UN BAMBINO MERAVIGLIOSO

Stefano Maria Pedroli (17.7.1949 - 13.5.1955)

APOSTOLATO MARIANO Melegnano (MI)

Questo volumetto come pure gli altri scritti o curati da Don Renzo si possono trovare presso: Don Renzo Del Fante Via Cavour, 21 20077 MELEGNANO (MI) oppure presso: Eremo della Croce Piepasso 15028 QUATTORDIO (AL) Visto. Nulla osta

Can. Luigi Baiano, Rev. Eccl. Imprimatur

Can. Mario Debernardis, Vic. Gen. Casale, 2 febbraio 1967

 

PROTESTA DEGLI AUTORI

Scrivendo questa biografia abbiamo inteso far conoscere esattamente la piccola vita del nostro meraviglioso bambino, e perciò deside­riamo essere creduti se diciamo che non ag­giungiamo nulla di nostro negli avvenimenti della sua vita.

Ma con questo non intendiamo forzare gli avvenimenti né obbligare alcuno a credere quanto scriviamo.

Tanto meno intendiamo contravvenire ai de­creti di Santa Madre Chiesa alla quale lascia­mo l'ultima e più valida parola sulle virtù di questo bambino che tutti coloro che lo conob­bero dichiarano un essere santino.

LAVINIA e LEANDRO PEDROLI

 

NB. Purtroppo il padre, uomo di intensa vi­ta interiore, è deceduto il 27 gennaio 1966 a so­li 56 anni, lasciando, oltre a Marco, anche altre due figlie (Maria Stefania ed Elena) nate dopo la morte di Stefano (n.d.e.).

 

PREMESSA

La vita di questo simpatico e meraviglioso bambi­no fu pubblicata la prima volta sul Bollettino «Ecce Mater tua» nel 1964; essa ha suscitato vivo entusia­smo in tutti i lettori.

Molti hanno chiesto insistentemente che essa ven­ga pubblicata in un volumetto a parte per poterla dif­fondere fra gli adolescenti, ai quali potrebbe fare mol­to bene.

Eccoli accontentati e il piccolo Stefano voglia con­tinuare a spargere, come quando era in vita, il suo sorriso e il suo spirito soprannaturale sui grandi e sui piccoli.

Esaurita la seconda edizione in soli due anni, mi accingo a prepararne una terza con brevi aggiunte della Madre e con un'appendice di edificanti esempi ricavati specialmente dalla vita di quei Santi più ama­ti da Stefano.

Tutto quanto è appartenuto al nostro caro piccolo, giocattoli compresi, forma ora un bel museo che tutti possono visitare nella nostra Casa Sant'Anna (Casa­le Monf. to).

31 maggio 1969

P. FRANCESCO M. AVIDANO

 

PREMESSA

alla ristampa della Terza edizione

Ed il sottoscritto a promuovere la ristampa della terza edizione è mosso sia dall'affetto e venerazione del piccolo Stefano, più che mai vivo nei Cuori uniti di Gesù e Maria, sia dal proposito di dimostrare con esempi concreti che anche i bambini meritano la do­vuta stima nei loro riguardi.

Si nota infatti che, per un malinteso sentimento di pietà, si tenda ad assolvere, come fossero degli irre­sponsabili anche ragazzi e adolescenti. Io ritengo che sono capaci anche da giovanissimi di autonomia e di responsabilità sul versante del bene, talvolta fino al­l'eroismo, purtroppo anche sulla china del male sono capaci di vendette e cattiverie fino alla perfidia.

Gli studi di pedagogia e psicologia, la lunga espe­rienza vissuta con migliaia di ragazzi mi suggerisco­no molte attenuanti per la giovane età, la suggestio­nabilità, la paura che li fa violenti, ecc., ma non fino a cancellare la responsabilità di fronte a Dio, a se stessi e al prossimo.

Massima comprensione ma non pietismo né per­messivismo. Sono atteggiamenti questi non di bontà ma di disimpegno nella azione educativa e nascondo­no l'amarezza del fallimento nei loro riguardi.

Senza anticipare il giudizio della Autorità Ecclesiastica competente, guardando attentamente a Stefa­no Pedroli si constata che anche in età pre-scolare si possono raggiungere vette di santità. Pur restando un amabile e vivace bambino, si è affidato all'azione del­lo Spirito di Dio compiendo in breve tempo un lungo cammino spirituale.

Stefano Pedroli ha molto ancora da insegnarci con quel suo sorriso accattivante pieno di innocenza è di saggezza.

Don RENZO DEL FANTE

31 gennaio 2002

Casa di Riposo, Vria Cavour, 21 - 20077 Melegnano MI

 

PREFAZIONE

Lo scopo della prefazione è di dare subito al be­nevolo lettore una prima idea del contenuto, della ra­gione, del pregio del libro. È il primo capitolo per chi legge ed è l'ultimo per chi scrive. Nella compilazione di questo libro vengo ultimo, in ordine di tempo e di importanza.

Veramente questo libro, piccolo di mole, semplice di trama, non richiederebbe una prefazione: conver­rebbe anzi che il lettore si appressasse a leggerlo sen­za essere influenzato da anticipate impressioni.

Ma io non mi son potuto esimere dall'incarico che mi è stato dato; né ho voluto lasciarmi sfuggire la bel­la occasione offertami di deporre anch'io il mio bian­co crisantemo sulla bianca piccola bara del caro Stefa­no, rapito così presto alla vista, non all'affetto, dei ge­nitori tanto addolorati e completamente sottomessi al­la Divina Volontà.

La prima impressione che si riceve da questo li­bro è di meraviglia, che un bambino di sei anni, non compiuti, dal quale non ci si attenderebbe che sorrisi e carezze, tra lunghi sonni e giochi rumorosi, abbia dato tanto materiale, tanta ricchezza di fatti, per una vera biografia, e per una biografia tanto seria.

La seconda impressione è ancora di meraviglia, che tale biografia sia stata scritta dagli stessi genitori di Stefano, papà e mamma insieme.

Se venisse il dubbio che l'amore paterno e mater­no possa averli trasportati, senza intenzione, alla sub­limazione del loro «meraviglioso bambino», abbel­lendone i lineamenti naturali con i colori della loro grande affezione, io posso assicurare il lettore anche meno benevolo, che l'amore tenerissimo, trasparente da ogni pagina, per quel tesoro di figlio, quale fu Ste­fano, non ha affatto calcato i colori naturali delle cose descritte.

I Pedroli meritano di essere creduti quando dico­no modestamente «desideriamo essere creduti». An­che il bell'ordine della descrizione dei fatti e il loro stile semplice e chiaro sono garanzia di verità.

Stefano io lo conobbi a Genova, piuttosto superfi­cialmente, le poche volte che salii a visitare i coniugi Pedroli in via Assarotti, anche perché la mia attenzio­ne si posava di preferenza sul fratello maggiore, Mar­co. Stefano mi fece subito la più bella impressione, per la sua non comune bellezza.

Ben proporzionato e sviluppato oltre la sua età, con un viso tondo regolare, incorniciato di folti ric­cioli castani e due occhi grandi, vivi, intelligenti, limpidi.

Aveva inoltre una voce chiara, armoniosa, con la pronuncia già bene spiccata di tutte le sillabe.

La grazia del suo presentarsi corretto e gentile gli attirava subito tutte le simpatie.

E stupiva quell'ubbidire spontaneo e volentieri al primo cenno dei genitori.

Si può dire che raccoglieva in sé tutte le grazie che la natura può elargire generosamente a un bambino fortunato.

Soltanto dopo che la morte l'ebbe rapito, mi fu ri­velata tutta la bellezza della sua anima, infantile e ma­tura. E mi fu facile credere che alla bellezza delle gra­zie esteriori corrispondesse una maggiore abbondan­za di grazia interiore e soprannaturale.

I 18 capitoli di questo libro possono dare l'im­pressione, superficiale, di una storia infantile, di pic­cole cose, di poco interesse per i grandi. Ma che diffe­renza c'è tra piccoli e grandi? «I giochi dei grandi - fa osservare sant'Agostino - si chiamano affari, e gli af­fari dei piccoli, dai grandi sono chiamati giochi».

Nella letteratura infantile, ricca di fiabe, antiche e moderne, predomina sempre il famoso Pinocchio. Ec­co qui, invece, una fiaba vera, adattissima per bambi­ni, o meglio una serie di fiabe in quanto episodi mera­vigliosi, e scritti veramente bene, letterariamente e in­fantilmente bene. Storia, non di un burattino di legno, ma di un bambino in carne e ossa; storia di un «Fiore di Cielo».

Tutti belli i 18 capitoli: uno dei più belli il Chieri­chetto; bellissimo, secondo il mio gusto, il Ritorno fra gli Angeli, culminante in quel drammatico: «Voglio andare in Paradiso... Subito».

La leggeranno volentieri i bambini «la piccola vita del meraviglioso bambino... che è tutta una fioritu­ra di aneddoti», educativi, edificanti. E la leggeranno le mamme, che vogliono insegnare presto - quanto più presto tanto meglio - la buona educazione civile e religiosa ai propri figlioletti.

Mamme e bambini impareranno da Stefano, nato senza culla, la parsimonia, che lo faceva «contento di piccole cose», di ciò «che costava meno».

Ne ammireranno la purezza angelica, totale, che gli faceva odiare le «maniche corte», e gli concedeva di giocare con gli angeli.

La ubbidienza perfetta in tutto e per tutto, lo ren­deva prediletto da Gesù, carissimo ai genitori che «non facevano fatica a farlo ubbidire» e «amantissimo della pulizia e dell'ordine».

Con tanta pazienza «sopportava per amore di Ge­sù tantissimi dolori».

La pietà Eucaristica lo rendeva sommamente feli­ce nel fare il chierichetto; la divozione mariana gli meritava le frequenti visioni della Madonna; ed era raggiante di gioia quando lo portavano a confessarsi. Con la sapienza di un grande, Lui, bambino teologo, osava dire con convinzione e franchezza ai suoi geni­tori in angustie: «Lasciate fare a Gesù; Lui fa tutto be­ne... la via di Gesù è la via del dolore; Gesù è buono e sa tutto, e penserà Lui a tutto».

Da Lourdes, da Fatima, dalle Tre Fontane di Ro­ma... fino a Genova, si fa sempre più manifesto che la Sapienza Divina si diletta di erudire i grandi per mezzo dei piccoli, e anche di questo piccolissimo; e inten­de richiamare e insistere sul grave ammonimento di Nostro Signore: «Se non diventerete come pargoli, non entrerete nel Regno dei Cieli».

Roma, 7 settembre 1956.

Padre RAFFAELE BRACCO, O.S.A.

 

CAPITOLO I
Primi segni di predilezione

Stefano nacque a Milano, in corso Monforte 26. Per una serie di contingenze familiari ci trovammo senza culla e quasi senza corredo per il piccolo, tanto­ché per i primi giorni dovette usufruire del divano su cui dormiva il fratellino Marco, assente in quei giorni. Era il 17 luglio 1949.

Per varie cause fu battezzato solo il 6 agosto.

Al nome di Stefano gli fu aggiunto quello di Ma­ria, secondo una promessa fatta dalla mamma, di ag­giungere questo nome a quello dei figli che avrebbe avuti, se si fosse sposata.

Stefano cresceva bene e pian piano cominciava a comprendere le parole, a riconoscere le persone, a balbettare le prime parole: i nomi di papà e mamma, ma non ci fu verso di fargli dire il nome del suo fratel­lino Marco: diceva «Teto» e così continuò fino a che ebbe poco più di due anni.

Un giorno improvvisamente disse con voce impe­rioso: «Marco, dammi la mano!» E da quel giorno continuò a dire Macco, finché non imparò a pronun­ciare la erre.

Era di carattere docile, ma anche impulsivo; però imparò molto presto a dominarsi.

Sapeva autocastigarsi, se commetteva qualche malestro e ne fa fede questo episodio. Nel cortile te­nevamo delle cassette con i fiori e venne proibito a Stefano di strappare le grosse margherite multicolori alle quali stava volentieri vicino.

Un giorno, si era nella primavera del 1951, la mamma lo vide rientrare di gran corsa in casa tenendo la manina sinistra dietro la schiena e dicendo a gran voce: «Peddono, peddono (perdono)!»

Corse a rinchiudersi in uno stanzino, ove aveva vi­sto rinchiudere per qualche istante alcuni giorni prima il fratellino, e dopo aver chiuso dal di dentro la porta, continuò a chiedere perdono.

La mamma incuriosita volle sapere che cosa era successo e lo fece uscire dallo stanzino. Uscì dicendo: «Peddono» e mostrando il fiore che teneva ancora fra le mani.

Il papà non era in casa in quel momento, ma al suo ritorno Stefano gli corse incontro chiedendo ancora perdono e raccontandogli poi di aver strappato la mar­gherita.

La sua vita spirituale fin da piccolissimo si mo­strò eccezionale: aveva soltanto 14 mesi quando un giorno lo vedemmo attraversare estatico e con le braccia tese la piccola cucina, dicendo: «Deddù, Ded­dù» (Gesù, Gesù)! Arrivato ad una parete si fermò stampandovi dei grossi baci e restandovi contro a braccia aperte.

In seguito questo fatto si ripeté, e da allora lo si vi­de varie volte al giorno cadere in ginocchio, giungere le mani e guardare fisso in alto.

Diceva: «Gesù». Poi si levava e riprendeva, come nulla fosse stato, il gioco o la corsa interrotti poco prima.

Questo avveniva sia in casa che nel cortile. Quando talvolta lo si conduceva a passeggio, a po­chi metri da casa puntava il ditino in direzione del Duomo e diceva: «Là c'è Gesù».

«Deddù, fammi boni!»

Quando si sentì sicuro sulle sue gambette iniziò un'altra delle sue manifestazioni: appena entrati in Duomo dalla parte del Sagrato correva alla pila del­l'acqua benedetta, si faceva il Segno della Croce, poi andava subito davanti al grande Crocifisso che sta nella navata sinistra e cadeva in ginocchio con le ma­ni giunte; chinava il capo, poi diceva: «Deddù, fammi boni» (Gesù, fammi buono).

Si rialzava e come una freccia correva dalla SS. Vergine delle Grazie ove s'inginocchiava e recitava una piccola preghierina: «Sempre sia lodata la Santa ed Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria Madre di Gesù». Naturalmente era ancora troppo piccolo per sapere a memoria tutta la preghie­ra, perciò ripeteva a suo modo quanto la mamma gli suggeriva.

Data l'età (siamo alla fine del 1950) non si poteva pretendere da lui una perfetta ubbidienza, ma era suf­ficiente dirgli che, se non avesse fatto quanto gli si di­ceva, Gesù avrebbe pianto, perché si ottenesse da lui ogni cosa.

Crescendo in età, cresceva in lui l'amore a Gesù e alla SS. Vergine, cresceva con lui il carattere forte, ma cresceva pure la sua volontà di dominarsi ad ogni costo.

Poiché era il più piccolo, pensava forse che tutto gli era dovuto, perciò voleva dal fratello Marco tutto quello che gli piaceva; se non l'otteneva era capace di battere un piedino per terra e di gridare, lanciando avanti il pugno destro, una parola di cui ancora oggi non conosciamo il significato: «Campi». Ma subito dopo si riprendeva e ridiventava il solito pupo sere­no ed affettuosissimo. Talvolta poi qualche pugnetto arrivava a Marco, ma era subito pentito e chiedeva perdono abbracciando e baciando Marco con vera contrizione.

Una sera d'estate del 1950, chiese, indicando la lu­na, che cos'era; saputo il nome gridò subito: «Voio an­dare dento'a unni» (voglio andare dentro la luna)! E quando gli spiegammo che la luna era troppo lontana e perciò non si poteva andare, disse, giungendo le ma­nine e con grande meraviglia: «A unni, ontanni, on­tanni» (la luna lontana, lontana, lontana)! ed ogni vol­ta che appariva la luna la guardava ripetendo che era lontana, lontana.

Poiché Marco studiava, talvolta Stefano si trovava da solo in cortile ed allora giocava da solo a nascon­dersi: nascondeva il viso con il braccio contro il muro e gridava: «benne» (vieni)! Poi fingeva di correre in giro a cercare se stesso e, non trovandosi, rideva e aprendo le manine mostrava le palme dicendo: «A pu, Nucci, a pu, Nucci! (non c'è più, Nucci)».

Nucci era il diminutivo di Stefano, nome che an­cora gli era troppo difficile dire.

 

CAPITOLO II

Apparizione della Madonna?

Per motivi personali ci trasferimmo a Genova nel settembre del 1951. Appena arrivati comprendemmo che il clima non era troppo adatto per noi, ma purtrop­po non potevamo lasciare questa città e pian piano ci acclimatammo, sebbene parzialmente.

Stefano rimpiangeva la casetta nel cortile di Mila­no, ove poteva a suo piacimento correre e cantare, co­sa che qui doveva fare con moderazione per non dis­turbare gli inquilini della casa. Ma fu proprio a Geno­va, città che non gli piaceva affatto, che Stefano ebbe le più belle manifestazioni; fu qui che la sua vita spi­rituale prese man mano un ritmo sempre più intenso.

Infatti l'8 dicembre di quello stesso anno (festa dell'Immacolata), al mattino appena desto, chiamò la mamma. Dopo qualche istante si rizzò in piedi sul let­tino e tenendo la mano destra tesa e gli occhi fissi di­nanzi a sé disse: «Mamma, guadda là, guadda là! («guarda là»). Subito dopo: «Non c'è più!». Passò an­cora qualche istante, poi estatico disse ancora: «Guad­da, mamma, guadda là».

I suoi occhi brillavano e tutto il suo essere era teso verso qualcuno o qualcosa che la mamma non vedeva; non osava interrogarlo, poiché il piccino era estatico. Finalmente ebbe un gesto di delusione e disse: «È an­data!».

Era accorso il papà al quale Stefano raccontò subi­to di aver visto prima la Madonna con le mani tese, poi Gesù Bambino: «...piccolino così». Nel dire que­sto mostrava la falangetta del suo pollice, gesto che gli era abituale per esprimere il suo pensiero su una cosa molto piccola. Da allora pregava sempre la Ma­donnina di mostrarsi a lui e diceva sempre che «dove­va, che voleva ancora vedere la Madonnina».

Sua prima cura appena desto erano le preghiere che cominciava sempre così: «Buongiorno, Gesù, buongiorno, Maria, e tutti i Santi in compagnia».

Durante tutto il giorno pregava spesso e volentieri. E quando passava dinanzi a qualche chiesa voleva en­trarvi anche solo un istante per salutare Gesù.

Un giorno durante la Santa Messa, mentre noi ci eravamo accostati alla balaustra per ricevere la Santa Comunione, lo sentimmo gridare dal posto ove lo ave­vamo lasciato: «Anch'io voio bombon».

Gli spiegammo che quell'Ostia non era un dolce, ma era Gesù; non se ne scordò e la domenica seguen­te disse a gran voce durante la Santa Comunione: «Anche a me Gesù».

Il suo carattere era ancora sempre piuttosto forte, ma egli cercava in tutti i modi di dominarsi per fare cosa grata a Gesù e alla Madonna.

Ma ciò a cui teneva in modo particolare era che non lo confondessero con una bambina. Infatti i suoi capelli a grandi riccioli creavano delle confusioni che lo indispettivano.

Un giorno dell'inverno 1951-52 a causa del vento, era stato portato fuori con una cuffietta rossa dalla quale sfuggivano i suoi riccioli; poiché il cappottino nascondeva i pantaloncini, chiunque lo avrebbe scam­biato per una bimba data l'espressione gentile del suo visetto paffuto.

Per strada una signora lo guardò ammirata e disse ad alta voce:

- Che bella bambina!

Stefano si fermò interdetto, poi disse: - Sono un maschietto, io!

Queste scene si ripeterono diverse volte con altre persone e sempre Stefano si affrettava a chiarire riso­lutamente l'equivoco.

Un giorno interrompe a metà un discorso e pun­tando l'indice sulla fronte dice serio serio: «A'venuta idea!» ma non seppe dire quale fosse questa idea e ri­se a lungo di questa nuova trovata.

Gli piaceva aver fra le mani una matita e un foglio di carta qualunque per poter tracciare segni che secon­do lui erano animali vari o navi o treni. Pian piano pe­rò i suoi disegni presero forme più definite e si provò anche a disegnare in prospettiva.

 

CAPITOLO III

Manifestazioni di pietà

Grandissimo era l'amore che Stefano portava a Gesù ed alla Vergine, e per non fare loro dispiacere avrebbe fatto qualunque cosa. Continuamente si stu­diava di fare del suo meglio per diventare buono per Loro.

La sua pietà si traduceva in ferventi preghiere, nel­l'ascoltare attentamente la Santa Messa, nel cantare come sapeva le lodi a Maria.

Il 25 maggio del 1952 ci fu a Genova la solenne chiusura del Congresso Mariano. Noi tutti vi parteci­pammo e Stefano salutò con entusiasmo l'apparizione della grande statua della Madonna della Guardia, che doveva essere ornata di una catena d'oro sorreggente un preziosissimo cuore adorno di brillanti.

Al momento culminante della funzione, poiché Stefano era troppo piccolo, fu preso in braccio dal pa­pà che poi se lo accomodò sul collo. Stefano era feli­ce perché vedeva tutto e quando si gridò «Viva Maria» egli pure a più riprese, con tutta la sua forza gridò: «Viva Maria». Egli pure volle sventolare il faz­zoletto bianco e gridava: «Tutti i faccioletti!» (tutti i fazzoletti). Per più giorni non parlò d'altro che di quella manifestazione che gli era rimasta profonda­mente impressa.

Prima di uscire di casa andava a salutare la Ma­donnina e le diceva: «Ciao, Madonnina, vieni con noi». Quando scorgeva dal basso il Santuario di No­stra Signora del Monte si faceva devotamente il se­gno della Croce, poi recitava l'Ave Maria o la Salve Regina.

Predicatore

Parlava spesso della Madonna, di Gesù e voleva che gli raccontassero episodi riguardanti i suoi amici. Non si stancava di udire raccontare la vita di Gesù, che poi ripeteva nelle prediche che improvvisava ai suoi giocattoli.

Una mattina si alzò in piedi sul letto e disse di aver visto la Madonna vestita con un manto celeste con in braccio Gesù Bambino.

La Madonna gli aveva detto: «Nucci, fai il bravo», poi era scomparsa. La gratitudine di Stefano per que­ste visioni era indescrivibile, perché a suo modo com­prendeva quale privilegio gli usasse la Santa Vergine mostrandosi a lui.

In occasione di qualche pellegrinaggio ai Santuari della Madonna si dimostrava instancabile nel percor­rere lunghe strade ed era felice di poter arrivare a de­stinazione senza essersi fatto portare da alcuno. La sua resistenza era eccezionale, poiché per tutto il giorno correva e saltava, poi tornava a casa un po' stanco, ma lieto di aver trascorso una giornata o anche un solo po­meriggio ai piedi della Madonna. E questi pellegrinag­gi erano poi i migliori argomenti per i suoi discorsi.

Vocazione sacerdotale

Amava Gesù non meno di Maria e tanto invidiava fin da piccolissimo i Sacerdoti, solo perché «poteva­no avere in mano Gesù». E la sua unica aspirazione era quella di diventare Sacerdote, per poter vivere sempre ai piedi dell'Altare.

Questo suo desiderio si concretava a casa nel «di­re» la Santa Messa. Infatti pretendeva che gli si pre­parasse una pianeta ed un manipolo anche di carta, poi con tutta la sua serietà cominciava a celebrate. Prima predisponeva su quante sedie, seggiolini o panche po­teva avere sotto mano, tutti i suoi balocchi, di prefe­renza animali di pelo, gomma e celluloide; il suo sec­chiello per l'acqua fungeva da calice e da pisside, le pedine per il gioco della dama da particole. E preten­deva ogni volta un fazzoletto immacolato che funges­se da velo.

Diceva a suo modo, ma in latino, tutto quanto sapeva della Santa Messa e al momento propizio eleva­va il calice in maniera sorprendente: allora si trasfigu­rava e restava estatico a guardare in alto. Poi si ripren­deva e distribuiva la comunione a tutti quanti erano in casa, poi ai suoi balocchi.

Il suo non era un gioco, ma una cosa seria, che ar­rivava a dargli un vero dolore se qualcuno in casa non si prestava, perché affaccendato, ad andare nella sua stanza per ricevere da lui la comunione.

Confessore

Il pomeriggio era destinato spesso alle confessioni, ai vespri con predica e alle solenni benedizioni. Infi­lava un tappeto per un lembo in un cassetto della scri­vania e vi si metteva dietro, seduto magari per terra: quello era il suo confessionale, di dove assolveva con serietà i suoi penitenti.

Ricordiamo che un giorno stette a lungo nel «con­fessionale» di dove ascoltava la confessione di Perfet­to, il suo cavallo a dondolo. Gli chiedemmo perché mai stesse così a lungo là sotto ed egli rispose che Per­fetto aveva molti peccati, perché era molto grande.

Alla nostra richiesta di dirci per esempio di quali peccati si fosse macchiato quel povero cavallo, ci ri­spose, meravigliandoci, che il confessore non può as­solutamente rivelare i peccati dei penitenti, perché cadrebbe in peccato lui stesso.

Catechista

Ai Vespri intonava a gran voce alcuni canti e poi si rivolgeva al solito uditorio e spiegava alcune le­zioni di catechismo che egli stesso aveva appena im­parato.

Si drappeggiava infine sulle spalle una tela prepa­rata appositamente per lui come velo omerale e dava a tutti una solenne benedizione.

Circa un mese prima del suo ritorno fra gli Angeli da una stanza vicina lo sentimmo pronunciare il no­me della SS. Trinità e volevamo vedere che cosa com­binava.

Lo trovammo inginocchiato su una sedia che par­lava al suo orso di pelo, chiamato Puccetto, che per l'occasione aveva appoggiato alla spalliera di una se­dia, in vero equilibrio.

Gli andava dicendo: «Sai, Puccetto: la SS. Trinità è formata di tre Per­sone uguali e distinte che sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ma questo non vuol dire che ci siano tre Dei. No, ricordati che Dio è uno solo, ma in tre Persone. Sai, io queste cose le capisco, ma non posso spiegartele, perché... è un mistero».

Sapeva bene tutto il catechismo già nell'inverno 1953-1954, e di questo possono testimoniare, per averlo interrogato, i Sacerdoti della Basilica di Maria Immacolata in via Assarotti.

Il Cardinale e Gesù

Nella Festa del Corpus Domini, 17 giugno 1954, andammo a vedere la Processione; al passaggio del Cardinale ci fu un nutrito applauso mentre quando passò Gesù Eucaristia (che a Genova viene portato a spalla essendo l'Ostensorio applicato ad un'urna d'ar­gento) quasi nessuno si inginocchiò e si prese la briga di interrompere i propri discorsi.

Appena Gesù fu passato Stefano, senza curarsi di alcuno, fece ad alta voce questa osservazione: «Avete visto? Quando è passato Gesù quasi nessu­no si è inginocchiato e ha pregato; nessuno ha ap­plaudito, mentre che il Cardinale sì, è stato applaudi­to! Certo lui non vale come Gesù!».

Chi lo udì arrossì, ma non poté dargli torto.

 

CAPITOLO IV

Privilegi

Notammo presto che Gesù doveva volere un bene particolare a Stefano, perché non di rado soddisface­va qualcuno di quelli che a tutta prima sembrerebbero innocenti capricci.

Vogliamo notarne qualcuno, forse i più strani.

Il sole

Il 5 maggio 1952 il cielo era denso di nuvole e non accennava a divenire sereno. Stefano voleva a tutti i costi il sole. Gli suggerimmo di chiedere a Gesù qual­cosa in merito e Gesù gli rispose che presto il sole sa­rebbe apparso.

Infatti inaspettatamente vedemmo nel cielo per brevi istanti, un luminosissimo sole, mentre tutt'intor­no le nuvole permanevano densissime. Stefano non stava più nella pelle dalla gioia e batteva le manine, felice perché Gesù lo aveva esaudito.

La luna

Pareva che quel giorno fosse «il giorno dei deside­ri impossibili» perché quella sera, nonostante il cielo annuvolatissimo, Stefano continuò ad insistere che voleva vedere la luna e pregò ancora Gesù di accon­tentarlo. Stavolta però fu messo a letto, perché l'ora era già tarda. Ma improvvisamente la stanza fu inon­data da un raggio di luna, di una luna stranissima, ap­parsa per brevi istanti dietro uno spiraglio di nuvole. Anche stavolta Stefano era stato esaudito e volle le­varsi e correre alla finestra per ammirare meglio la «sua» luna.

L'arcobaleno

Il 12 settembre dello stesso anno, un giorno di pioggia, cioè uno di quei giorni che a Stefano poco piacevano, perché gli proibivano di correre al sole, verso le 18 pregò Gesù perché almeno gli facesse ve­dere l'arcobaleno.

Stavolta pensavamo proprio che Gesù non avrebbe dato a Stefano partita vinta, perché assolutamente le condizioni atmosferiche negavano questa possibili­tà; invece Stefano si alzò dal luogo ove era inginoc­chiato per chiedere la grazia con un viso raggiante e disse: «Sì, sì lo mando subito». Infatti quasi immedia­tamente nel cielo apparve uno splendente arco dai me­ravigliosi colori, seguito subito dopo da un altro.

Udimmo dei ragazzi che giocavano sotto accennare all'arcobaleno e questo ci convinse che non era una nostra sensazione ottica, ma qualcosa di straordinario che Gesù aveva compiuto per accontentare il nostro piccolo folletto che saltava felice.

Previsioni

Più di una volta seppe prevedere che qualche no­stro amico sarebbe venuto a trovarci, senza che noi ne fossimo preavvisati.

Spesse volte insistette dicendo che quel giorno sa­rebbe arrivato dalla Svizzera un Sacerdote suo grande amico. Al mattino presto cominciava col dire: «Oggi arriva Don Pietro! Papà, vai ad aprire la porta per­ché arriva Don Pietro». Non passava molto tempo in­fatti che una scampanellata ci annunciava che vera­mente dalla Svizzera era arrivato il Sacerdote che Ste­fano prediligeva fra tutti. Questo accadeva già nel set­tembre del 1951, quando ci eravamo appena trasferiti a Genova.

Di questi fatti potremmo citarne parecchi, ma pen­siamo non sia necessario.

Familiarità con gli Angeli

Gli Angeli gli erano familiari tanto che spesse vol­te lo si udiva chiacchierare con essi, e spiandolo sen­za essere visti si poteva vedere che giocava con qual­cuno che egli solo riusciva a vedere.

Una sera, nei primi giorni del gennaio 1953, era da poco a letto quando lo udimmo chiamarci; accorrem­mo ed egli ci raccontò che attorno al suo letto erano venuti tanti Angeli le cui ali facevano «vvvvv»; gli fa­cevano «ciao» con la manina ed il più grande fra essi, qualificatosi per il suo Angelo Custode, gli disse di dormire e di essere buono. E più di una volta disse che gli Angeli restavano alla sera con lui per farlo addor­mentare.

Non di rado, quando andava a passeggio, diceva che accanto a lui vedeva il suo Angelo Custode. Una volta assicurò che dietro di lui vedeva camminare la Madonnina, mentre al suo fianco aveva preso posto un grande Angelo.

Comunicazioni con Gesù e Maria

Le sue comunicazioni con Gesù erano sempre im­mediate: quando chiedeva qualcosa a Gesù si poneva in ginocchio davanti ad un Crocifisso, lo fissava e re­stava immobile fino a che non avesse ottenuto la ri­sposta.

Il 9 luglio 1953 disse d'improvviso alla mamma: «Io voglio andare in Paradiso». La mamma gli rispo­se che in tal caso non sarebbe più restato coi genitori che lui amava tanto. Ma Stefano rispose immediata­mente che era suo desiderio andare in Paradiso per poco tempo, per giocare un po' con Gesù Bambino, poi ritornare sulla terra.

Quando seppe che questo non era possibile, volle chiedere a Gesù quando lo avrebbe portato un po' in Paradiso e Gesù rispose: «Quando diventerai un po' più bravo».

Restò mortificato, ma si propose di diventare pro­prio buono per poter meritare quel premio che era la sua aspirazione.

Asserì di aver veduta ancora la SS. Vergine il giorno 22 di settembre del 1952. In quell'occasione raccontò: «Là fuori dalla finestra, c'era la Madonnina vesti­ta con un abito bianco, lungo lungo, tanto che i piedi non si vedevano».

Nel raccontare questa visione i suoi occhi brillava­no di gioia e tutto il suo visino era trasfigurato.

Più tardi continuò a vedere spesso la Madonna, co­me diremo più avanti, ed ogni volta si vedeva sul suo visetto un'espressione angelica, che ci faceva dubita­re che egli potesse a lungo trattenersi su questa terra.

 

CAPITOLO V

Chierichetto

Una delle più grandi aspirazioni di Stefano era quella di poter servire la Santa Messa. Invidiava il fra­tellino Marco che già lo faceva. Perciò non stava più in sé dalla gioia quando, dietro una preghiera del Cu­rato Canonico Chiappori, cominciammo a preparare la tunica di tela bianca occorrente.

La domenica 28 giugno 1953, alle ore 8, Stefano fece il suo primo ingresso all'altare.

Era bianco-vestito, e pure le calzine e le scarpe erano bianche; l'unica macchia di colore era data dal­la fascia azzurra che s'intravedeva sotto la divisa del Piccolo Clero della Basilica dell'Immacolata. Il col­letto inamidato, gli dava sulle prime un po' fastidio, ma poi vi si abituò.

Quando all'inizio della Messa, entrò in Chiesa, cor­se fra i fedeli un brusìo di meraviglia per il fatto che non si era mai visto un chierichetto così piccino.

Stefano fece del suo meglio per fare qualcosa che dimostrasse che egli non era lì soltanto di parata; co­adiuvò Marco nel servizio all'altare porgendo il manutergio con un lieve cenno del capo e riprendendolo con un altro inchino.

Per tutto il tempo del Vangelo ascoltò con atten­zione le parole del Sacerdote. Durante tutta la Santa Messa restò stranamente quieto; diciamo stranamente perché la sua vivacità di sempre ci aveva fatto pensa­re che forse non avrebbe resistito per circa un'ora sen­za saltellare.

Terminata la Messa si lasciò a malincuore svestire della nuova divisa, ma si consolò pensando che l'a­vrebbe di nuovo indossata alle 17 per i Vespri.

Le ore gli pareva non passassero mai quel giorno, e fu con autentico entusiasmo che alle 16,45 si avviò di nuovo in Chiesa per rivestire il candido abitino che lo faceva assomigliare ad un Angelo.

Gli fu dato l'incarico di porgere la navicella del­l'incenso; ma ancor prima di arrivare in Chiesa se la lasciò sfuggire dalle manine, forse perché la grande felicità di poter davvero fare qualcosa gliele faceva tremare. Restò mortificato, ma da quel giorno in poi stringeva con forza la navicella sul petto perché non gli sfuggisse più.

Tutti ancora una volta ammirarono la sua compo­stezza, la sua serietà. Ciascuno, come ci fu poi riferi­to, pensò che un Angelo vivo era sceso sulla terra nel­le sembianze di Stefano. A questa considerazione in­duceva, oltre il comportamento all'Altare, la sua espressione di serafino e il suo viso raggiante di gioia. Il suo aspetto fisico, infatti, era talmente aggraziato e bello che anche per strada tutti si voltava­no a guardarlo.

Ma ciò che soprattutto colpiva in lui erano i suoi occhi: erano due pezzi di cielo non per il colore, per­ché erano castani, ma per l'espressione di purezza che vi si leggeva. Grandi, frangiati da ciglia folte e lunghe, parevano sempre pieni di lacrime, tanto erano lucenti e colmi di intima gioia. Erano occhi scrutatori che qual­cuno confessò non poter fissare, perché si sentiva ri­muovere la coscienza. Erano occhi indagatori, che sa­pevano discernere negli altri il bene ed il male. E più di una volta i suoi occhi «videro» nelle coscienze, che restarono turbate da questa forma di introspezione.

Al termine della funzione vespertina ci fu il canto della Salve Regina: si udì immediatamente la nocetta di Stefano cantare la lode a Maria a gran voce e in la­tino. I Sacerdoti che stavano sull'altare si voltarono meravigliati, perché non sapevano che quel piccolo nuovo chierichetto avesse già imparato in latino quel­la lunga preghiera.

Ormai il nostro pupo era consacrato chierichetto ed egli era fierissimo di questa attività tanto che non stava in sé dalla gioia, se talvolta a casa invece di chiamarlo per nome lo si chiamava «Chierichetto»!

Partecipò alla solenne novena dell'Immacolata, e ne fu tanto più felice, perché ogni sera indossava, la candida divisa.

L' 8 dicembre servì alla Messa Parrocchiale delle 8 e al Pontificale solenne.

Non si stancava di stare in chiesa e nessuna fun­zione era per lui troppo lunga.

Si giunse alla novena di Natale che Stefano seguì e servì con grande gioia. Infine volle essere presente alla Messa di Mezzanotte. In quella sera raggiunse il colmo della gioia, quando poté baciare il piedino del piccolo Bambino Gesù che un Sacerdote, a funzione terminata, offriva ai fedeli.

La sua vita era ormai tutta dedicata al servizio di Dio e perfino i suoi discorsi con i suoi balocchi erano improntati a una grande spiritualità. Ad essi ripeteva le prediche udite, le raccomandazioni che si era udito fare; ad essi diceva che se non avessero «fatto i bravi» non sarebbero andati in Paradiso.

Dal gennaio 1954 Stefano aveva avuto un po' di tosse che per qualche giorno sembrò quella asinina, ma poi diventò una forma semplice. Per lungo tempo non poté quasi mangiare, perché il suo stomaco non riteneva ciò che riceveva.

Stefano non si lamentava mai; era sempre allegro e sereno. Diceva: «poiché Gesù lo voleva così, così stava bene». Non voleva darci troppa pena e sperava di nascondere quel che sentiva con certi sorrisi che possiamo definire angelici.

All'inizio della Quaresima cominciò a sentire dei dolori alle mani, ai piedi, al costato, soprattutto al ve­nerdì ed egli era felice di assomigliare così un po' a Gesù.

Era dimagrito molto, era debole fisicamente, ma il suo spirito era sempre forte e vigile; solo verso la me­tà di marzo poté ricominciare ad uscire e la sua prima visita fu per Gesù.

Non volle, nonostante non fosse completamente ri­messo, rinunciare alle funzioni della Settimana Santa, e con ammirevole costanza le seguì tutte, al mattino e al pomeriggio.

A casa volle ripetere l'Ufficio delle Tenebre e pose infine grande entusiasmo nel fare del fracasso per si­gnificare che le campane non avrebbero suonato più fino alla Risurrezione.

Fino all'ultimo fu fedele all'impegno preso di ser­vire Gesù, e fino agli ultimi giorni della sua breve vi­ta era per lui felicità immensa poter servire la Santa Messa.

 

CAPITOLO VI

Virtù eroiche
Sua obbedienza

Fra le molte virtù di Stefano non sapremmo preci­sare quale egli praticasse maggiormente: l'obbedien­za, la purezza, la fede, la carità e l'amore per il prossi­mo facevano così intimamente parte del suo carattere da parere nate con lui. Infatti non ribatteva gli ordini ricevuti e per ubbidienza era disposto a lasciare qua­lunque luogo in cui egli si trovasse, qualunque cosa gli piacesse, smettere qualunque gioco.

Più di una volta, quando venivano degli amici a trovarci, dicemmo a Stefano di allontanarsi dalla sala ed egli obbediva prontamente. Talvolta, dopo qualche tempo, si provava a mostrare il suo musetto dalla por­ta socchiusa e con fare biricchino chiedeva il permes­so di rientrare. Se l'otteneva faceva salti di gioia, al­trimenti rientrava nell'attigua sua stanzetta e riprende­va a giocare.

Sua carità

La sua carità verso il prossimo si traduceva in ope­ra concreta: desiderava poter donare tutto quanto pos­sedeva ai bimbi poveri e più di una volta, ci pregò di mandare una parte dei suoi giocattoli agli orfanelli della Madonna del Soccorso a Nervi. I suoi indumen­ti smessi, perché diventati piccoli per lui, erano pure inviati colà, ed egli si reputava felice di poter fare un po' di bene. Se per la strada vedeva un povero, con gioia e commozione, andava a porgli fra le mani la sua offerta.

In chiesa, nei giorni in cui non serviva la Santa Messa, non appena vedeva il sacrestano con la sac­chetta per le offerte, pregava la mamma di dargli qual­cosa da mettervi dentro. E quando arrivava il suo tur­no, il suo viso brillava di felicità nel compiere quello che egli considerava ormai un dovere: fare la sua of­ferta.

Amava tutti, pregava per tutti.

Un episodio inconsueto dimostrerà la sensibilità e la carità di questo Angioletto.

La Direttrice di un Orfanotrofio ci raccontava un giorno, che uno dei suoi bimbi, andato a casa per qual­che giorno per la Pasqua del 1955, era ritornato por­tando al collo un livido. Il bimbo interrogato si mo­strò reticente, poi finì col confessare che a casa sua qualcuno gli aveva messo una corda al collo cercando di strangolarlo.

Pensammo che Stefano non ascoltasse o, meglio, non potesse udire quanto la Direttrice ci diceva sotto­voce, perché sembrava immerso, come spesso capita­va, nei suoi pensieri. Invece quando più tardi si trovò da solo con la mamma le confidò di aver recitato poco prima l'Ave Maria per quel povero bimbo, a cui vole­vano far tanto male.

Non comprendiamo come abbia intuito il pericolo corso da quel bimbo, perché non ricordiamo assoluta­mente di avergli mai dato alcuna spiegazione sul ver­bo «strangolare», e pensiamo che egli sia stato piutto­sto illuminato per comprendere, sia pure sfiorandole, certe brutture.

Ogni qualvolta sentiva parlare di qualche sventura­to, la sua preghiera saliva spontanea al Cielo. Se qual­cuno, come accadeva spesso, lo pregava di ricordarlo con un'Ave, Stefano ben volentieri si rivolgeva alla Regina del Cielo chiedendo soccorso per tutti coloro che si rivolgevano a lui.

Sua fede

Diceva che «si deve fare solo quello che Gesù co­manda; che si deve ubbidire a Gesù e basta!».

Non ammetteva titubanze; credeva incondiziona­tamente a quanto Gesù gli diceva, anche se talvolta non erano per lui tutte rose.

Era certo che «Gesù fa le cose bene»; perciò pregava coloro che lo interrogavano di non preoccuparsi per quanto capitava loro, perché «Gesù sa quel che deve fare per ciascuno di noi».

Era solito dire che «la via di Gesù è la via del do­lore e che perciò se Gesù ci manda delle prove non bisogna lamentarsene» e la prova di questo la dava egli stesso quando, come diremo più avanti, sopporta­va per amore di Gesù fortissimi dolori.

L'acqua benedetta

Stefano amava tanto usarla continuamente duran­te la giornata, per segnarsi. Con essa benediceva tut­ti i suoi giocattoli o li «battezzava» non appena li aveva ricevuti. Nel dare loro la buona notte, spesso li benediceva tutti con l'acqua benedetta per «far scappare il demonio», come diceva.

Portava sempre con sé almeno una corona del Ro­sario, e se non aveva tasche nei calzoncini, la metteva al collo, pur di non lasciarla. E quanti baci al Santo Crocifisso, quanti «discorsi» faceva con Lui durante la giornata!

Sua purezza

La sua purezza era totale e man mano che cresce­va con l'età cresceva in lui l'amore a questa impareggiabile virtù, che era unita al senso più assoluto del pudore. Infatti pretendeva, soprattutto negli ultimi mesi della sua vita, che nessuno lo osservasse mentre si mutava di abito, che nessuno lo baciasse, perché di­ceva di essere ormai un uomo; solo per ubbidienza si adattava a ricevere un bacio dagli amici più intimi, mentre a tutti stringeva la mano rapidamente.

Nell'aprile del 1955, mentre già si preparavano per lui gli indumenti estivi, si svolse fra lui e la mamma questo dialogo a proposito delle camicette a mezza manica:

- Perché, mamma, Margherita mi prepara le cami­cette con le maniche corte? Io non voglio che le don­ne mi vedano le braccia!

- Ma, figlio mio, sta pur certo che le donne non guardano le tue braccia.

-Ah! non mi guardano?

- No, hanno altro da pensare.

- Allora va bene!

E fu contento così. Ma sulle misure fu intransigen­te: maniche fino al gomito, pantaloni fino al ginoc­chio, «perché non voleva far vedere le gambe».

L'amore alla purezza si manifestava anche aperta­mente per strada quando era capace di dire ad alta vo­ce, davanti alle donne o bambine in pantaloni o trop­po scollate, che avrebbero fatto meglio le prime a mettersi le gonne, le altre a vestirsi. E aggiungeva se­renamente e imperturbabile: «A me non piacciono le donne in pantaloni. Sono così buffe!»

Era il primo a ridere di queste sue uscite, e lo face­va con una grazia inimitabile, tanto che nessuno avrebbe potuto aversela a male per queste meritate rampogne.

Il suo comportamento era di esempio a tutti e cia­scuno vedendolo pensava ad un Angelo che fosse ve­nuto a divertirsi un po' sulla terra.

«Niente bambine in casa mia»

Questa era la frase con la quale Stefano prendeva affettuosamente in giro la mamma quando ella mani­festava il desiderio di avere una bimba. E diceva que­ste parole con una grazia inimitabile, con un sorriso furbo e levando in alto l'indice della sua manina. Ma poi, agli amici Molinari confidava: «La mamma vuole una bambina! Verrà, magari ne verranno anche due». Questo si è avverato dopo la sua morte, quando nel 1957 nacque la prima sorellina che ha preso il suo no­me: Maria Stefania, e nel 1959, Elena, la seconda.

Quando gli si chiedeva perché non voleva bambine in casa sua, rispondeva ridendo perché «le donne so­no tutte civette e vanitose».

Povere donne! Questo concetto venne ribadito da Stefano in un giorno particolare: si trovava ai giardini pubblici dell'Acquasola con i genitori e stava a guar­dare i bimbi che giocavano, saltavano e si rincorreva­no. Ad un tratto, una bimbetta alta una spanna gli si avvicinò e si mise ad accarezzarlo e a fargli mille moi­ne e sorrisi. Stefano guardò i genitori ed in tono semi­serio disse: «Ecco perché non voglio bambine, sono tutte civette!»

Frasario strano sulla sua bocca, ma efficacissimo per esprimere la sua quasi indignazione per l'affettuo­sa aggressione cui era stato fatto oggetto.

Sua pazienza

Questo candido giglio ricco di doti spirituali e di tante virtù, accomunava a tutto quanto abbiamo fin qui detto una straordinaria pazienza, rara nei bimbi della sua età, soprattutto nei bimbi di salute esuberan­te come Stefano.

Poiché non aveva amici, stava volentieri con i suoi balocchi e ad essi ripeteva più e più volte gli insegna­menti ricevuti, le lezioni di catechismo, e se, a suo pa­rere, qualcuno fra essi non aveva capito bene, lo pren­deva fra le braccia e ricominciava daccapo il predi­cozzo, senza che nella sua voce ci fosse mai una sfu­matura di impazienza.

Non si pensi però che a questo risultato Stefano sia arrivato facilmente: il suo carattere era per natura im­pulsivo, sì da parere talvolta quasi violento. Ma pia­no, piano aveva imparato a dominarsi, ad autocontrol­larsi riuscendo così a diventare un piccolo Giobbe in miniatura.

Era commovente notare i suoi sforzi, fin da picco­lissimo, ma aveva imparato a farli per non far piange­re Gesù, la Madonna e l'Angelo Custode. Da princi­pio gli era difficile frenare i suoi scatti, ma si pentiva subito e sapeva umiliarsi dinanzi a chi aveva offeso, chiedendo sinceramente perdono. Poi correva davan­ti al suo Crocifisso e recitava l'Atto di dolore.

Diceva fin da piccolo di voler diventare santo, per­ciò cercava in tutti i modi di essere veramente buono e di migliorare per meritare da Gesù il Paradiso, al quale da sempre anelava.

Pensiamo che al momento del suo trapasso egli sia arrivato veramente colmo di meriti in Paradiso, per­ché siamo stati i commossi testimoni della sua sete di perfezione per dare a Gesù il meglio di sé.

 

CAPITOLO VII

Patimenti e rinunce

Benché Stefano fosse sano sotto ogni aspetto, tal­volta ebbe dei malesseri di cui non si conobbe la na­tura; malesseri che nulla avevano a che fare con una comune malattia e che nessuna medicina poteva gua­rire. Del resto Stefano stesso diceva che era ammala­to, perché Gesù lo voleva così, e che sarebbe guarito solo quando Gesù lo avrebbe permesso.

Voleva assomigliare a Gesù, e le occasioni non gli mancarono.

Nei primi mesi del 1953 più e più volte si caricò sulle spalle un attaccapanni per giacche con sostegno, che aveva approssimativamente la forma di una croce tronca in alto, e girando per casa diceva che assomi­gliava a Gesù sulla via del Calvario.

Parve una profezia, perché di lì a qualche giorno Stefano dovette mettersi a letto con inesplicabili ma­lesseri, i quali non gli turbarono mai lo spirito.

Dal 12 marzo stette poco bene, e dal 2 aprile peg­giorò: era la Settimana Santa, e nella notte tra giovedì e venerdì per tutta la notte soffrì fortissimi dolori alle mani, ai piedi, al costato.

Il venerdì gli dolevano le ginocchia e fino al gior­no di Pasqua i dolori continuarono. Speravamo che si sarebbe finalmente rimesso; invece il 6 aprile, Lunedì dell'Angelo, verso le 11,30 d'un tratto sembrò voles­se ritornare fra gli Angeli.

Gli occhi si fecero vitrei, il corpicino si era irrigi­dito, il polso e il cuore non si sentivano più. Furono istanti terribili. Ponemmo subito sul suo petto l'imma­gine della Vergine di Pompei, e la supplicammo in modo particolare perché risanasse il nostro bambino.

Dopo qualche istante, infatti, Stefano si risvegliò con un'espressione beata, ma non seppe dire come era stato in quegli istanti.

Finalmente cominciò a rimettersi in salute e a mangiare; ma la sua convalescenza, se così si può chiamarla, fu lunga tanto che solamente alla fine di lu­glio si poté dire che si era un po' ripreso.

In tutti questi mesi non uscì mai un lamento dalle labbra di Stefano, non un rimpianto, perché non pote­va giocare, ma soltanto frasi di questo genere si udi­vano da lui: «Gesù mi vuole così... Quello che fa Ge­sù è tutto fatto bene... Non ho nulla. Sto bene. Gesù mi farà guarire».

Per lunghi mesi solo queste parole, e quando gra­datamente migliorò e si ristabilì completamente, il suo pensiero correva in continuazione a Gesù per ringra­ziarlo di averlo finalmente fatto guarire.

Ma era detto che ormai Stefano non dovesse più stare completamente bene per lungo tempo, perché ogni tanto gli prendevano i soliti dolori e per diversi giorni le sue sofferenze erano strazianti per tutti colo­ro che gli stavano accanto.

Si giunse così al gennaio del 1954: una nuova pseudo malattia, più lunga di quella dell'anno prece­dente, lo costrinse a stare fra letto e lettuccio fino ad agosto, anche se già a marzo era alzato e ricomincia­va le sue funzioni di Chierichetto, specialmente in oc­casione della Santa Pasqua.

Anche stavolta ebbe una crisi tremenda: il 16 feb­braio, verso le ore 15, accusò un male al costato sini­stro e verso le ore 17 ce lo trovammo, come già l'an­no prima, rigido e con gli occhi stravolti. Era fra le braccia della mamma la quale ancora una volta sup­plicò la Vergine di Pompei, perché le ridonasse il suo bambino.

Un po' più a lungo della volta precedente durò la crisi, ma questa volta il cuore non mancò così a lun­go: furono solo alcuni istanti che sembrarono secoli. Eccolo ora ridestarsi, dichiarare che il dolore verso il cuore era scomparso, ma non per questo accennò a migliorare.

Per tutto il mese stette ancora male, ma anche que­sta nuova prova fu da lui sopportata con ammirevole forza d'animo e mai un lamento uscì dalle sue labbra. Diceva soltanto che aveva male, che Gesù gli dava dei dolori un po' dappertutto, ma si riteneva sicuro che Gesù, quando avesse creduto necessario, lo avrebbe fatto guarire.

Con questi patimenti il suo spirito si affinava, la sua anima si avvicinava sempre più a Dio e le sue co­municazioni con Gesù, con la Madonna e con gli An­geli, diventavano sempre più frequenti.

Il suo cuore era rivolto solo a pensieri di Para­diso, i suoi desideri erano solo quelli di Gesù: infatti non faceva nulla senza averne prima avuto il divino consenso.

Non usciva per una passeggiata, non disegnava, non giocava se Gesù non gli dava il permesso; e tal­volta Gesù lo privava di piccole, innocenti soddisfazio­ni, ma egli sapeva accettare la rinuncia serenamente.

Se talvolta voleva mangiare qualcosa che gli pia­ceva e Gesù gli diceva di no, non se ne lamentava. Più di una volta assistemmo ad episodi di questo genere: Stefano, desiderava un pezzo di cioccolata, una cara­mella (e questo accadeva di rado, perché non era af­fatto goloso), ma prima di ottenerla gli veniva detto di chiedere a Gesù il permesso. Se la risposta era negati­va diceva tranquillamente: «Gesù dice di no; sarà per un'altra volta!»

Al contrario Gesù sapeva fargli mangiare sempre quello che Stefano non avrebbe voluto: ad esempio il cavolfiore, gli spinaci, i carciofi, la minestra. A questo proposito troviamo segnato in un quaderno su cui so­no state notate man mano le varie fasi della vita di Stefano, questo episodio:

«L'11 gennaio 1953 arrivò in tavola del cavolfio­re, che suscitò una vibrata protesta di Stefano. La mamma gli suggerì di chiedere a Gesù se egli avrebbe dovuto mangiare il cavolfiore che non gli piaceva.

È impossibile descrivere la delusione che apparve sul volto di Stefano e la smorfietta di disappunto che fece nell'annunciare che Gesù esigeva il sacrificio. Noi non potemmo trattenerci dal ridere a questo pun­to, ma restammo edificati dalla sua eroica obbedienza.

Senza dire una parola, in un baleno mangiò la sua porzione di cavolfiore. Appena terminato non ne poté più e disse ad alta voce guardando il grande Crocifis­so appeso ad una parete della sala pranzo: "Gesù, hai visto che ho mangiato tutto il cavolfiore?". La rispo­sta che ne ebbe gli fece brillare in maniera insolita gli occhi: "Bravo, bravo, bravo: ti porterò con Me in Paradiso"».

Però non gli bastò questa risposta e volle da Gesù l'assicurazione che avrebbe avuto accanto a sé in Paradiso anche il Papà, la Mamma e il fratellino Mar­co. Avutane risposta affermativa batté le mani felice e non si ricordò più del sacrificio fatto.

Per fare cosa grata a Gesù nessuna rinuncia pareva ormai troppo grande a Stefano, nulla più gli pesava, e volentieri rinunciava pure alle sue predilette passeg­giate al Righi, se Gesù gli chiedeva di stare a casa.

Per lui ormai una sola volontà esisteva: quella di Gesù, per cui la sua era annullata nel modo più asso­luto, scientemente e volonterosamente.

 

CAPITOLO VIII

Carattere di Stefano

Da piccolissimo Stefano, da quanto abbiamo visto, aveva naturalmente i suoi piccoli difetti che controbi­lanciavano le sue virtù.

Era piuttosto impulsivo, e la sua vivacità accen­tuava talvolta questo lato del suo carattere fino a farlo parere quasi violento. Ma col primo barlume di discer­nimento cominciò in lui una forma speciale di autoe­ducazione che, unita agli insegnamenti che gli si im­partivano, arrivò a fare del piccolo prepotente un cin­quenne saggio ometto che dava dei punti agli adulti.

Era ordinatissimo, teneva moltissimo alla pulizia personale e non appena poté farlo da solo correva a lavarsi le manine cento volte al giorno. Non sopporta­va di indossare ancora un indumento che avesse in qualche modo e involontariamente insudiciato. Le sue scarpine dovevano essere sempre lucide e quelle bian­che non dovevano nel modo più assoluto avere una traccia di sudicio, soprattutto quando le metteva per recarsi in chiesa.

La sua stanzetta doveva essere sempre in ordine, ma talvolta i suoi balocchi venivano da lui abbando­nati un po' dappertutto; però non appena si accorgeva del disordine lasciato, correva e in un baleno tutto tor­nava nell'ordine più perfetto.

Non conosceva malinconia: era infatti sempre se­reno ed allegro, cantava sempre e giocava volentieri. Era un bimbo felice che gioiva di tutto, che si accon­tentava delle piccole cose, che sapeva divertirsi da so­lo per lungo tempo, senza annoiarsi.

Quando saliva sulla collina del Righi era felice e cantava a gran voce, canzoni inventate lì per lì: so­prattutto piccoli versi come: «Fiorellino mio, tu sei tanto bello!»

Con chiunque si trovasse era spigliatissimo e varie volte capitò che, entrato in qualche negozio per ac­quisti, d'un tratto dicesse ad alta voce «Statemi a sen­tire». E cominciava a raccontare una storiella inventa­ta lì per lì, una sua curiosa invenzione di freschezza e di brio.

Il 26 dicembre 1954, per il suo onomastico, l'ami­co Avv. Vacchino, grande ammiratore di Stefano, vol­le che lo accompagnassimo al Santuario di Montalle­gro, sopra Rapallo. Erano con noi anche la Signora Vacchino e una figliola. Benché fossimo partiti al mattino prestissimo da Genova, Stefano non parve accorgersi della levataccia e, mentre si attendeva la partenza della funivia che doveva condurci al San­tuario, chiacchierò a lungo e con tale disinvoltura con la Signora Vacchino che questa se ne meravigliò e ri­se a lungo per le graziose uscite di Stefano. Infine la Signora stessa confessò che non sapeva dove Stefano andasse a prendere tutte le risposte che le dava senza pensarci su.

Nel pomeriggio si sostò in un bar di Rapallo ove incontrammo parenti ed amici dei nostri ospiti. Anche ora Stefano tenne circolo e raccontò prima di tutto qualcuna delle sue visioni. Poi, saltando di palo in fra­sca, qualche barzelletta che fece ridere tutti i presenti, più che per il contenuto, per la grazia e i gesti con cui egli accompagnava il racconto.

Era spiritosissimo e più di una volta abbiamo re­gistrato le sue osservazioni che non sempre erano consone alla sua giovanissima età. Ricordiamo, ad esempio, che il 22 luglio 1953 doveva arrivare l'ami­co Don Pietro Pelucca e fu chiesto a Stefano se a lui avrebbe ripetuto il Catechismo che solo dal 13 dello stesso mese aveva incominciato a studiare. Rispose con candida meraviglia: «Perché? Don Pietro non lo sa il Catechismo?»

Un'altra volta la mamma lo chiamò per mostrargli una fetta di luna che splendeva nel cielo: «Non vengo a vederla, perché è a pezzi», rispose.

Nell'ottobre 1953, nell'osservare il cappello che la mamma aveva appena comperato, disse con negli oc­chi uno sguardo che si potrebbe definire malizioso: «Guarda un po', la mamma ha comperato un cappel­lo con le lumache!» Alludeva a una guarnizione fatta con una fettuccia arrotolata, e spesso pregava la mam­ma di mettere quel cappello, perché così «portava a spasso le lumache».

Il 16 agosto 1953 durante i Vespri nella Basilica dell'Immacolata, ad un certo punto non dette al cele­brante il tempo di dire «Dominus vobiscum», che già la sua vocetta squillante trillò forte: «Et cum spiritu tuo!» Tutti i fedeli risero ed il celebrante stesso fece fatica a trattenere le risa, tanto che intonò l'antifona con nella voce il riso represso. E Stefano, sull'Altare, se la rideva beato, perché aveva capito di averne fatta una delle sue.

Quando si recava in casa di amici nulla perdeva della sua gaiezza e della sua spontaneità e sapeva ren­dersi caro a tutti appunto per la dolce serenità impres­sa sul suo volto. Stava volentieri in compagnia, ma preferiva starsene con noi e col fratellino.

Talvolta non aveva, come suol dirsi, peli sulla lin­gua, e diceva a chiunque il suo modo di vedere su qualunque argomento; non esitava a sgridare, pure gentilmente, chi commetteva qualche errore e poiché egli parlava perfettamente l'italiano, non esitava a correggere qualche errore di grammatica o di sintassi che avesse udito.

Nel mese di marzo del 1955, una signora, che da poco più di due mesi non vedeva Stefano, si meravi­gliò che non si ricordasse più di lei; ma lei stessa chie­se subito dopo: «Com'è il tuo nome?». Stefano la sbirciò di sottecchi e con aria lievemente ironica e furba le disse: «Bella roba! Lei dice che io non la ricor­do più? E lei allora che non si ricorda nemmeno il mio nome?»

Chi l'ha conosciuto ricorda con dolce meraviglia le sue squillanti risate, così felici che pareva che tutto il mondo fosse nelle sue mani. Erano risate piene di grazia, ma irresistibili e si doveva fare grande fatica per non imitarlo pienamente. Nulla lo turbava, nem­meno i dolori e sapeva sempre sorridere e consolare con una sola parola buona.

Negli ultimi mesi della sua vita terrena pareva pro­prio che intuisse la immensa felicità a cui andava in­contro, perché più che mai era felice e sereno. Negli ultimi tempi pareva volesse lasciarci di se stesso il ri­cordo più gioioso e più affettuoso che fosse possibile, perché non un istante era triste, non un istante era men che sereno. Non mancavano in questo tempo le prove a lui ed a noi, ma sapeva dissipare ogni nube con un sorriso.

Sempre nel periodo di tempo che preludeva il suo ingresso in Paradiso, ebbe, come diremo più avanti, qualche disturbo dal demonio: ma riusciva sempre a vincere, anche se soffriva molto.

Pareva che volesse in anticipo consolarci del­l'immenso strazio causatoci dal suo trapasso, perché era diventato talmente pieno di premure e di affet­tuosità da lasciarci allora meravigliati, oggi consa­pevoli che non a caso Stefano voleva riempirci il cuore di tanta gioia.

 

CAPITOLO IX

Assalti diabolici

Era naturale che il demonio non fosse contento delle virtù di Stefano e che cercasse in tutti i modi di tentarlo. Ma il nostro bambino non si lasciava vincere e spesse volte faceva indietreggiare il nemico con un'arma potente: il Santo Rosario. Moltissime volte il maligno suggeriva capricci e disubbidienze: ma com­prendendo da che parte venivano, Stefano pregava San Michele, perché cacciasse il demonio.

Finché era molto piccolo Stefano udì soltanto inte­riormente e esternamente la voce del tentatore: sui 5 anni invece cominciò a vederlo, ma raramente aveva avuto un attimo di paura.

Il 31 agosto 1953 raccontò che, mentre faceva la prima colazione al mattino, si era sentito comandare dal diavolo di non mangiare. Ma il piccolo aveva mo­strato il Crocifisso che portava al collo dicendo al­l'invisibile tentatore semplicemente: «Guarda». «E il demonio se ne è andato come un treno», disse poi Stefano.

A volte lo si udiva ripetere a qualcuno di andarsene, e quando la tentazione continuava, egli rapida­mente estraeva di tasca la corona e questo bastava a mettere in fuga l'avversario.

Quando ancora il nemico non si era mostrato a lui, le tentazioni erano più gravi, perché tendevano a non farlo pregare, a renderlo capriccioso e disubbidiente, e più di una volta Stefano gridò al demonio che voleva essere lasciato in pace.

Ancora il 31 agosto 1953, la mamma disse a Stefa­no di ritirare il triciclo che aveva lasciato momenta­neamente in mezzo al corridoio. La mamma si mera­vigliò che Stefano non volesse ubbidire e gliene chie­se il perché. Si sentì rispondere che «là fuori si senti­va sulle spalle il diavoletto».

All'ordine perentorio di lasciar perdere e di ubbi­dire, in un baleno il triciclo era a posto, ma ora più che mai Stefano si sentiva disturbato. Allora, la mamma lo pregò di dire al «diavoletto» di mostrarsi a lei che gli avrebbe tirato il collo. Stefano fece la... commissione, ma si sentì urlare nelle orecchie: «Non me ne importa niente, non me ne importa niente». E Stefano rise a lungo dicendo che il demonio doveva aver paura a mostrarsi.

Moltissime altre volte Stefano ebbe di queste ma­nifestazioni, soprattutto dopo una delle sue visioni, oppure all'avvicinarsi di qualche particolare festa di Gesù o della Vergine, e ogni volta riusciva vittorioso anche se qualche rara volta dovette combattere un po' più a lungo.

Ricordiamo particolarmente il giorno 7 settembre del 1953 in cui, dopo aver lottato a lungo per caccia­re una delle solite tentazioni, lo mettemmo a letto nel pomeriggio, dopo avergli fatto bere un po' dell'acqua benedetta.

Si addormentò spossato e al suo risveglio non si ricordava più di nulla. Più tardi la mamma gli chiese se sapesse chi lo aveva tanto tormentato prima. Stefa­no si rintanò sotto il tavolo della sala da pranzo e dis­se arrossendo: «Lucifero». Anche il papà era presente ed entrambi non riuscimmo a frenare un moto di spa­vento e di meraviglia, perché ci sembrava impossibile che Stefano avesse potuto pronunciare quel nome che mai nessuno glielo avesse insegnato.

Visto che nulla otteneva da Stefano, e certo con uno speciale permesso di Dio, il demonio si provò a percuotere il piccino, a buttarlo in terra e anche a far­si vedere.

Il 25 settembre del 1954 Stefano sentì tre pugni nella schiena, senza che alcuno gli fosse accanto: cor­se a riferirci quanto gli era accaduto e gli suggerimmo di chiedere a Gesù che cosa era stato. Si senti rispon­dere che era stato il demonio a divertirsi un po'...

Ma noi vedemmo sulla schiena di Stefano i segni delle percosse.

Il maligno cominciò a mostrarsi a Stefano sotto forma di un mostro. Ma fin da principio Stefano, che aveva imparato ormai a non temerlo, gli mostrava il Santo Rosario per farlo scomparire.

Il 10 ottobre 1954 corse dalla mamma un po' palli­do e tremante a confessare di aver visto prima una grossa palla nera che sembrava gli rotolasse addosso; subito la palla si allungò prendendo una forma orribi­le e mostruosa. Il bimbo vide aprirsi una bocca spa­ventosa, mentre un lungo braccio, coperto di peli e terminante con una mano adunca, cercò di ghermirlo.

Scappò, e per quanto ricordiamo, fu l'unica volta in cui Stefano ebbe paura.

Per calmarlo aspergemmo lui e il corridoio con ac­qua benedetta. Tutto finì, anche questa volta, con una risata di Stefano, il quale diceva che «davvero il dia­volo è ben brutto».

Talvolta, mentre era intento a giocare si sentiva da­re uno spintone e finiva per terra.

Mentre si camminava per strada, si doveva tenerlo ben stretto per la manina, perché non era raro il caso che, senza alcun motivo, Stefano inciampasse sul ter­reno più liscio e corresse il rischio di sbattere il viset­to per terra.

Il 30 gennaio 1955, di ritorno da una visita, mentre era intento a levarsi le scarpette, ci chiamò per mo­strarci uno strano pezzo di ferro tagliente che, inespli­cabilmente, si era trovato in bocca. Conserviamo que­sto ferro che avrebbe potuto far passare dei guai seri al piccino, se lo avesse inghiottito: è una lamina sottile a forma di ciambella, ma con tutti gli orli frastagliati e per giunta alquanto arrugginita.

Già un'altra volta «si era sentito in bocca del ferro». Ma prima di chiamare qualcuno, aveva sputato per il disgusto ogni cosa sul pavimento e per quante ricerche facessimo immediatamente, nulla più tro­vammo.

Altre volte disse di aver visto «una faccia rossa con un lungo corno in mezzo alla testa» o delle figure mostruose alle quali però ora quasi più non badava.

Talvolta di notte udiva nella sua stanza dei pesanti passi e una voce melliflua che lo invitava ad alzarsi. Comprendendo subito di che si trattava, restava muto e quieto nel suo letto.

Ricordiamo a questo proposito che il 4 febbraio 1955 ci fece questo discorso: «Stanotte ho udito qual­cuno camminare per la mia stanza ed erano passi di qualcuno che portava zoccoli come un cavallo. Poi una voce che voleva essere dolce mi disse: - Stefano, alzati dal letto e vieni con me, ehmm! 'Ma quell'ehmm mi aveva fatto capire che era il diavoletto, perché la voce dolce era diventata rauca. Allora sono stato in silenzio e non mi sono mosso».

Bisognava udire da lui questo racconto per notare i diversi toni di voce, i diversi passaggi ed inflessioni vocali, per comprendere come questo bimbo cosi pic­cino sapeva discernere le sfumature che gli indicava­no sicuramente con chi aveva a che fare.

Si potrebbe pensare ad un sogno, ma Stefano era perfettamente conscio di quel che sognava e di quel che «vedeva» o «udiva», perché ogni volta prima d'i­niziare il racconto delle sue visioni o dei suoi sogni diceva invariabilmente: «Oggi ho visto... Ma non è un sogno sapete, perché ho proprio visto, quando ero già sveglio».

Oppure: «Mamma, stanotte ho sognato... Ma era proprio un sogno sai, ricordati bene che era proprio un sogno».

Ripeteva agli amici le sue visioni e i suoi sogni premettendo le medesime delucidazioni; e conoscen­do la purezza e la sincerità di Stefano nessuno ha mai dubitato di quanto diceva, né ha pensato a confusioni. I suoi racconti erano sempre gli stessi, anche a distan­za di tempo non ometteva né aggiungeva nulla a quanto asseriva di aver visto o sognato. E se talvolta, per provarlo, si fingeva di voler aggiungere qualche particolare o di volerne cambiare qualche altro, con gentilezza ma con insolita fermezza diceva: «No, non è così».

Anche in questo era forte contro la tentazione e non cedeva nemmeno alla vanità di un particolare det­to con parole più altisonante. Il suo fraseggiare era semplice e piano ma era già quello di un ragazzo sui diciotto anni, tanto era profondo e sicuro.

Il demonio molto lo fece soffrire, ma pensiamo che dovette subire molte sconfitte, quali forse non si at­tendeva da un bimbo così piccolo.

Ora in Paradiso il nostro piccolo non subisce certo più assalti, e pensiamo anzi che sia diventato un effi­cace protettore contro gli assalti diabolici, appunto perché egli ne dovette subirne tanti.

 

CAPITOLO X

Aneddoti

La breve vita di Stefano è tutta una fioritura di aneddoti, alcuni curiosi, alcuni spiritosi e altri che di­mostrano la sua serietà e il suo senso morale.

Aveva la risposta facile e pronta a qualunque quesito; sapeva dire certe cose scabrose con una gra­zia particolare che incantava. Una domenica osò ri­prendere ad alta voce dei muratori che lavoravano nel giorno dedicato al Signore. Altre volte sgridò qualcu­no che non si comportava bene e disse il fatto suo ad una persona che aveva osato prenderlo in giro, perché aveva manifestato il desiderio di diventare Sacerdote.

Il fratellino Marco più di una volta si sentì rimpro­verare il disordine in cui lasciava i suoi indumenti o la scrivania, da questo pupo ordinatissimo, che era lo specchio della pulizia.

Il suo carattere brioso e osservatore lo portava a considerazioni inconsuete. Un giorno la mamma stira­va una gonna e si sentì chiedere dal piccino se l'indu­mento fosse per il papà. La mamma gli rispose che le gonne non si addicono agli uomini. Ma il piccolo con un sorriso serio e biricchino rispose: «Vedi, mamma, giacché le donne ora portano i pantaloni, finirà che saranno gli uomini ad andare a spasso con le gonne».

Un giorno vide per strada un uomo con un viso piuttosto infantile e ridendo chiese al papà che teneva per mano: «Papà, perché quell'uomo ha la faccia da bambino?»

Faceva strane domande come queste: «Il sale si compera dalla salaia? E le patate dal patataio?» Nel vedere un signore con un appariscente appa­recchio acustico, chiese a Marco: «Perché quel signo­re ha i tappi nelle orecchie?»

Il commesso del negozio dove si recava a fare gli acquisti era per lui «il signor Consorzio». Ed un bel giorno disse: «Sai, mamma, ho visto il Consorzio con la signora e il pupo...». Gli facemmo osservare che avrebbe dovuto dire di aver visto il signor Gianni, e la sua risata squillante ci fece intendere che lo scherzo era stato di suo gusto.

Per dargli un po' d'importanza gli si permetteva talvolta di telefonare a persone amiche e questo era per lui un piacere grande. Era fiero di saper ascoltare al microfono e non si confondeva.

Poiché era grassottello, il papà talvolta gli dava un nomignolo che a lui piaceva tanto: «grosso» che egli traduceva in «goccio» quando era molto più piccolo; per riscontro egli diceva «piccolo» al suo papà.

Nel novembre del 1953 ci recammo a Roma ed il giorno 13 di quel mese telefonammo a casa per salu­tare i nostri figli. Stefano aveva appena visto un eli­cottero solcare il cielo di Genova e non trovò altro di meglio da riferirci al microfono dell'avvenimento, che per lui era sensazionale. Al momento di chiudere il papà lo salutò con un: «Ciao, goccio» scherzoso, al che Stefano rispose con altrettanto brio: «Ciao, piccolo».

Il 26 febbraio 1953 era stato con una persona ami­ca a portare un piccolo dono in una famiglia. In quel­la casa incantò tutti con la sua arguzia, ma lasciò tutti trasecolati quando, dopo avergli chiesto cosa avrebbe fatto da grande, rispose sicuro e senza esitazione: «Vo­glio diventare prete, missionario e Papa!»

Certo poteva parere ambizioso, ma chissà che in cuor suo non sapesse già i disegni di Dio, o almeno li intuisse, e parlasse così per non dar a vedere quanto passava nel suo cuore?

Fino ai primi mesi del 1953 il suo visetto gentile assomigliava a quello di una bimba, tanto più che fol­ti riccioli lo incorniciavano; ma nei primi giorni di quell'anno i riccioli caddero sotto le forbici del par­rucchiere e quando Stefano si vide nello specchio con i capelli corti disse, finalmente felice, di non assomi­gliare ora davvero più ad una bambina, tanto più che indossava i primi pantaloncini da ometto, «con la pie­ga», che gli davano davvero l'impressione di essere un uomo...

Spesso improvvisava poesiole che recitava con­vinto di essere un vero poeta, e desiderava essere ap­plaudito. Ma per il Natale 1952 aveva imparato una vera poesia che recitò davanti al Presepio; erano dei versi semplici che declamava con tanto amore e tanta grazia. Vogliamo trascrivere questa breve poesia che ci ricorda il debutto del nostro bambino, debutto di cui egli era particolarmente fiero, perché aveva saputo re­citare tutta la poesia senza errori e perché, a tempo de­bito, s'era ricordato di gestire convenientemente:

O Gesù, piccino e bello che ami il ricco e il poverello, che sì buono e dolce sei, deh, tu ascolta i detti miei: buono ognor come sei tu fammi, o piccolo Gesù. Gesù Bambino,

col tuo ditino mettimi in cuore un fiorellino. Il fiore azzurro della bontà e benedici Mamma e Papà.

Gli applausi che accolsero la fine della dizione lo lasciarono modestamente felice, perché, non essendo affatto vanitoso, pure era tanto bambino da gioire di essere complimentato per la sua bravura.

Quel giorno erano ospiti da noi gli zii e una cugi­netta venuti da Zurigo e Stefano forse si sentiva fiero di aver dato prova delle sue capacità.

Un mese più tardi, per l'anniversario del nostro matrimonio, si esibì ancora una volta recitando una poesiola che lo aveva fatto disperare un poco perché portava la parola «incommensurato», che egli abbre­viò con «immensurato».

lo sono il... Pucettino cioè... il più piccino, ma pur sento nel cuor immensurato amor!

A voi, Papà e Mammina, auguri porgo questa mattina colla promessa viva che io per l'avvenire modello dei bambini di certo diverrò.

Era buffo quel frugoletto che diceva con aria sba­razzina parole più grosse di lui e che faceva solenni promesse e l'inchino, col quale accompagnò la poe­sia, lo avrebbe fatto mangiare di baci.

Era compitissimo sempre, e fin da due anni saluta­va sempre le signore con un inchino da compito cava­liere, che aveva imparato imitando il fratellino di cir­ca sei anni più grande di lui.

Sapeva porgere la mano in modo perfetto, ma non ripeteva il gesto né l'inchino per soddisfare vane cu­riosità: sapeva essere sobrio anche in questo.

Talvolta usava giocare all'alpino o ai bersaglie­ri e a tale scopo assestava un suo cappello di tela, la falda del quale veniva piegata e ripiegata secondo la necessità del gioco.

Al piccolo fiocco applicato al centro della calotta attaccava delle strisce di carta variopinta oppure una sola di lato, poi correva a farsi rimirare chiedendo: «Che cosa ti sembro?» Se gli si rispondeva: «Sembri un alpino», oppure, «un bersagliere», era felice e ri­tornava ai suoi giochi.

Ma talvolta gli si diceva scherzando: «Sembri Ste­fano con un cappello in testa», ed allora il suo visetto contrariato, esprimeva più che qualunque parola la sua disillusione. Alla immancabile immediata rettifi­ca, i suoi occhi esprimevano una innocentissima rico­noscente felicità che commuoveva.

Il giorno del suo quinto compleanno gli regalammo un'autopompa con la regolamentare scaletta mobile e da quel giorno «si sentiva un vigile del fuoco».

Il famoso cappello subì un'altra metamorfosi: le falde abbassate, il sottogola bene in evidenza e con es­so e l'automobilina Stefano si sentiva davvero un «pompiere» e spegneva immaginari incendi con una pompa che, per l'occasione, era un qualunque pezzo di legno.

Il tamburino

A tre anni possedeva un giocattolo meccanico, un tamburino che, a caricarlo con la chiavetta infissa sulla schiena, suonava il tamburo mentre faceva conti­nue giravolte.

Stefano restava a lungo incantato a seguirne le evoluzioni e quando, a lungo andare la molla si rup­pe ed il giocattolo restò senza attrattiva, Stefano eb­be una delle sue idee straordinarie: corse dalla mam­ma e, voltandole la schiena, le disse: «Mamma, cari­cami!».

La mamma comprese al volo il desiderio del pic­colo e finse di girare a lungo una immaginaria chia­vetta intanto che lui attendeva paziente. Dopo un po' Stefano si allontanò e ripeté a lungo i gesti del tam­burino rotto, dicendo, per imitare il suono del gio­cattolo: «Parapampam, parapampam». Poiché tro­vò di suo gusto questo nuovo gioco lo ripeté spesso ed a lungo, finché non ebbe il suo primo vero tam­buro.

Le mollette da biancheria

L'ingenuità di Stefano era davvero grande! La mamma un giorno gli chiese di porgerle il sacchetto contenente le mollette da biancheria, poiché doveva stendere dei panni. Il piccolo, servizievole come sem­pre, non se lo fece ripetere, ed arrivò di corsa porgen­do alla mamma il sacco con uno strano sorriso che lì per li non destò sospetti nella mamma. A lavoro ulti­mato Stefano, che non stava nella pelle dallo scoprire le sue marachelle ingenue, chiese alla mamma: «Ti sono bastate le mollette?». La mamma rispose di sì ed il piccolo restò deluso, poi disse subito: «Sai te ne avevo nascosta qualcuna perché così ne sarebbero ri­maste poche e tu ti saresti meravigliata di non averne abbastanza!»

Santa ingenuità davvero! Le mollette erano un centinaio e quelle «nascoste» da Stefano nemme­no una decina e non se ne avvertiva davvero la man­canza.

Una storia lunga lunga

Marco, con un piccolo amico, giocava ad inventa­re storielle e non volevano ascoltare Stefano perché era troppo piccolo (aveva 4 anni).

Ma finalmente un giorno ebbe il «permesso» di di­re la sua storia, purché fosse breve. Il sorriso di Stefa­no fu un capolavoro di furbizia! Si sedette comoda­mente sul seggiolino e, tutto compunto, disse:

«C'era una volta... finito!»

Alla delusione dei due «grandi» ribatté serafico: «Mi avevate detto di essere breve e così ho già fi­nito».

Risata generale, ma lezione proficua poiché da quel giorno i ragazzi seppero ascoltare pazientemente le sue storielle che pur essendo brevi contenevano un sottofondo morale.

L'automobile «concevata»

Una grossa automobile, dono ricevuto per Santo Stefano del 1953, era la sua grande passione e trascor­reva delle ore a farla correre per casa.

Un giorno la macchina scomparve e ne chiedem­mo a Stefano.

Disse di averla «concevata» (conservata) perché non si rovinasse.

Gli chiedemmo a più riprese dove l'aveva posta ed egli rispondeva sempre: «Non temete, l'ho "conceva­ta" io».

I giorni passavano ma della macchina nessuna traccia, benché avessimo frugato dappertutto.

In sala da pranzo v'era un lungo tavolo i cui piedi massicci formavano a ciascun lato corto un grande blocco, ed il piano era appoggiato su di essi per mez­zo di larghe colonne che lasciavano un largo spazio tra piano e piedi.

Un giorno di primavera la mamma volle rimuove­re il tappeto posto sotto il tavolo e così trovò appog­giata nell'interstizio fra piano e piedi la famosa auto­mobile e chiamò Stefano per ridargliela.

Egli non si scompose e disse con tutta serietà: «Te l'avevo detto, io, che l'avevo "concevata"»! E questo perché qualche tempo prima in casa si era avanzato il sospetto che l'automobilina avesse fatto la fine di tan­ti altri balocchi: un volo dalla finestra per divertire i ragazzi del cortile sottostante.

Le scarpe bianche della mamma

Secondo la moda del tempo, proprio nei primissi­mi giorni del maggio 1955, la mamma si era compe­rato un paio di scarpe bianche. Stefano le guardò con aria critica e fissando serio la mamma le disse: «Per­ché le hai comperate bianche? Da oggi tu non com­prerai più scarpe bianche, ma solo nere o marrone». Stette un attimo pensieroso, poi ripeté: «Sì, mai più scarpe bianche per te, mai più, solo nere o marrone». (Erano i colori che più conosceva, ed era il suo modo di indicare i colori scuri).

È inutile aggiungere che, essendo Stefano morto dopo qualche giorno, le scarpe bianche si resero inuti­li e che da allora davvero la sua mamma ha compera­to «solo scarpe scure».

Si pensò, dopo, che quel discorso fosse stato detta­to dal presagio del prossimo lutto che egli avrebbe portato nella nostra casa con la sua morte.

 

CAPITOLO XI

Raggi di Grazia

Suo amore alla preghiera

Sempre più si notava in Stefano il lavorìo della Grazia: segni sicuri ne erano la ubbidienza eroica ad ogni comando, la pietà sempre più grande, l'amore al prossimo.

La sua vita, specialmente negli ultimi due anni, era permeata di preghiera. Appena sveglio recitava spontaneamente quelle del mattino; e alla sera, pri­ma di andare a letto, non si scordava mai delle sue devozioni. Anche a letto pregava e più di una volta lo sorprendemmo con la corona in mano o semplice­mente l'udimmo parlare con Gesù, al Quale racco­mandava i bisogni del Clero, delle Missioni, dei ge­nitori, del fratellino e di coloro che si erano racco­mandati a lui.

Durante il giorno pregava pure spesso sia col San­to Rosario, sia con altre preghiere o con canti religiosi; a volte si rivolgeva a tutti indistintamente coloro che erano a casa chiedendo: «Chi vuol dire il Rosario con me?»

Quando ebbe imparato i Misteri del Santo Rosario era per lui una gioia dire anche questi e non si stanca­va di recitare svariatissime «Ave Maria» per comple­tare il suo istintivo desiderio di pregare.

Quando non giocava la sua occupazione preferita era quella di sfogliare più e più volte alcuni libretti che pur già conosceva a memoria: erano gli albi illu­strati della vita di Gesù, dei Misteri del Santo Rosa­rio, della Via Crucis, della vita di San Giovanni Bo­sco, ecc.

Benché più e più volte avessimo già spiegato a Stefano il significato di ogni singola illustrazione, pu­re il piccino non si stancava di udir ripetere sempre le stesse spiegazioni, alle quali infine collaborava egli stesso. Il papà aveva disegnato tutti i quadri della Via Crucis e Stefano spessissimo chiedeva il favore di po­ter rimirare quei disegni dei quali conosceva ogni par­ticolare, ma che tuttavia, rivedeva ogni volta con una gioia nuova.

Il 13 luglio 1953 iniziò con la mamma lo studio del Catechismo che, intelligente com'era, imparò bene. Ciò che maggiormente gli piaceva di questo aureo li­bretto erano le sette opere di misericordia corporale e spirituale che lasciavano intravedere in lui la vocazio­ne all'apostolato. Seguivano i Dieci Comandamenti, e i sette doni dello Spirito Santo.

Durante la giornata più e più volte ripeteva quanto aveva imparato, facendo scuola ai suoi balocchi. Esercizi spirituali Nei giorni 6-7-8 agosto 1954 fece 3 giorni di Santi Esercizi Spirituali assieme al fratellino: li fecero in casa, in una stanza appartata tutta per loro. In quei tre giorni quasi non li vedevamo e fu straordinario il frut­to che Stefano riceve da questo ritiro fatto con vero spirito di penitenza.

Questi Santi Esercizi consistevano nel servire al mattino la Santa Messa; poi, dopo colazione, recita del Santo Rosario, breve meditazione, un po' di lavo­ro manuale o... intellettuale che per Stefano consiste­va nell'apprendere a scrivere in corsivo tutto l'alfa­beto, che già scriveva a stampatello, e nel leggere qualche riga del sillabario.

Finalmente rivedevamo i due ragazzi per il pran­zo. Specialmente in quei tre giorni Stefano fu un esempio memorabile di mortificazione della gola e di buona condotta.

Ora non poteva mancare una buona ricreazione e Stefano giocava, cantava e saltava con tutta l'esube­ranza della sua buona salute.

Ricominciava il ritiro che durava fino a sera: alle 15 i due fratellini facevano la Via Crucis. Su questo lasciamo la parola al fratellino Marco che già in data 25 agosto 1954 aveva scritto di Stefano: «Le sue "Vie Crucis", a cinque anni, erano com­moventi. Ad ogni stazione poneva il viso tra le mani e singhiozzava dicendo: "Povero, povero Buon Gesù, ti hanno fatto tanto male! Ti hanno messo in Croce "».

Ora rileggendo queste brevi note ci pare strano che Marco abbia potuto scrivere, parlando di Stefano an­cora vivo, quell' «erano»: forse egli pure aveva avuto qualche triste presagio, come noi stessi, da troppo tempo l'avevamo, notando l'eccezionalità del nostro bimbo?

Il pomeriggio terminava con la lettura spirituale meditata: questo era forse uno dei momenti più belli per Stefano, perché conosceva così brani delle vite dei Santi, specialmente dei Santi adolescenti che lui predi­ligeva. Il suo modello era San Domenico Savio, al quale voleva assomigliare, e le sue considerazioni che egli improvvisava, su quanto aveva udito leggere, era­no talmente alte e superiori alla sua età, che facevano meravigliare chi lo ascoltava.

Dal giorno in cui conobbe l'episodio che narra co­me San Luigi Gonzaga aveva lasciato a metà una pa­rola che stava scrivendo per rispondere al richiamo della mamma, parola che poi aveva trovato terminata, scritta in oro dal suo Angelo Custode, Stefano si pro­pose l'ubbidienza più completa e pian piano era pro­prio riuscito ad essere un modello di obbedienza.

Fu in questa occasione dei Santi Esercizi che co­nobbe alcuni stralci della vita del Venerabile Padre Manzella, dei Preti della Missione, molto venerato in casa, soprattutto per il fatto che la mamma lo aveva conosciuto da vivo; e alcuni «fioretti» di Padre Man­zella diventarono fioretti di Stefano, che cercava tutte le occasioni migliori per perfezionarsi sempre più.

La Comunione

Avrebbe voluto fin dai due anni ricevere la Santa Comunione. Ma, purtroppo, per una serie di contin­genze, è ritornato fra gli Angeli proprio quando lo si preparava al primo incontro con Gesù Eucaristia. For­se ha voluto proprio tornare in Paradiso come gli An­geli, come quelli che egli era solito avere accanto a sé e che diceva di vedere perfino lassù tra le nuvole. In­fatti a volte lo si vedeva estatico a guardare in alto e poi d'un tratto lo si udiva chiamare a gran voce, per­ché andassimo sul balcone a rimirare gli Angeli fra le nuvole. Cosa che noi non potevamo vedere.

La Confessione

Anche la Santa Confessione lo attirava moltissimo, tanto che l'8 marzo 1955 si accostò al Tribunale di Pe­nitenza per confessare i suoi peccati. Era troppo picco­lo e il Confessore, dopo avergli fatto una predichetta, lo rimandò con una benedizione. Stefano fu lietissimo di questa «Confessione» perché ne parlò a lungo.

Ma il 29 novembre di quello stesso anno fu proprio un giorno memorabile per lui: finalmente un Sacerdo­te aveva aderito al suo desiderio e, ascoltata la sua confessione, gli aveva fatto una breve ramanzina e in­fine gli aveva imposto la penitenza impartendogli poi l'assoluzione. Ridire la felicità del piccino per questa pietra miliare della sua vita spirituale e cosa impossi­bile, e da quel giorno tornerà al confessionale più spesso che gli sarà possibile. Da principio ogni 15 giorni, poi una volta alla settimana.

Ma un giorno qualcuno in una chiesa gli disse che era inutile che egli si volesse confessare, perché era troppo piccino e non poteva avere peccati.

Tornò a casa mortificato e coi grossi lacrimoni che gli scorrevano lungo le guance. Per consolarlo il papà gli promise di condurlo presto dai Cappuccini di San Bernardino al Righi: là certamente, come già altre volte, qualcuno lo avrebbe confessato.

Ma il piccino pareva aver perso la fiducia e conti­nuava a ripetere con disappunto che i Sacerdoti lo prendevano in giro, perché era troppo piccolo.

Andò col papà e un Padre Cappuccino, pur mera­vigliandosi della richiesta, non rifiutò di confessare quel piccolo ometto serio e composto che gli stava di­nanzi: lo condusse nel confessionale degli uomini dal quale Stefano uscì felice e con gli occhi stellanti.

Il cappuccino intanto si era avvicinato raggiante al papà e gli aveva manifestato il suo stupore per la con­fessione di Stefano: disse tutta la sua meraviglia per la sua intelligenza, per la sua preparazione, per la con­sapevolezza del Sacramento che il bimbo dimostrava di possedere. A casa vedemmo tornare un altro Stefa­no: immensamente felice e riappacificato.

Fino agli ultimi giorni del suo esilio terreno, Stefa­no si è regolarmente accostato al confessionale, uscendone ogni volta migliore e conscio che l'assolu­zione ricevuta rendeva la sua anima pura come quella degli Angeli.

L'ultima sua Confessione risale ad una settimana esatta prima del suo trapasso ed anche quel giorno, do­po l' assoluzione, i suoi occhi brillavano come stelle.

 

CAPITOLO XII

Intelligenza e parsimonia

La sua intelligenza era straordinaria. Fin dai tre an­ni aveva cominciato a imparare a leggere e già aveva imparato un buon numero di preghiere tra cui la Salve Regina in latino, l'Atto di dolore e man mano il Pa­ter, l'Ave, il Gloria e il Confiteor. Il Credo lo sapeva già prima e così pure un numero indefinito di Giacu­latorie che ripeteva in continuazione durante tutta la giornata.

La sua memoria era prodigiosa. Aveva imparato persino degli Oremus. Alla fine della Messa diceva col celebrante, e in latino, quasi tutta la preghiera a San Michele Arcangelo.

Sul piano materiale la sua intelligenza lo portava a discernere quello che era migliore, anche se per sé sceglieva ciò che c'era di meno bello.

Da solo aveva imparato l'alfabeto in stampatello ed era capace di scrivere dei lunghi brani con questi caratteri, fiero di mostrarli a noi.

La sua buona memoria gli faceva rammentare persone, cose e avvenimenti a distanza di tempo e nel 1955 ricordava ancora la casa di Milano lasciata nel 1951 e particolari precisi di avvenimenti colà accadu­ti. Ricordava che a Milano era solito disporre in un certo punto del cortile, dei chicchi di riso, perché gli uccelletti venissero a sfamarsi; ricordava la «cattiva Vanni» cioè la gatta bianca, che si metteva in agguato per sorprendere i passeri. Con quale sdegno allora Stefano si slanciava contro l'animale per farlo scappar via, perché non facesse del male ai suoi protetti.

Ricordava pure l'episodio di un gattino trovato in giardino e che avrebbe voluto tenere in casa, cosa che gli fu vietata.

Negli anni 1951 e 1952 facemmo due viaggi in Sardegna, il ritorno di uno dei quali fu effettuato per via aerea. Fino all'epoca del suo trapasso, Stefano ri­cordava esattamente questi viaggi rammentandone dei particolari che agli adulti sarebbero sfuggiti.

Le spiegazioni date su qualunque argomento non venivano da Stefano più dimenticate e se pure a volte amava farsi commentare a più riprese le medesime il­lustrazioni dei suoi libri; egli stesso collaborava ag­giungendo qualche particolare che altre volte era stato detto e ora si ometteva.

Non amava lo spreco ed era veramente buffo udi­re un trottolino, alto poco più di una spanna, racco­mandare di comperare sempre ciò che costava meno, soprattutto per sé.

Una riprova di questo l'abbiamo in diversi momenti della sua vita: per la Pasqua del 1955 fu con­dotto in uno dei grandi magazzini per qualche acqui­sto, e nel vedere una grande esposizione di uova di cioccolata, disse di voler sceglierne uno per Marco, il fratello seminarista di cui era fierissimo.

Dopo aver girato attorno al banco di vendita, si ar­restò con gli occhi pieni di gioia dinanzi all'uovo più bello e più grande e, indicandolo, disse: «Ecco, que­sto è per Marco». Gli fu detto di sceglierne uno per sé. Con la massima naturalezza fece dietro front e scelse per sé l'ovino più piccolo, da lire dieci, ma spe­cificando di voler proprio quello «incartato con la stagnola azzurra a stelle d'oro».

Gli piaceva correre in bicicletta. Da principio si accontentò del proprio triciclo, sul quale faceva delle grandi corse, soprattutto attorno al tavolo della vasta sala da pranzo. Poi volle provare a noleggiare una ve­ra bicicletta e la sua fierezza fu grande per essere ri­uscito in breve tempo a sorpassare tutti gli altri corri­dori in erba nel circuito dei giardini dell'Acquasola.

Ma anche qui la sua prudenza e la sua parsimo­nia trovarono modo di manifestarsi perché chiedeva «di poter noleggiare la bicicletta se la spesa non era di troppo». Gli sembravano somme favolose quelle cinquanta lire occorrenti, perciò chiedeva di soddi­sfare questa sua passione per la bicicletta il meno possibile.

Talvolta diceva: «Peccato proprio che bisogna pa­gare... farei proprio volentieri qualche giro in bici­cletta». Ma non c'era modo di fargli accettare questo svago innocente.

Gli piaceva la panna montata, ma molto spesso rifiutava la nostra offerta, sia perché voleva offrire un fioretto a Gesù e alla Vergine, sia perché non voleva farci spendere del denaro.

Quando occorreva rifornirlo di guardaroba, si informava prima del costo di ogni singolo indumento e raccomandava di comperare per lui poco o solo cose di poco costo.

Era difficile fargli accettare scarpe nuove; voleva sempre quelle dell'anno passato e si arrendeva solo quando constatava che un paio di scarpe che si fosse­ro per caso messe via, non erano cresciute di pari pas­so con i suoi piedini. Anche rotte, consumate, le voleva, purché non si fossero spesi dei soldi per procurar­gliene delle nuove.

Ci divertimmo molto ad una sua sfuriata fatta a questo proposito il giorno di San Giuseppe. Gli erano stati comperati dei sandali, dato che le pantofole in­vernali erano mal ridotte. Volemmo inaugurare le scarpine nuove in quel giorno di festa, ma Stefano non voleva saperne di calzarle, perché pretendeva di met­tere ancora i sandali smessi in autunno e che per puro caso non erano ancora stati regalati.

Per accontentare il piccolo recalcitrante, la mam­ma gli mostrò la grande differenza che passava tra i vecchi sandali e i nuovi, poiché nell'inverno 1954­-1955 Stefano era molto cresciuto.

Dovette arrendersi all'evidenza, ma non appena la mamma gli ebbe allacciati i fiammanti sandali, il bim­bo comincia una specie di ostracismo contro di essi: con un piedino schiacciava l'altro alternativamente «per invecchiare i sandali» e quando, dopo qualche mi­nuto di questo armeggio vide le scarpine non più nuo­vissime, si arrestò e disse trionfante: «Adesso sì che mi piacciono questi sandali, perché non sono più nuovi».

Inutile dire che per tutta la giornata questo comico episodio fece le spese della nostra conversazione; ma Stefano era pago di poter calzare sandali «già usati».

Questi episodi narrati sono forse poco importanti, poiché tanti e tanti altri ve ne sono nella vita di Stefa­no: ma li abbiamo narrati perché sono quelli che più degli altri sono impressi nel nostro cuore.

 

CAPITOLO XIII

Meravigliose visioni?

Specialmente negli ultimi mesi del suo soggiorno su questa terra d'esilio, Stefano ebbe delle visioni in­cantevoli, delle quali abbiamo preso nota di volta in volta esattamente con le sue parole e vogliamo qui trascrivere questi episodi cronologicamente. Ci si per­doni la scheletricità di certe comunicazioni, ma non vogliamo aggiungere niente di nostro alle parole con cui Stefano comunicava, sia a noi che agli amici, quanto aveva visto. Diremo solo che in quei giorni fortunati gli occhi del piccino brillavano di luce inso­lita e si notava in lui un arresto di vivacità e qualcosa che lo teneva a lungo pensieroso.

- 14 ottobre 1954: «Ho visto Gesù vestito di bian­co, col manto rosso, le mani e i piedi forati».

- 15 ottobre 1954: «Ho visto la SS. Vergine vestita di bianco, con raggi di luce che partivano dalle mani. Mi ha detto che pian piano vedrò tutti i Santi».

- 17 ottobre 1954: «Nella mia stanza ho visto tan­ti Angioletti».

- 19 ottobre 1954: «Ho visto San Giuseppe vestito con una tunica e un manto».

Facciamo notare che Stefano, dietro consiglio del­la mamma, aveva da tempo l'abitudine di chiedere a Chi gli appariva in maniera soprannaturale, come si chiamasse, ed è perciò che con tanta sicurezza poteva dire, per averlo saputo dall'Apparizione, il nome di Colei o Colui che si degnava mostrarsi a lui.

- 20 ottobre 1954: «Stamattina ho visto San Pie­tro, vestito con una tunica bianca e una fascia marro­ne a tracolla. Mi ha fatto vedere un Rosario poi si è avvicinato e mi ha fatto baciare il grande Crocifisso che v'era attaccato. Mi ha detto che devo recitare tut­ti i giorni il Santo Rosario».

Da questo giorno il bimbo vi fu fedelissimo e non dimenticò mai di dire la terza parte del Rosario con i Misteri propri, aggiungendo ad ogni decina la Giacu­latoria di Fatima: «Gesù mio, perdonate le nostre col­pe, preservateci... ».

Era di esempio a tutti, e durante la Santa Messa, più di una volta notammo sguardi ammirati che dice­vano chiaramente quanto i fedeli della chiesetta di San Bartolomeo degli Armeni vedessero con gioia quel piccolo bimbetto piissimo e orante come un An­gelo. Dopo il suo trapasso infatti ricevemmo delle confortanti manifestazioni di stima e di affetto che ci hanno confermato come Stefano avesse conquistato il cuore di tutti.

Una breve premessa alla visione dell' 11 novembre

1954: Stefano era un appassionato delle bandiere che preparava anche da sé servendosi di un bastone e di un pezzo di carta; per evitare che dovesse rifarne una al giorno, la mamma gliene preparò una di stoffa che il papà montò su una piccola asta. L'entusiasmo di Ste­fano per la bandiera rossa, bianca e verde era indescri­vibile tanto che nella foga del gioco, più di una volta, la bandiera volò fuori dalla finestra. Quando una, la­vorata a maglia, non si poté più riavere, eccone in bre­ve pronta un'altra che Stefano conserverà ora gelosa­mente, che esporrà al balcone, che riporrà alla sera in­filata nei tubi del calorifero; ed è appunto quest'ulti­ma bandiera la protagonista del racconto che Stefano ci fece in questo giorno:

«Stamane ho visto dei Magi, il Re Baldassare, ve­stito con una tunica blu e col manto rosso; portava sul capo una corona d'oro con pietre preziose. Baldassa­re si era posto davanti al calorifero e faceva dei mo­vimenti verso di me, come degli inchini, tanto che la bandiera, che era infilata sul termosifone, si agitava quando egli la sfiorava».

La mattina del 13 novembre 1954, disse di aver vi­sto un fanciullo a cui aveva chiesto il nome. La Visio­ne rispose: «Sono San Domenico Savio».

La felicità di Stefano era al colmo perché aveva vi­sto colui che si era scelto come modello.

Ad una persona amica, venuta a trovarci quel gior­no, ripeté con entusiasmo la visione e quando gli fu chiesto di descrivere l'abbigliamento del Santo, rispose: «Aveva un abito color verde-nero; i pantaloni ar­rivavano fino al ginocchio, e la giacchetta era dello stesso colore, mentre la camicia era bianca».

- 9 dicembre 1954: «Stamattina, molto presto, ho visto la SS. Vergine; sul capo aveva una corona d'oro ornata di fulgidissime gemme. Era vestita di rosso e mi ha risposto: "Il vestito rosso rappresenta il mio Cuore". Volevo che mi spiegasse quest'ultima frase, ma la Madonna ha detto: "È un mistero che saprai solo in Paradiso "».

- 17 dicembre 1954: «Oggi ho visto Santa Lucia; aveva l'abito azzurro e i capelli biondi lisci».

Una visione che colpì profondamente Stefano fu quella del 23 dicembre 1954, mentre si apprestava a festeggiare la Nascita di Gesù, trascorrendo lunghe ore dinanzi al Presepio, assorto in contemplazione de­gli abitatori della Capanna. Ecco il suo racconto:

«Stamattina mi è apparso Gesù con le mani e i piedi forati. Portava la tunica bianca, il manto rosso e i sandali marroni. Tutto attorno alla testa aveva una "corona di buchi". Sì, erano i segni della corona di spine, ma essa non si vedeva; si vedevano solo i buchi. Gesù mi ha detto: "Anche se ho i buchi tu mi metterai in croce lo stesso se fai peccati "».

Evidentemente Gesù, parlando forse ad un bimbo con linguaggio infantile ha voluto fargli intendere la continuazione del suo Sacrificio.

E Stefano promise di diventare buono per non met­tere mai più in croce Gesù.

Il Capodanno 1955 fu caratterizzato da una serie di manifestazioni che ebbero inizio nel pomeriggio di questo giorno in casa dell'amica famiglia Molinari. Stefano aveva preso in mano un piccolissimo bambi­nello di materia plastica che si era soliti porre in tavo­la nel periodo nalalizio e che quel giorno avevamo con noi, dato che per tutta la giornata eravamo ospiti dei nostri amici. Le innumerevoli domande che Stefa­no pose al Bambinello ebbero tutte la loro risposta, ma ad un tratto Stefano assicurò che aveva udito il Piccolo Gesù Bambino battere le manine per applau­dire a qualcosa che gli aveva detto. Poi tenne per le mani la piccola statuina e assicurò di udire battere i polsi del Bambinello, assicurò che la piccola statuet­ta diventava viva tra le sue mani. Il piccino, commos­so e tremante di gioia, porse a tutti i presenti il picco­lo Bambinello «vivo» da baciare.

Questa manifestazione durò a lungo e Stefano avrebbe voluto non staccarsi più da quella statuina che ora noi conserviamo.

Ma giunse l'ora di tornare a casa e di mettere a let­to, un po' più tardi del solito, il nostro bambino, che normalmente alle ore 20 era già a letto.

Quel giorno invece erano circa le 22, ma era detto che Stefano non dovesse, come le altre sere, dormire subito, poiché poco dopo averlo lasciato ci sentimmo chiamare e lo udimmo fare questo racconto: «Accanto a me, alla mia destra, s'è coricato Gesù Bambino vestito con la camicia rosa; a sinistra s'è messo San Michele vestito con una tunica bianca e una fascia marrone a tracolla. Dopo qualche istante Gesù Bambino s'è levato in piedi sull'orlo del letto e io Gli ho visto le Mani e i Piedi forati. Gesù ha prote­so le Mani e da esse sono colate alcune gocce di san­gue che, arrivate a terra, sono risalite alle mani di Gesù che le ha riprese.

Ai piedi del letto ora sono apparsi la SS. Vergine in veste bianca e manto azzurro e San Giuseppe in tu­nica bianca e fascia marrone a tracolla.

Gesù Bambino mi ha detto che le gocce di sangue sono la salvezza di tutti. San Michele mi ha spiegato che lui e San Giuseppe portavano abiti uguali, perché quello era l'abito degli Apostoli; questo significa che in Paradiso sono tutti Apostoli».

Era difficile a Stefano prender sonno dopo quanto aveva visto e udito. Allora gli raccomandammo di chiudere gli occhietti e di cercare di dormire; ma do­po qualche tempo il bimbo chiamò ancora e raccontò: «Sono venuti due Angeli, uno grande, l'altro picci­no; a quello più grande ho chiesto che età avesse ed egli mi ha risposto: "Ho sette anni". Gli Angeli mi hanno dato la mano "per intendersi con me". Poi il letto si è sollevato fino al sotto della stanza e mi so­no accorto che c'era Gesù Bambino che teneva il letto assieme agli Angeli. Ho avuto quasi paura di cadere dal letto, ma con Gesù Bambino, che si è messo pro­prio sotto, non potevo cadere. Poi il letto è tornato al suo posto e allora vi ho chiamati».

Non potevamo dubitare di quanto udivamo, per­ché tutto l'atteggiamento di Stefano denotava una grande gioia e una grande commozione, e la voce, nel chiamarci per raccontare quanto aveva veduto, ci era sembrata leggermente spaurita. Forse aveva davvero temuto di cadere dal letto o non era piuttosto questa nuova straordinaria manifestazione a farlo restare at­tonito?

Ma ora era calmissimo e con le sue manine solle­vate dal pavimento mostrava come erano grandi ri­spettivamente gli Angeli che si erano «intesi» con lui.

Ma era detto che per quel giorno non bastasse e dopo una terza pausa Stefano ci chiamò per dirci di aver visto Gesù vestito in tunica bianca e in manto rosso e avente fra le mani un globo terracqueo «gran­de come la stanza» e sormontato dalla Croce.

Finalmente il piccino si addormentò serenamen­te, ma al mattino seguente ripeté con esattezza le vi­sioni della sera precedente, e noi potemmo controlla­re, per averli già fissati su un quaderno, che i parti­colari erano perfettamente identici a quelli del gior­no prima.

- 11 gennaio 1955. Dovendo recarci al Seminario di Masnago per una visita al nostro figlio maggiore Marco, ogni volta eravamo costretti a lasciare Stefano in casa dei nostri amici per non fagli fare in un sol giorno il viaggio di andata e ritorno, che lo avrebbe stancato troppo. Ma anche in casa Molinari le visioni di Stefano si succedevano le une alle altre e al nostro ritorno lo udivamo raccontare quanto aveva veduto, mentre i suoi occhi brillavano di tanta felicità che pa­reva non potessero contenerla tutta.

- 11 gennaio 1955. Ecco il racconto degli avveni­menti di questa giornata:

«Verso le 6 del mattino (sapeva l'ora per averla chiesta a Nina Molinari), è entrata nella mia stanza Santa Maria Goretti vestita di rosa; tra le braccia ave­va un fascio di gigli e tutt'attorno moltissime lucen­tissime stelle. Le chiesi chi fosse ed ella mi disse: "So­no Santa Maria Goretti; ho i gigli perché sono andata nel prato per offrirli alla Madonna". La Santa si è se­duta sulla sedia in fondo al letto per qualche istante, ha fatto il Segno della Croce, poi ha recitato il Pater, l'Ave, il Gloria e il Credo. Quando stava per andarse­ne mi sono accorto che i gigli erano diventati d'oro. Se ne è andata passando dalla finestra».

- 12 gennaio 1955. Ancora ospite in casa Molinari raccontò:

«Mentre ero ancora a letto è entrata nella mia stan­za Santa Teresa di Gesù Bambino vestita col saio mar­rone, il manto bianco e un velo sulla testa. Portava fra le braccia un grande Crocifisso lucentissimo e tante rose rosse. Passando dietro alla sedia che è in fondo alla stanza si è avvicinata ai piedi del mio letto e ha fatto il Segno della Croce; ha recitato il Pater, l'Ave, la Salve Regina ed il Credo. Poi mi ha detto: "Tutte le cose si metteranno a posto". Ha lasciato cadere una pioggia di rose. Poi mi ha detto che i miei genitori non vedono le sue rose, ma ne sentono il profumo. Se ne è andata attraverso la finestra».

- 14 gennaio 1955: «Oggi ho visto Sant'Anna ve­stita con un abito d'oro ornato alla scollatura e in fon­do alla gonna con un pizzo bianco traforato e a punte. Ma il pizzo era così bianco... proprio come i lenzuoli lavati (quest'ultima espressione è perfettamente au­tentica e grandemente espressiva nella sua ingenuita). «Sant'Anna mi ha detto: "Sono Sant'Anna, la Madre della Madonna. Tutte le vostre cose vanno bene". Aveva in mano dei gigli e li ho contati: erano sette».

- 28 gennaio 1955. Quella mattina la mamma sta­va poco bene e Stefano, dopo aver chiesto il permesso di entrare in camera, fece questo racconto: «Ho visto la Madonna con l'abito bianco, il manto azzurro; sul capo portava un velo corto che arrivava fin sul collo; sul velo aveva una corona d'oro. Poi sul soffitto della mia stanza si è aperto un buco e ne è ve­nuta fuori una mano il cui indice mi faceva capire di venire da te. Ho chiesto a Gesù a chi appartenesse quella mano ed Egli mi ha risposto: "È di colui al qua­le ho dato le tavole dei Dieci Comandamenti o Deca­logo: Mosè,"».

- 5 febbraio 1955. «Oggi ho visto Gesù vestito con la tunica bianca, il manto rosso e i sandali fran­cescani».

- 9 febbraio 1955. «Stamane ho visto la Vergine vestita di rosso vivo e col manto azzurro. Sul capo aveva un velo azzurro e sul velo era posata una corona d'oro e pietre preziose. Le ho chiesto chi fosse e Lei mi ha risposto:

- Sono la Madonna che metterò a posto le cose e farà tutto bene.

- Perché hai il vestito rosso?

- Il rosso che vedi è tutto un grande cuore». Stefano continua a raccontare: «La Madonna era giovanissima e bellissima; aveva il viso dolcissimo. Ho visto che portava delle specie di sandali con i lac­ci incrociati alla caviglia».

Questa visione fece felice Stefano più di ogni al­tra, perché assicurò di non aver mai visto prima di al­lora la Madonna così bella e così giovane.

- 10 febbraio 1955: «Oggi ho visto San Pietro ve­stito con una tunica bianca e una fascia marrone a tra­colla. Aveva in mano due chiavi che luccicavano co­me fossero d'oro, invece erano fatte di luce. Sì, erano proprio fatte di luce anche se sembravano d'oro».

- 15 febbraio 1955: «Oggi, appena sveglio, ho vi­sto Gesù; aveva una tunica bianca e un manto rosso allacciato al collo con due nastri bianchi. Aveva le mani giunte e io Gli ho chiesto: "Chi sei?". Mi ha ri­sposto: "Sono Gesù; Io sto pregando mio Padre "».

- 20 febbraio 1955: «In casa Molinari ho visto Gesù».

- 21 febbraio 1955: «Oggi ho visto la SS. Vergine».

- 23 febbraio 1955: «Ho visto discendere dal sof­fitto un angioletto che mi ha detto: "Ciao, Stefano". Poi se n'è andato».

Queste parole autentiche rivelano l'innocenza e la purezza i Stefano che non andava a domandarsi co­me mai detto della sua stanza potesse discende­re un Angelo.

- 1° marzo 1955: «Oggi ho visto la SS. Vergine: era vestita di rosso, aveva il manto azzurro e sul capo un velo celeste corto fino al collo».

- 26 aprile 1955. In questo giorno Stefano fu lieto più del solito perché aveva avuto una visione che ven­ne a raccontarci festante: «Ho visto Gesù Bambino con l'abitino rosa orlato alla scollatura, alle maniche e il fondo con pizzo d'o­ro a forma di tante «M» (questo per lui significava che il pizzo terminava a puntine)... Gli ho chiesto: "Chi sei?"; "Gesù Bambino", mi ha risposto».

Fino al giorno del suo trapasso, Stefano non avrà più altre visioni, ma quest'ultima lo accompagnò nel pensiero fino all'ultimo giorno.

Ci fu chi volle aggiungere alla sua Visione qual­che particolare: per esempio dei ricami sull'abito rosa di Gesù. Ma Stefano fu granitico e sgridò quella per­sona, perché voleva sempre trasformare quel che udi­va. Insistette per il solo «pizzo a forma di emme» e non volle che fosse aggiunto nessun fronzolo al suo racconto.

 

CAPITOLO XIV

Ultimi tempi

Gli ultimi mesi di vita di Stefano furono caratte­rizzati oltre che, come s'è visto, da un succedersi di visioni, anche da un graduale completo distacco dal mondo, da una completa sottomissione alla Divina Volontà, da un accrescimento di pietà, di carità, di umiltà e di obbedienza.

Infatti pregava assai sovente durante il giorno, ed alla sera, quando lo si metteva a letto, la sua preghiera continuava con espressioni curiose che riguardavano le necessità familiari.

In chiesa era sempre più raccolto e non di rado estatico: quando diceva il Rosario talvolta lasciava a mezzo un'Ave Maria per guardare fisso qualcosa o qualcuno che nessun'altro, all'infuori di lui, poteva vedere. Quando, servendo Messa, attraversava l'alta­re, pareva che volasse lentamente, poiché i suoi passi non si udivano più.

Ora più che mai il suo passatempo preferito era quello di «celebrare» la Santa Messa, imparare il Catechismo, farsi ridire più e più volte tutto quanto con­cerneva Gesù, farsi raccontare episodi dell'Antico Te­stamento, «confessare» le sue bestiole e fare ad esse delle lunghe prediche sulla necessità di fare sempre la volontà di Dio.

A noi pure ripeteva sovente parole strane per un piccolo bimbo di cinque anni, parole che forse pos­siamo chiamare il suo testamento spirituale, perché invariate fino all'ultimo giorno della sua vita terrena: «Lasciate fare a Gesù; Lui fa tutto bene. Gesù sa quello che occorre e penserà Lui a tutto».

Più di una volta, durante qualcuno dei suoi males­seri inspiegabili, fece a noi gentilmente una specie di predicozzo, perché «non volevamo capirla che era Gesù che lo voleva così».

Se talvolta gli si diceva qualcosa all'improvviso, quasi immancabilmente ci sentivamo rispondere: «Che dici?». Era tanto astratto e perso nei suoi pen­sieri di Paradiso che non udiva la nostra voce.

Quando ritornava su questa terra aveva la risposta pronta ad ogni cosa, un pensiero gentile per tutti, tro­vava modo di rendere mille piccoli servigi che lo ren­devano lieto. Infatti voleva aiutare a spolverare i mo­bili, ad asciugare posate e stoviglie in cucina, a porge­re a ciascuno di noi qualunque cosa ci abbisognasse e a lui fosse possibile rendere.

Avrebbe voluto regalare agli orfanelli tutto quanto possedeva, anche ciò che indossava. Rinun­ciava alla frutta ogni martedì per amore di Gesù; faceva sovente dei fioretti, perché questi piacevano a Ge­sù Bambino ed alla Madonna.

In questo tempo il suo aspetto fisico era diventato grassottello, il visino sempre rosa, era l'immagine della bontà e della salute, gli occhi erano più splen­denti che mai, più limpidi e scrutatori che in ogni al­tro tempo. Per strada quasi tutti si voltavano a guar­darlo ed il piccolo diceva, ridendo, che lo guardavano appunto perché era così tondo.

Non si faceva certo fatica a farlo ubbidire: bastava un cenno ed egli eseguiva senza che nemmeno gli pas­sasse per la mente un pensiero ribelle. Talvolta com­prendevamo che certi ordini imponevano al bimbo un vero sacrificio, e restavamo edificati della sua prontez­za nell'eseguirli volonterosamente.

Le visite a Gesù nel pomeriggio erano edificanti: entrando in chiesa faceva la genuflessione e a capo chino, diceva: «Mio Dio, io credo, amo, adoro».

Poi, rialzando la testolina, diceva tre volte: «Sia lo­dato e ringraziato ogni momento...».

Al mattino, invece, salutava Gesù con queste pa­role: «Gesù mio, ti ringrazio di avermi permesso di venire anche oggi ad ascoltare la Santa Messa; fa' che possa venire tutti i giorni della mia vita e che ti ami sempre più».

Il 9 aprile 1955, vigilia di Pasqua, improvvisamen­te chiese alla mamma: «Mamma, com'è fatto il Para­diso?» La mamma rispose naturalmente di non saper­lo e gli consigliò di rivolgere quella domanda a Gesù.

Il piccino stette assorto per qualche istante poi, felice e con gli occhi raggianti esclamò: «Gesù m'ha detto che me lo farà vedere presto!»

Davvero non avremmo immaginato che quel «pre­sto» sarebbe stato di lì ad un mese. Ripensando a tut­to questo comprendiamo che il grande desiderio del Paradiso del nostro Angioletto non era altro che un ri­chiamo che egli sentiva nell'anima sua senza sapersi spiegare.

Che cos'è la morte?

E questo richiamo più volte si farà sentire negli ul­timi tempi, tanto che si dovette dirgli che per andare in Paradiso, come lui desiderava, era necessario pri­ma morire. Ma egli non afferrava l'idea della morte e ad una sua richiesta gli spiegammo che una persona è morta quando non respira più, non si muove più, non mangia più.

Poiché era tormentato spesso dalla sete e beveva dei grandi bicchieri d'acqua ringraziando Iddio per l'acqua così buona e fresca; chiese con interesse: «E non beve neanche più?». Alla risposta affermativa ri­spose con un: «Ah, bene», che ci fece intendere che qualcosa aveva capito, forse a modo suo, del grande mistero della morte.

Diventava sempre più affettuoso e gentile, cercava a volte più spesso la nostra compagnia, chiedeva di essere tenuto fra le braccia e sapeva dire tante cose davvero consolanti. Alla sera quando uno di noi lo metteva a letto inviava all'altro la buona notte, non­ostante l'avesse già data prima e con i saluti aggiun­geva la raccomandazione premurosa di ricordarsi di quanto diceva.

Poco più tardi quando rientravamo nella sala da pranzo posta accanto alla sua stanzetta, immancabil­mente si svolgeva questo dialogo:

- Sei tu, papà? - Sì, sono io. - Buona notte! - Buona notte, dormi bene. - Sei tu, mammina?

- Sì, tesoro, dormi. Buona notte! - Buona notte, stellina.

Non passavano che pochi istanti e il piccolo si ad­dormentava felice e dormiva tutta la notte d'un sonno sereno. Quando, prima di andare a letto entravamo con precauzione a controllare se fosse coperto e se dormisse, il suo respiro regolare, il suo visetto sereno e composto ci commuovevano ogni volta inesplica­bilmente e non potevamo fare a meno di chinarci a ba­ciare quel visetto dopo avergli segnato la fronte con l'acqua benedetta.

La felicità che traspariva dagli occhi di Stefano era qualcosa di indescrivibile e guardandolo non si poteva fare a meno di pensare che, forse gli Angeli non pote­vano avere occhi più meravigliosi e sereni dei suoi.

Guardando quegli occhi vi si sentiva palpitare l'ani­ma innocente, vi si vedeva tralucere un'ombra di Cie­lo e tutto questo dava ai nostri cuori, senza che ce lo dicessimo, un'ombra di sgomento, perché ci pareva quasi che proprio quegli occhi non fossero fatti per posarsi a lungo su questa terra.

Ma volevamo scacciare questi tristi presentimenti cercando di vedere in quegli occhi tutta la purezza, tutto il candore, tutta la bontà di questo nostro pupo che comprendevamo totalmente diverso dagli altri.

È impossibile dire l'affetto che il nostro bambino dimostrò per noi negli ultimi tempi: aveva espressioni insolite. Si divertiva a darci degli strani nomignoli; non taceva ogni minimo pensiero e innumerevoli vol­te al giorno veniva da noi per chiedere un bacio, per farsi stringere forte fra le braccia.

La sua purezza era cresciuta nel senso che non vo­leva neppure indossare il pigiama fuori dalle coperte, e voleva ad ogni costo coprire sempre più gambe e braccia. Desiderava già di portare i pantaloni fino alla caviglia come il fratellino Marco, perché così le gam­be erano totalmente coperte.

È in questo periodo che il suo senso di pietà e del­l'ordine, della carità e dell'amore s'è sviluppato mag­giormente, ma è pure in questo periodo che la nostal­gia del Paradiso si acuiva sempre più, tanto che non ha voluto ascoltare i nostri richiami e se n'è volato fra gli Angeli portando intatta, possiamo dirlo, la stola battesimale...

 

CAPITOLO XV

Ritorno fra gli Angeli

Penosissimo è per noi il dover scrivere questo capi­tolo della vita del nostro bambino, il capitolo che narra le sue ultime parole, gli ultimi istanti della sua vita ter­rena; ma poiché è necessario, ci sforzeremo di farlo. Stefano era stato sempre bene. Negli ultimi mesi, contrariamente al solito, era ingrassato, era diventato un ragazzone, al quale per la corporatura si davano già otto anni. Il viso contrastava nell'espressione, perché era dolcissimo e infantile. Ma a volte qualche sua espressione lo faceva apparire maturo, e ciò accadeva quando proferiva alcune frasi che ora possiamo chia­mare profetiche, perché solo ora, che egli non c'è più, comprendiamo il motivo del suo parlare al futuro. La sera dell'8 maggio 1955, Stefano ebbe una leg­gera indisposizione. Abituati ai suoi disturbi, ci rego­lammo come tante altre volte: un leggero purgante e tutto sarebbe passato. Infatti anche se non stava com­pletamente bene, pure nei giorni seguenti, fu tranquil­lo e sereno come al solito.

Giocò, rise e scherzò e fece dei progetti.

Con le persone amiche che venivano a trovarci era spigliato come sempre, e se pure lo tenemmo a letto per precauzione, egli non poteva star fermo e saltava e si rotolava sul letto facendo le capriole, com'era so­lito fare. Non accusava alcun dolore e manifestava il suo desiderio di andare alla domenica seguente nel parco chiamato «Villa Croce» per giocare con una ca­scatella, sotto la quale altre volte aveva bagnato le manine.

Ultime ore di vita

Dimostrava di star bene anche perché aveva fatto un'abbondante colazione. Ma verso le 10 del venerdì mattina, il papà, dopo aver guardato a lungo il suo bambino, ebbe un triste presentimento. Allora ci po­nemmo in ginocchio accanto al suo letto e iniziammo la recita del Santo Rosario per chiedere alla SS. Ver­gine che Stefano stesse veramente bene sempre. Il pu­po pregava con noi, ma ci guardava con un'espres­sione strana e indefinibile, con uno sguardo dolcissi­mo e meravigliato.

All'inizio della terza decina pregò tanto la mam­ma di andare a chiamare la Direttrice delle Missiona­rie del Popolo, Madre Nora Massa, sua grande amica. La mamma lo accontentò e corse a telefonare: erano circa le 10,30. Stefano, quando seppe che la Madre sarebbe venuta tra breve, si pose sul letto ad attenderla. Ma ogni tanto chiedeva: «Non viene ancora la signo­rina Massa?»

Al trillo del campanello che annunciava l'attesa vi­sita Stefano ebbe un sorriso di gioia e accolse lieta­mente Madre Nora. Era felice di vederla. La Madre, si fermò qualche istante da sola con Stefano: gli chie­se se stesse poco bene, se avesse qualche dolore che non voleva manifestare alla mamma, per non darle dispiacere. Stefano la assicurò di non avere assoluta­mente alcun disturbo.

Nell'accomiatarsi la Madre esortò Stefano a essere buono, per far piacere a Gesù e il bimbo la guardò con gli occhi radiosi.

La Madre ci lasciò subito, perché i suoi impegni la volevano altrove e promise di ritornare presto: ma era l'ultima volta che vedeva Stefano vivo.

Subito dopo arrivò l'amica Margherita. Portava a Stefano qualche nespola, frutto che al bimbo piaceva tanto, perché la polpa sugosa calmava un po' la pe­renne arsura di cui pativa. Stefano volle subito un frutto, poi mangiò volentieri quanto era stato prepara­to per lui, e un'ultima volta ancora diede prova della sua pudicizia. Dovendo uscire dal letto, volle che Margherita si voltasse dall'altra parte, che non lo guardasse mentre compiva quanto gli abbisognava.

Anche Margherita ci lasciò con la promessa di ri­tornare nel pomeriggio, e in questo frattempo Stefano si assopì. Intanto la mamma gli stava sempre accanto.

Verso le 14,30 Margherita ritornò. Stefano era se­reno: chiacchierava volentieri confermando che do­menica sarebbe andato a «Villa Croce»...

Chiese alla mamma che ore fossero. Saputo che erano le 15,15 volle sapere quante ore mancassero al­le 18, perché per quell'ora voleva essere rivestito, per ascoltare alla radio il programma per i ragazzi.

Ultime visioni

Passarono forse pochi minuti o un'ora? Non sap­piamo. D'un tratto Stefano smise di chiacchierare e si allungò nel letto, tirandosi le coperte fin sul mento. Stette per un po' tranquillo, poi spalancando verso l'alto gli occhi disse felice: «Mamma, vedo gli scouts, tanti scouts con la bandiera bianca e celeste». La mamma gli fece osservare che anche il suo pigiamino e la coperta avevano quei colori e il piccolo rispose: «Sì, mamma».

Abituati come eravamo alle sue visioni non pensa­vamo certo che Stefano stesse per ritornare in Paradi­so: il polso batteva regolare, la sua mente era lucida, il suo viso era sereno come al solito.

Ma ancora una volta doveva essere fu disturbato dal demonio, perché ad un tratto fece una smorfia di­cendo: «Che puzza!».

Ma quasi subito il suo volto si irradiò di gioia e disse: «No, sento un profumo, un profumo di rose».

Gli chiedemmo se erano le rose di Santa Teresina ed egli, festante, rispose di sì.

Dopo qualche istante riprese a dire: «Quanto gra­no, sono in un campo di grano, sono in mezzo al gra­no». (E da notare che Stefano non aveva mai veduto un campo di grano e non conosceva le spighe di cui parlava). Continuò: «Che stupidino, non è grano, so­no sedie rovesciate».

Gli facemmo osservare che nella stanza vi erano sì delle sedie, ma non erano rovesciate. Egli confer­mò. Poi disse ancora: «Ci sono tante vele, vedo tante vele».

Guardò attorno alla stanza. Poi, fissando gli occhi innanzi a sé, disse: «Vedo una nuvola con tanti ragaz­zi... No, non sono bambini ma tanti Angioletti con la bandiera bianca e celeste». E sorrideva dolcissima­mente a questa visione che illuminava il suo viso di una gioia infinita.

«Vedo una nave... Non conosco il capitano... Sì, il capitano è Gesù, il marinaio è un Angelo... il mare è brutto, ma la nave è entrata in porto e il papà è sceso».

In Paradiso con gli Angeli

Noi e l'amica Margherita cominciammo a non comprendere che cosa accadesse. Ma Stefano, all'im­provviso, disse con forza: «Mamma, voglio andare in Paradiso!»

La mamma gli disse: «No, figlio mio, aspetta. Hai ancora tanti anni da vivere, tante cose da fare». Stefano guardò la mamma con occhi imploranti e rispose con voce ferma, ma dolcissima: «No, subito!». Improvvisamente nel nostro cuore entrò lo strazio, perché quella risposta ci aveva illuminati: Stefano sta­va per lasciarci. Era stanco di stare in esilio e voleva ritornare alla Patria Celeste.

Subito il suo nasino si affilò e il suo viso prese una espressione ultraterrena: il Signore lo chiamava ed egli rispondeva gioioso alla Voce, che fin da piccolis­simo, gli aveva parlato del Paradiso.

Noi forse non comprendemmo subito che più nul­la restava da fare. Corremmo a prendere l'Immagine della SS. Vergine di Pompei che già altre volte aveva operato il miracolo. La posammo sul cuore di Stefano che guardava fisso in alto cogli occhi raggianti. Pren­demmo un grande quadro raffigurante Gesù e lo po­nemmo sul letto innanzi a Stefano, mentre stavamo inginocchiati uno per parte.

La mamma teneva il bimbo abbracciato e gli fece fare il Segno della Santa Croce. Stefano poso le sue manine ciascuna su una mano di Gesù e ne fu come attirato, poiché tutto il suo corpicino ebbe un breve sussulto. Il suo viso assunse un'espressione di gaudio così grande che è impossibile descriverla. Per l'ulti­ma volta aperse le labbra per dire con grande tenerez­za: «Papà». Si volse verso la mamma, le diede un ul­timo bacio e ricadde sul letto. Tutto era ormai finito.

Erano le 17 del 13 maggio 1955.

Non comprendemmo più nulla e continuammo a lungo a chiamare Stefano, a supplicarlo perché si sve­gliasse, a implorare il buon Dio perché ci rendesse la nostra creatura.

Non riuscivamo renderci conto che non avremmo più udito la fresca vocina del nostro piccino, che non avremmo più avuto la gioia di stringere fra le braccia il nostro bambino che era tutto per noi.

Ma ormai Stefano non c'era più e fu necessario che pensassimo a rivestirlo: per le ore 18, come egli aveva desiderato, dopo quasi un'ora che la vita aveva lasciato per sempre il suo corpicino.

Non sappiamo dove abbiamo trovato la forza di comporre per l'ultimo sonno il nostro tesoro, non sappiamo come facciamo ora a continuare la nostra vita senza di lui. Siamo certi che egli ci ha ottenuto da Dio tutta la forza necessaria; sentiamo che il no­stro Angioletto dal Cielo ci sorregge, perché possia­mo, nonostante lo strazio dei nostri cuori, continuare la nostra missione di genitori.

13 maggio 1955: una data che resterà impressa nei nostri cuori doppiamente a caratteri indelebili.

Quel giorno era anche l'anniversario della prima apparizione della SS. Vergine a Fatima. Pensiamo che Iddio abbia voluto riprendersi il nostro Angiolet­to proprio in quel giorno poiché Stefano ammirava tanto i tre fortunati pastorelli, dei quali conosceva be­ne la storia.

«Ciao, mamma, sono in Cielo»

La mamma di Stefano richiesta se avesse «udito» il suo piccino dopo la morte, disse testualmente:

«Se non è presunzione, vorrei proprio rendere no­to che, poco dopo l'ultimo respiro di Stefano, io ero in ginocchio e in lacrime accanto a lui. Dopo un po' udii distintamente la voce del mio Angioletto che di­ceva: "Ciao, mamma, sono in Cielo!"

A queste parole e soltanto allora, compresi che non era come altre volte, che questa volta Stefano non sa­rebbe più tornato sulla terra, fra le mie braccia».

Nella notte seguente al suo trapasso, amici pietosi diedero il cambio ai genitori nel vegliare la cara sal­ma, costringendo così a prendere una parvenza di ri­poso. Ed ecco Stefano apparire alla mamma in una gloria di luce, sorridente e beato. La mamma tese le mani per abbracciarlo, ma il piccolo, ormai irraggiun­gibile, le disse: «Non piangere: io sono felice con Ge­sù, la Madonna e tanti Angioletti».

La visione si ripeté un'ora più tardi.

Poi anche il papà ebbe la dolorosa gioia di vede­re il suo bambino felice, mentre nella stanza accanto la sua salma bianco-vestita e circondata di candidi fiori era ad accrescere il dolore di chi tanto amava Stefano.

 

CAPITOLO XVI

Il Trionfo

Stefano era appena spirato che subito si sparse la voce del suo trapasso, e già si cominciò a dire che era morto come un santino, che era stato un bambino ec­cezionale, un bambino meraviglioso.

Non erano passate due ore che già il suo letto era coperto di candidi fiori portati anche da persone mai avvicinate, che avevano però ammirato sempre Stefa­no, sia per il suo comportamento, sia per la sua fedel­tà di Chierichetto.

Rose, garofani, candidi gladioli arrivavano a fasci: persone sconosciute vennero non a pregare per lui, ma a chiedere a questo candido giglio che intercedesse per loro presso Dio.

E ci venne confermato da persone degne di fede che subito si era avuta prova della eccezionalità di Stefano, perché immediatamente si ottennero grazie e favori straordinari per sua intercessione.

Queste testimonianze di affetto rafforzarono in noi la convinzione che il nostro bambino non era ritornato invano tra gli Angeli, ma in modo particolare ci di­cono che egli non ha vissuto né patito inutilmente. Ora più che mai comprendiamo che i suoi pati­menti offerti a Dio, con edificante rassegnazione, so­no stati pegno di una gloria che non avrà tramonto, certi come siamo che gli esempi non possono essere scordati.

E Stefano di buoni esempi ne ha lasciati tanti!

Fra le varie testimonianze di affetto giunteci in questa circostanza, ne citeremo qualcuna.

Diamo la precedenza a quella del Padre Clemente da Arcore, Cappuccino, che più di una volta ebbe Ste­fano come penitente: «Ho avuto la fortuna e la gioia di vedere, di cono­scere e osservare da vicino, in tante circostanze, il bambino Stefano Maria Pedroli.

Il suo aspetto angelico, la sua anima innocentissi­ma, la sua intelligenza precoce, la sua parola assenna­ta, la sua preghiera così attenta e fervorosa, malgrado i suoi pochissimi anni, mi hanno sempre dato l'im­pressione sicura di essere di fronte ad una creatura ve­ramente privilegiata».

L'Avv. Leandro Vacchino da Genova ci scrisse: «Nel ringraziarvi dell'immagine-ricordo del vo­stro piccolo Stefano, vi riconfermo la mia ammirazio­ne per questo "Santino" che ho avuto la fortuna e la grazia di conoscere così da vicino e di amare.

Tutte le volte che sono venuto in casa vostra, quan­do egli mi intratteneva per raccontarmi le visioni ed i colloqui di Gesù Bambino, della Madonna, di Dome­nico Savio, di Santa Lucia, di Santa Maria Goretti, di altri Santi e degli Angeli che venivano a conversare ed a giocare con lui, ho avuto la sorprendente impres­sione di avere di fronte non un bambino comune, ma un Angelo, un "Santino" del Paradiso.

Non potrò mai dimenticare l'entusiasmo, la felici­tà con la quale parlava di Gesù Bambino e della Ma­donna, come non dimenticherò mai il serafico ed an­gelico aspetto sul lettino che lo accolse al suo trapas­so, quegli occhietti ancora illuminati e vivi, quelle, labbra come laccate di minio vivissimo, il suo visino tutto morbido ed illuminato, che confermavano che egli non era morto, ma era più vivo che mai, nel no­stro pensiero come nella Gloria alla quale il Signore l'ha chiamato.

Lo pregherò, e lo invocherò come un santo, per avere la sua protezione ed intercessione presso il Si­gnore che, nella sua infinita misericordia e sapienza, ha raccolto pel suo giardino questo bel fiore di santità prima che il mondo lo contaminasse.

Il vostro dolore ha perciò il conforto di avere do­nato al Signore il più bel fiore, un Santo che dal Para­diso vi protegge e prega per voi e per tutti quelli che, come me, hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di amarlo».

La domenica seguente, 15 maggio, alle ore 10,45 ci furono i funerali. Pareva che il tempo piangesse con noi, giacché non smise di piovere per tutto il giorno.

Ci commossero i canti di gloria che il Sacerdote officiante disse dinnanzi alla bianca bara di Stefano, e il fumo dell'incenso ci parve veramente un preannun­cio di gloria immortale, di quella Gloria che solo la Chiesa può decretare, se lo ritiene opportuno. Seguirono i funerali moltissime persone e, no­nostante la pioggia, coloro che avevano conosciuto anche solo di vista il nostro pupo, vollero seguire il fe­retro fino al luogo dove il funerale si sciolse. Provvisoriamente la bianca bara contenente la cara salma fu depositata nel Cimitero di Staglieno (Geno­va) ed ora riposa a Milano nel Cimitero Monumenta­le, Galleria D. E. Levante, Colombaro IV Casella 29. STEFANO PEDROLI

* Milano 17-7-1949 + Genova 13-5-1955 ANGIOL DI DIO BEL CONDOTTIERO DEL VIVER MIO GUIDAMI TU LUNGO I SENTIERI DELLA VIRTÙ.

 

CAPITOLO XVII

Altre testimonianze

La Sig.ra Kunkl (via Assarotti, 42, Genova), ve­nuta ad esprimerci la sua partecipazione al nostro do­lore, ci ricordò un particolare gustoso della vita di Ste­fano chierichetto: un giorno Stefano nella sua candida divisa, accortosi che i fedeli lo guardavano si sedette addirittura sui gradini dell'Altare e guardava compia­cuto i suoi «ammiratori». La signora disse che non po­té fare a meno di ridere per quella innocenza, che la edificò poi con l'obbedienza, poiché quando il fratel­lo Marco, accortosi del fatto, prese Stefano per un braccio per farlo voltare, questi obbedì prontamente e continuò il suo ufficio. Ma erano proprio i primissimi tempi, perché poi il chierichetto diventò un modello di compostezza e di serietà.

L'Impresario delle Onoranze Funebri confessò di avere provato un tremito strano nell'atto di aiutare il papà di Stefano a deporre il piccolo corpicino nella bianca bara. E questo tremito lo turbò per diversi gior­ni. Quando dall'Avv. Vacchino seppe qualcosa di Stefano, comprese che quella sensazione, mai provata nel suo ingrato ufficio, era veramente segno che quel pic­cino aveva in sé qualcosa di straordinario.

Il medico che giunse il giorno dopo il decesso per stilare la notificazione, verso le ore 11 circa, si mera­vigliò di riscontrare che il petto di Stefano era ancora tiepido mentre tutto il resto del corpo non lasciava dubbi sull'avvenuto trapasso.

Una casigliana portò un fascio di candidi gladioli che ponemmo parte dal lato sinistro di Stefano e parte da quello destro. Al ritorno dai funerali, poiché aveva­mo lasciato il suo letto intatto con tutti i suoi fiori, no­tammo che i candidi gladioli, che erano stati accanto al cuore di Stefano, apparivano macchiati di rosso, mentre gli altri erano ancora bianchi.

Abbiamo voluto conservare questi fiori straordina­ri, dopo averli fatti essiccare: quelli macchiati sono ri­masti sempre cosi.

Durante la permanenza di Stefano sul letto di mor­te, alcune persone, fra le quali il signor Luigi Molina­ri e l'Avv. Leandro Vacchino, notarono attorno al ca­po del bimbo una luminosa e durevole aureola. Altri, notarono che il bimbo sembrava prendere parte al Santo Rosario, che si recitava accanto al suo letto, dando la sensazione che le sue labbra e i suoi occhi si ravvivassero.

Un episodio che farà sorridere qualcuno e restare incredulo qualche altro è questo capitato alla mamma di Stefano: il sabato mattina vide abbandonato sul seggiolino di vimini, Pucetto, l'orso di pelo, il balocco preferito di Stefano. Mossa non sa neppure lei da qua­le impulso, lo prese e lo posò sul cuore ormai immo­bile del suo bambino e restò trasecolata nel notare che le labbra del bimbo, fissate fin dal giorno prima a mezzo di una benda, si atteggiarono a un sorriso che rimase anche quando fu posto nella candida bara.

Testimonianza della Sig. Molinari

Dagli appunti che Margherita Molinari ha scritto, anche a nome della sorella Nina e del fratello Luigi, stralciamo qualche pagina: «Conoscevamo Stefano dall'ottobre 1953. Per pri­ma fu la sorella Nina ad avvicinare quest'angioletto e tornò a casa raccontando che i signori Pedroli aveva­no un bambino tanto bello, con due occhioni meravi­gliosi che sembravano stelle e con tanti riccioli, da farlo assomigliare ad una bambina.

Un giorno pregai Maria Biaggini, che si trovava in casa Pedroli da qualche mese, di voler dire a Stefano che chiedesse a Gesù la grazia di farci trovare una ca­sa, dato che dal 1944 eravamo in coabitazione con persone che ci facevano soffrire l'impossibile. Dopo qualche tempo ritornai in casa Pedroli e subito Stefa­no mi corse incontro dicendomi: "Sig.ra  Molinari, Gesù ha detto di sì".

Pareva un cherubino e, mentre volevo ringraziarlo, scappò via. Passò qualche mese ed io avevo un'ansia tremenda per non aver ancora trovata la casa. Volli quindi interrogare ancora Stefano. Si era ai primi me­si del 1953. Quando chiesi a Stefano se volesse do­mandare al buon Gesù quando ci avrebbe dato la ca­sa, il bimbo stette un po' silenzioso poi, ergendosi se­rio e quasi maestoso, rispose: "Quando è ora!". Com­presi che dovevo attendere ancora. Infatti il 7 settem­bre di quello stesso anno si firmava il contratto per la nostra casa.

Stefano sapeva discernere, al solo vederli, i bim­bi buoni da quelli cattivi, e talvolta mi fece delle con­siderazioni che io riscontrai poi essere esatte.

Nell'estate 1954, non si sa come, la casa fu invasa dalle formiche che entravano perfino nella dispensa. Terrorizzata dissi a Stefano di cacciarle via o, meglio, gli chiesi di pregare Gesù perché facesse finire questa invasione. Meravigliata dovetti udire il piccino che, con un visino santamente malizioso e scherzando, di­ceva: "Sono belle, sa le formiche, a me piacciono; quelle rosse no, perché pizzicano, ma quelle nere sono così carine... Belle e carine. Dirò al buon Gesù che ne mandi tante, tante!"

Rideva il piccino e intanto ripeteva che le formiche gli piacevano. Ma da quel giorno nella nostra casa non è apparsa più neppure una di quelle bestiole.

Mio fratello Luigi, a causa del suo lavoro, non po­teva essere sempre puntuale per l'ora dei pasti. Più di una volta chiesi ai signori Pedroli di concederci il piccolo Stefano per una giornata, quale ospite graditissi­mo. E per non rimandare per lui l'ora dei pasti, mia sorella ed io avevamo preso l'abitudine di chiedere a Stefano che interrogasse Gesù. Stefano otteneva subi­to la risposta e diceva di volta in volta che mio fratel­lo sarebbe venuto a casa alle 12, o più tardi o che non sarebbe addirittura venuto che alla sera. Mai una vol­ta avemmo da Stefano una risposta sbagliata.

Quando era a casa nostra non stava mai inopero­so: più spesso disegnava, cosa che a lui piaceva tanto, ma era pronto a lasciare carta, matita e pastelli al mio cenno.

Voleva aiutare in tutte le faccende e provava gran­de piacere nel macinare il caffè, sgranare fagioli e pi­selli, asciugare i piatti e le posate. Voleva anche pulire i pavimenti... ed ogni cosa faceva con tanta allegria che pareva nato per questo.

Un giorno mi lamentavo di alcuni disturbi, forse dilungandomi un po'. Ma Stefano, con tono austero, mi disse: "Lo sa bene che la via di Gesù è la via del dolore, no? Allora non faccia la piaghina: stia zitta e si tenga i suoi mali".

Un'altra volta che tergiversavo per fare qualche cosa, udii fare da Stefano questo discorsetto: "Quando Gesù parla e ordina qualche cosa, si deve farla subi­to, senza pensarci su".

Mia sorella Nina leggeva a Stefano un raccontino da un libretto fra quelli che c'erano in casa. Il piccolo non si stancava di udire tutte le grazie che la SS. Vergine aveva concesso ai suoi devoti. Ma un giorno, sul finire dell'anno 1954, Stefano interruppe la lettura per dire a Nina: "Sa, la Madonna mi ha detto tante belle cose".

«La Nina un giorno chiese a Stefano di volerla fa­re partecipe delle confidenze della Madre Celeste. Ma il piccolo rispose: "Le racconterei, ma son cose che lei non capisce; son cose che non capiscono nemmeno gli uomini".

Un giorno mi sentii chiedere improvvisamente da Stefano: "Signorina Margherita, lei non si è ancora sposata?" Gli risposi interdetta di chiedere a Gesù. Dopo qualche istante, ecco che cosa mi riferì: "Gesù dice che non la vuole far sposare, perché non vuole darle figli"».

Tamburino

«Verso la metà del 1953 vidi Stefano che batteva con un legnetto sul fondo del suo secchiello come fos­se un tamburo. Gli chiesi se gli piacerebbe proprio tanto giocare così ed egli rispose:

- Sì, ma non ho il tamburo.

- Bene, risposi, ne cercheremo uno.

Stefano si commosse e col viso felice soggiunse: - E sì, ne cerchi uno anche un po' vecchio.

Non avrei mai immaginato che in un bimbo così piccolo ci fosse tanta saggezza e tanta modestia. La mia gioia fu grande nel vedere, dopo qualche giorno, la felicità del pupo nel provare il tamburino che gli avevo appena donato. Godeva nel sentirsi chiamare tamburino e presto imparò a battere le bacchette in modo non troppo disordinato».

Disegnatore

«Per il giorno di San Luigi 1954, giorno onomasti­co di mio fratello, invitammo a pranzo la famiglia Pe­droli. Stefano arrivò recando in dono al festeggiato un disegno a cui da vari giorni aveva lavorato con tena­cia. La rosa raffigurata è un piccolo capolavoro se si considera l'età del piccino e mio fratello fu tanto com­mosso da questo pensiero gentile che volle incorni­ciare quel cartoncino diventato per noi una preziosa reliquia.

Il fratello Marco, che si trovava al Seminario di Masnago, venne a casa per le vacanze pasquali, e per tutta una giornata i due fratellini furono nostri ospiti. Stefano ammirava e invidiava santamente il fratello, perché era già in Seminario, e la sua ammirazione si traduceva nel voler copiare gli atti di Marco e perfino i suoi disegni.

In quel giorno Marco scherzava col fratellino e lo prendeva affettuosamente in giro, dicendogli che ce ne leva ancora del tempo prima che anche lui po­tesse entrare in Seminario. Fu allora che Stefano ergendosi in tutta la sua persona e puntando l'indice de­stro su Marco disse in tono quasi solenne e profetico: "Quando sarai prete io ti proteggerò". Poi, quasi per nascondere forse anche a se stesso quello che incon­sciamente aveva intuito, scoppiò in una bella risata.

A casa mia Stefano si divertiva spesso a farsi met­tere addosso dei panni che fungevo da paramenti sacri. Poi "celebrava" la Santa Messa, distribuiva la Santa Comunione, cantava i Vespri e impartiva la Be­nedizione. Era così serio e umile, fervoroso che a noi pareva già di vederlo veramente Sacerdote.

Una volta volle perfino impartire la Cresima a mia sorella, a mio fratello ed anche a me. Fece quest'atto tanto solennemente che non pareva certo un bimbo così piccolo: era 1'8 maggio 1955!

Obbedienza eroica

«Per conto mio posso definire eroica l'obbedienza di Stefano, perché troppo spesso ho avuto tali prove da convincermi che in un bimbo così piccino non era normale quella perfezione di obbedienza. Desidero dare qualche esempio, scegliendo fra i tanti che ho vi­sto fiorire attorno a Stefano.

Con Stefano e mia sorella Nina ci eravamo recati a fare alcune compere e, giunta l'ora della merenda per il piccolo, lo conducemmo in una rosticceria offren­dogli della panna con una pasta. Finito il dolce, Stefa­no, che forse l'aria gelida aveva risvegliato in lui più appetito del solito, allungò la mano per prendere un'altra pasta; ma io, non sapendo se fosse bene o ma­le, gli proposi di chiedere a Gesù il permesso di man­giare la seconda pasta.

Stefano rimise ogni cosa a posto, si concentrò e ri­spose: "Gesù dice di no". Senza rimpianti e senza om­bra di rammarico la sua merenda era terminata. Mia sorella ed io restammo edificate dalla semplicità di questa obbedienza che lasciava certamente un piccolo vuoto nello stomaco di Stefano.

Altra volta per ubbidire a Gesù lasciò da parte un pezzetto di cioccolata, oppure mangiava qualcosa che alla sua natura ripugnava, come ad esempio lo stocca­fisso. Spesso a casa ci siamo domandati dove questo ometto trovava la forza di non ribellarsi minimamente. Ma ci siamo resi conto ben presto che solo una grazia soprannaturale poteva fare di lui il modello che abbia­mo sempre desiderato di saper imitare.

Ma non erano tutte rose per questo angioletto: lo abbiamo visto soffrire indicibilmente diverse volte. Abbiamo invidiato la sua forza nell'accettare i pati­menti che Gesù gli mandava; avremmo voluto avere la sua fede eroica in diverse circostanze.

Abbiamo assistito impotenti a qualche assalto dia­bolico e ricordiamo in particolare una passeggiata che Nina ed io facemmo con Stefano alla Villa Imperiale sul finire del 1954.

Il bimbo, dopo avere passeggiato un po', si era di­vertito tanto ad ammirare i pesciolini nel piccolo sta­gno; poi, fatta merenda, giacché non aveva avuto il permesso di correre, si mise a marciare "come un sol­dato" per un breve tratto di strada, ritornando quindi da noi che lo attendevamo sedute. Ad un tratto, non si sa come, vedemmo Stefano cadere a terra malamente e ruzzolare per tre volte nel viale. Noi ed altre perso­ne corremmo a soccorrere il piccino, il quale perdeva sangue da un ginocchio e si guardava attorno con oc­chi pieni di terrore. Lo presi in braccio: era tutto tre­mante ed il suo viso era pallidissimo. Gli chiesi come fosse caduto. Ed egli rispose che "era stato il demo­nio a spingerlo e a farlo cadere".

Altra volta lo vedemmo patire questi attacchi e pensammo che il diavolo doveva ben essere infuriato contro Stefano se osava tribolarlo tanto.

Era innamorato di Gesù Bambino e trascorreva molto tempo tenendo fra le braccia una piccola statua del Divin Bambinello, del quale asseriva di sentire i polsi battere.

Un giorno che io tenevo la mano sullo stipite di una porta aperta, Stefano improvvisamente, ma certo senza accorgersi, spinse la porta e la mia mano ne re­stò offesa.

Alla mia manifestazione di dolore, Stefano restò mortificato e commosso. Prese la statuina e, quasi ru­demente, mi batté con questa sulla mano dolorante di­cendo: "Gesù Bambino dice che la guarirà Lui". A quel contatto la mia mano guarì istantaneamente.

Una sera Stefano, per gioco, mi pestò i piedi non immaginando che io li avevo doloranti. Al mio grido di dolore chiese candidamente: "Signorina Margheri­ta, le fanno male i piedi?" Credo che il mio viso gli abbia detto più che le mie parole, perché lo vidi im­pensierirsi, ma per un attimo. Disse: "La guarisco io". Sfiorò le mie estremità con le sue manine. Non sentii più alcun male».

La morte

«Fui l'unica testimone del trapasso di questo bim­bo, che noi di famiglia consideriamo un piccolo santo e invochiamo sempre come tale per ottenere da Dio, per la sua intercessione, le grazie che ci sono necessa­rie. Vidi Stefano lasciare questa terra di dolore, nella quale egli aveva tanto e tanto sofferto, ma compresi che la sua non fu propriamente morte, ma un imme­diato abbraccio con Gesù.

Nel cuore conservo le sue ultime parole, il suo ul­timo sguardo, ma non sono capace di descrivere quei momenti angosciosi e lascio ai signori Pedroli questo compito ingrato.

Nella mia casa santificata da questo piccolo ange­lo, tutto parla di lui e conserviamo gelosamente tutti quei piccoli oggetti che ha usato e particolarmente le posatine, il bicchiere, i pastelli e un piccolo grembiu­lino che soleva farsi cingere ai fianchi quando voleva "aiutarci" nelle faccende di casa.

Ma quello che più gelosamente custodisco è la sta­tuetta del Bambino Gesù che Stefano cullava dolce­mente fra le braccia assumendo un'espressione direi quasi immateriale.

A proposito di questa statua voglio ancora dire un particolare. Qualche tempo prima del suo trapasso, Stefano volle chiedere a Gesù quanti anni avesse quel­la statuina; dopo qualche istante di preghiera, mi disse "che quel Gesù Bambino aveva diciotto anni". Volli fa­re il computo: erano esattamente diciotto anni da quan­do ebbi in dono quella statuina.

E quella stessa statua, che lasciai intatta prima di recarmi a vedere Stefano per l'ultima volta, la ritrovai scheggiata inesplicabilmente dopo la sua morte, pro­prio sul piedino che Stefano ci offriva da baciare e che egli stesso aveva baciato con tanto trasporto».

 

CAPITOLO XVIII

Testimonianza della Sig. Biaggini

La Signora Maria Biaggini fu tra noi dal maggio 1952 al settembre 1954. Vista la eccezionalità del bambino, volle man mano prendere appunti. Ci ha poi consegnato i suoi ricordi che trascriviamo inte­gralmente.

«Ho conosciuto il piccolo Stefano di due anni cir­ca, nel maggio del 1951, quando con i genitori era a Locarno (Svizzera).

Già allora era un bel bambino, sano, tutto riccio­li, con due occhi grandi, profondi, intelligenti, viva­ci. Attirava l'attenzione di tutti quanti avevano l'oc­casione di stare con lui e non s'incorreva nel perico­lo di annoiarsi, perché col suo chiacchierio intelli­gente, interessava e teneva attenti tutti quanti lo cir­condavano.

Lo rividi più volte ancora nella sua casa a Milano. Ogni volta che avevo l'occasione di avvicinarmi a lui sentivo in me un attaccamento sempre più forte, tanta era l'innocenza che si sprigionava dai suoi occhioni limpidi.

Sempre sorridente e pieno di vita, non stava fer­mo un secondo; aveva sempre qualche cosa da dire, qualche cosa da fare, da trafficare, riempiendo di gioia e di consolazione i genitori e il fratellino maggiore Marco.

La famiglia del piccolo Stefano si trasferì nel 1951 a Genova e nel maggio del 1952 entrai in casa dei si­gnori Pedroli. Ero così vicina al piccolo e caro Stefa­no, e ne potevo controllare ogni sua attività. Cresceva il bambino alla scuola dei suoi genitori, profondamen­te cristiani, i quali avevano per il piccolo tutta la tene­rezza che solo una mamma e un papà possono avere per i loro figli. Sapevano essere anche severi.

Aveva una venerazione per i genitori. La mamma poi, sapeva così bene istruire il suo tesoro sulle prin­cipali Verità della fede e gli instillava di continuo l'a­more verso Gesù, la Madonna e gli Angioletti. A ogni sua mancanza la mamma faceva capire al piccolo che aveva offeso Gesù e fatto piangere l'Angelo Custode. Allora Stefano chiedeva perdono. Ed è appunto a que­sta scuola piena di fede che Stefano si formava piano piano.

Fin dai primi giorni che l'ho conosciuto, notai che il senso di religiosità era infuso in lui. Di conseguen­za ogni sua azione e discorso era impostato su un og­getto di carattere religioso».

Gli angeli erano la sua predilezione «Quante volte, solo con i suoi giochi, l'ho udito parlare ad alta voce, come se parlasse a qualcuno. Gli chiedevo poi:

- Ma con chi parlavi?

- Eh! con gli Angioletti!... Sai, hanno giocato con me...

È certo che non mentiva, perché osservandolo, senza essere veduta, quando giocava con loro (come diceva lui), sul suo viso era impressa una gioia ange­lica, e più di una volta si è rammaricato dicendo: - Adesso se ne sono andati via.

Anche con Gesù Bambino se la intendeva bene. Un giorno del maggio 1952, aveva quasi tre anni, stava sal­tando e correndo rumorosamente. Ad un tratto non odo più nulla. Impressionata vado a vedere (anche perché i genitori erano assenti). Lo trovo inginocchiato che pre­gava. Gli chiedo: - Cosa fai?

- Eh! dico una preghierina!

E subito dopo si rimise a correre e a far chiasso, per­ché così era il suo carattere, forte e a volte turbolento. Quando chiedeva qualcosa era gentile e pieno di grazia. Una mattina mi chiede un po' d'acqua. Gliene dò un bicchiere e, senza essere vista, lo osservo. Con mia grande sorpresa vedo che sta pregando davanti al bicchiere, e con gesti molto delicati lo solleva lenta­mente come fa il Sacerdote con il calice durante la Santa Messa. Poi sta, direi quasi, estatico in quella po­sizione per qualche secondo. Quindi lo abbassa e be­ve. In quel momento l'ho visto già un santo sacerdote e non nego che ho subito sentito dentro di me, per quel bambino, quasi una venerazione».

In chiesa

«Al compiersi dei tre anni, il 17 luglio 1952, i geni­tori iniziarono a portarlo ogni domenica alla Santa Messa: era questa la sua più grande felicità. Alle volte in chiesa disturbava: allora il papà lo sgridava e lo mi­nacciava di non portarlo più, e la domenica seguente era più tranquillo.

Una domenica c'è stato un matrimonio, e Stefano chiese alla mamma:

- Perché quei due si sposano? Cosa vuol dire?

E la mamma, saggia e prudente, risponde: - Perché poi diventano mamma e papà. E lui fu soddisfatto della risposta.

Una mattina presto era nel suo lettino tranquillo. Cosa rara in lui perché, appena si sveglia, non impor­ta che ora sia, grida: -Apritemi le finestre!

Quella mattina stava parlando sottovoce e dopo un po', dice: - Sapete che ho sentito un rumore di ali e sono ve­nuti tanti Angioletti sul mio letto a farmi compagnia: erano tutti belli, col vestitino bianco e le ali dietro la schiena. Sono stati un po' e poi sono volati via.

La domenica seguente si andò a fare una passeg­giata, e passando davanti alla Chiesa di San Bernardi­no al Righi, si entrò. Al primo entrare Stefano fu atti­rato dalla statua di un angioletto col vestito lungo, bianco, posta su un altare laterale, e gridò:

- Eccolo uno degli Angioletti che sono venuti nel mio letto, e proprio quello!

Ha una memoria di ferro, e con grande facilità im­para le cose che la mamma gli insegna. A tre anni e mezzo impara a leggere i primi caratteri della stampa e quando lo si porta a spasso si diverte a leggere le in­segne dei negozi.

Ama molto i fiori, perché tutti li ha creati il buon Gesù. Quando lo si porta a fare una passeggiata in campagna, non si dimentica di raccogliere un mazzo­lino di fiori per la mamma, perché sa che le faranno piacere.

- Mi piacciono tutte le bestioline - dice il piccolo e con loro fa i suoi discorsetti. Dice loro: - Vi ha create il buon Dio; fate le brave e non litigate.

In pratica tutte le raccomandazioni che si fanno a lui, le ripete alle bestie».

Ai primi di marzo si ammala «Siamo in Quaresima: il male va crescendo ogni giorno sempre più. Arriva la Settimana Santa, il pove­ro piccolino soffre terribilmente nel suo lettino con accanto la mamma, che non lo lascia né di giorno né di notte.

Al Venerdì Santo i piedi e i polsi gli si gonfiano e accusa dei forti dolori anche alla regione del cuore; ha delle trafitture, e sembra che il cuore cessi di battere.

Il giorno di Pasqua sembra migliorare; il giorno dopo, lunedì, si credeva morisse.

Io lo vidi allungato nel suo lettino, quasi esamine, il corpo immobile, gli occhioni grandi e vitrei, il re­spiro corto e affannoso.

Per conto mio era in agonia.

Si pregava e si piangeva. Solo Dio sa il dolore dei suoi cari genitori al vederlo in quello stato, e da eroici e generosi genitori hanno offerto al Signore il loro più grande bene.

Ma il Signore ha ripagato il loro grande sacrificio, ridando la salute al loro tesoro. Da quel momento è cominciato il miglioramento, e pian piano è tornato a riempire di gioia e di allegria la casa.

Appena rimesso in salute, la mamma, paziente­mente, gli insegna il catechismo in preparazione alla Prima Comunione. E tutti i giorni impara due o tre risposte. Sa benissimo che l'Ostia prima della Con­sacrazione è pane e dopo la Consacrazione è il Cor­po e il Sangue di Nostro Signore. Neppure si lascia confondere quando gli si dice che se l'Ostia consa­crata si spezza, si spezza anche Gesù. Ci risponde che Gesù sta intero e che è un mistero che conosce­remo in Paradiso. E lo dice con tanta sicurezza che non c'è da dubitare della sua convinzione di quello che dice».

Chierichetto

«Domenica 28 giugno 1953. Nella Chiesa della Immacolata serve per la prima volta la Santa Messa col fratellino Marco.

Piu tardi servirà anche al Vespro.

Da questo momento tutti i suoi giochi sono con­centrati nel gioco del prete. Da solo si prepara dei paramenti con dei giornali; prepara l'altare, e siccome il fratellino va a scuola, gioca da solo e così fa da sa­cerdote e da chierichetto. Contentissimo lui e diver­tentissimo per chi sta a guardare.

Non fa un'azione che non sia al posto giusto. Quan­do gli si chiede che cosa farà da grande, risponde: - Voglio fare il prete, il missionario e il Papa».

Ama molto la compagnia «Ogni piccola cosa che fa, vuole che la si ammiri. Con gli altri bambini è molto gentile e sa giocare con molta eleganza.

Avendo il carattere così allegro e vivace è anche molto buffone. Una mattina in chiesa è entrato un si­gnore con l'apparecchio acustico. Stefano, che ha un grande spirito di osservazione, dice al fratello:

- Guarda quel signore coi tappi nelle orecchie! Quando lo si porta a passeggio è interessantissi­mo: ha sempre qualche cosa da raccontare, e pur cam­minando per delle ore, non ci si stanca di sentirlo chiacchierare. Il papà racconta che facendo con lui una passeggiata, si sono incontrati con un uomo dal­l'aspetto molto giovane e il piccolo dice:

- Papà, guarda quell'uomo bambino!

Una sera stavo facendogli recitare le preghiere e vedo che sorride dolcemente fissando il quadro di Ge­sù e della Madonnina. Ad un tratto mi dice:

- La Madonnina mi ha fatto un bel sorriso, ed al­lora anch'io gliel' ho fatto!

Tutte le sere in casa si recita il Santo Rosario e Ste­fano, a preghiera ultimata, ci dà la benedizione.

Così pure si diverte a benedire tutti gli oggetti.

È interessante vedere l'accordo che ha col fratelli­no e come lo difende; se sul più bello del gioco c'è qualche cosa che non gli va a genio, si avventa su Marco, ma dopo due minuti e già riappacificato.

Quando papà e mamma castigano Marco, è sem­pre pronto a difenderlo e grida:

- Lasciate stare il mio fratellino! E lo abbraccia e bacia».

Infestazione diabolica

«I1 7 settembre fu preso dal demonio. Non voleva stare a tavola, esigeva che si togliesse un quadro di Gesù; non ne pronunciava però il nome, urlava solo: - Levatelo quello lì.

E accennava al quadro.

Non valsero i rimproveri del papà, la bontà della mamma. Gesticolava, urlava e sudava; non poteva mangiare, e neanche buttargli addosso l'acqua santa gli ha giovato.

Stanco e spossato dalla lotta, la mamma lo mise a letto, mentre il papà, senza che il piccolo se ne accor­gesse, mise il quadro di Gesù sotto il lettino. Manco a dirlo, quello che aveva indosso ne sentiva la vicinan­za, e il bambino non voleva coricarsi ad ogni costo.

La mamma allora gli fece bere dell'acqua santa, e quasi d'incanto il piccino si calmò e si addormentò. Già qualche volta in precedenza il piccino aveva detto:

- Sapete, in sogno ho visto i diavoletti.

Una mattina dice alla mamma: - Sai ho sognato due donnacce col vestito nero lungo fino ai piedi, ma senza testa, che stavano qui in camera mia vicino alla porta, e mi facevano paura. Certo il demonio usava tutti i mezzi per rapirsi quell'angioletto, ma Stefano vuole troppo bene alla Madonna perché Ella non lo protegga.

È straordinario come in lui ci sia l'avvertenza im­mediata che ha fatto il male.

È tanto piccino, non sa dominarsi, ma appena ha fatto la marachella subito si accorge di aver agito ma­le e sinceramente corre dalla mamma o dal papà a confessare la sua colpa. E loro, a seconda della gravi­tà, sanno dargli il dovuto castigo.

- La mia passione è il presepio - dice.

Infatti passa delle ore davanti a Gesù Bambino, e con quale gioia gli offre tutto ciò che ha: fiori, giocat­toli, e tutto mette davanti alla capanna.

Il 26 dicembre, giorno del suo onomastico, è fiero di essere festeggiato e che, per quel giorno, tutte le at­tenzioni siano rivolte a lui.

Continua ogni giorno lo studio del catechismo; alle volte, quando va in chiesa per la Santa Messa, il Parro­co o i Canonici lo interrogano, e non c'è pericolo che sbagli una frase.

Per sapere quand'è domenica, a metà settimana, mi chiede: - Quand'è che faccio il bagno?

- Sabato.

- Oh! che bellezza.

- E perché?

- Perché il giorno dopo il sabato è domenica e va­do a servire la Santa Messa».

Nuova malattia

«Alla fine di gennaio del 1954 si ammala ancora una volta. Una forte tosse non lo lascia tranquillo né giorno né notte.

Comincia la Santa Quaresima e lui, con Gesù, si prepara alla Passione. Quaranta giorni e più dura que­sta tremenda prova per lui e per i suoi cari genitori, perché ancora una volta sono provati in quello che hanno di più caro al mondo. Il piccolino tossisce, di­magrisce a vista d'occhio, non ritiene più nulla nello stomaco, è ridotto a pelle e ossa con due occhi gran­dissimi.

Malgrado tutto questo è sempre spiritoso, è sem­pre lui che tiene allegri gli altri. Ogni volta che la mamma gli chiede come sta, lui sempre pronto, anche quando è disfatto dalla tosse, dice:

- Bene.

Passando davanti ad ogni chiesa si fa il segno del­la,Croce e invita gli altri a fare altrettanto.

Sopra Genova vi è il Santuario della Madonna del Monte. Ogni qualvolta lo portavo fuori e da lontano ne vedeva la chiesa subito recitava tre Ave Maria.

Non usciva mai di casa se prima non andava a sa­lutare l' effige della Madonna. Le diceva:

- Ciao, Madonnina, vieni con noi?

Un giorno che lo portavo a passeggio mi disse:

- Sai, dietro a noi viene la Madonnina e qui vicino a me c'è l'Angioletto!

E assicurava che lui li vedeva.

Spessissimo alla sera, o anche lungo il giorno, lo si sentiva recitare il Rosario della Madonna: diceva tutte le Ave Maria e i Pater Noster tralasciando i Mi­steri che ancora non sapeva. Quando non voleva dirlo da solo chiedeva a qualcuno di casa:

- Volete dire il Rosario con me? Ed era felice se lo si accontentava.

Un altro suo grande amore era per le stazioni della Via Crucis. Suo papà aveva disegnato le 14 stazioni e lui ogni tanto andava dal genitore a chiedere di guar­dare insieme i quadri della Via Crucis.

Sapeva a memoria la Passione di Gesù. Aveva dei libretti con la storia della Passione e non si stancava mai di farsela spiegare. Anche se l'aveva sentita mille volte, per lui c'era sempre qualcosa di nuovo, e chiedeva in continuazione il perché di questo e il perché di quello. Il 17 luglio 1954 compiva 5 anni: gran festa in casa: ormai il piccolo comincia a diventare un vero ometto. La mamma lo prega di chiedere a Gesù Bambino che cosa deve preparare per il pranzo della sua festa. Lui tutto compunto si raccoglie un momento e dice:

- Mi ha detto di fare il risotto giallo (con zaffera­no), pesce e gelato.

La mamma lo assecondò e al gelato unì cinque candeline che Stefano spense con un soffio.

Marco si sta preparando per entrare in Seminario e Stefano, che vorrebbe anche lui andarci, parla del Se­minario come se dovesse entrarvi subito.

Non potendo seguire il fratello, ogni giorno gioca a fare il prete. Poiché nessuno lo può guardare e ascol­tare, allinea dietro di sé tutti i suoi giocattoli che fanno da fedeli, poi inizia la sua Messa. Giunto alla Comu­nione finge di comunicare tutti i suoi presenti e fa il giro in casa a comunicare il papà e la mamma, Marco e anche me. E guai se non si accetta: si offende.

Una mattina mi dice: - Sai, ho già detto tre Messe!

E subito dopo ne incominciava una quarta.

Una sera, non volendo prima della cena recitare le preghiere col fratellino, il papà l'ha fatto inginocchiare perché le recitasse».

Servire Messa

«Il 15 settembre 1954, festa dell'Addolorata, por­tai con me il piccino alla Messa. Chiesto a lui in qua­le chiesa volesse andare, mi rispose:

- Alla Immacolala, perché voglio servire la Santa Messa.

Io non volevo lasciarlo andare, perché non c'era il fratellino; ma ha tanto insistito che dovetti lasciarlo salire all'altare. Qui però vi era un vecchio signore il quale, appena vide il piccino, che secondo lui andava a rubargli il posto, lo cacciò via con prepotenza. E Stefano, tutto mortificato, con due grossi lacrimoni agli occhi, se ne ritornò tra i banchi.

Questa è stata per lui una grande mortificazione, che però accettò volentieri, perché, mi disse poi, "la Santa Messa la servirò quando non ci sarà quel vecchio".

Infatti si ritornò il giorno seguente e poté fare il chierichetto assieme a un seminarista.

Con quale riverenza e trasporto di gioia l'ho visto servire il Ministro di Dio!

Ma mentre il piccolo serviva la Santa Messa, si è affacciato all'altare il vecchio che il giorno prima l'a­veva scacciato. Visto il bambino, se ne è andato via adirato.

Il 17 settembre era una giornata piovosa e io dove­vo fare il bucato. Chiesi a Stefano di domandare a Ge­sù se avrebbe fatto venire il sole. Lui si concentrò un attimo e disse:

- Gesù ha detto che non solo farà venire il sole, ma farà asciugare fin da oggi il bucato.

Fiduciosa nelle parole del piccino, feci il bucato. Il sole usciva e prima di notte tutto il bucato era asciutto».

Morte di Stefano

« 13 maggio 1955. Un colpo di telefono e come un fulmine a ciel sereno mi si annuncia la morte di Stefano. Non riuscivo a credere a questo annuncio, dato che sapevo da recentissime notizie che il bambino era in ottima salute.

Nella notte mi svegliai, quasi di soprassalto, e sen­tii in camera mia un fortissimo profumo di rose e gi­gli misto a incenso che durò parecchio. Da notare che in camera non avevo né fiori né profumi. Pensai im­mediatamente all'anima bella di Stefano che veniva a salutarmi dal Paradiso. È indicibile la gioia che ne provai.

Ora questo fiore tanto bello e caro alla Madonna, è già più di un Sacerdote, più di un Missionario, di un Papa: ora è un Santo in Cielo.

Se tanto triste può essere la sua dipartita, inspiega­bile è però la gioia e la serenità che provo pensando a Lui. Sento di avere in Lui un punto di appoggio: mi sento sicura pensando a Lui. Ogni mia azione e ogni mio pensiero è per Lui; sento il suo aiuto ogni volta. In ogni momento me lo vedo vicino. Fin dal giorno della sua dipartita ho messo tutti i bambini dell'Istitu­to sotto la sua protezione, e non di rado lo vedo fra i bambini.

Caro Stefano, ora tu sei dove hai tanto desiderato di andare: con il tuo Gesù Bambino, la tua Madonni­na, i tuoi Angioletti. Veglia sui tuoi cari, generosi ed eroici genitori. Ricolma loro il grande vuoto che hai lasciato in casa. Fa' loro da avvocato presso il Cuore di Gesù. Ti raccomando anche i miei familiari, proteg­gili e guidali tu. E questi bambini infelici nel corpo affidati a me, io a te li affido: infondi loro l'amore al­la Madonnina come l'avevi tu. Fa' loro sentire la gioia delle cose del Cielo. Infondi loro la forza di soffrire per Gesù e la Madonna. Tu senti come ti pregano, e t'invocano sempre.

E anche per me, caro Stefano, chiedo aiuto, perché possa sempre fare la Santa Volontà di Dio. Ti ho por­tato in braccio da piccolino, ti ho voluto tanto bene su questa terra, fa' che anch'io miri sempre al Paradiso, come facevi tu, così da ritrovarci lassù insieme per sempre».

Si può parlar di grazie?

I coniugi Martinelli andavano sulla sua tomba (al Monumentale di Milano) a chiedere la grazia della prole. Ebbero due gemelli, a uno dei quali posero il nome di Stefano.

Luigi M. (Genova) aveva un piede dolorante. Vi pose sopra un fazzoletto di Stefano invocando il picci­no e il dolore scomparve.

Magi Caterina (Roma), il cui nipotino era moren­te, fu consigliata da un'amica di mettere sul malato una reliquia di Stefano, invocando il piccino. «Con grande sorpresa di tutti, medici compresi, la sera stes­sa aprì gli occhi e chiamò la mamma. Due giorni do­po fu dichiarato fuori pericolo».

 

Altri bambini meravigliosi

SAN DOMENICO DEL VAL.

Nacque a Saragozza, Spagna, nel 1243. I genitori, per devozione a San Domeni­co, gliene imposero il nome e lo chiamarono Domenichino. Il bambino cresceva buono, pio, e tanto amante delle fun­zioni sacre.

Appena fu in grado di servire all'altare, fu ammesso fra i chierichetti della Cattedrale. Si restava ammirati nel ve­derlo in sottanella rossa e cotta bianca. Tutti lo conosceva­no e gli volevano bene.

Era il Giovedi Santo del 1250. Domenichino terminato l'Ufficio delle Tenebre, si era fermato alquanto davanti al Sepolcro, quindi si avviava a casa.

La Spagna era allora infestata da ebrei pieni di odio ver­so i cristiani che molestavano in mille maniere. Un gruppo di essi, con a capo Moyse Albayn, appena videro Domeni­chino, gli si gettarono sopra, lo avvolsero nei loro mantelli, perché non gridasse e, protetti dall'oscurità, lo trascinarono fuori città lungo l'Ebro.

Qui lo spogliarono e rinnovarono sul suo gracile corpo la passione di Gesù. Gli inchiodarono le mani e i piedi a un muricciolo, lo insultarono, gli sputarono in faccia, lo schiaffeggiarono. Il caro piccino ripeteva continuamente: Gesù! Gesù!

Moyse Albayn non poteva sentire questo nome santissi­mo e, furente di rabbia, gli trapassò il petto con un pugnale. Il piccolo martire, prima di morire ripeté ancora: Gesù! Ge­sù! Per timore di essere scoperti, gli assassini staccarono Domenichino dal muro e lo gettarono nel fiume.

Alcune sere dopo, un gruppo di pescatori, tirando le re­ti, videro sulle acque una gran luce. Vi accorsero con le bar­che e trovarono il corpicino del martire con i fori nelle ma­ni, nei piedi e nel costato. Con venerazione lo portarono in città e lo consegnarono ai Canonici della cattedrale che lo deposero sull'altare come un piccolo santo. Accorse una fiumana di popolo; accorsero primi i genitori che piange­vano di dolore e di gioia nel vedere la luce che si sprigiona­va dal suo corpo martoriato.

Da allora Domenichino fu pregato come un santo e di­venne il protettore dei chierichetti.

 

SANTA MARIA GORETTI.

Umile figlia dei campi, era cresciuta nel santo timor di Dio, nell'attività instancabi­le della fattoria e nella purezza dei costumi. La madre ha potuto asserire che la fanciulla non le aveva mai dato il mi­nimo dispiacere volontario e l'uccisore ha deposto che non aveva mai osservato in lei alcuna mancanza contro la legge di Dio.

Non aveva ancora compiuto 12 anni, quando per lei giunse l'ora suprema della lotta. Maria l'attendeva intrepi­da: aveva chiesto alla Vergine la forza di resistere ed era decisa a morire mille volte piuttosto che macchiare la sua innocenza.

La fanciulla è sola in casa; attende alla sorellina addor­mentata e nel frattempo rattoppa un paio di calzoni. Ales­sandro la raggiunge e con forza diabolica tenta di deturparle la virtù angelica. Maria sempre mite e serena come un agnello, trova ora la forza di lottare come un leone per la di­fesa di un tesero che le è più caro della vita.

- No! No! È peccato! - ripete con forza. Dio non lo vuole! Se tu fai questo vai all'inferno!... No! No! che fai, Alessandro? Tu vai all'inferno...

La rabbia del giovane è al colmo. Aveva già stabilito di ucciderla se avesse continuato a resistere. Al rinnovato «No!», impugna un punteruolo e comincia a colpire come sopra un legno. Sotto quelle terribili pugnalate che le apri­rono 14 profonde ferite, Maria pensa solo a difendere il suo pudore, a svincolarsi e invocare aiuto con tutte le forze. Nessuno la sente perché la mamma è lontana.

Non importa. Li presente c'è Dio che raccoglie il grido di quell'anima, non permette che sia contaminato il suo candore e finalmente l'incorona della duplice corona della verginità e del martirio.

 

MIRABILE CONFIDENZA.

Il celebre P. Matteo Crawley racconta un fatto che dimostra quale confidenza e quale potenza abbiano le anime pure sul Cuore di Gesù. Una bambina, da lui diretta, si era preparata con molti fio­retti alla Prima Comunione; in cambio Gesù la ricompensò con comunicazioni sensibili nella Comunione.

- Dimmi, sorellina mia, mi ami tu?, le domandò un giorno.

- Mio caro Gesù, queste cose non si domandano. - Perché?

- Ma perché tu sai bene che il mio cuore è tutto tuo.

Qualche tempo dopo la fanciulla sente il bisogno di chiedere a Gesù:

- Vuoi bene alla tua sorellina?

- Queste cose non si domandano. - Perché?

- Perché tu sai che il mio Cuore ti appartiene intera­mente.

- Temevo di averti disgustato in qualche cosa. Ora sono contenta.

Volendo assicurarsi della realtà di queste confidenze, il confessore le disse di chiedere in regalo a Gesù un'anima restia alla confessione. «Sorellina, va bene!» le rispose Ge­sù e aggiunse: «Chiedimi molte anime: te le darò! Ma biso­gna che tu ti mantenga sempre piccola, sempre ubbidiente e amante».

Difatti si presentò a Padre Matteo un personaggio em­pio, che mai nessuno aveva visto inginocchiato.

- Padre, disse, non so quello che avviene: sono atterrato dalla grazia! Mi sento un altro. Vengo a confessarmi.

Oh, l'onnipotenza delle anime pure e semplici!

 

SULL'ORLO DELL'INFERNO.

Uno dei giovani di San Giovanni Bosco, ammalatosi gravemente, aveva chie­sto più volte di confessarsi, ma invano, perché il Santo era fuori Torino. Intanto il male galoppava e lasciava più poco di vita al giovane Carlo. I genitori furono costretti a rivol­gersi a un prete della parrocchia che gli amministrò gli ulti­mi sacramenti. Poco dopo morì. Proprio in quel giorno fu di ritorno Don Bosco, il quale, informato della malattia di Carlo, andò subito a trovarlo. Appena giunto presso casa, uno gli dice:

- Troppo tardi! È morto da mezza giornata.

Nel frattempo arrivano i genitori che, dando in uno scoppio di pianto, affermano che il loro Carlo purtroppo è morto.

- Debbo proprio crederlo? - risponde Don Bosco... Entra nella camera ardente e domanda di restare solo. Dopo aver pregato fervorosamente, chiama due volte il gio­vane:

- Carlo! Carlo!

A quella voce il morto si scuote, apre gli occhi, li volge attorno e dice:

- Perché mi trovo così?

Ma appena vede Don Bosco:

- Oh, Don Bosco! Se sapesse! L'ho sospirata tanto! È Dio che l'ha mandata... Ha fatto tanto bene a venirmi a svegliare!...

Animato dalla parola del Santo, comincia a dire:

- Io dovevo essere all'inferno. L'ultima volta che mi confessai, non ebbi il coraggio di dire un peccato commes­so da qualche settimana... È stato un cattivo compagno coi suoi discorsi... Ho fatto un sogno che mi ha grandemente spaventato. Sognai di essere sull'orlo di un'immensa for­nace e di fuggire da molti demoni che mi perseguitavano e già stavano per avventarmisi addosso e precipitarmi in quel fuoco, quando una Signora potente si frappose fra me e lo­ro dicendo: «Aspettate, non è ancora giudicato!» Dopo un po' ho udito la sua voce che mi chiamava e mi sono sve­gliato, ed ora desidero confessarmi...

Lo fece con un vivo pentimento. Stette ancora in vita due ore e tra l'altro, ripeté a Don Bosco di raccomandare tanto la sincerità in confessione.

 

MASSIMINO E MELANIA.

L'origine del celebre santuario de La Salette mostra sempre più che i piccoli so­no i prediletti di Maria. Era il 19 settembre 1846. Due pa­storelli, Melania Mathieu di 14 anni e Massimino Giraud di 11 anni, dopo consumato il loro povero pranzo si erano ad­dormentati. Svegliatisi verso le due prendono i loro fagotti e vanno in cerca delle loro bestie. Ad un tratto una luce li abbaglia e vedono una bella Signora seduta su dei sassi. Ha i gomiti appoggiati sulle ginocchia e con le mani sostiene il suo capo, e sembra oppressa da grande tristezza.

- Avvicinatevi e non temete, - dice loro alzandosi e in­crociando le mani sul petto su cui era appeso ad una catena d'oro un crocifisso. - Sono qui per darvi una grande noti­zia. Non posso ormai più trattenere la mano del mio Figlio, che vuol castigare il mio popolo per le bestemmie e la pro­fanazione delle feste. Verrà una grande carestia e molte malattie distruggeranno i raccolti, se il popolo non si con­verte.

Quindi soggiunse: - Dite voi bene le orazioni?

- Non troppo, Signora - risposero.

-Ah! dovete dirle bene al mattino ed alla sera. Quando non avete tempo ditene pur poche, ma con grande devozio­ne, e quando non avete premura ditene molte.

E dopo aver ricordato di nuovo gli imminenti castighi di Dio, concluse:

- Voi farete sapere quanto vi ho detto al mio popolo - e scomparve.

Sul luogo dell'apparizione sgorgò una fontana miraco­losa e fu eretto uno splendido santuario.

Se la Madonna domandasse a voi se dite bene le vostre preghiere, come potreste rispondere?