparano a morire i figli di Dio, coloro che il Cristo dona ancora a questo mondo pazzo, perché vedano Lui e credano con una fede eroica.

Vengono i momenti di paura, come quelli di Gesù nel Getsemani. Gigi afferra il suo Crocifisso, il suo Rosario e prega. Sul comodino ha una cartolina, con un volto bellissimo di Gesù. Gliel'ha scritta la sua guida spirituale da Roma:

«Gigi mio caro, i giorni e le notti tue sono come la sera del Giovedì santo e con la seguente tenebrosa esperienza del Getsemani... Ma ricorda una cosa: dopo il Getsemani, è finalmente arrivata la gioia della Pasqua! Prega ancora un po'. Il libro di Gianfranco è in stampa e finisce con il tuo canto: questo significa il tuo legame con Gianfranco e la tua vocazione a dare testimonianza a tutta la comunità dei giovani.

Ed ora gira la cartolina: guardalo bene quel volto, un giorno lo vedremo profondamente: sarà la nostra gioia. In queste ore pensalo molto. Ciao. Prega, non piangere.

Roma, 16 novembre 1982, prima di celebrare Messa con te nel cuore e nel calice».

Sono ormai gli ultimi giorni della vita terrena di Gigi. Da alcune settimane si trova a letto, stressato dalla sofferenza, bombola a ossigeno al posto del comodino, ipodermo e flebo in continuità. La malattia lo sta letteralmente demolendo, mentre la comunità di Nichelino lo segue muta e dolente, in preghiera per lui.

Sera del 20 dicembre 1982. Vicino al letto di Gigi, è venuta Silvia, una dolce ragazza, che ha capito gli ideali e il dolore del ragazzo, molto intensamente. Gigi le dice: «Silvia, ti chiedo un piccolo dono: va' a com­prarmi una rosa bianca». Immediatamente Silvia esce, gira tutti i negozi fino al centro di Torino. Trova un fioraio con ancora un bouquet di quattro rose bianche. Gliele porta.

Alle 24 Gigi fa chiamare ancora una volta il sacer­dote. Vicino a lui c'è la mamma e un'altra signora, madre di un amico di Gigi. Ora ha il respiro pesante.

Si lamenta: «È una notte che non passa più...». Il sacer­dote lo incoraggia sottovoce: «Forza, Gigi, stai ansi­mando come quando si salgono gli ultimi passi prima della vetta del Tabor. Stanotte sei tu il capocordata: ancora un po' e sarai arrivato, ancora pochi passi».

Gigi comprende tutto: fa cenno di «sì» con il capo, bacia il suo Crocifisso e si addormenta nel Signore. Sono le 2,40 di martedì 21 dicembre 1982. È morto così il cantautore del gruppo: ha cantato Gesù con la chitarra e con la malattia, con coraggio e senza lamentarsi.

Nella bara con il mazzo di rose bianche, l'insepa­rabile coroncina del Rosario che l'aveva accompagnato sempre sui monti, a scuola, sul letto di dolore. Gigi voleva un bene grande alla Madonna ed Ella lo ha portato dal suo Gesù, limpido e generoso come i ver­gini delle prime generazioni cristiane, in una notte gre­mita di stelle. 

VII

CILLA: MISSIONARIA IN BLUE-JEANS

«Recitiamo il Rosario salendo sulla vetta...».

Allegra e tuttavia molto seria

Un cavallo slanciato con la criniera al vento e le froge schiumanti... Sotto scritto: «Tulipano, mio grande amore» - Cilla Galeazzo.

È una bella foto che mamma Elsa mi mostra insieme agli altri ricordi di sua figlia. Alta e forte, i capelli biondi, quasi color del rame, sparsi sulle spalle, due occhi luminosi e volitivi, sorridente e sicura di sé, un meraviglioso volto di quindicenne. Sempre all'altezza della situazione, sa cavarsela in tutti gli impicci. Studentessa di I° magistrale, una sera, con amici ed amiche, va a volantinare per le scuole

di Asti, poi va ad attaccare manifesti del suo gruppo sui muri della città. Mentre un poliziotto li vede e chiede ad uno di loro: «Che cosa state facendo?», Cilla abbraccia sportivamente il compagno interpellato e risponde imperturbabile: «Non vede ciò che stiamo facendo?».

Ma perché Cilla è li con i suoi amici, in jeans e maglietta? Non è la solita ragazza arrabbiata... Sem­plicemente perché aveva maturato uno splendido pro­getto di vita, che ora vive nei gesti nuovi che compie. Era nata il 18 agosto 1961 ad Asti. La sua infanzia si era svolta tra Asti e i paesi del Monferrato, Monte­magno e Refrancore, dove il padre, dottor Rino, era medico condotto. Una fanciullezza limpida e cristallina, con tanta voglia di capire, di amare, di vivere. Doveva avere un sogno dentro che, lentamente, con il maturare dell'intelligenza, diventava realtà.

Piena di salute e di vita, si appassiona ai cavalli e partecipa alle corse, con il fratello Cico, ama la natura, i fiori, e i bambini la ascoltano a bocca aperta, quando esce passeggiando con il cane e discorre con loro.

Frequenta la 2a e la 3a media in una scuola di Asti: lei sola che si presenta come cristiana, tra 15 compagni che si dicono comunisti... Intuisce che il comunismo opprime in essi e in ogni uomo la vita dello spirito. Discussioni, terribili con i compagni da cui torna a casa decisa: a quel tempo nessun compro­messo con loro ma la contrapposizione più netta. Da bambina dolce e buona, comincia ad acquistare la forza delle idee chiare e sicure.

Cilla rivela nei componimenti di italiano la sua anima di adolescente appassionata, alla ricerca della verità e della giustizia. E diversa dai compagni e dalle compagne della sua età. «La religione - scrive in uno di essi - è un'esigenza universale... Io non la possiedo ancora con fermezza... però ho tanto desiderio di dissi­pare i miei dubbi che qualche volta vorrei morire».

 

«Ho scoperto il Signore»

Il l° ottobre 1975 Cilla comincia a frequentare il primo anno dell'Istituto magistrale. Nuovi incontri, nuovi amici, nuovi professori. Ci sono studenti cri­stiani, pronti a non saperne più nulla di cristianesimo quando Cristo li impegna troppo; ci sono i comunisti che vogliono farla da padroni; ci sono menefreghisti disposti a fare qualsiasi sciopero per saltare qualche giorno di scuola. Ma c'è pure il professore di religione, don Angelo, coltissimo, buono come un papà, tutto bianco, ma giovanile come un ventenne.

Con l'insegnante di religione, Cilla comincia a questionare cordialmente, perché vuole risposte precise e concrete alle sue domande. Nel periodo delle elezioni per gli organi collegiali della scuola, fa amicizia con i ragazzi di «Comunione e Liberazione» ed entra a far parte della loro comunità.

E qui il grande incontro, ormai decisivo e travol­gente: «Ho scoperto il Signore e sono felice» - dice a tutti, e i suoi occhi diventano sfavillanti di gioia. Non c'è più nessuno che la ferma, perché deve dire a tutti che ha incontrato Cristo, che solo Lui ci fa felici.

«Non ho mai provato una "goduria" così grande e antica, da non poterla tenere per me, da doverla dare a tutti, prima di tutto alla mia famiglia». Comin­cia a spendersi per tutti, entusiasta e stupita per l'in­contro fatto.

«Il suo più grande desiderio - dice un'amica - da quando aveva incontrato il Signore, era di non essere sola a vivere quell'esperienza così forte e così viva. Voleva vivere in comunione con i suoi cari fino in fondo, e per questo chiedeva il nostro aiuto. È stato per noi una sorpresa e una gioia vedere comparire mese dopo mese tutta la sua famiglia: papà e mamma, fratello e sorella».

Dopo i famigliari, gli altri: «... mi è venuto quasi il prepotente bisogno di una missione, cioè di portare al prossimo questa enorme verità che io ho avuto la fortuna di incontare prima d'altri e che non parte da me, ma dal volere di Cristo che la comunità si manifesti».

Nella borsetta Cilla porta sempre con sé un pic­colo Rosario color rosa: l'ha preso alla sua mamma ed ora il Rosario diventa la sua preghiera, insieme al «Libro delle ore». Non ho trovato molti cenni alla Madonna nei suoi scritti, ma è lei stessa, Cilla, che ha uno stile mariano di vita.

Davanti al Signore che le invade la vita, Cilla ha lo stupore di Maria il giorno dell'annunciazione. Ha l'amore verso Gesù come quello di Maria quando lo contemplava bambino e se lo stringeva al seno. Verso i fratelli, Cilla ha il senso della missione, del dono, come quando Maria partì verso la montagna e andò a portare Gesù, nella casa di Elisabetta e di Zaccaria, o come Maria era rimasta in preghiera nel cenacolo con gli apostoli del Figlio suo.

I suoi scritti hanno lo stile del «Magnificat», quando Maria ringrazia Dio per aver guardato all'u­miltà della sua serva e aver compiuto in lei gradi cose. Dal giorno del suo primo incontro con il Signore, Cilla diventa sempre più capace di dire a Lui il «sì» pieno, totale, come il «sì» di Maria, il giorno dell'an­nunciazione.

Di Maria, l'Immacolata, Cilla ha la purezza e l'amore.

Appare nei suoi gesti, nell'atteggiamento tutto nuovo della sua vita.

 

Tutto per Gesù

I ragazzi comunisti che prima l'avevano fatta invi­perire, ora sente di amarli profondamente: «Sono amici da recuperare al Signore. Bisogna muoversi per loro e far loro capire che Cristo è l'amico di tutti e che c'è anche per loro».

Per l'elezione degli organi collegiali, viene presen­tata una lista di studenti cristiani. Dopo le elezioni, Cilla scrive: «Ieri, domenica (era il 14 dicembre 1975) ho trascorso l'intera giornata a scuola dove si sono tenute le elezioni e il conseguente spoglio fino a notte tarda. Io sono rimasta in un ambiente formato da chi ti guardava con ironia e compassione e contempora­neamente con una sorta di rancore freddo e di esul­tanza anticipata per la vittoria. 154 voti per la lista n. 1 contro i nostri 22 voti. Frecciatine, insulti... ma non mi sono sentita abbattuta, solo un po' amareg­giata, perché tanti nel dubbio hanno preferito restar­sene a casa. Tutto il nostro lavoro, la nostra fatica dissolversi in 22 voti... Nonostante tutto, io sono decisa a continuare a combattere, a piangere, a ridere per quello in cui credo... Signore, quando guardandomi attorno, un giorno ti ringrazierò di avermi fatta esistere?».

Un giorno, attraversando Corso Dante, Cilla si ferma davanti a un bar, ritrovo di ragazzi che ammaz­zano il tempo: comincia a parlare con loro ed annuncia Cristo con la convinzione e l'ardore di un profeta. Aveva conosciuto un giovane dagli ideali ben diversi dai suoi: le nasce dentro il tormento di guidarlo a Cristo: «Voglio andare nella sua città a recuperarlo. È impossibile che non ci riesca!». Ad un ragazzo che le ha parlato delle sue difficoltà, Cilla scrive: «Non temere, coraggio! Quando fai pietà a te stesso, allora Dio ti ama».

Dentro il cuore è sempre più viva che mai la gioia dell'incontro con Gesù: «Sapessi quanto amo la vita adesso, anche solo perché il Signore me l'ha data... Parlare con Gesù, ma veramente io e Lui... Fino al momento in cui questo non è avvenuto, non sapevo che cosa voleva dire piangere di gioia, parlare con le lacrime, e questo è un altro grosso dono, è una sensi­bilità nuova per cui ogni giorno il mio Signore è una novita, è una novità che mi riempie il cuore di tanta voglia di essere cosa sua. La mia libertà, la nostra libertà inizia quando ci si sente amati, quando si ha la sicurezza di un amore grande e gratuito, un punto fermo nella nostra vita e nel nostro cuore. È libero chi ha questo punto fermo e desidera e opera perché anche il prossimo l'abbia, anche se l'unico vero Opera­tore è solo lui. E con la voglia di rispondere a questo amore, iniziamo, bene o male, a costruire la sua Chiesa!».

«Signore, perché devo essere una persona partico­lare a seconda delle persone che mi avvicinano? - scrive nel diario - Perché non posso essere sempre, piena, tranquilla, come quando sto con la mia gente, che io amo perché in loro ci sei Tu, quindi tanta pace, tanta chiarezza, tanta bontà e soprattutto tanto amore?».

E un giorno la preghiera era sbocciata intensa e meravigliosa, quasi travolgente: «Grazie, Signore, gra­zie, perché ci sei, perché sei vicino a me, perché mi metti intorno gente così meravigliosa, perché mi hai messo nel cuore una dolcezza così fantastica, perché ti amo, perché so che Tu mi ami, perché ti vedo nella mia gente, nella gente. Grazie, Signore!».

Con l'anima traboccante di gioia, trova il coraggio di cantare le canzoni della comunità, mentre attende all'ospedale di subire l'intervento di appendicectomia...

Anche i comunisti sentono che Cilla ha uno stile di vita diverso e cominciano a volerle bene. Maggio e giugno 1976 sono i mesi caldi della campagna eletto­rale per le elezioni politiche anticipate. Si sente coin­volta, deve agire, fare la sua parte, anche se non si trova proprio a suo agio a «far politica». Si alza di notte, per andare con gli amici di «Comunione e libe­razione», ad attaccare i manifesti; gira tutta Asti con un alto-parlante per chiamare a raccolta cristiani e non-cristiani ad un convegno pubblico sul «Movi­mento popolare». A tutti racconta la sua «vita a due» con il Signore.

Quasi sempre fuori casa a cercare gente, quando rientra, è di una dolcezza sconfinata con i suoi, sempre pronta a sorridere, a scherzare, a condividere, a cantare i canti dei canta-autori prediletti.

In giugno, con gli amici di C.L. trascorre alcuni giorni in montagna. Un giorno, mentre sale con un'a­mica verso l'alto, le domanda: «Vuoi che recitiamo il Rosario alla Madonna, insieme?» «Vuoi che cantiamo insieme al Signore?» L'amica ribatte: «Ma non sei stanca Cilla?» - «Ma no, risponde felice, ogni fatica che facciamo è un avvicinamento al Signore».

Sentiva la Madonna accanto a sé, come una dolce presenza di consolazione e di pace.

Torna a casa e prepara i documenti per andare in Polonia con gli amici della sua comunità, in agosto, e pellegrinare al Santuario dalla Madonna di Czesto­chowa, la Patrona, la Condottiera, la Madre del popolo polacco, invincibile nella fede e nell'amore a Cristo. Cilla sognava di unirsi alle migliaia di pelle­grini che ogni anno da ogni lembo della Polonia vanno, pregando e cantando, con il Rosario tra le mani, ai piedi della loro celeste Madre e Regina ad attingere la forza di testimoniare Cristo con l'eroismo dei martiri.

Se Cilla fosse andata, avrebbe forse incontrato anche il Card. Karol Wojtyla, allora arcivescovo di Cracovia, oggi Papa Giovanni Paolo II, e sarebbe tor­nata ad. Asti con una fede capace di smuovere le montagne.

 

Missionaria in cielo

Intanto la sua azione si allarga sempre più in Asti e nei paesi vicini. Si sente chiamata da Cristo, chiamata per nome, e mandata da Lui, a portare il suo Vangelo a tutti.

D'accordo con il suo confessore, Cilla fa il voto di castità. Porta un anellino al dito. Ad una compagna confida: «Sai, mi sono sposata» - «Con chi?» - le domanda l'altra. «Mi sono sposata con il Signore» - ribatte Cilla, più felice che mai.

Domenica 4 luglio 1976. È l'ultima domenica della sua vita. Esce di casa e confida alla mamma: «Mamma, lo sai che sento di amare tutti, proprio tutti!».

Lunedì 5 luglio. Cilla va a Montemagno dove c'è gente da incontrare. Discute animatamente, con chi non crede, ribatte alle obiezioni con chiarezza: «... se non riusciamo a capirci di qua, ci capiremo perfetta­mente in Paradiso».

Ritorna ad Asti in auto con il fratello, cantando il canto brasiliano «Adios con el corazon»; un dolce struggente canto d'addio... Un terribile schianto contro un camion troppo veloce, presso i Valenzani di Asti... e Cilla trova il suo Paradiso.

Non un graffio, non un livido sul suo corpo. Lo sguardo sereno, abbozzato in un sorriso, rivolto al cielo con il cuore pieno di luce, perché pieno di Cristo. Si muore così a 15 anni, quando la vita è tutta una festa d'amore.

Ai funerali c'era un popolo di amici, da tutto il Piemonte. Le letture della liturgia parlavano della sposa che va incontro al suo Sposo, Cristo.

Don Primo Soldi ha raccontato la sua storia in un piccolo libro «Cilla», (Ed. Gribaudi, 1977). In pochi mesi ha una diffusione senza confini. Ad Asti, in Italia, all'estero, molti giovani, nel ricordo di Cilla, spinti dalla sua testimonianza d'amore, incontrano Gesù e diventano felici, da tristi o disperati che erano. Si sente il bisogno di raccontare le meraviglie che il Signore opera per mezzo di lei: nasce il libro «Otto anni con Cilla» (L.D.C. Torino, 1984).

«Quando sarò grande - confidava Cilla ad un'a­mica tra i giochi d'infanzia - farò la missionaria in cielo». 

VIII

AUGUSTO: COSÌ SI SOFFRE CON LA MAMMA

«Ho chiesto alla Madonna la forza di fare sempre la volontà di Dio».

«Sarò un meccanico qualificato» 

È bello il Friuli, tra il Piave e 1'Isonzo, con le sue città cariche di storia. Vi dimora da secoli una gente tenera e forte, come i noci che popolano i pendii dei colli.

Non lontano da Udine, in casa Muran - operaio lui, casalinga lei - nel 1947 era nato un frugolo, un bel bambino... Lo chiamarono Augusto. Crebbe gaio e deciso, con quel tanto di riservatezza gentile della gente friulana.

Era un ragazzo felice a cui nulla mancava... Ma un brutto giorno, venne a morire la mamma. Fu terri­bile per Augusto e per papà.

Eppure, armati della fede che vince il mondo, ripresero il cammino.

Quando la nostalgia della mamma scomparsa toc­cava come una gelida lama i loro cuori, essi pensavano all'altra Mamma, quella del Cristo Gesù, ora Mamma di tutti coloro che soffrono; con speciale predilezione. «Oh, sii tu, la nostra Mamma, di noi che non abbiamo più mamma!».

Nella primavera del 1962, Augusto, finita la scuola media da quasi un anno, era un adolescente timido, ma pronto, a farsi strada... Il dolore aveva già segnato la sua vita, ma non era ancora finita l'esperienza del dolore.

In quei giorni, papà non stava bene. Augusto lo vedeva deperire di giorno in giorno. Che cosa voleva ancora da lui il destino? E perché proprio a lui?

Venne maggio, carico di fiori e di luce. Il mese di Maria.

Un giorno papà Muran e Augusto quindicenne, partirono per Milano.

Nella città lombarda, si recarono all'Istituto Salesiano.

Suonarono alla porta. Chiesero del Direttore. Quando il sacerdote era lì davanti a loro, papà Muran, stringendogli la mano, gli disse: «Non sto bene. Le affido mio figlio. Lo aiuti a diventare un operaio bravo e onesto».

Nei laboratori della scuola professionale, nei cor­tili, a contatto di quegli educatori, dal cuore di padre e di madre insieme, come don Bosco, Augusto trovò una seconda famiglia. L'amicizia, la comprensione grande di tutti, la preghiera fatta insieme lo aiutavano a guardare avanti.

Ma quattro mesi dopo, nel settembre 1962, Augu­sto, un giorno seppe che suo padre era morto di tumore maligno.

Furono giornate terribili. In ottobre Augusto riprese la sua vita di studente. Passeggiava sotto il por­ticato dell'Istituto. Gli educatori, i compagni non lo lasciavano un solo istante.

Ma lui, spesso, guardava immobile, con gli occhi fissi, gli alberi, le case... Pensava a sua madre, morta quando lui era ancora bambino, a suo padre partito per sempre per un male senza pietà.

In ogni casa salesiana, dove crescono tanti giovani, è presente Gesù, Lui, la guida dei giovani, l'amico dei ragazzi, specialmente di quelli più soli. Grazie a Lui, nessuno, anche il più disgraziato della terra, è più solo in questo mondo.

Augusto entrò nella cappella. Guardò il taberna­colo e davanti a Lui che l'attendeva per farlo ancora una volta felice, nonostante tutto, promise ciò che il babbo prima di morire gli aveva raccomandato: «Sarò bravo, diventerò un meccanico qualificato, cercherò con il tuo aiuto di vivere come Te».

Riprese lo studio, il lavoro, silenzioso, deciso. Spesso, sgusciava in cappella, a trovare il suo Amico, Colui che più di ogni amico della terra, coniprende tutto, fino in fondo. Colui che non abbandona nessuno. E vicino a Lui, c'era l'immagine della Mamma Ausiliatrice, che a don Bosco, un giorno, aveva promesso che sarebbe sempre stata vicina ad ogni ragazzo entrato in una casa salesiana.

 

Volo speciale Milano-Lourdes

Aprile 1963. Augusto entrò, gentile, quasi in punta di piedi, nell'ufficio del Direttore: «Ho tanto mal di gola». Era pallido, vacillava sulle gambe. Il Direttore, guardandolo negli occhi febbricitanti, gli sfiorò il volto con una leggera carezza: «Non è nulla, Augusto, sta' sereno».

Ma preoccupato del suo aspetto non bello, chiamò subito il medico.

Si pensò ad un normale malanno di primavera. Ma, esplorata attentamente la gola, il medico si fece pensieroso e volle un'analisi più accurata all'ospedale.

Pochi giorni dopo, l'esito: sembrava una con­danna. Tumore maligno insorgente in tutto il corpo di Augusto sedicenne.

Augusto, intelligente e lucidissimo, seppe subito tutto. Fu un'altra mazzata sulla testa. Superiori e com­pagni facevano a gara a stargli vicini. La sua fede pro­fonda lo spingeva ancora di più a parlare di sé con il suo Amico Cristo e con la Mamma. Da loro con forza gigantesca, imparò a dire: «Sia fatta, anche ora, la volontà di Dio».

Maggio, nell'Istituto Salesiano, rivestì di luci e di fiori, l'altare della Madonna. Davanti a Lei, gli amici di Muran si alternavano a pregare: «O Mamma, Augu­sto non deve morire: pensaci tu!».

Uno di loro ebbe un'idea: «Mandiamolo a Lourdes!».

Lo dissero ad Augusto. Rispose: «Oh, sì, ci andrei volentieri, ma e i soldi?».

Non si poteva trasportarlo in treno. Non si poté ottenere un posto su un aereo di linea. Andarci con un aereo privato costava allora seicento mila lire. Amici, educatori, alcuni benefattori dell'Istituto riusci­rono rapidamente a mettere insieme la somma.

E Augusto partì, dolorante e felice, destinazione, la grotta della Mamma, ai piedi dei Pirenei, là dove il cielo tocca la terra in un abbraccio d'amore che raccoglie tutte le sofferenze, le angosce, la disperazione della nostra povera infelice umanità.

Quanti ammalati, quanti sofferenti sull'esplanade! Augusto, su una carrozzella fu spinto adagio ada­gio fino alla grotta della bianca Signora e rimase a lungo in preghiera...

Durante la benedizione degli ammalati, Gesù Eucaristico, sostenuto dalle mani del Vescovo, si fermò davanti a lui. Augusto pianse tutte le lacrime. Lì c'era il Cristo, il suo Amore, Colui che non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per darne loro una più certa e più grande.

«Gesù, Gesù, tu puoi tutto, ma fa' tu, ciò che vuoi!».

Un accompagnatore gli sussurrò:

«Hai chiesto al Signore e alla Madonna di guarire?».

«No - rispose Augusto piangendo - no, ho chiesto solo la forza di fare sempre la volontà di Dio».

 

«Dio è sempre buono»

Al ritorno, fu ricoverato all'Ospedale maggiore di Milano. Orfano di papà e mamma, Augusto non si sentì mai solo. Sapeva di avere vicino, sempre, una Mamma buona, Maria.

Si era portato a casa da Lourdes una statuetta della Madonna con il carillon. Quando i dolori si facevano atroci e non ce la faceva più, cercava con la mano la chiavetta e caricava il carillon. Allora risentiva l'Ave Maria di Lourdes, rivedeva la bianca Signora, si ritro­vava sulla grande spianata dove Gesù era passato a benedirlo.

Sentiva che Maria gli era accanto, come un giorno lo era stato con Gesù, suo Figlio, sul Calvario, e riac­quistava la forza di pregare, di offrire le sue sofferenze insieme a quelle del Crocifisso.

La fede era grande, grande, ma come non pian­gere? Una sera, una giovane donna, di passaggio nella corsìa, vide che Augusto piangeva. Lo guardò e disse all'infermiera: «Se Dio ci fosse, non permetterebbe queste cose». Il ragazzo sentì, si asciugò le lacrime e rispose: «Dio è buono, signora, anche se permette che soffriamo».

La signora si avvicinò al suo letto, gli accarezzò il volto e gli disse: «Tu sei un angelo». Augusto, scuo­tendo la testa, commentò: «Non sono un angelo. Sono solo un povero ragazzo, ma anche se soffro molto, so che Dio è buono».

Ai primi di giugno, caldo insopportabile a Milano. Alcuni parenti di Augusto, giunti da Udine, lo portano a casa. Ai suoi compagni, venuti a salutarlo, dice piano:

«Buone vacanze!».

«Non ti lasceremo solo, Augusto. Ti scriveremo». Una settimana dopo mentre nell'Istituto di Milano, i ragazzi stavano per partire per le vacanze, da Udine giunse la notizia: Augusto Muran era partito per il Cielo.

Aveva soltanto 16 anni. Una piccola giovane vita, attraversata dal dolore, che Maria aveva trasformato in altissimo dono d'amore. Certamente non un giovane inghiottito dall'abisso, prima del tempo, ma ricco di significato e di bellezza, perché Lei gli ha fatto com­pagnìa.

lX

SILVIO: COME AGNELLO IMMOLATO...

«Se io dico un Ave Maria nella mia stanza, serve per tutto il mondo».

Anni brevi, luminosi

Era un bambino bellissimo. Nei suoi occhi c'era il cielo, il Paradiso intero. Se lo guardavi anche solo una volta, non lo dimenticavi più. Un piccolo angelo in carne.

Si chiamava Silvio Dissegna.

Era nato a Moncalieri (Torino) il 1° luglio 1967, da Ottavio Dissegna e Gabriella Martignon, residenti a Poirino, ma originari del Veneto. Silvio crebbe, con il fratellino Carlo, più giovane di lui di un anno, in un nido familiare tutto bello, tutto amore.

Era intelligente, precoce, molto giudizioso, già nei primi anni della sua vita. Un giorno mancava il vino sulla tavola. Silvio, senza dir nulla, andò in cantina a prendere un bottiglione per i suoi. Lo ruppe per strada, perché il bottiglione era più grosso di lui. Pianse tutte le sue lacrime, protestando: «Ma io volevo far un servizio al mio papà».

Un'altra volta, mamma non stava bene. Silvio compose il numero del centralino della fabbrica dove lavorava il suo papà e, per nulla imbarazzato, pregò l'impiegato di dirgli di tornare subito a casa. Aveva pochi anni, quattro-cinque.

I suoi genitori non gli parlarono soltanto dei pro­tagonisti delle favole o dei cartoni animati, ma di Gesù, il grande amico dei ragazzi e degli uomini, e di sua Madre, la Madonna. Silvio ascoltava attento la storia unica al mondo del Salvatore crocifisso e risorto e della Mamma che Lui ha donato a tutti i credenti.

Tra Silvio e Gesù nacque un grande amore. La Mamma celeste gli ispirava una confidenza profonda, dolcissima.

Era vivacissimo, Silvio: a scuola, sveglio quanto mai, si distingueva per le doti precoci, per lo studio, per l'amicizia cordiale che offriva ai compagni. A casa giochi e corse pazze nel cortile, portandosi dietro sul sellino della bici, il fratellino, rincorrendo il cane nel bosco, con il papà cacciatore.

Mai uno sgarbo, mai una parola scorretta. Capace di mordersi le labbra e di sacrificarsi, pur di obbedire ai suoi genitori. Pronto a chiedere scusa, quando, senza volere, gli scappava qualche piccola, direi insignifi­cante, marachella. Nel suo cuore sognava di diventare maestro, per insegnare agli altri, ai piccoli.

Dopo la prima Comunione, aveva «una fame» forte di Gesù, pane della vita. Voleva ricevere Gesù, più spesso possibile. A Gesù, parlava come si parla al primo amico, nella preghiera. Sembrava davvero che la Madonna lo guidasse per mano.

Silvio era davvero, a undici anni, un piccolo sole luminoso.

I suoi cari lo guardavano sognando il suo avve­nire, ricco di speranze.

Ma Dio lo chiamava a diventare simile a Gesù Crocifisso, l'Agnello immolato, il Martire del Calvario. «Gesù, io soffro come Te!»

Verso la fine della quinta elementare, Silvio avverte i primi sintomi del male atroce: un forte dolore alla gamba sinistra. Qualche settimana dopo, la dia­gnosi è sicura: osteosarcoma (cancro dell'osso).

Poche sono le speranze, quasi nulle. Silvio capisce, fin dall'inizio, la sua situazione disperata umanamente. Ma qui comincia la meraviglia: il prodigio del suo stile di soffrire con Gesù, sqrprendente in un bambino. È sempre la Madonna che lo guida.

Silvio non guarda a se stesso. Poco per volta, impara a dimenticarsi e si abbandona nel Signore. Guarda solo più Lui, la sua volontà, il suo volto.

Comprende che da lui, il Signore vuole molte soffe­renze e preghiere. In questo cammino, «buio», sente che la Madonna gli è Mamma vera, generosa, edu­catrice.

«Che cosa devo chiedere alla Madonna per te, Silvio?» - gli domanda il suo Parroco, in partenza per Lourdes.

«Dica alla Madonna - gli risponde Silvio - di aiutare la mamma e il papà, che a nessuno della mia famiglia venga un male come il mio, e, se è possibile, di farmi guarire».

La sua guarigione è per lui un fatto secondario. Prima di tutto c'è il bene degli altri. È un primo passo che lo identifica al divino Sofferente del Calvario. Ber­nadette Soubirous diceva parole simili: «Lourdes non è per me!».

Il male si aggrava. Silvio non ne fa una tragedia. Il caldo e il sudore gli allargano le piaghe. Lo si sente ripetere accorato: «Signore, Gesù, io soffro come quando tu trasportavi la croce ed eri picchiato. Io sono qui nel mio letto con tanto male: le mie sofferenze le unisco alle tue. Stammi vicino, Gesù! ».

Un giorno, rivolto alla mamma: «Mamma, io sto percorrendo la strada del Calvario ma dopo ci sarà ancora la crocifissione. Sento che così non può durare a lungo. Preparati, mamma... ».

Alla mamma che vuole tenergli compagnia di notte, perché ha tanto male, Silvio dice: «Va' a ripo­sarti, sei tanto stanca. Io voglio pregare da solo. Gesù vuole da me molte sofferenze e preghiere». Trascorre le notti in preghiera. La sua preghiera preferita è il Rosario. Ha un libriccino con i «misteri» spiegati, si è fatto mettere una luce sul comodino, legge e medita a lungo ogni «mistero». Rivolto all'immagine della Madonna, sembra rapito in estasi e, con un sorriso angelico sulle labbra, mormora adagio adagio un'Ave Maria dopo l'altra.

 

«Voglio riparare per gli altri»

Per tentare la guarigione, va sette volte a Parigi per cure intensive. La prima sera della sua permanenza a Parigi, Silvio saluta papà con i lucciconi agli occhi: non è facile a undici anni trovarsi solo in ospedale, con un gran male che ti tormenta e non capisci il linguaggio degli altri. Un'ammalata di Torino gli fa compagnia e gli toglie un po' il disagio. Come si fa a non voler bene ad un bambino così?!

Ma vicino a Silvio c'è un ammalato che bestemmia in continuazione. Silvio sembra sconvolto da quelle bestemmie: non sorride più, il suo dolore non ha più importanza, scoppia in un pianto senza fine. Poi si riprende, vuole riparare il male che fa quell'uomo. Recita a voce alta tante Ave Maria quante sono le bestemmie sentite.

Al mattino, con gli occhi rossi di pianto, confida a papà: «Non riuscirò qui a Parigi a riparare, con le mie Ave Maria, le bestemmie che quell'uomo scaglia contro il Signore e la Madonna, ne avrò ancora da dire, quando sarò in Italia». Non è il dolore fisico che lo fa piangere, ma il pensiero che i due grandi amori della sua vita, Gesù e Maria, sono ingiuriati brutalmente.

Pochi giorni prima che Silvio muoia, un'amica di famiglia gli propone di registrare un messaggio ai sof­ferenti: lo trasmetterà poi tramite una radio locale. Sil­vio non accetta: «No, no; io non ho niente da dire, per carità! E poi un messaggio trasmesso per radio serve solo all'Italia, mentre se io dico un'Ave Maria nella mia stanza serve per tutto il mondo».

Era diventato l'angelo della riparazione, della intercessione per tutti gli uomini. Lui, unito a Gesù, piccolo vergine di 12 anni, giglio, candido di purezza e rosso-sangue per l'amore e il martirio, si immolava per la gloria di Dio, per la salvezza di tutti, special­mente per i cattivi, per i lontani.     

Il 25 luglio 1979 sogna la Madonna: lo chiamava vicino a sé. Confida alla mamma: «La Madonna aveva una voce molto dolce, soave, come quella di una bam­bina, ma nemmeno... Non potevo raggiungerla, perché c'erano dei massi che mi separavano da Lei; non riu­scivo a scavalcarli...».

Eppure Maria lo chiamava vicino... Silvio era andato preparandosi con la Comunione quotidiana e con il Rosario intero di 15 decine detto tutti i giorni: «O Gesù, io confido in Te. O Gesù, io credo che, nel mio dolore, tu mi vuoi bene. Ave Maria, Ave Maria...». Per sé e per tutti.

Aveva una corona con le cinque decine di diversi colori: ognuna per un continente del mondo. Il Rosa­rio missionario. Silvio lo recitava ogni giorno, piccolo missionario dal suo letto.

E Maria venne a prenderlo per sempre con sé e con il suo Gesù la sera del 24 settembre 1979. Aveva solo 12 anni ed era un gigante dell'amore e del dolore.

Qualche giorno prima aveva detto: «Oh, dopo la mia morte, vorrei essere conosciuto nel mondo intero, ai quattro angoli della terra».

Oggi Silvio ha raggiunto, con il libro commo­vente, che narra la sua avventura d'amore, tutti i conti­nenti. Amato e seguito, come la piccola Teresa di Lisieux, diventato anche lui, piccolo grande maestro di uno sconfinato amore a Cristo e alla sua Chiesa. Come duemila anni fa, Gesù oggi pone Silvio in mezzo a noi - sedicenti sapienti di una scienza fasulla, superbi potenti con poca tela - e ci ripete: «Se non diventerete bambini, se non sarete come lui, non entre­rete nel mio Regno». 

X

CHI SARANNO QUESTI, DOMANI?

«Con la Mamma a casa mia tutto è più facile. Non so perché, ma tutto è più facile e più bello».

- Anche queste che presentiamo ora, sono storie vere. I protagonisti chiedono però di tacere i loro nomi e qualsiasi riferimento che possa farli riconoscere. Desiderano solo che la loro vita diventi un inno di lode al Cristo e a sua Madre.

 

«Luigino, la peste»

Era alto come un soldo di cacio. Aveva tre anni e i capelli tutti ricciuti. Quando venne al mondo, la sua mamma soffrì moltissimo e credette di morire. Appena vide il suo «batuffolo» di carne, lo affidò alla Madonna.

Lo chiamarono Luigino e, crescendo, mangiava come un lupo. Ogni mattina e ogni sera, la mamma lo portava davanti all'immagine della Madonna, e pre­gavano insieme: «Ave, o Maria, piena di grazia... Prega per noi peccatori...».

Aveva un cuore d'oro Luigino, ma era vivace come una trottola. L'argento vivo addosso. Mai fermo un minuto. Il giorno della la Comunione, andò all'al­tare, vestito con un saio bianco e una croce dorata al collo. I suoi occhi si fecero molto pensosi quel giorno: aveva ricevuto Dio.

La mamma lo condusse ancora una volta davanti all'altare della Madonna e affidò a Lei il suo bambino. A scuola studiava, ma non troppo: era molto intelligente e gli bastava poco per imparare. Spesso combinava marachelle con gli amici. Giocava solo se i giochi erano chiassosi. Faceva baccano per cinque. Lo soprannominarono «Luigino la peste».

Ma Luigino era buono, generoso. Era capace di dare anche la sua camicia ai più poveri. E ogni mattina e ogni sera, la sua preghiera. In mezzo al diario, sem­pre l'immagine della Madonna: c'era - forse - un'in­tesa segreta tra lui e la Vergine.

Finì le elementari. Iniziò la scuola media. Luigino ormai non era più un bambino, ma un giorno a un suo compagno che aveva iniziato «certi discorsi» mollò un ceffone tale che per un mese non si fece più vedere in giro, per paura di prenderne un secondo. Sapeva perdonare e dimenticare tutto, ma non la falsità, l'ipocrisia, la slealtà. Un giorno a scuola una professoressa fece una «preferenza» troppo evidente ad un compagno, «figlio di papà». Luigino diventò rosso come un peperone, si alzò in piedi e le disse chiaro e netto:

«Signora, in questo momento lei si merita due schiaffi».

Fu sospeso da scuola per tre giorni. Ma quando tornò, non andò a chiedere scusa a nessuno.

In oratorio parrocchiale, adesso lo chiamavano «terremoto». Ma quando gli altri compagni se ne anda­vano dall'oratorio, perché andare al bar con i giova­notti, a combinare stupidaggini, era più «da grandi», lui rimase ad aiutare i più piccoli a crescere. Quasi tutte le sere, nella chiesa semivuota, Luigi, in ginocchio, davanti all'altare della Madonna, guidava il Rosario.

Ora faceva terza media. Si era già «preiscritto» all'Istituto tecnico.

Ma una sera, di maggio, Luigi, 14 anni, entrò in casa sbattendo l'uscio, forte. Trovò papà e mamma che l'aspettavano un po' preoccupati per il ritardo. Luigi gridò:

- Adesso, ho deciso davvero!

- Che cosa hai deciso?

- Sì, ho deciso di farmi prete!

- Che cosa hai deciso?

- Di farmi prete! Il parroco ha radunato noi ragazzi dell'oratorio e ci ha detto: Lascio la parrocchia, parto missionario per l'Africa. Chi prenderà il mio posto qui? Il Vescovo mi lascia partire, ma vuole che mandi uno in Seminario. Chi di voi si sente di entrare? Io gli ho detto: Entro io!

Luigino la peste, il terremoto, è entrato in semina­rio. Oggi (1986) frequenta già il corso di teologia. Presto salirà l'altare. La sua mamma, ogni giorno prega la Madonna:

«O Mamma, abbi cura di lui, come hai avuto cura di Gesù e del discepolo che Egli amava. Grazie, perché Gesù ha chiamato mio figlio. Te lo dono, fa' di Luigino un sacerdote santo».

 

Elena, la catechista di Maria

In un prato tutto verde, pieno di luci e di ombre, una ragazza diciottenne, bella come un angelo, è attor­niata da un gruppo di bambini che la ascoltano a bocca aperta. Si chiama Elena e sta loro raccontando una meravigliosa «storia d'amore», la più bella di tutte: il Vangelo.

Lascio che termini il racconto, poi tento di farle raccontare la sua esperienza davanti ai «suoi» bambini. - Elena, perché sei qui, con questi piccoli? Sono troppo felice, sono piena di gioia, per essere felice da sola.

- Perché sei tanto felice? Sei innamorata?

- Sono innamorata, certo. A 14 anni, quando non capivo più nulla e c'era tanto buio nella mia anima, sono andata con la mia parrocchia in pellegri­naggio a Lourdes. Là ho visto centinaia, migliaia di persone che pregavano la Madonna. Erano ammalati, anziani, bambini, giovani. Ho incontrato dei ragazzi, della mia età, che pregavano la Madonna, ore e ore, con il Rosario tra le mani. Mi sono messa a pregare anch'io la Vergine. Ho pensato: «Se aiuti questa gente, Madonnina, aiuterai anche me. Se tanti hanno fiducia grande in Te, perché non posso averla anch'io come loro!».

- E che cosa ti è capitato?

- Ho sentito dentro di me come una voce, un'i­spirazione segreta: «Ama molto Gesù, sarai felice». Ho partecipato alla Messa. Il Vangelo raccontava le nozze di Cana, la Madonna che dice ai servi: «Fate tutto quello che Gesù vi dirà». Ho sentito queste parole come rivolte a me. Sono state per me, come un ordine, un invito al quale non ho potuto resistere. La Madonna, a Lourdes, mi ha fatto scoprire Gesù come l'Amico per eccellenza: sentivo che Gesù amava anche me, povera piccola, di un amore unico, personale. Mi sono sentita amata.

- Tornata a casa da Lourdes, che cosa hai fatto?

- Mi sono messa a studiare Gesù: ho voluto conoscerlo, capire chi era Lui, chi era Lui per me. Il Viceparroco della mia comunità mi ha aiutata mol­tissimo. Ho letto il Vangelo. L'ho meditato a lungo nel mio cuore, come faceva la Madonna che conser­vava nel suo cuore le cose e le parole del Figlio suo.

Gesù è diventato il mio grande Amore. Non posso più vivere senza di Lui. Mi è nata in cuore la voglia di dirlo agli altri, a tutti, a cominciare dai più piccoli, dai bambini. Dire: «Sentite, amici, che bello, Gesù solo può farvi felici. E abbiamo una Mamma buona che ci guida a Lui»

 - Capisco perché sei qui, Elena...

- Faccio la catechista, voglio farlo con lo stile della Madonna: Ella quando aveva il cuore pieno di Gesù, è partita, è salita verso la montagna, è andata dalla cugina Elisabetta, a servirla, a portare Gesù nella sua casa.

- Che cosa farai nel tuo futuro?

- Non ho ancora deciso... Se mi sposerò, preten­derò che il mio compagno ami tanto la Madonna e vorrò essere una mamma umile, forte, generosa, eroica, come Maria. Ma forse non mi sposerò né entrerò in convento. Starò nel mondo, «vergine sorella» con «il velo sul cuore», come dice Dante al Canto 3° del Paradiso, consacrata a Cristo, unico Amore della vita, per servire i fratelli senza limiti, per avere migliaia di «figli» da amare.

 

Da monello a religioso

Si chiamava Edoardo. Ma lui si faceva chiamare «Dodo» dagli amici e dalle amiche. Intelligente. Un cuore buono, ma vivace e, qualche volta, monello come pochi, capace di organizzare una marachella dopo l'altra.

Frequentava la terza media. Appena compiuti 14 anni, il motorino. Dodo era diventato il leader dì un bel gruppo di ragazzi e ragazze. Senza volerlo, si imponeva. Ma alla fine dell'anno, i professori, all'e­same di licenza, lo bocciarono, perché a scuola aveva fatto «troppo poco» e sulla scheda scrissero: «Rendi­mento molto inferiore alle sue capacità».

I genitori presero una decisione drastica: Dodo va in collegio. Punto e basta. Certo, era dura, ma, cre­scendo, capiva che la vita non può essere sprecata, come aveva fatto lui, in quell'anno scolastico, in cui «aveva girato» a vuoto. In collegio, si mise a studiare con serietà, dopo aver promesso a papà e mamma che ce l'avrebbe fatta a tutti i costi.

Anche lì era sempre vivace, allegro, brillante, quasi esplosivo. C'era qualche compagno che voleva fargli perdere tempo. Dopo lo sistemò con due sberle e la questione fu rìsolta. Studio duro e deciso e giochi chiassosi nel cortile: a pallone, a pallavolo, a pallacane­stro e ancora qualcosa d'altro.

Un giorno un sacerdote dell'Istituto gli disse:

- Dodo, ti aspetto stasera con altri amici. Fac­ciamo insieme un gruppo per aiutare i più piccoli. È molto gradita la tua presenza.

Il gruppo di 10/12 ragazzi si radunò con il gio­vane prete. Per la prima volta nella sua vita, Dodo sentì un discorso che lo inquietò dentro: «La nostra vita è breve. Viviamo una volta sola. Siamo tutti cer­catori di gioia. Cristo è la gioia che non muore.

Insieme a Lui dobbiamo spendere la vita per servire e per amare. Il Paradiso ci aspetta. Forse è un po' difficile, ma abbiamo una Mamma, la Madonna, che ci aiuta».

Dodo uscì dall'incontro turbato. Passò davanti all'immagine della Madonna che troneggiava presso l'altare: sembrava che i suoi occhi lo guardassero. «Oh, se davvero, pensò nel suo cuore, Tu, o Maria, aiutassi anche me a far qualcosa di buono nella vita». Qualche giorno dopo, cercò il sacerdote. «Voglio confessarmi», gli disse. Il sacerdote lo invitò a passeg­giare con lui nel giardino. Al fondo del viale, un grande crocifisso di legno, li attendeva. Dodo aveva finito la sua confessione: aveva fatto la storia dei suoi 15 anni, con i suoi problemi, le sue crisi, le sue mise­rie, i suoi sogni di ragazzo.

Il sacerdote e Dodo si fermarono li davanti alla grande croce.

«Guarda il suo volto velato di lacrime e di sangue, guarda le sue mani e i suoi piedi inchiodati, il suo Cuore squarciato. Così ti ha amato Gesù, il Figlio di Dio. La croce era il nostro posto. Ma sulla croce è andato Lui, per noi, per me, per te. Ci ha amati di un amore pazzo. E tu, Dodo, come lo amerai?».

Il ragazzo si appoggiò al Crocifisso. Chinò la sua fronte, sui piedi trafitti di Gesù e rimase silenzioso con il cuore che gli batteva nel petto.

«Io ti assolvo dai tuoi peccati... Va' in pace. Comincia una vita d'amore» - Gli disse il sacerdote tracciando il segno di croce e poi appoggiandogli una mano sulla spalla. E aggiunse: «Va' a ringraziare la Madonna che ti ha voluto qui».

Dodo andò davvero presso l'immagine della Mamma e rimase là, immobile, a guardarla a lungo. Nel cuore sentiva bruciargli le parole appena sentite: «Tu, come lo amerai il Cristo? Come lo amerai?». Qualche giorno dopo, andò di nuovo dal sacer­dote. Il quale gli pose in mano un piccolo libro: «Il segreto di Maria», scritto da S. Luigi Grignion de Montfort. «Leggilo con calma», gli disse, «poi dimmi che cosa pensi».

Dodo si ritirò nella sua stanzetta e aprì quelle pagine. Leggeva:

«Chi trova Maria, trova il Cristo. Chi trova Maria, trova ogni bene: la grazia e l'amicizia di Dio, la sicurezza contro i nemici, la verità per dissipare l'er­rore, l'aiuto per vincere le difficoltà,, la dolcezza e la gioia nelle amarezze della vita».

«Maria condurrà il figlio suo ad una vita di conti­nua comunione con Cristo e farà che Cristo viva in lui».

«Verso la fine dei tempi Dio susciterà uomini di grande personalità, ricolmi dello Spirito Santo e for­mati alla scuola di Maria. Con la collaborazione di essi, Maria porterà a termine imprese meravigliose per distruggere il peccato e stabilire sulle rovine del mondo corrotto, il regno del Cristo».

Da quel giorno Dodo si nutrì del Vangelo di Gesù e del «Segreto di Maria» per mesi e mesi. Adesso ogni giorno, riceveva la Comunione eucaristica e andava a parlare alla Mamma e le raccontava tutte le sue cose. Era felice, sempre più felice. Alla fine dell'anno fu pro­mosso a pieni voti. Iniziò le superiori, nello stesso Istituto. Era diventato ora l'animatore, il piccolo apo­stolo, in mezzo ai suoi compagni, i piccoli e i grandi. Aveva nel cuore una voglia matta di far del bene, di essere luce, di parlare di Gesù, gioia della vita, a tutti.

A 17 anni, con il permesso del sacerdote, fece per la prima volta il voto di castità. Era il giorno dell'annunciazione di Maria, il 25 marzo, e Dodo offriva la sua giovinezza ardente d'amore, alla Regina dei Vergini, che gli aveva fatto scoprire il Signore Gesù e gli aveva riempito il cuore di gioia.

L'anno dopo, entrò in noviziato.

Oggi Edoardo si è consacrato a Dio con i tre voti di obbedienza, povertà e castità. Ha 21 anni e non è più lontano dal sacerdozio. A chi lo interroga, spiega:

«Ero solo un monello pronto a tutti i fallimenti della vita. Se sono qui, vestito dell'abito religioso, vicino al sacerdozio, è tutto merito suo, è tutto merito suo, della Mamma che non dice mai di no, che ha cura dei suoi bambini, più di tutte le madri del mondo. Con Lei, a casa mia, tutto è più facile. Non so perché, mà tutto è più facile e più bello... Ora chiedo a Maria di diventare sacerdote al più presto, poi di consumarmi per il suo Gesù e, se vuole, di spargere il mio sangue per Lui, come Lui l'ha sparso per me».

 

IO FACCIO PARTE DI UNA BANDA...

Queste 10 storie d'amore

le hai lette, fratello, sorella, nella gioia e nello stu­pore. Ci sono bambini di Maria che sono diventati grandi come Karol Wojtila e Maria Becò, ma pur sem­pre «bambini» nel cuore; altri, come Gigi e Silvio, Maria li ha chiamati quando ancora verdeggiava l'esistenza nei primi anni e tutto era sogno e speranza. Per trapiantarli nel suo giardino e coccolarli sul suo cuore.

 

Sono tutti «frugoli» della Mamma

che hanno scoperto il suo amore e l'hanno amata e, in Lei, hanno trovato il Cristo Gesù: dolci storie d'amore tra questi bambini e Maria, tra di loro e il Divino Maestro, parole ineffabili che solo i piccoli sentono.

Ma Maria li ha mobilitati sulle strade della terra o sul letto di dolore, simile alla croce del Martire del Calvario, con una missione da compiere: essere lode di gloria a Dio e salvezza del mondo.

 

È nata così una «banda»

da questa «nidiata» di Maria: una banda di piccoli e grandi che adora e prega, che va, munita di armi d'amore, a conquistare il mondo al Signore Gesù, come i primi dodici irresistibili Apostoli del Nazareno. Anch'io faccio parte di questa «banda»: un'angelica creatura che io conosco, «piccolissima» nella sua via, l'ha chimata, sorridendo,

«La banda del micron»:

un micron è il millesimo di un millimetro: oh, siamo proprio piccoli e nessuno ci vede,  ma, attenti, noi siamo la banda della Mamma e andiamo molto lontano; nessuno ci ferma, neppure un impero.

- i membri: tutti i piccoli, i volontari della micro-via, l'infanzia dello spirito e del cuore;

- il quartier generale: il Cuore immacolate della Mamma Celeste dov'Ella ci raduna e ci nutre;

- la capobanda: è Teresina di Lisieux, la maestra della «piccola via» della santità;

- la parola d'ordine: «Crescere alla rovescia», diventare sempre più piccoli, fino a sparire, affinché in noi ci sia solo Gesù;

- la nostra divisa: è rossa come il sangue di Gesù Martire d'amore, è azzurra come il cielo di Maria;

- il nostro fine: dare una grande gioia a Gesù e al Padre, portare a Lui le anime nostre e dei fratelli più soli;

- la nostra preghiera: «Gesù, ti amo, cristificami» - «Gesù, io confido in Te», - «Madre mia, fiducia mia»;

- la nostra attività specifica: lasciarsi amare da Gesù e da sua Madre, amare Lui e il prossimo, come Maria; «nel cuore della Chiesa, io sarò l'amore».

- Metodo di farci santi: unica nostra regola è Maria, uniti a Lei che ci porta sul suo Cuore. Vieni anche tu con Maria,

affidati tutto a Lei: il cuore, la mente, la volontà, il corpo, la tua vita, il tuo presente e il tuo avvenire. Ella, oggi, in questo preciso istante, già ti conosce, ti ama, di guarda.

A Lei ripeti ogni giorno: «Totus tuus», io sono tutto tuo, come il Papa Giovanni Paolo Il, e vedrai le meraviglie realizzarsi nella tua esistenza, attorno a te: piccoli come siamo, diventeremo dei giganti del­l'amore.

Ascolta un grande innamorato di Maria,

san Luigi de Montfort, che amò la Mamma celeste come forse pochi seppero amarla, e di Lei scrisse con la luce e la forza con cui Paolo di Tarso scrisse di Gesù le ardenti «lettere» alle genti:

«Per trovare la grazia di Dio, occorre trovare Maria».

«Maria ha generato Gesù, Maria genera i veri cri­stiani».

«Se segui Maria, anche nelle croci sei felice come in Paradiso».

«Maria ti condurrà alla continua comunione con Cristo e farà sì che Cristo viva in te».

Vieni anche tu nella «banda del micron», la banda dei piccoli, la banda di Maria: Dio attende dei figli che abbiano il cuore capace di amarlo e di lodarlo come fa la Madre del Figlio suo; il mondo attende dei fratelli, degli apostoli dal cuore limpido e puro, ardente d'amore e di coraggio, capaci di follia d'amore, fedelissimi al Papa di Roma, gli apostoli che solo la Mamma celeste educa, ad immagine del Figlio suo, da Lei resi profeti e martiri, per dire a tutti coloro che attendono la salvezza: «Gesù solo, Gesù ancora, in eterno Gesù!»

 CASA MARIANA EDITRICE Frigento (Av)