UN
BAMBINO MERAVIGLIOSO
Stefano
Maria Pedroli (17.7.1949 - 13.5.1955)
APOSTOLATO
MARIANO Melegnano (MI)
Questo
volumetto come pure gli altri scritti o curati da Don Renzo si possono trovare
presso: Don Renzo Del Fante Via Cavour, 21 20077 MELEGNANO (MI) oppure presso:
Eremo della Croce Piepasso 15028 QUATTORDIO (AL) Visto. Nulla osta
Can.
Luigi Baiano, Rev. Eccl. Imprimatur
Can.
Mario Debernardis, Vic. Gen. Casale, 2 febbraio 1967
Scrivendo
questa biografia abbiamo inteso far conoscere esattamente la piccola vita del
nostro meraviglioso bambino, e perciò desideriamo essere creduti se diciamo
che non aggiungiamo nulla di nostro negli avvenimenti della sua vita.
Ma
con questo non intendiamo forzare gli avvenimenti né obbligare alcuno a credere
quanto scriviamo.
Tanto
meno intendiamo contravvenire ai decreti di Santa Madre Chiesa alla quale
lasciamo l'ultima e più valida parola sulle virtù di questo bambino che
tutti coloro che lo conobbero dichiarano un essere santino.
NB.
Purtroppo il padre, uomo di intensa vita interiore, è deceduto il 27
gennaio 1966 a soli 56 anni, lasciando, oltre a Marco, anche altre due figlie
(Maria Stefania ed Elena) nate dopo la morte di Stefano (n.d.e.).
La vita di questo simpatico e meraviglioso bambino fu pubblicata la prima volta sul Bollettino «Ecce Mater tua» nel 1964; essa ha suscitato vivo entusiasmo in tutti i lettori.
Molti
hanno chiesto insistentemente che essa venga pubblicata in un volumetto a
parte per poterla diffondere fra gli adolescenti, ai quali potrebbe fare molto
bene.
Eccoli
accontentati e il piccolo Stefano voglia continuare a spargere, come quando
era in vita, il suo sorriso e il suo spirito soprannaturale sui grandi e sui
piccoli.
Esaurita
la seconda edizione in soli due anni, mi accingo a prepararne una terza con
brevi aggiunte della Madre e con un'appendice di edificanti esempi ricavati
specialmente dalla vita di quei Santi più amati da Stefano.
Tutto
quanto è appartenuto al nostro caro piccolo, giocattoli compresi, forma ora un
bel museo che tutti possono visitare nella nostra Casa Sant'Anna (Casale Monf.
to).
31
maggio 1969
alla
ristampa della Terza edizione
Ed
il sottoscritto a promuovere la ristampa della terza edizione è mosso sia
dall'affetto e venerazione del piccolo Stefano, più che mai vivo nei Cuori
uniti di Gesù e Maria, sia dal proposito di dimostrare con esempi concreti che
anche i bambini meritano la dovuta stima nei loro riguardi.
Si
nota infatti che, per un malinteso sentimento di pietà, si tenda ad assolvere,
come fossero degli irresponsabili anche ragazzi e adolescenti. Io ritengo che
sono capaci anche da giovanissimi di autonomia e di responsabilità sul versante
del bene, talvolta fino all'eroismo, purtroppo anche sulla china del male sono
capaci di vendette e cattiverie fino alla perfidia.
Gli
studi di pedagogia e psicologia, la lunga esperienza vissuta con migliaia di
ragazzi mi suggeriscono molte attenuanti per la giovane età, la suggestionabilità,
la paura che li fa violenti, ecc., ma non fino a cancellare la responsabilità
di fronte a Dio, a se stessi e al prossimo.
Massima
comprensione ma non pietismo né permessivismo. Sono atteggiamenti questi non
di bontà ma di disimpegno nella azione educativa e nascondono l'amarezza del
fallimento nei loro riguardi.
Senza anticipare il giudizio della Autorità Ecclesiastica competente, guardando attentamente a Stefano Pedroli si constata che anche in età pre-scolare si possono raggiungere vette di santità. Pur restando un amabile e vivace bambino, si è affidato all'azione dello Spirito di Dio compiendo in breve tempo un lungo cammino spirituale.
Stefano
Pedroli ha molto ancora da insegnarci con quel suo sorriso accattivante pieno di
innocenza è di saggezza.
31
gennaio 2002
Casa
di Riposo, Vria Cavour, 21 - 20077 Melegnano MI
Lo scopo della prefazione è di dare
subito al benevolo lettore una prima idea del contenuto, della ragione, del
pregio del libro. È il primo capitolo per chi legge ed è l'ultimo per chi
scrive. Nella compilazione di questo libro vengo ultimo, in ordine di tempo e di
importanza.
Veramente
questo libro, piccolo di mole, semplice di trama, non richiederebbe una
prefazione: converrebbe anzi che il lettore si appressasse a leggerlo senza
essere influenzato da anticipate impressioni.
Ma
io non mi son potuto esimere dall'incarico che mi è stato dato; né ho voluto
lasciarmi sfuggire la bella occasione offertami di deporre anch'io il mio bianco
crisantemo sulla bianca piccola bara del caro Stefano, rapito così presto
alla vista, non all'affetto, dei genitori tanto addolorati e completamente
sottomessi alla Divina Volontà.
La
prima impressione che si riceve da questo libro è di meraviglia, che un
bambino di sei anni, non compiuti, dal quale non ci si attenderebbe che sorrisi
e carezze, tra lunghi sonni e giochi rumorosi, abbia dato tanto materiale, tanta
ricchezza di fatti, per una vera biografia, e per una biografia tanto seria.
La
seconda impressione è ancora di meraviglia, che tale biografia sia stata
scritta dagli stessi genitori di Stefano, papà e mamma insieme.
Se
venisse il dubbio che l'amore paterno e materno possa averli trasportati,
senza intenzione, alla sublimazione del loro «meraviglioso bambino», abbellendone
i lineamenti naturali con i colori della loro grande affezione, io posso
assicurare il lettore anche meno benevolo, che l'amore tenerissimo, trasparente
da ogni pagina, per quel tesoro di figlio, quale fu Stefano, non ha affatto
calcato i colori naturali delle cose descritte.
I
Pedroli meritano di essere creduti quando dicono modestamente «desideriamo
essere creduti». Anche il bell'ordine della descrizione dei fatti e il loro
stile semplice e chiaro sono garanzia di verità.
Stefano
io lo conobbi a Genova, piuttosto superficialmente, le poche volte che salii a
visitare i coniugi Pedroli in via Assarotti, anche perché la mia attenzione
si posava di preferenza sul fratello maggiore, Marco. Stefano mi fece subito
la più bella impressione, per la sua non comune bellezza.
Ben
proporzionato e sviluppato oltre la sua età, con un viso tondo regolare,
incorniciato di folti riccioli castani e due occhi grandi, vivi, intelligenti,
limpidi.
Aveva
inoltre una voce chiara, armoniosa, con la pronuncia già bene spiccata di tutte
le sillabe.
La
grazia del suo presentarsi corretto e gentile gli attirava subito tutte le
simpatie.
E
stupiva quell'ubbidire spontaneo e volentieri al primo cenno dei genitori.
Si
può dire che raccoglieva in sé tutte le grazie che la natura può elargire
generosamente a un bambino fortunato.
Soltanto
dopo che la morte l'ebbe rapito, mi fu rivelata tutta la bellezza della sua
anima, infantile e matura. E mi fu facile credere che alla bellezza delle grazie
esteriori corrispondesse una maggiore abbondanza di grazia interiore e
soprannaturale.
I
18 capitoli di questo libro possono dare l'impressione, superficiale, di una
storia infantile, di piccole cose, di poco interesse per i grandi. Ma che
differenza c'è tra piccoli e grandi? «I giochi dei grandi - fa osservare
sant'Agostino - si chiamano affari, e gli affari dei piccoli, dai grandi sono
chiamati giochi».
Nella
letteratura infantile, ricca di fiabe, antiche e moderne, predomina sempre il
famoso Pinocchio. Ecco qui, invece, una fiaba vera, adattissima per bambini,
o meglio una serie di fiabe in quanto episodi meravigliosi, e scritti
veramente bene, letterariamente e infantilmente bene. Storia, non di un
burattino di legno, ma di un bambino in carne e ossa; storia di un «Fiore di
Cielo».
Tutti
belli i 18 capitoli: uno dei più belli il Chierichetto; bellissimo, secondo
il mio gusto, il Ritorno fra gli Angeli, culminante in quel drammatico: «Voglio
andare in Paradiso... Subito».
La
leggeranno volentieri i bambini «la piccola vita del meraviglioso bambino...
che è tutta una fioritura di aneddoti», educativi, edificanti. E la
leggeranno le mamme, che vogliono insegnare presto - quanto più presto tanto
meglio - la buona educazione civile e religiosa ai propri figlioletti.
Mamme
e bambini impareranno da Stefano, nato senza culla, la parsimonia, che lo faceva
«contento di piccole cose», di ciò «che costava meno».
Ne
ammireranno la purezza angelica, totale, che gli faceva odiare le «maniche
corte», e gli concedeva di giocare con gli angeli.
La
ubbidienza perfetta in tutto e per tutto, lo rendeva prediletto da Gesù,
carissimo ai genitori che «non facevano fatica a farlo ubbidire» e «amantissimo
della pulizia e dell'ordine».
Con
tanta pazienza «sopportava per amore di Gesù tantissimi dolori».
La
pietà Eucaristica lo rendeva sommamente felice nel fare il chierichetto; la
divozione mariana gli meritava le frequenti visioni della Madonna; ed era
raggiante di gioia quando lo portavano a confessarsi. Con la sapienza di un
grande, Lui, bambino teologo, osava dire con convinzione e franchezza ai suoi
genitori in angustie: «Lasciate fare a Gesù; Lui fa tutto bene... la via
di Gesù è la via del dolore; Gesù è buono e sa tutto, e penserà Lui a tutto».
Da
Lourdes, da Fatima, dalle Tre Fontane di Roma... fino a Genova, si fa sempre
più manifesto che la Sapienza Divina si diletta di erudire i grandi per mezzo
dei piccoli, e anche di questo piccolissimo; e intende richiamare e insistere
sul grave ammonimento di Nostro Signore: «Se non diventerete come pargoli, non
entrerete nel Regno dei Cieli».
Roma,
7 settembre 1956.
Padre
RAFFAELE BRACCO, O.S.A.
Stefano
nacque a Milano, in corso Monforte 26. Per una serie di contingenze familiari ci
trovammo senza culla e quasi senza corredo per il piccolo, tantoché per i
primi giorni dovette usufruire del divano su cui dormiva il fratellino Marco,
assente in quei giorni. Era il 17 luglio 1949.
Per
varie cause fu battezzato solo il 6 agosto.
Al
nome di Stefano gli fu aggiunto quello di Maria, secondo una promessa fatta
dalla mamma, di aggiungere questo nome a quello dei figli che avrebbe avuti,
se si fosse sposata.
Stefano
cresceva bene e pian piano cominciava a comprendere le parole, a riconoscere le
persone, a balbettare le prime parole: i nomi di papà e mamma, ma non ci fu
verso di fargli dire il nome del suo fratellino Marco: diceva «Teto» e così
continuò fino a che ebbe poco più di due anni.
Un
giorno improvvisamente disse con voce imperioso: «Marco, dammi la mano!» E
da quel giorno continuò a dire Macco, finché non imparò a pronunciare la
erre.
Era
di carattere docile, ma anche impulsivo; però imparò molto presto a dominarsi.
Sapeva
autocastigarsi, se commetteva qualche malestro e ne fa fede questo episodio. Nel
cortile tenevamo delle cassette con i fiori e venne proibito a Stefano di
strappare le grosse margherite multicolori alle quali stava volentieri vicino.
Un
giorno, si era nella primavera del 1951, la mamma lo vide rientrare di gran
corsa in casa tenendo la manina sinistra dietro la schiena e dicendo a gran
voce: «Peddono, peddono (perdono)!»
Corse
a rinchiudersi in uno stanzino, ove aveva visto rinchiudere per qualche
istante alcuni giorni prima il fratellino, e dopo aver chiuso dal di dentro la
porta, continuò a chiedere perdono.
La
mamma incuriosita volle sapere che cosa era successo e lo fece uscire dallo
stanzino. Uscì dicendo: «Peddono» e mostrando il fiore che teneva ancora fra
le mani.
Il
papà non era in casa in quel momento, ma al suo ritorno Stefano gli corse
incontro chiedendo ancora perdono e raccontandogli poi di aver strappato la margherita.
La
sua vita spirituale fin da piccolissimo si mostrò eccezionale: aveva soltanto
14 mesi quando un giorno lo vedemmo attraversare estatico e con le braccia tese
la piccola cucina, dicendo: «Deddù, Deddù» (Gesù, Gesù)! Arrivato ad una
parete si fermò stampandovi dei grossi baci e restandovi contro a braccia
aperte.
In
seguito questo fatto si ripeté, e da allora lo si vide varie volte al giorno
cadere in ginocchio, giungere le mani e guardare fisso in alto.
Diceva:
«Gesù». Poi si levava e riprendeva, come nulla fosse stato, il gioco o la
corsa interrotti poco prima.
Questo
avveniva sia in casa che nel cortile. Quando talvolta lo si conduceva a
passeggio, a pochi metri da casa puntava il ditino in direzione del Duomo e
diceva: «Là c'è Gesù».
«Deddù,
fammi boni!»
Quando
si sentì sicuro sulle sue gambette iniziò un'altra delle sue manifestazioni:
appena entrati in Duomo dalla parte del Sagrato correva alla pila dell'acqua
benedetta, si faceva il Segno della Croce, poi andava subito davanti al grande
Crocifisso che sta nella navata sinistra e cadeva in ginocchio con le mani
giunte; chinava il capo, poi diceva: «Deddù, fammi boni» (Gesù, fammi
buono).
Si
rialzava e come una freccia correva dalla SS. Vergine delle Grazie ove
s'inginocchiava e recitava una piccola preghierina: «Sempre sia lodata la Santa
ed Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria Madre di Gesù».
Naturalmente era ancora troppo piccolo per sapere a memoria tutta la preghiera,
perciò ripeteva a suo modo quanto la mamma gli suggeriva.
Data
l'età (siamo alla fine del 1950) non si poteva pretendere da lui una perfetta
ubbidienza, ma era sufficiente dirgli che, se non avesse fatto quanto gli si
diceva, Gesù avrebbe pianto, perché si ottenesse da lui ogni cosa.
Crescendo
in età, cresceva in lui l'amore a Gesù e alla SS. Vergine, cresceva con lui il
carattere forte, ma cresceva pure la sua volontà di dominarsi ad ogni costo.
Poiché
era il più piccolo, pensava forse che tutto gli era dovuto, perciò voleva dal
fratello Marco tutto quello che gli piaceva; se non l'otteneva era capace di
battere un piedino per terra e di gridare, lanciando avanti il pugno destro, una
parola di cui ancora oggi non conosciamo il significato: «Campi». Ma subito
dopo si riprendeva e ridiventava il solito pupo sereno ed affettuosissimo.
Talvolta poi qualche pugnetto arrivava a Marco, ma era subito pentito e chiedeva
perdono abbracciando e baciando Marco con vera contrizione.
Una
sera d'estate del 1950, chiese, indicando la luna, che cos'era; saputo il nome
gridò subito: «Voio andare dento'a unni» (voglio andare dentro la luna)! E
quando gli spiegammo che la luna era troppo lontana e perciò non si poteva
andare, disse, giungendo le manine e con grande meraviglia: «A unni, ontanni,
ontanni» (la luna lontana, lontana, lontana)! ed ogni volta che appariva la
luna la guardava ripetendo che era lontana, lontana.
Poiché
Marco studiava, talvolta Stefano si trovava da solo in cortile ed allora giocava
da solo a nascondersi: nascondeva il viso con il braccio contro il muro e
gridava: «benne» (vieni)! Poi fingeva di correre in giro a cercare se stesso
e, non trovandosi, rideva e aprendo le manine mostrava le palme dicendo: «A pu,
Nucci, a pu, Nucci! (non c'è più, Nucci)».
Nucci
era il diminutivo di Stefano, nome che ancora gli era troppo difficile dire.
CAPITOLO
II
Per
motivi personali ci trasferimmo a Genova nel settembre del 1951. Appena arrivati
comprendemmo che il clima non era troppo adatto per noi, ma purtroppo non
potevamo lasciare questa città e pian piano ci acclimatammo, sebbene
parzialmente.
Stefano
rimpiangeva la casetta nel cortile di Milano, ove poteva a suo piacimento
correre e cantare, cosa che qui doveva fare con moderazione per non disturbare
gli inquilini della casa. Ma fu proprio a Genova, città che non gli piaceva
affatto, che Stefano ebbe le più belle manifestazioni; fu qui che la sua vita
spirituale prese man mano un ritmo sempre più intenso.
Infatti
l'8 dicembre di quello stesso anno (festa dell'Immacolata), al mattino appena
desto, chiamò la mamma. Dopo qualche istante si rizzò in piedi sul lettino e
tenendo la mano destra tesa e gli occhi fissi dinanzi a sé disse: «Mamma,
guadda là, guadda là! («guarda là»). Subito dopo: «Non c'è più!». Passò
ancora qualche istante, poi estatico disse ancora: «Guadda, mamma, guadda là».
I
suoi occhi brillavano e tutto il suo essere era teso verso qualcuno o qualcosa
che la mamma non vedeva; non osava interrogarlo, poiché il piccino era
estatico. Finalmente ebbe un gesto di delusione e disse: «È andata!».
Era
accorso il papà al quale Stefano raccontò subito di aver visto prima la
Madonna con le mani tese, poi Gesù Bambino: «...piccolino così». Nel dire
questo mostrava la falangetta del suo pollice, gesto che gli era abituale per
esprimere il suo pensiero su una cosa molto piccola. Da allora pregava sempre la
Madonnina di mostrarsi a lui e diceva sempre che «doveva, che voleva ancora
vedere la Madonnina».
Sua
prima cura appena desto erano le preghiere che cominciava sempre così: «Buongiorno,
Gesù, buongiorno, Maria, e tutti i Santi in compagnia».
Durante
tutto il giorno pregava spesso e volentieri. E quando passava dinanzi a qualche
chiesa voleva entrarvi anche solo un istante per salutare Gesù.
Un
giorno durante la Santa Messa, mentre noi ci eravamo accostati alla balaustra
per ricevere la Santa Comunione, lo sentimmo gridare dal posto ove lo avevamo
lasciato: «Anch'io voio bombon».
Gli
spiegammo che quell'Ostia non era un dolce, ma era Gesù; non se ne scordò e la
domenica seguente disse a gran voce durante la Santa Comunione: «Anche a me
Gesù».
Il
suo carattere era ancora sempre piuttosto forte, ma egli cercava in tutti i modi
di dominarsi per fare cosa grata a Gesù e alla Madonna.
Ma
ciò a cui teneva in modo particolare era che non lo confondessero con una
bambina. Infatti i suoi capelli a grandi riccioli creavano delle confusioni che
lo indispettivano.
Un
giorno dell'inverno 1951-52 a causa del vento, era stato portato fuori con una
cuffietta rossa dalla quale sfuggivano i suoi riccioli; poiché il cappottino
nascondeva i pantaloncini, chiunque lo avrebbe scambiato per una bimba data
l'espressione gentile del suo visetto paffuto.
Per
strada una signora lo guardò ammirata e disse ad alta voce:
-
Che bella bambina!
Stefano
si fermò interdetto, poi disse: - Sono un maschietto, io!
Queste
scene si ripeterono diverse volte con altre persone e sempre Stefano si
affrettava a chiarire risolutamente l'equivoco.
Un giorno interrompe a metà un discorso e puntando l'indice sulla fronte dice serio serio: «A'venuta idea!» ma non seppe dire quale fosse questa idea e rise a lungo di questa nuova trovata.
Gli
piaceva aver fra le mani una matita e un foglio di carta qualunque per poter
tracciare segni che secondo lui erano animali vari o navi o treni. Pian piano
però i suoi disegni presero forme più definite e si provò anche a disegnare
in prospettiva.
CAPITOLO
III
Grandissimo
era l'amore che Stefano portava a Gesù ed alla Vergine, e per non fare loro
dispiacere avrebbe fatto qualunque cosa. Continuamente si studiava di fare del
suo meglio per diventare buono per Loro.
La
sua pietà si traduceva in ferventi preghiere, nell'ascoltare attentamente la
Santa Messa, nel cantare come sapeva le lodi a Maria.
Il
25 maggio del 1952 ci fu a Genova la solenne chiusura del Congresso Mariano. Noi
tutti vi partecipammo e Stefano salutò con entusiasmo l'apparizione della
grande statua della Madonna della Guardia, che doveva essere ornata di una
catena d'oro sorreggente un preziosissimo cuore adorno di brillanti.
Al
momento culminante della funzione, poiché Stefano era troppo piccolo, fu preso
in braccio dal papà che poi se lo accomodò sul collo. Stefano era felice
perché vedeva tutto e quando si gridò «Viva Maria» egli pure a più riprese,
con tutta la sua forza gridò: «Viva Maria». Egli pure volle sventolare il fazzoletto
bianco e gridava: «Tutti i faccioletti!» (tutti i fazzoletti). Per più giorni
non parlò d'altro che di quella manifestazione che gli era rimasta profondamente
impressa.
Prima
di uscire di casa andava a salutare la Madonnina e le diceva: «Ciao,
Madonnina, vieni con noi». Quando scorgeva dal basso il Santuario di Nostra
Signora del Monte si faceva devotamente il segno della Croce, poi recitava
l'Ave Maria o la Salve Regina.
Parlava
spesso della Madonna, di Gesù e voleva che gli raccontassero episodi
riguardanti i suoi amici. Non si stancava di udire raccontare la vita di Gesù,
che poi ripeteva nelle prediche che improvvisava ai suoi giocattoli.
Una
mattina si alzò in piedi sul letto e disse di aver visto la Madonna vestita con
un manto celeste con in braccio Gesù Bambino.
La
Madonna gli aveva detto: «Nucci, fai il bravo», poi era scomparsa. La
gratitudine di Stefano per queste visioni era indescrivibile, perché a suo
modo comprendeva quale privilegio gli usasse la Santa Vergine mostrandosi a
lui.
In
occasione di qualche pellegrinaggio ai Santuari della Madonna si dimostrava
instancabile nel percorrere lunghe strade ed era felice di poter arrivare a destinazione
senza essersi fatto portare da alcuno. La sua resistenza era eccezionale, poiché
per tutto il giorno correva e saltava, poi tornava a casa un po' stanco, ma
lieto di aver trascorso una giornata o anche un solo pomeriggio ai piedi della
Madonna. E questi pellegrinaggi erano poi i migliori argomenti per i suoi
discorsi.
Vocazione sacerdotale
Amava
Gesù non meno di Maria e tanto invidiava fin da piccolissimo i Sacerdoti, solo
perché «potevano avere in mano Gesù». E la sua unica aspirazione era
quella di diventare Sacerdote, per poter vivere sempre ai piedi dell'Altare.
Questo
suo desiderio si concretava a casa nel «dire» la Santa Messa. Infatti
pretendeva che gli si preparasse una pianeta ed un manipolo anche di carta,
poi con tutta la sua serietà cominciava a celebrate. Prima predisponeva su
quante sedie, seggiolini o panche poteva avere sotto mano, tutti i suoi
balocchi, di preferenza animali di pelo, gomma e celluloide; il suo secchiello
per l'acqua fungeva da calice e da pisside, le pedine per il gioco della dama da
particole. E pretendeva ogni volta un fazzoletto immacolato che fungesse da
velo.
Diceva
a suo modo, ma in latino, tutto quanto sapeva della Santa Messa e al momento
propizio elevava il calice in maniera sorprendente: allora si trasfigurava e
restava estatico a guardare in alto. Poi si riprendeva e distribuiva la
comunione a tutti quanti erano in casa, poi ai suoi balocchi.
Il
suo non era un gioco, ma una cosa seria, che arrivava a dargli un vero dolore
se qualcuno in casa non si prestava, perché affaccendato, ad andare nella sua
stanza per ricevere da lui la comunione.
Confessore
Il
pomeriggio era destinato spesso alle confessioni, ai vespri con predica e alle
solenni benedizioni. Infilava un tappeto per un lembo in un cassetto della
scrivania e vi si metteva dietro, seduto magari per terra: quello era il suo
confessionale, di dove assolveva con serietà i suoi penitenti.
Ricordiamo
che un giorno stette a lungo nel «confessionale» di dove ascoltava la
confessione di Perfetto, il suo cavallo a dondolo. Gli chiedemmo perché mai
stesse così a lungo là sotto ed egli rispose che Perfetto aveva molti
peccati, perché era molto grande.
Alla
nostra richiesta di dirci per esempio di quali peccati si fosse macchiato quel
povero cavallo, ci rispose, meravigliandoci, che il confessore non può assolutamente
rivelare i peccati dei penitenti, perché cadrebbe in peccato lui stesso.
Catechista
Ai
Vespri intonava a gran voce alcuni canti e poi si rivolgeva al solito uditorio e
spiegava alcune lezioni di catechismo che egli stesso aveva appena imparato.
Si
drappeggiava infine sulle spalle una tela preparata appositamente per lui come
velo omerale e dava a tutti una solenne benedizione.
Circa
un mese prima del suo ritorno fra gli Angeli da una stanza vicina lo sentimmo
pronunciare il nome della SS. Trinità e volevamo vedere che cosa combinava.
Lo
trovammo inginocchiato su una sedia che parlava al suo orso di pelo, chiamato
Puccetto, che per l'occasione aveva appoggiato alla spalliera di una sedia, in
vero equilibrio.
Gli
andava dicendo: «Sai, Puccetto: la SS. Trinità è formata di tre Persone
uguali e distinte che sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ma questo non
vuol dire che ci siano tre Dei. No, ricordati che Dio è uno solo, ma in tre
Persone. Sai, io queste cose le capisco, ma non posso spiegartele, perché... è
un mistero».
Sapeva
bene tutto il catechismo già nell'inverno 1953-1954, e di questo possono
testimoniare, per averlo interrogato, i Sacerdoti della Basilica di Maria
Immacolata in via Assarotti.
Il Cardinale e Gesù
Nella
Festa del Corpus Domini, 17 giugno 1954, andammo a vedere la Processione; al
passaggio del Cardinale ci fu un nutrito applauso mentre quando passò Gesù
Eucaristia (che a Genova viene portato a spalla essendo l'Ostensorio applicato
ad un'urna d'argento) quasi nessuno si inginocchiò e si prese la briga di
interrompere i propri discorsi.
Appena
Gesù fu passato Stefano, senza curarsi di alcuno, fece ad alta voce questa
osservazione: «Avete visto? Quando è passato Gesù quasi nessuno si è
inginocchiato e ha pregato; nessuno ha applaudito, mentre che il Cardinale sì,
è stato applaudito! Certo lui non vale come Gesù!».
Chi
lo udì arrossì, ma non poté dargli torto.
CAPITOLO
IV
Notammo
presto che Gesù doveva volere un bene particolare a Stefano, perché non di
rado soddisfaceva qualcuno di quelli che a tutta prima sembrerebbero innocenti
capricci.
Vogliamo
notarne qualcuno, forse i più strani.
Il sole
Il
5 maggio 1952 il cielo era denso di nuvole e non accennava a divenire sereno.
Stefano voleva a tutti i costi il sole. Gli suggerimmo di chiedere a Gesù qualcosa
in merito e Gesù gli rispose che presto il sole sarebbe apparso.
Infatti
inaspettatamente vedemmo nel cielo per brevi istanti, un luminosissimo sole,
mentre tutt'intorno le nuvole permanevano densissime. Stefano non stava più
nella pelle dalla gioia e batteva le manine, felice perché Gesù lo aveva
esaudito.
La luna
Pareva
che quel giorno fosse «il giorno dei desideri impossibili» perché quella
sera, nonostante il cielo annuvolatissimo, Stefano continuò ad insistere che
voleva vedere la luna e pregò ancora Gesù di accontentarlo. Stavolta però
fu messo a letto, perché l'ora era già tarda. Ma improvvisamente la stanza fu
inondata da un raggio di luna, di una luna stranissima, apparsa per brevi
istanti dietro uno spiraglio di nuvole. Anche stavolta Stefano era stato
esaudito e volle levarsi e correre alla finestra per ammirare meglio la «sua»
luna.
L'arcobaleno
Il
12 settembre dello stesso anno, un giorno di pioggia, cioè uno di quei giorni
che a Stefano poco piacevano, perché gli proibivano di correre al sole, verso
le 18 pregò Gesù perché almeno gli facesse vedere l'arcobaleno.
Stavolta
pensavamo proprio che Gesù non avrebbe dato a Stefano partita vinta, perché
assolutamente le condizioni atmosferiche negavano questa possibilità; invece
Stefano si alzò dal luogo ove era inginocchiato per chiedere la grazia con un
viso raggiante e disse: «Sì, sì lo mando subito». Infatti quasi immediatamente
nel cielo apparve uno splendente arco dai meravigliosi colori, seguito subito
dopo da un altro.
Udimmo
dei ragazzi che giocavano sotto accennare all'arcobaleno e questo ci convinse
che non era una nostra sensazione ottica, ma qualcosa di straordinario che Gesù
aveva compiuto per accontentare il nostro piccolo folletto che saltava felice.
Previsioni
Più
di una volta seppe prevedere che qualche nostro amico sarebbe venuto a
trovarci, senza che noi ne fossimo preavvisati.
Spesse
volte insistette dicendo che quel giorno sarebbe arrivato dalla Svizzera un
Sacerdote suo grande amico. Al mattino presto cominciava col dire: «Oggi arriva
Don Pietro! Papà, vai ad aprire la porta perché arriva Don Pietro». Non
passava molto tempo infatti che una scampanellata ci annunciava che veramente
dalla Svizzera era arrivato il Sacerdote che Stefano prediligeva fra tutti.
Questo accadeva già nel settembre del 1951, quando ci eravamo appena
trasferiti a Genova.
Di
questi fatti potremmo citarne parecchi, ma pensiamo non sia necessario.
Familiarità con gli Angeli
Gli
Angeli gli erano familiari tanto che spesse volte lo si udiva chiacchierare
con essi, e spiandolo senza essere visti si poteva vedere che giocava con qualcuno
che egli solo riusciva a vedere.
Una
sera, nei primi giorni del gennaio 1953, era da poco a letto quando lo udimmo
chiamarci; accorremmo ed egli ci raccontò che attorno al suo letto erano
venuti tanti Angeli le cui ali facevano «vvvvv»; gli facevano «ciao» con
la manina ed il più grande fra essi, qualificatosi per il suo Angelo Custode,
gli disse di dormire e di essere buono. E più di una volta disse che gli Angeli
restavano alla sera con lui per farlo addormentare.
Non
di rado, quando andava a passeggio, diceva che accanto a lui vedeva il suo
Angelo Custode. Una volta assicurò che dietro di lui vedeva camminare la
Madonnina, mentre al suo fianco aveva preso posto un grande Angelo.
Comunicazioni con Gesù e Maria
Le
sue comunicazioni con Gesù erano sempre immediate: quando chiedeva qualcosa a
Gesù si poneva in ginocchio davanti ad un Crocifisso, lo fissava e restava
immobile fino a che non avesse ottenuto la risposta.
Il
9 luglio 1953 disse d'improvviso alla mamma: «Io voglio andare in Paradiso».
La mamma gli rispose che in tal caso non sarebbe più restato coi genitori che
lui amava tanto. Ma Stefano rispose immediatamente che era suo desiderio
andare in Paradiso per poco tempo, per giocare un po' con Gesù Bambino, poi
ritornare sulla terra.
Quando
seppe che questo non era possibile, volle chiedere a Gesù quando lo avrebbe
portato un po' in Paradiso e Gesù rispose: «Quando diventerai un po' più
bravo».
Restò
mortificato, ma si propose di diventare proprio buono per poter meritare quel
premio che era la sua aspirazione.
Asserì
di aver veduta ancora la SS. Vergine il giorno 22 di settembre del 1952. In
quell'occasione raccontò: «Là fuori dalla finestra, c'era la Madonnina vestita
con un abito bianco, lungo lungo, tanto che i piedi non si vedevano».
Nel
raccontare questa visione i suoi occhi brillavano di gioia e tutto il suo
visino era trasfigurato.
Più
tardi continuò a vedere spesso la Madonna, come diremo più avanti, ed ogni
volta si vedeva sul suo visetto un'espressione angelica, che ci faceva dubitare
che egli potesse a lungo trattenersi su questa terra.
CAPITOLO
V
Chierichetto
Una
delle più grandi aspirazioni di Stefano era quella di poter servire la Santa
Messa. Invidiava il fratellino Marco che già lo faceva. Perciò non stava più
in sé dalla gioia quando, dietro una preghiera del Curato Canonico Chiappori,
cominciammo a preparare la tunica di tela bianca occorrente.
La
domenica 28 giugno 1953, alle ore 8, Stefano fece il suo primo ingresso
all'altare.
Era
bianco-vestito, e pure le calzine e le scarpe erano bianche; l'unica macchia di
colore era data dalla fascia azzurra che s'intravedeva sotto la divisa del
Piccolo Clero della Basilica dell'Immacolata. Il colletto inamidato, gli dava
sulle prime un po' fastidio, ma poi vi si abituò.
Quando
all'inizio della Messa, entrò in Chiesa, corse fra i fedeli un brusìo di
meraviglia per il fatto che non si era mai visto un chierichetto così piccino.
Stefano
fece del suo meglio per fare qualcosa che dimostrasse che egli non era lì
soltanto di parata; coadiuvò Marco nel servizio all'altare porgendo il
manutergio con un lieve cenno del capo e riprendendolo con un altro inchino.
Per
tutto il tempo del Vangelo ascoltò con attenzione le parole del Sacerdote.
Durante tutta la Santa Messa restò stranamente quieto; diciamo stranamente
perché la sua vivacità di sempre ci aveva fatto pensare che forse non
avrebbe resistito per circa un'ora senza saltellare.
Terminata
la Messa si lasciò a malincuore svestire della nuova divisa, ma si consolò
pensando che l'avrebbe di nuovo indossata alle 17 per i Vespri.
Le
ore gli pareva non passassero mai quel giorno, e fu con autentico entusiasmo che
alle 16,45 si avviò di nuovo in Chiesa per rivestire il candido abitino che lo
faceva assomigliare ad un Angelo.
Gli
fu dato l'incarico di porgere la navicella dell'incenso; ma ancor prima di
arrivare in Chiesa se la lasciò sfuggire dalle manine, forse perché la grande
felicità di poter davvero fare qualcosa gliele faceva tremare. Restò
mortificato, ma da quel giorno in poi stringeva con forza la navicella sul petto
perché non gli sfuggisse più.
Tutti
ancora una volta ammirarono la sua compostezza, la sua serietà. Ciascuno,
come ci fu poi riferito, pensò che un Angelo vivo era sceso sulla terra nelle
sembianze di Stefano. A questa considerazione induceva, oltre il comportamento
all'Altare, la sua espressione di serafino e il suo viso raggiante di gioia. Il
suo aspetto fisico, infatti, era talmente aggraziato e bello che anche per
strada tutti si voltavano a guardarlo.
Ma
ciò che soprattutto colpiva in lui erano i suoi occhi: erano due pezzi di cielo
non per il colore, perché erano castani, ma per l'espressione di purezza che
vi si leggeva. Grandi, frangiati da ciglia folte e lunghe, parevano sempre pieni
di lacrime, tanto erano lucenti e colmi di intima gioia. Erano occhi scrutatori
che qualcuno confessò non poter fissare, perché si sentiva rimuovere la
coscienza. Erano occhi indagatori, che sapevano discernere negli altri il bene
ed il male. E più di una volta i suoi occhi «videro» nelle coscienze, che
restarono turbate da questa forma di introspezione.
Al
termine della funzione vespertina ci fu il canto della Salve Regina: si udì
immediatamente la nocetta di Stefano cantare la lode a Maria a gran voce e in latino.
I Sacerdoti che stavano sull'altare si voltarono meravigliati, perché non
sapevano che quel piccolo nuovo chierichetto avesse già imparato in latino quella
lunga preghiera.
Ormai
il nostro pupo era consacrato chierichetto ed egli era fierissimo di questa
attività tanto che non stava in sé dalla gioia, se talvolta a casa invece di
chiamarlo per nome lo si chiamava «Chierichetto»!
Partecipò
alla solenne novena dell'Immacolata, e ne fu tanto più felice, perché ogni
sera indossava, la candida divisa.
L'
8 dicembre servì alla Messa Parrocchiale delle 8 e al Pontificale solenne.
Non
si stancava di stare in chiesa e nessuna funzione era per lui troppo lunga.
Si
giunse alla novena di Natale che Stefano seguì e servì con grande gioia.
Infine volle essere presente alla Messa di Mezzanotte. In quella sera raggiunse
il colmo della gioia, quando poté baciare il piedino del piccolo Bambino Gesù
che un Sacerdote, a funzione terminata, offriva ai fedeli.
La
sua vita era ormai tutta dedicata al servizio di Dio e perfino i suoi discorsi
con i suoi balocchi erano improntati a una grande spiritualità. Ad essi
ripeteva le prediche udite, le raccomandazioni che si era udito fare; ad essi
diceva che se non avessero «fatto i bravi» non sarebbero andati in Paradiso.
Dal
gennaio 1954 Stefano aveva avuto un po' di tosse che per qualche giorno sembrò
quella asinina, ma poi diventò una forma semplice. Per lungo tempo non poté
quasi mangiare, perché il suo stomaco non riteneva ciò che riceveva.
Stefano
non si lamentava mai; era sempre allegro e sereno. Diceva: «poiché Gesù lo
voleva così, così stava bene». Non voleva darci troppa pena e sperava di
nascondere quel che sentiva con certi sorrisi che possiamo definire angelici.
All'inizio
della Quaresima cominciò a sentire dei dolori alle mani, ai piedi, al costato,
soprattutto al venerdì ed egli era felice di assomigliare così un po' a Gesù.
Era
dimagrito molto, era debole fisicamente, ma il suo spirito era sempre forte e
vigile; solo verso la metà di marzo poté ricominciare ad uscire e la sua
prima visita fu per Gesù.
Non
volle, nonostante non fosse completamente rimesso, rinunciare alle funzioni
della Settimana Santa, e con ammirevole costanza le seguì tutte, al mattino e
al pomeriggio.
A
casa volle ripetere l'Ufficio delle Tenebre e pose infine grande entusiasmo nel
fare del fracasso per significare che le campane non avrebbero suonato più
fino alla Risurrezione.
Fino
all'ultimo fu fedele all'impegno preso di servire Gesù, e fino agli ultimi
giorni della sua breve vita era per lui felicità immensa poter servire la
Santa Messa.
CAPITOLO
VI
Fra
le molte virtù di Stefano non sapremmo precisare quale egli praticasse
maggiormente: l'obbedienza, la purezza, la fede, la carità e l'amore per il
prossimo facevano così intimamente parte del suo carattere da parere nate con
lui. Infatti non ribatteva gli ordini ricevuti e per ubbidienza era disposto a
lasciare qualunque luogo in cui egli si trovasse, qualunque cosa gli piacesse,
smettere qualunque gioco.
Più
di una volta, quando venivano degli amici a trovarci, dicemmo a Stefano di
allontanarsi dalla sala ed egli obbediva prontamente. Talvolta, dopo qualche
tempo, si provava a mostrare il suo musetto dalla porta socchiusa e con fare
biricchino chiedeva il permesso di rientrare. Se l'otteneva faceva salti di
gioia, altrimenti rientrava nell'attigua sua stanzetta e riprendeva a
giocare.
Sua carità
La
sua carità verso il prossimo si traduceva in opera concreta: desiderava poter
donare tutto quanto possedeva ai bimbi poveri e più di una volta, ci pregò
di mandare una parte dei suoi giocattoli agli orfanelli della Madonna del
Soccorso a Nervi. I suoi indumenti smessi, perché diventati piccoli per lui,
erano pure inviati colà, ed egli si reputava felice di poter fare un po' di
bene. Se per la strada vedeva un povero, con gioia e commozione, andava a porgli
fra le mani la sua offerta.
In
chiesa, nei giorni in cui non serviva la Santa Messa, non appena vedeva il
sacrestano con la sacchetta per le offerte, pregava la mamma di dargli qualcosa
da mettervi dentro. E quando arrivava il suo turno, il suo viso brillava di
felicità nel compiere quello che egli considerava ormai un dovere: fare la sua
offerta.
Amava
tutti, pregava per tutti.
Un
episodio inconsueto dimostrerà la sensibilità e la carità di questo
Angioletto.
La
Direttrice di un Orfanotrofio ci raccontava un giorno, che uno dei suoi bimbi,
andato a casa per qualche giorno per la Pasqua del 1955, era ritornato portando
al collo un livido. Il bimbo interrogato si mostrò reticente, poi finì col
confessare che a casa sua qualcuno gli aveva messo una corda al collo cercando
di strangolarlo.
Pensammo
che Stefano non ascoltasse o, meglio, non potesse udire quanto la Direttrice ci
diceva sottovoce, perché sembrava immerso, come spesso capitava, nei suoi
pensieri. Invece quando più tardi si trovò da solo con la mamma le confidò di
aver recitato poco prima l'Ave Maria per quel povero bimbo, a cui volevano far
tanto male.
Non
comprendiamo come abbia intuito il pericolo corso da quel bimbo, perché non
ricordiamo assolutamente di avergli mai dato alcuna spiegazione sul verbo «strangolare»,
e pensiamo che egli sia stato piuttosto illuminato per comprendere, sia pure
sfiorandole, certe brutture.
Ogni
qualvolta sentiva parlare di qualche sventurato, la sua preghiera saliva
spontanea al Cielo. Se qualcuno, come accadeva spesso, lo pregava di
ricordarlo con un'Ave, Stefano ben volentieri si rivolgeva alla Regina del Cielo
chiedendo soccorso per tutti coloro che si rivolgevano a lui.
Sua fede
Diceva
che «si deve fare solo quello che Gesù comanda; che si deve ubbidire a Gesù
e basta!».
Non
ammetteva titubanze; credeva incondizionatamente a quanto Gesù gli diceva,
anche se talvolta non erano per lui tutte rose.
Era
certo che «Gesù fa le cose bene»; perciò pregava coloro che lo interrogavano
di non preoccuparsi per quanto capitava loro, perché «Gesù sa quel che deve
fare per ciascuno di noi».
Era
solito dire che «la via di Gesù è la via del dolore e che perciò se Gesù
ci manda delle prove non bisogna lamentarsene» e la prova di questo la dava
egli stesso quando, come diremo più avanti, sopportava per amore di Gesù
fortissimi dolori.
L'acqua benedetta
Stefano
amava tanto usarla continuamente durante la giornata, per segnarsi. Con essa
benediceva tutti i suoi giocattoli o li «battezzava» non appena li aveva
ricevuti. Nel dare loro la buona notte, spesso li benediceva tutti con l'acqua
benedetta per «far scappare il demonio», come diceva.
Portava
sempre con sé almeno una corona del Rosario, e se non aveva tasche nei
calzoncini, la metteva al collo, pur di non lasciarla. E quanti baci al Santo
Crocifisso, quanti «discorsi» faceva con Lui durante la giornata!
Sua purezza
La
sua purezza era totale e man mano che cresceva con l'età cresceva in lui
l'amore a questa impareggiabile virtù, che era unita al senso più assoluto del
pudore. Infatti pretendeva, soprattutto negli ultimi mesi della sua vita, che
nessuno lo osservasse mentre si mutava di abito, che nessuno lo baciasse, perché
diceva di essere ormai un uomo; solo per ubbidienza si adattava a ricevere un
bacio dagli amici più intimi, mentre a tutti stringeva la mano rapidamente.
Nell'aprile
del 1955, mentre già si preparavano per lui gli indumenti estivi, si svolse fra
lui e la mamma questo dialogo a proposito delle camicette a mezza manica:
-
Perché, mamma, Margherita mi prepara le camicette con le maniche corte? Io
non voglio che le donne mi vedano le braccia!
-
Ma, figlio mio, sta pur certo che le donne non guardano le tue braccia.
-Ah!
non mi guardano?
-
No, hanno altro da pensare.
-
Allora va bene!
E
fu contento così. Ma sulle misure fu intransigente: maniche fino al gomito,
pantaloni fino al ginocchio, «perché non voleva far vedere le gambe».
L'amore
alla purezza si manifestava anche apertamente per strada quando era capace di
dire ad alta voce, davanti alle donne o bambine in pantaloni o troppo
scollate, che avrebbero fatto meglio le prime a mettersi le gonne, le altre a
vestirsi. E aggiungeva serenamente e imperturbabile: «A me non piacciono le
donne in pantaloni. Sono così buffe!»
Era
il primo a ridere di queste sue uscite, e lo faceva con una grazia
inimitabile, tanto che nessuno avrebbe potuto aversela a male per queste
meritate rampogne.
Il
suo comportamento era di esempio a tutti e ciascuno vedendolo pensava ad un
Angelo che fosse venuto a divertirsi un po' sulla terra.
«Niente
bambine in casa mia»
Questa
era la frase con la quale Stefano prendeva affettuosamente in giro la mamma
quando ella manifestava il desiderio di avere una bimba. E diceva queste
parole con una grazia inimitabile, con un sorriso furbo e levando in alto
l'indice della sua manina. Ma poi, agli amici Molinari confidava: «La mamma
vuole una bambina! Verrà, magari ne verranno anche due». Questo si è avverato
dopo la sua morte, quando nel 1957 nacque la prima sorellina che ha preso il suo
nome: Maria Stefania, e nel 1959, Elena, la seconda.
Quando
gli si chiedeva perché non voleva bambine in casa sua, rispondeva ridendo perché
«le donne sono tutte civette e vanitose».
Povere
donne! Questo concetto venne ribadito da Stefano in un giorno particolare: si
trovava ai giardini pubblici dell'Acquasola con i genitori e stava a guardare
i bimbi che giocavano, saltavano e si rincorrevano. Ad un tratto, una bimbetta
alta una spanna gli si avvicinò e si mise ad accarezzarlo e a fargli mille moine
e sorrisi. Stefano guardò i genitori ed in tono semiserio disse: «Ecco perché
non voglio bambine, sono tutte civette!»
Frasario
strano sulla sua bocca, ma efficacissimo per esprimere la sua quasi indignazione
per l'affettuosa aggressione cui era stato fatto oggetto.
Sua pazienza
Questo
candido giglio ricco di doti spirituali e di tante virtù, accomunava a tutto
quanto abbiamo fin qui detto una straordinaria pazienza, rara nei bimbi della
sua età, soprattutto nei bimbi di salute esuberante come Stefano.
Poiché
non aveva amici, stava volentieri con i suoi balocchi e ad essi ripeteva più e
più volte gli insegnamenti ricevuti, le lezioni di catechismo, e se, a suo parere,
qualcuno fra essi non aveva capito bene, lo prendeva fra le braccia e
ricominciava daccapo il predicozzo, senza che nella sua voce ci fosse mai una
sfumatura di impazienza.
Non
si pensi però che a questo risultato Stefano sia arrivato facilmente: il suo
carattere era per natura impulsivo, sì da parere talvolta quasi violento. Ma
piano, piano aveva imparato a dominarsi, ad autocontrollarsi riuscendo così
a diventare un piccolo Giobbe in miniatura.
Era
commovente notare i suoi sforzi, fin da piccolissimo, ma aveva imparato a
farli per non far piangere Gesù, la Madonna e l'Angelo Custode. Da principio
gli era difficile frenare i suoi scatti, ma si pentiva subito e sapeva umiliarsi
dinanzi a chi aveva offeso, chiedendo sinceramente perdono. Poi correva davanti
al suo Crocifisso e recitava l'Atto di dolore.
Diceva
fin da piccolo di voler diventare santo, perciò cercava in tutti i modi di
essere veramente buono e di migliorare per meritare da Gesù il Paradiso, al
quale da sempre anelava.
Pensiamo
che al momento del suo trapasso egli sia arrivato veramente colmo di meriti in
Paradiso, perché siamo stati i commossi testimoni della sua sete di
perfezione per dare a Gesù il meglio di sé.
CAPITOLO
VII
Patimenti
e rinunce
Benché
Stefano fosse sano sotto ogni aspetto, talvolta ebbe dei malesseri di cui non
si conobbe la natura; malesseri che nulla avevano a che fare con una comune
malattia e che nessuna medicina poteva guarire. Del resto Stefano stesso
diceva che era ammalato, perché Gesù lo voleva così, e che sarebbe guarito
solo quando Gesù lo avrebbe permesso.
Voleva
assomigliare a Gesù, e le occasioni non gli mancarono.
Nei
primi mesi del 1953 più e più volte si caricò sulle spalle un attaccapanni
per giacche con sostegno, che aveva approssimativamente la forma di una croce
tronca in alto, e girando per casa diceva che assomigliava a Gesù sulla via
del Calvario.
Parve
una profezia, perché di lì a qualche giorno Stefano dovette mettersi a letto
con inesplicabili malesseri, i quali non gli turbarono mai lo spirito.
Dal
12 marzo stette poco bene, e dal 2 aprile peggiorò: era la Settimana Santa, e
nella notte tra giovedì e venerdì per tutta la notte soffrì fortissimi dolori
alle mani, ai piedi, al costato.
Il
venerdì gli dolevano le ginocchia e fino al giorno di Pasqua i dolori
continuarono. Speravamo che si sarebbe finalmente rimesso; invece il 6 aprile,
Lunedì dell'Angelo, verso le 11,30 d'un tratto sembrò volesse ritornare fra
gli Angeli.
Gli
occhi si fecero vitrei, il corpicino si era irrigidito, il polso e il cuore
non si sentivano più. Furono istanti terribili. Ponemmo subito sul suo petto
l'immagine della Vergine di Pompei, e la supplicammo in modo particolare perché
risanasse il nostro bambino.
Dopo
qualche istante, infatti, Stefano si risvegliò con un'espressione beata, ma non
seppe dire come era stato in quegli istanti.
Finalmente
cominciò a rimettersi in salute e a mangiare; ma la sua convalescenza, se così
si può chiamarla, fu lunga tanto che solamente alla fine di luglio si poté
dire che si era un po' ripreso.
In
tutti questi mesi non uscì mai un lamento dalle labbra di Stefano, non un
rimpianto, perché non poteva giocare, ma soltanto frasi di questo genere si
udivano da lui: «Gesù mi vuole così... Quello che fa Gesù è tutto fatto
bene... Non ho nulla. Sto bene. Gesù mi farà guarire».
Per
lunghi mesi solo queste parole, e quando gradatamente migliorò e si ristabilì
completamente, il suo pensiero correva in continuazione a Gesù per ringraziarlo
di averlo finalmente fatto guarire.
Ma
era detto che ormai Stefano non dovesse più stare completamente bene per lungo
tempo, perché ogni tanto gli prendevano i soliti dolori e per diversi giorni le
sue sofferenze erano strazianti per tutti coloro che gli stavano accanto.
Si
giunse così al gennaio del 1954: una nuova pseudo malattia, più lunga di
quella dell'anno precedente, lo costrinse a stare fra letto e lettuccio fino
ad agosto, anche se già a marzo era alzato e ricominciava le sue funzioni di
Chierichetto, specialmente in occasione della Santa Pasqua.
Anche
stavolta ebbe una crisi tremenda: il 16 febbraio, verso le ore 15, accusò un
male al costato sinistro e verso le ore 17 ce lo trovammo, come già l'anno
prima, rigido e con gli occhi stravolti. Era fra le braccia della mamma la quale
ancora una volta supplicò la Vergine di Pompei, perché le ridonasse il suo
bambino.
Un
po' più a lungo della volta precedente durò la crisi, ma questa volta il cuore
non mancò così a lungo: furono solo alcuni istanti che sembrarono secoli.
Eccolo ora ridestarsi, dichiarare che il dolore verso il cuore era scomparso, ma
non per questo accennò a migliorare.
Per
tutto il mese stette ancora male, ma anche questa nuova prova fu da lui
sopportata con ammirevole forza d'animo e mai un lamento uscì dalle sue labbra.
Diceva soltanto che aveva male, che Gesù gli dava dei dolori un po'
dappertutto, ma si riteneva sicuro che Gesù, quando avesse creduto necessario,
lo avrebbe fatto guarire.
Con
questi patimenti il suo spirito si affinava, la sua anima si avvicinava sempre
più a Dio e le sue comunicazioni con Gesù, con la Madonna e con gli Angeli,
diventavano sempre più frequenti.
Il
suo cuore era rivolto solo a pensieri di Paradiso, i suoi desideri erano solo
quelli di Gesù: infatti non faceva nulla senza averne prima avuto il divino
consenso.
Non
usciva per una passeggiata, non disegnava, non giocava se Gesù non gli dava il
permesso; e talvolta Gesù lo privava di piccole, innocenti soddisfazioni,
ma egli sapeva accettare la rinuncia serenamente.
Se
talvolta voleva mangiare qualcosa che gli piaceva e Gesù gli diceva di no,
non se ne lamentava. Più di una volta assistemmo ad episodi di questo genere:
Stefano, desiderava un pezzo di cioccolata, una caramella (e questo accadeva
di rado, perché non era affatto goloso), ma prima di ottenerla gli veniva
detto di chiedere a Gesù il permesso. Se la risposta era negativa diceva
tranquillamente: «Gesù dice di no; sarà per un'altra volta!»
Al
contrario Gesù sapeva fargli mangiare sempre quello che Stefano non avrebbe
voluto: ad esempio il cavolfiore, gli spinaci, i carciofi, la minestra. A questo
proposito troviamo segnato in un quaderno su cui sono state notate man mano le
varie fasi della vita di Stefano, questo episodio:
«L'11
gennaio 1953 arrivò in tavola del cavolfiore, che suscitò una vibrata
protesta di Stefano. La mamma gli suggerì di chiedere a Gesù se egli avrebbe
dovuto mangiare il cavolfiore che non gli piaceva.
È
impossibile descrivere la delusione che apparve sul volto di Stefano e la
smorfietta di disappunto che fece nell'annunciare che Gesù esigeva il
sacrificio. Noi non potemmo trattenerci dal ridere a questo punto, ma restammo
edificati dalla sua eroica obbedienza.
Senza
dire una parola, in un baleno mangiò la sua porzione di cavolfiore. Appena
terminato non ne poté più e disse ad alta voce guardando il grande Crocifisso
appeso ad una parete della sala pranzo: "Gesù, hai visto che ho mangiato
tutto il cavolfiore?". La risposta che ne ebbe gli fece brillare in
maniera insolita gli occhi: "Bravo, bravo, bravo: ti porterò con Me in
Paradiso"».
Però
non gli bastò questa risposta e volle da Gesù l'assicurazione che avrebbe
avuto accanto a sé in Paradiso anche il Papà, la Mamma e il fratellino Marco.
Avutane risposta affermativa batté le mani felice e non si ricordò più del
sacrificio fatto.
Per
fare cosa grata a Gesù nessuna rinuncia pareva ormai troppo grande a Stefano,
nulla più gli pesava, e volentieri rinunciava pure alle sue predilette passeggiate
al Righi, se Gesù gli chiedeva di stare a casa.
Per
lui ormai una sola volontà esisteva: quella di Gesù, per cui la sua era
annullata nel modo più assoluto, scientemente e volonterosamente.
CAPITOLO
VIII
Carattere di Stefano
Da
piccolissimo Stefano, da quanto abbiamo visto, aveva naturalmente i suoi piccoli
difetti che controbilanciavano le sue virtù.
Era
piuttosto impulsivo, e la sua vivacità accentuava talvolta questo lato del
suo carattere fino a farlo parere quasi violento. Ma col primo barlume di discernimento
cominciò in lui una forma speciale di autoeducazione che, unita agli
insegnamenti che gli si impartivano, arrivò a fare del piccolo prepotente un
cinquenne saggio ometto che dava dei punti agli adulti.
Era
ordinatissimo, teneva moltissimo alla pulizia personale e non appena poté farlo
da solo correva a lavarsi le manine cento volte al giorno. Non sopportava di
indossare ancora un indumento che avesse in qualche modo e involontariamente
insudiciato. Le sue scarpine dovevano essere sempre lucide e quelle bianche
non dovevano nel modo più assoluto avere una traccia di sudicio, soprattutto
quando le metteva per recarsi in chiesa.
La
sua stanzetta doveva essere sempre in ordine, ma talvolta i suoi balocchi
venivano da lui abbandonati un po' dappertutto; però non appena si accorgeva
del disordine lasciato, correva e in un baleno tutto tornava nell'ordine più
perfetto.
Non
conosceva malinconia: era infatti sempre sereno ed allegro, cantava sempre e
giocava volentieri. Era un bimbo felice che gioiva di tutto, che si accontentava
delle piccole cose, che sapeva divertirsi da solo per lungo tempo, senza
annoiarsi.
Quando
saliva sulla collina del Righi era felice e cantava a gran voce, canzoni
inventate lì per lì: soprattutto piccoli versi come: «Fiorellino mio, tu
sei tanto bello!»
Con
chiunque si trovasse era spigliatissimo e varie volte capitò che, entrato in
qualche negozio per acquisti, d'un tratto dicesse ad alta voce «Statemi a sentire».
E cominciava a raccontare una storiella inventata lì per lì, una sua curiosa
invenzione di freschezza e di brio.
Il
26 dicembre 1954, per il suo onomastico, l'amico Avv. Vacchino, grande
ammiratore di Stefano, volle che lo accompagnassimo al Santuario di Montallegro,
sopra Rapallo. Erano con noi anche la Signora Vacchino e una figliola. Benché
fossimo partiti al mattino prestissimo da Genova, Stefano non parve accorgersi
della levataccia e, mentre si attendeva la partenza della funivia che doveva
condurci al Santuario, chiacchierò a lungo e con tale disinvoltura con la
Signora Vacchino che questa se ne meravigliò e rise a lungo per le graziose
uscite di Stefano. Infine la Signora stessa confessò che non sapeva dove
Stefano andasse a prendere tutte le risposte che le dava senza pensarci su.
Nel
pomeriggio si sostò in un bar di Rapallo ove incontrammo parenti ed amici dei
nostri ospiti. Anche ora Stefano tenne circolo e raccontò prima di tutto
qualcuna delle sue visioni. Poi, saltando di palo in frasca, qualche
barzelletta che fece ridere tutti i presenti, più che per il contenuto, per la
grazia e i gesti con cui egli accompagnava il racconto.
Era
spiritosissimo e più di una volta abbiamo registrato le sue osservazioni che
non sempre erano consone alla sua giovanissima età. Ricordiamo, ad esempio, che
il 22 luglio 1953 doveva arrivare l'amico Don Pietro Pelucca e fu chiesto a
Stefano se a lui avrebbe ripetuto il Catechismo che solo dal 13 dello stesso
mese aveva incominciato a studiare. Rispose con candida meraviglia: «Perché?
Don Pietro non lo sa il Catechismo?»
Un'altra
volta la mamma lo chiamò per mostrargli una fetta di luna che splendeva nel
cielo: «Non vengo a vederla, perché è a pezzi», rispose.
Nell'ottobre
1953, nell'osservare il cappello che la mamma aveva appena comperato, disse con
negli occhi uno sguardo che si potrebbe definire malizioso: «Guarda un po',
la mamma ha comperato un cappello con le lumache!» Alludeva a una guarnizione
fatta con una fettuccia arrotolata, e spesso pregava la mamma di mettere quel
cappello, perché così «portava a spasso le lumache».
Il
16 agosto 1953 durante i Vespri nella Basilica dell'Immacolata, ad un certo
punto non dette al celebrante il tempo di dire «Dominus vobiscum», che già
la sua vocetta squillante trillò forte: «Et cum spiritu tuo!» Tutti i fedeli
risero ed il celebrante stesso fece fatica a trattenere le risa, tanto che intonò
l'antifona con nella voce il riso represso. E Stefano, sull'Altare, se la rideva
beato, perché aveva capito di averne fatta una delle sue.
Quando
si recava in casa di amici nulla perdeva della sua gaiezza e della sua
spontaneità e sapeva rendersi caro a tutti appunto per la dolce serenità
impressa sul suo volto. Stava volentieri in compagnia, ma preferiva starsene
con noi e col fratellino.
Talvolta
non aveva, come suol dirsi, peli sulla lingua, e diceva a chiunque il suo modo
di vedere su qualunque argomento; non esitava a sgridare, pure gentilmente, chi
commetteva qualche errore e poiché egli parlava perfettamente l'italiano, non
esitava a correggere qualche errore di grammatica o di sintassi che avesse
udito.
Nel
mese di marzo del 1955, una signora, che da poco più di due mesi non vedeva
Stefano, si meravigliò che non si ricordasse più di lei; ma lei stessa chiese
subito dopo: «Com'è il tuo nome?». Stefano la sbirciò di sottecchi e con
aria lievemente ironica e furba le disse: «Bella roba! Lei dice che io non la
ricordo più? E lei allora che non si ricorda nemmeno il mio nome?»
Chi
l'ha conosciuto ricorda con dolce meraviglia le sue squillanti risate, così
felici che pareva che tutto il mondo fosse nelle sue mani. Erano risate piene di
grazia, ma irresistibili e si doveva fare grande fatica per non imitarlo
pienamente. Nulla lo turbava, nemmeno i dolori e sapeva sempre sorridere e
consolare con una sola parola buona.
Negli
ultimi mesi della sua vita terrena pareva proprio che intuisse la immensa
felicità a cui andava incontro, perché più che mai era felice e sereno.
Negli ultimi tempi pareva volesse lasciarci di se stesso il ricordo più
gioioso e più affettuoso che fosse possibile, perché non un istante era
triste, non un istante era men che sereno. Non mancavano in questo tempo le
prove a lui ed a noi, ma sapeva dissipare ogni nube con un sorriso.
Sempre
nel periodo di tempo che preludeva il suo ingresso in Paradiso, ebbe, come
diremo più avanti, qualche disturbo dal demonio: ma riusciva sempre a vincere,
anche se soffriva molto.
Pareva
che volesse in anticipo consolarci dell'immenso strazio causatoci dal suo
trapasso, perché era diventato talmente pieno di premure e di affettuosità
da lasciarci allora meravigliati, oggi consapevoli che non a caso Stefano
voleva riempirci il cuore di tanta gioia.
CAPITOLO
IX
Assalti diabolici
Era
naturale che il demonio non fosse contento delle virtù di Stefano e che
cercasse in tutti i modi di tentarlo. Ma il nostro bambino non si lasciava
vincere e spesse volte faceva indietreggiare il nemico con un'arma potente: il
Santo Rosario. Moltissime volte il maligno suggeriva capricci e disubbidienze:
ma comprendendo da che parte venivano, Stefano pregava San Michele, perché
cacciasse il demonio.
Finché
era molto piccolo Stefano udì soltanto interiormente e esternamente la voce
del tentatore: sui 5 anni invece cominciò a vederlo, ma raramente aveva avuto
un attimo di paura.
Il
31 agosto 1953 raccontò che, mentre faceva la prima colazione al mattino, si
era sentito comandare dal diavolo di non mangiare. Ma il piccolo aveva mostrato
il Crocifisso che portava al collo dicendo all'invisibile tentatore
semplicemente: «Guarda». «E il demonio se ne è andato come un treno», disse
poi Stefano.
A
volte lo si udiva ripetere a qualcuno di andarsene, e quando la tentazione
continuava, egli rapidamente estraeva di tasca la corona e questo bastava a
mettere in fuga l'avversario.
Quando
ancora il nemico non si era mostrato a lui, le tentazioni erano più gravi,
perché tendevano a non farlo pregare, a renderlo capriccioso e disubbidiente, e
più di una volta Stefano gridò al demonio che voleva essere lasciato in pace.
Ancora
il 31 agosto 1953, la mamma disse a Stefano di ritirare il triciclo che aveva
lasciato momentaneamente in mezzo al corridoio. La mamma si meravigliò che
Stefano non volesse ubbidire e gliene chiese il perché. Si sentì rispondere
che «là fuori si sentiva sulle spalle il diavoletto».
All'ordine
perentorio di lasciar perdere e di ubbidire, in un baleno il triciclo era a
posto, ma ora più che mai Stefano si sentiva disturbato. Allora, la mamma lo
pregò di dire al «diavoletto» di mostrarsi a lei che gli avrebbe tirato il
collo. Stefano fece la... commissione, ma si sentì urlare nelle orecchie: «Non
me ne importa niente, non me ne importa niente». E Stefano rise a lungo dicendo
che il demonio doveva aver paura a mostrarsi.
Moltissime
altre volte Stefano ebbe di queste manifestazioni, soprattutto dopo una delle
sue visioni, oppure all'avvicinarsi di qualche particolare festa di Gesù o
della Vergine, e ogni volta riusciva vittorioso anche se qualche rara volta
dovette combattere un po' più a lungo.
Ricordiamo
particolarmente il giorno 7 settembre del 1953 in cui, dopo aver lottato a lungo
per cacciare una delle solite tentazioni, lo mettemmo a letto nel pomeriggio,
dopo avergli fatto bere un po' dell'acqua benedetta.
Si
addormentò spossato e al suo risveglio non si ricordava più di nulla. Più
tardi la mamma gli chiese se sapesse chi lo aveva tanto tormentato prima. Stefano
si rintanò sotto il tavolo della sala da pranzo e disse arrossendo: «Lucifero».
Anche il papà era presente ed entrambi non riuscimmo a frenare un moto di spavento
e di meraviglia, perché ci sembrava impossibile che Stefano avesse potuto
pronunciare quel nome che mai nessuno glielo avesse insegnato.
Visto
che nulla otteneva da Stefano, e certo con uno speciale permesso di Dio, il
demonio si provò a percuotere il piccino, a buttarlo in terra e anche a farsi
vedere.
Il
25 settembre del 1954 Stefano sentì tre pugni nella schiena, senza che alcuno
gli fosse accanto: corse a riferirci quanto gli era accaduto e gli suggerimmo
di chiedere a Gesù che cosa era stato. Si senti rispondere che era stato il
demonio a divertirsi un po'...
Ma
noi vedemmo sulla schiena di Stefano i segni delle percosse.
Il
maligno cominciò a mostrarsi a Stefano sotto forma di un mostro. Ma fin da
principio Stefano, che aveva imparato ormai a non temerlo, gli mostrava il Santo
Rosario per farlo scomparire.
Il
10 ottobre 1954 corse dalla mamma un po' pallido e tremante a confessare di
aver visto prima una grossa palla nera che sembrava gli rotolasse addosso;
subito la palla si allungò prendendo una forma orribile e mostruosa. Il bimbo
vide aprirsi una bocca spaventosa, mentre un lungo braccio, coperto di peli e
terminante con una mano adunca, cercò di ghermirlo.
Scappò,
e per quanto ricordiamo, fu l'unica volta in cui Stefano ebbe paura.
Per
calmarlo aspergemmo lui e il corridoio con acqua benedetta. Tutto finì, anche
questa volta, con una risata di Stefano, il quale diceva che «davvero il diavolo
è ben brutto».
Talvolta,
mentre era intento a giocare si sentiva dare uno spintone e finiva per terra.
Mentre
si camminava per strada, si doveva tenerlo ben stretto per la manina, perché
non era raro il caso che, senza alcun motivo, Stefano inciampasse sul terreno
più liscio e corresse il rischio di sbattere il visetto per terra.
Il
30 gennaio 1955, di ritorno da una visita, mentre era intento a levarsi le
scarpette, ci chiamò per mostrarci uno strano pezzo di ferro tagliente che,
inesplicabilmente, si era trovato in bocca. Conserviamo questo ferro che
avrebbe potuto far passare dei guai seri al piccino, se lo avesse inghiottito:
è una lamina sottile a forma di ciambella, ma con tutti gli orli frastagliati e
per giunta alquanto arrugginita.
Già
un'altra volta «si era sentito in bocca del ferro». Ma prima di chiamare
qualcuno, aveva sputato per il disgusto ogni cosa sul pavimento e per quante
ricerche facessimo immediatamente, nulla più trovammo.
Altre
volte disse di aver visto «una faccia rossa con un lungo corno in mezzo alla
testa» o delle figure mostruose alle quali però ora quasi più non badava.
Talvolta
di notte udiva nella sua stanza dei pesanti passi e una voce melliflua che lo
invitava ad alzarsi. Comprendendo subito di che si trattava, restava muto e
quieto nel suo letto.
Ricordiamo
a questo proposito che il 4 febbraio 1955 ci fece questo discorso: «Stanotte ho
udito qualcuno camminare per la mia stanza ed erano passi di qualcuno che
portava zoccoli come un cavallo. Poi una voce che voleva essere dolce mi disse:
- Stefano, alzati dal letto e vieni con me, ehmm! 'Ma quell'ehmm mi aveva fatto
capire che era il diavoletto, perché la voce dolce era diventata rauca. Allora
sono stato in silenzio e non mi sono mosso».
Bisognava
udire da lui questo racconto per notare i diversi toni di voce, i diversi
passaggi ed inflessioni vocali, per comprendere come questo bimbo cosi piccino
sapeva discernere le sfumature che gli indicavano sicuramente con chi aveva a
che fare.
Si
potrebbe pensare ad un sogno, ma Stefano era perfettamente conscio di quel che
sognava e di quel che «vedeva» o «udiva», perché ogni volta prima d'iniziare
il racconto delle sue visioni o dei suoi sogni diceva invariabilmente: «Oggi ho
visto... Ma non è un sogno sapete, perché ho proprio visto, quando ero già
sveglio».
Oppure:
«Mamma, stanotte ho sognato... Ma era proprio un sogno sai, ricordati bene che
era proprio un sogno».
Ripeteva
agli amici le sue visioni e i suoi sogni premettendo le medesime delucidazioni;
e conoscendo la purezza e la sincerità di Stefano nessuno ha mai dubitato di
quanto diceva, né ha pensato a confusioni. I suoi racconti erano sempre gli
stessi, anche a distanza di tempo non ometteva né aggiungeva nulla a quanto
asseriva di aver visto o sognato. E se talvolta, per provarlo, si fingeva di
voler aggiungere qualche particolare o di volerne cambiare qualche altro, con
gentilezza ma con insolita fermezza diceva: «No, non è così».
Anche
in questo era forte contro la tentazione e non cedeva nemmeno alla vanità di un
particolare detto con parole più altisonante. Il suo fraseggiare era semplice
e piano ma era già quello di un ragazzo sui diciotto anni, tanto era profondo e
sicuro.
Il
demonio molto lo fece soffrire, ma pensiamo che dovette subire molte sconfitte,
quali forse non si attendeva da un bimbo così piccolo.
Ora
in Paradiso il nostro piccolo non subisce certo più assalti, e pensiamo anzi
che sia diventato un efficace protettore contro gli assalti diabolici, appunto
perché egli ne dovette subirne tanti.
CAPITOLO
X
Aneddoti
La
breve vita di Stefano è tutta una fioritura di aneddoti, alcuni curiosi, alcuni
spiritosi e altri che dimostrano la sua serietà e il suo senso morale.
Aveva
la risposta facile e pronta a qualunque quesito; sapeva dire certe cose scabrose
con una grazia particolare che incantava. Una domenica osò riprendere ad
alta voce dei muratori che lavoravano nel giorno dedicato al Signore. Altre
volte sgridò qualcuno che non si comportava bene e disse il fatto suo ad una
persona che aveva osato prenderlo in giro, perché aveva manifestato il
desiderio di diventare Sacerdote.
Il
fratellino Marco più di una volta si sentì rimproverare il disordine in cui
lasciava i suoi indumenti o la scrivania, da questo pupo ordinatissimo, che era
lo specchio della pulizia.
Il
suo carattere brioso e osservatore lo portava a considerazioni inconsuete. Un
giorno la mamma stirava una gonna e si sentì chiedere dal piccino se l'indumento
fosse per il papà. La mamma gli rispose che le gonne non si addicono agli
uomini. Ma il piccolo con un sorriso serio e biricchino rispose: «Vedi, mamma,
giacché le donne ora portano i pantaloni, finirà che saranno gli uomini ad
andare a spasso con le gonne».
Un
giorno vide per strada un uomo con un viso piuttosto infantile e ridendo chiese
al papà che teneva per mano: «Papà, perché quell'uomo ha la faccia da
bambino?»
Faceva
strane domande come queste: «Il sale si compera dalla salaia? E le patate dal
patataio?» Nel vedere un signore con un appariscente apparecchio acustico,
chiese a Marco: «Perché quel signore ha i tappi nelle orecchie?»
Il
commesso del negozio dove si recava a fare gli acquisti era per lui «il signor
Consorzio». Ed un bel giorno disse: «Sai, mamma, ho visto il Consorzio con la
signora e il pupo...». Gli facemmo osservare che avrebbe dovuto dire di aver
visto il signor Gianni, e la sua risata squillante ci fece intendere che lo
scherzo era stato di suo gusto.
Per
dargli un po' d'importanza gli si permetteva talvolta di telefonare a persone
amiche e questo era per lui un piacere grande. Era fiero di saper ascoltare al
microfono e non si confondeva.
Poiché
era grassottello, il papà talvolta gli dava un nomignolo che a lui piaceva
tanto: «grosso» che egli traduceva in «goccio» quando era molto più
piccolo; per riscontro egli diceva «piccolo» al suo papà.
Nel
novembre del 1953 ci recammo a Roma ed il giorno 13 di quel mese telefonammo a
casa per salutare i nostri figli. Stefano aveva appena visto un elicottero
solcare il cielo di Genova e non trovò altro di meglio da riferirci al
microfono dell'avvenimento, che per lui era sensazionale. Al momento di chiudere
il papà lo salutò con un: «Ciao, goccio» scherzoso, al che Stefano rispose
con altrettanto brio: «Ciao, piccolo».
Il
26 febbraio 1953 era stato con una persona amica a portare un piccolo dono in
una famiglia. In quella casa incantò tutti con la sua arguzia, ma lasciò
tutti trasecolati quando, dopo avergli chiesto cosa avrebbe fatto da grande,
rispose sicuro e senza esitazione: «Voglio diventare prete, missionario e
Papa!»
Certo
poteva parere ambizioso, ma chissà che in cuor suo non sapesse già i disegni
di Dio, o almeno li intuisse, e parlasse così per non dar a vedere quanto
passava nel suo cuore?
Fino
ai primi mesi del 1953 il suo visetto gentile assomigliava a quello di una
bimba, tanto più che folti riccioli lo incorniciavano; ma nei primi giorni di
quell'anno i riccioli caddero sotto le forbici del parrucchiere e quando
Stefano si vide nello specchio con i capelli corti disse, finalmente felice, di
non assomigliare ora davvero più ad una bambina, tanto più che indossava i
primi pantaloncini da ometto, «con la piega», che gli davano davvero
l'impressione di essere un uomo...
Spesso
improvvisava poesiole che recitava convinto di essere un vero poeta, e
desiderava essere applaudito. Ma per il Natale 1952 aveva imparato una vera
poesia che recitò davanti al Presepio; erano dei versi semplici che declamava
con tanto amore e tanta grazia. Vogliamo trascrivere questa breve poesia che ci
ricorda il debutto del nostro bambino, debutto di cui egli era particolarmente
fiero, perché aveva saputo recitare tutta la poesia senza errori e perché, a
tempo debito, s'era ricordato di gestire convenientemente:
O
Gesù, piccino e bello che ami il ricco e il poverello, che sì buono e dolce
sei, deh, tu ascolta i detti miei: buono ognor come sei tu fammi, o piccolo Gesù.
Gesù Bambino,
col
tuo ditino mettimi in cuore un fiorellino. Il fiore azzurro della bontà e
benedici Mamma e Papà.
Gli
applausi che accolsero la fine della dizione lo lasciarono modestamente felice,
perché, non essendo affatto vanitoso, pure era tanto bambino da gioire di
essere complimentato per la sua bravura.
Quel
giorno erano ospiti da noi gli zii e una cuginetta venuti da Zurigo e Stefano
forse si sentiva fiero di aver dato prova delle sue capacità.
Un
mese più tardi, per l'anniversario del nostro matrimonio, si esibì ancora una
volta recitando una poesiola che lo aveva fatto disperare un poco perché
portava la parola «incommensurato», che egli abbreviò con «immensurato».
lo
sono il... Pucettino cioè... il più piccino, ma pur sento nel cuor immensurato
amor!
A
voi, Papà e Mammina, auguri porgo questa mattina colla promessa viva che io per
l'avvenire modello dei bambini di certo diverrò.
Era
buffo quel frugoletto che diceva con aria sbarazzina parole più grosse di lui
e che faceva solenni promesse e l'inchino, col quale accompagnò la poesia, lo
avrebbe fatto mangiare di baci.
Era
compitissimo sempre, e fin da due anni salutava sempre le signore con un
inchino da compito cavaliere, che aveva imparato imitando il fratellino di circa
sei anni più grande di lui.
Sapeva
porgere la mano in modo perfetto, ma non ripeteva il gesto né l'inchino per
soddisfare vane curiosità: sapeva essere sobrio anche in questo.
Talvolta
usava giocare all'alpino o ai bersaglieri e a tale scopo assestava un suo
cappello di tela, la falda del quale veniva piegata e ripiegata secondo la
necessità del gioco.
Al
piccolo fiocco applicato al centro della calotta attaccava delle strisce di
carta variopinta oppure una sola di lato, poi correva a farsi rimirare
chiedendo: «Che cosa ti sembro?» Se gli si rispondeva: «Sembri un alpino»,
oppure, «un bersagliere», era felice e ritornava ai suoi giochi.
Ma
talvolta gli si diceva scherzando: «Sembri Stefano con un cappello in testa»,
ed allora il suo visetto contrariato, esprimeva più che qualunque parola la sua
disillusione. Alla immancabile immediata rettifica, i suoi occhi esprimevano
una innocentissima riconoscente felicità che commuoveva.
Il
giorno del suo quinto compleanno gli regalammo un'autopompa con la regolamentare
scaletta mobile e da quel giorno «si sentiva un vigile del fuoco».
Il
famoso cappello subì un'altra metamorfosi: le falde abbassate, il sottogola
bene in evidenza e con esso e l'automobilina Stefano si sentiva davvero un «pompiere»
e spegneva immaginari incendi con una pompa che, per l'occasione, era un
qualunque pezzo di legno.
Il tamburino
A
tre anni possedeva un giocattolo meccanico, un tamburino che, a caricarlo con la
chiavetta infissa sulla schiena, suonava il tamburo mentre faceva continue
giravolte.
Stefano
restava a lungo incantato a seguirne le evoluzioni e quando, a lungo andare la
molla si ruppe ed il giocattolo restò senza attrattiva, Stefano ebbe una
delle sue idee straordinarie: corse dalla mamma e, voltandole la schiena, le
disse: «Mamma, caricami!».
La
mamma comprese al volo il desiderio del piccolo e finse di girare a lungo una
immaginaria chiavetta intanto che lui attendeva paziente. Dopo un po' Stefano
si allontanò e ripeté a lungo i gesti del tamburino rotto, dicendo, per
imitare il suono del giocattolo: «Parapampam, parapampam». Poiché trovò
di suo gusto questo nuovo gioco lo ripeté spesso ed a lungo, finché non ebbe
il suo primo vero tamburo.
Le mollette da biancheria
L'ingenuità
di Stefano era davvero grande! La mamma un giorno gli chiese di porgerle il
sacchetto contenente le mollette da biancheria, poiché doveva stendere dei
panni. Il piccolo, servizievole come sempre, non se lo fece ripetere, ed arrivò
di corsa porgendo alla mamma il sacco con uno strano sorriso che lì per li
non destò sospetti nella mamma. A lavoro ultimato Stefano, che non stava
nella pelle dallo scoprire le sue marachelle ingenue, chiese alla mamma: «Ti
sono bastate le mollette?». La mamma rispose di sì ed il piccolo restò
deluso, poi disse subito: «Sai te ne avevo nascosta qualcuna perché così ne
sarebbero rimaste poche e tu ti saresti meravigliata di non averne abbastanza!»
Santa
ingenuità davvero! Le mollette erano un centinaio e quelle «nascoste» da
Stefano nemmeno una decina e non se ne avvertiva davvero la mancanza.
Una storia lunga lunga
Marco,
con un piccolo amico, giocava ad inventare storielle e non volevano ascoltare
Stefano perché era troppo piccolo (aveva 4 anni).
Ma
finalmente un giorno ebbe il «permesso» di dire la sua storia, purché fosse
breve. Il sorriso di Stefano fu un capolavoro di furbizia! Si sedette comodamente
sul seggiolino e, tutto compunto, disse:
«C'era
una volta... finito!»
Alla
delusione dei due «grandi» ribatté serafico: «Mi avevate detto di essere
breve e così ho già finito».
Risata
generale, ma lezione proficua poiché da quel giorno i ragazzi seppero ascoltare
pazientemente le sue storielle che pur essendo brevi contenevano un sottofondo
morale.
L'automobile «concevata»
Una
grossa automobile, dono ricevuto per Santo Stefano del 1953, era la sua grande
passione e trascorreva delle ore a farla correre per casa.
Un
giorno la macchina scomparve e ne chiedemmo a Stefano.
Disse
di averla «concevata» (conservata) perché non si rovinasse.
Gli
chiedemmo a più riprese dove l'aveva posta ed egli rispondeva sempre: «Non
temete, l'ho "concevata" io».
I
giorni passavano ma della macchina nessuna traccia, benché avessimo frugato
dappertutto.
In
sala da pranzo v'era un lungo tavolo i cui piedi massicci formavano a ciascun
lato corto un grande blocco, ed il piano era appoggiato su di essi per mezzo
di larghe colonne che lasciavano un largo spazio tra piano e piedi.
Un
giorno di primavera la mamma volle rimuovere il tappeto posto sotto il tavolo
e così trovò appoggiata nell'interstizio fra piano e piedi la famosa automobile
e chiamò Stefano per ridargliela.
Egli
non si scompose e disse con tutta serietà: «Te l'avevo detto, io, che l'avevo
"concevata"»! E questo perché qualche tempo prima in casa si era
avanzato il sospetto che l'automobilina avesse fatto la fine di tanti altri
balocchi: un volo dalla finestra per divertire i ragazzi del cortile
sottostante.
Le scarpe bianche della mamma
Secondo
la moda del tempo, proprio nei primissimi giorni del maggio 1955, la mamma si
era comperato un paio di scarpe bianche. Stefano le guardò con aria critica e
fissando serio la mamma le disse: «Perché le hai comperate bianche? Da oggi
tu non comprerai più scarpe bianche, ma solo nere o marrone». Stette un
attimo pensieroso, poi ripeté: «Sì, mai più scarpe bianche per te, mai più,
solo nere o marrone». (Erano i colori che più conosceva, ed era il suo modo di
indicare i colori scuri).
È
inutile aggiungere che, essendo Stefano morto dopo qualche giorno, le scarpe
bianche si resero inutili e che da allora davvero la sua mamma ha comperato
«solo scarpe scure».
Si
pensò, dopo, che quel discorso fosse stato dettato dal presagio del prossimo
lutto che egli avrebbe portato nella nostra casa con la sua morte.
CAPITOLO
XI
Raggi di Grazia
Suo amore alla preghiera
Sempre
più si notava in Stefano il lavorìo della Grazia: segni sicuri ne erano la
ubbidienza eroica ad ogni comando, la pietà sempre più grande, l'amore al
prossimo.
La
sua vita, specialmente negli ultimi due anni, era permeata di preghiera. Appena
sveglio recitava spontaneamente quelle del mattino; e alla sera, prima di
andare a letto, non si scordava mai delle sue devozioni. Anche a letto pregava e
più di una volta lo sorprendemmo con la corona in mano o semplicemente
l'udimmo parlare con Gesù, al Quale raccomandava i bisogni del Clero, delle
Missioni, dei genitori, del fratellino e di coloro che si erano raccomandati
a lui.
Durante
il giorno pregava pure spesso sia col Santo Rosario, sia con altre preghiere o
con canti religiosi; a volte si rivolgeva a tutti indistintamente coloro che
erano a casa chiedendo: «Chi vuol dire il Rosario con me?»
Quando
ebbe imparato i Misteri del Santo Rosario era per lui una gioia dire anche
questi e non si stancava di recitare svariatissime «Ave Maria» per completare
il suo istintivo desiderio di pregare.
Quando
non giocava la sua occupazione preferita era quella di sfogliare più e più
volte alcuni libretti che pur già conosceva a memoria: erano gli albi illustrati
della vita di Gesù, dei Misteri del Santo Rosario, della Via Crucis, della
vita di San Giovanni Bosco, ecc.
Benché
più e più volte avessimo già spiegato a Stefano il significato di ogni
singola illustrazione, pure il piccino non si stancava di udir ripetere sempre
le stesse spiegazioni, alle quali infine collaborava egli stesso. Il papà aveva
disegnato tutti i quadri della Via Crucis e Stefano spessissimo chiedeva il
favore di poter rimirare quei disegni dei quali conosceva ogni particolare,
ma che tuttavia, rivedeva ogni volta con una gioia nuova.
Il
13 luglio 1953 iniziò con la mamma lo studio del Catechismo che, intelligente
com'era, imparò bene. Ciò che maggiormente gli piaceva di questo aureo libretto
erano le sette opere di misericordia corporale e spirituale che lasciavano
intravedere in lui la vocazione all'apostolato. Seguivano i Dieci
Comandamenti, e i sette doni dello Spirito Santo.
Durante
la giornata più e più volte ripeteva quanto aveva imparato, facendo scuola ai
suoi balocchi. Esercizi spirituali Nei giorni 6-7-8 agosto 1954 fece 3 giorni di
Santi Esercizi Spirituali assieme al fratellino: li fecero in casa, in una
stanza appartata tutta per loro. In quei tre giorni quasi non li vedevamo e fu
straordinario il frutto che Stefano riceve da questo ritiro fatto con vero
spirito di penitenza.
Questi
Santi Esercizi consistevano nel servire al mattino la Santa Messa; poi, dopo
colazione, recita del Santo Rosario, breve meditazione, un po' di lavoro
manuale o... intellettuale che per Stefano consisteva nell'apprendere a
scrivere in corsivo tutto l'alfabeto, che già scriveva a stampatello, e nel
leggere qualche riga del sillabario.
Finalmente
rivedevamo i due ragazzi per il pranzo. Specialmente in quei tre giorni
Stefano fu un esempio memorabile di mortificazione della gola e di buona
condotta.
Ora
non poteva mancare una buona ricreazione e Stefano giocava, cantava e saltava
con tutta l'esuberanza della sua buona salute.
Ricominciava
il ritiro che durava fino a sera: alle 15 i due fratellini facevano la Via
Crucis. Su questo lasciamo la parola al fratellino Marco che già in data 25
agosto 1954 aveva scritto di Stefano: «Le sue "Vie Crucis", a cinque
anni, erano commoventi. Ad ogni stazione poneva il viso tra le mani e
singhiozzava dicendo: "Povero, povero Buon Gesù, ti hanno fatto tanto
male! Ti hanno messo in Croce "».
Ora
rileggendo queste brevi note ci pare strano che Marco abbia potuto scrivere,
parlando di Stefano ancora vivo, quell' «erano»: forse egli pure aveva avuto
qualche triste presagio, come noi stessi, da troppo tempo l'avevamo, notando
l'eccezionalità del nostro bimbo?
Il
pomeriggio terminava con la lettura spirituale meditata: questo era forse uno
dei momenti più belli per Stefano, perché conosceva così brani delle vite dei
Santi, specialmente dei Santi adolescenti che lui prediligeva. Il suo modello
era San Domenico Savio, al quale voleva assomigliare, e le sue considerazioni
che egli improvvisava, su quanto aveva udito leggere, erano talmente alte e
superiori alla sua età, che facevano meravigliare chi lo ascoltava.
Dal
giorno in cui conobbe l'episodio che narra come San Luigi Gonzaga aveva
lasciato a metà una parola che stava scrivendo per rispondere al richiamo
della mamma, parola che poi aveva trovato terminata, scritta in oro dal suo
Angelo Custode, Stefano si propose l'ubbidienza più completa e pian piano era
proprio riuscito ad essere un modello di obbedienza.
Fu
in questa occasione dei Santi Esercizi che conobbe alcuni stralci della vita
del Venerabile Padre Manzella, dei Preti della Missione, molto venerato in casa,
soprattutto per il fatto che la mamma lo aveva conosciuto da vivo; e alcuni «fioretti»
di Padre Manzella diventarono fioretti di Stefano, che cercava tutte le
occasioni migliori per perfezionarsi sempre più.
Avrebbe
voluto fin dai due anni ricevere la Santa Comunione. Ma, purtroppo, per una
serie di contingenze, è ritornato fra gli Angeli proprio quando lo si
preparava al primo incontro con Gesù Eucaristia. Forse ha voluto proprio
tornare in Paradiso come gli Angeli, come quelli che egli era solito avere
accanto a sé e che diceva di vedere perfino lassù tra le nuvole. Infatti a
volte lo si vedeva estatico a guardare in alto e poi d'un tratto lo si udiva
chiamare a gran voce, perché andassimo sul balcone a rimirare gli Angeli fra
le nuvole. Cosa che noi non potevamo vedere.
Anche
la Santa Confessione lo attirava moltissimo, tanto che l'8 marzo 1955 si accostò
al Tribunale di Penitenza per confessare i suoi peccati. Era troppo piccolo
e il Confessore, dopo avergli fatto una predichetta, lo rimandò con una
benedizione. Stefano fu lietissimo di questa «Confessione» perché ne parlò a
lungo.
Ma
il 29 novembre di quello stesso anno fu proprio un giorno memorabile per lui:
finalmente un Sacerdote aveva aderito al suo desiderio e, ascoltata la sua
confessione, gli aveva fatto una breve ramanzina e infine gli aveva imposto la
penitenza impartendogli poi l'assoluzione. Ridire la felicità del piccino per
questa pietra miliare della sua vita spirituale e cosa impossibile, e da quel
giorno tornerà al confessionale più spesso che gli sarà possibile. Da
principio ogni 15 giorni, poi una volta alla settimana.
Ma
un giorno qualcuno in una chiesa gli disse che era inutile che egli si volesse
confessare, perché era troppo piccino e non poteva avere peccati.
Tornò
a casa mortificato e coi grossi lacrimoni che gli scorrevano lungo le guance.
Per consolarlo il papà gli promise di condurlo presto dai Cappuccini di San
Bernardino al Righi: là certamente, come già altre volte, qualcuno lo avrebbe
confessato.
Ma
il piccino pareva aver perso la fiducia e continuava a ripetere con disappunto
che i Sacerdoti lo prendevano in giro, perché era troppo piccolo.
Andò
col papà e un Padre Cappuccino, pur meravigliandosi della richiesta, non
rifiutò di confessare quel piccolo ometto serio e composto che gli stava dinanzi:
lo condusse nel confessionale degli uomini dal quale Stefano uscì felice e con
gli occhi stellanti.
Il
cappuccino intanto si era avvicinato raggiante al papà e gli aveva manifestato
il suo stupore per la confessione di Stefano: disse tutta la sua meraviglia
per la sua intelligenza, per la sua preparazione, per la consapevolezza del
Sacramento che il bimbo dimostrava di possedere. A casa vedemmo tornare un altro
Stefano: immensamente felice e riappacificato.
Fino
agli ultimi giorni del suo esilio terreno, Stefano si è regolarmente
accostato al confessionale, uscendone ogni volta migliore e conscio che l'assoluzione
ricevuta rendeva la sua anima pura come quella degli Angeli.
L'ultima
sua Confessione risale ad una settimana esatta prima del suo trapasso ed anche
quel giorno, dopo l' assoluzione, i suoi occhi brillavano come stelle.
CAPITOLO
XII
La
sua intelligenza era straordinaria. Fin dai tre anni aveva cominciato a
imparare a leggere e già aveva imparato un buon numero di preghiere tra cui la
Salve Regina in latino, l'Atto di dolore e man mano il Pater, l'Ave, il Gloria
e il Confiteor. Il Credo lo sapeva già prima e così pure un numero indefinito
di Giaculatorie che ripeteva in continuazione durante tutta la giornata.
La sua memoria era prodigiosa. Aveva imparato persino degli Oremus. Alla fine della Messa diceva col celebrante, e in latino, quasi tutta la preghiera a San Michele Arcangelo.
Sul
piano materiale la sua intelligenza lo portava a discernere quello che era
migliore, anche se per sé sceglieva ciò che c'era di meno bello.
Da
solo aveva imparato l'alfabeto in stampatello ed era capace di scrivere dei
lunghi brani con questi caratteri, fiero di mostrarli a noi.
La
sua buona memoria gli faceva rammentare persone, cose e avvenimenti a distanza
di tempo e nel 1955 ricordava ancora la casa di Milano lasciata nel 1951 e
particolari precisi di avvenimenti colà accaduti. Ricordava che a Milano era
solito disporre in un certo punto del cortile, dei chicchi di riso, perché gli
uccelletti venissero a sfamarsi; ricordava la «cattiva Vanni» cioè la gatta
bianca, che si metteva in agguato per sorprendere i passeri. Con quale sdegno
allora Stefano si slanciava contro l'animale per farlo scappar via, perché non
facesse del male ai suoi protetti.
Ricordava
pure l'episodio di un gattino trovato in giardino e che avrebbe voluto tenere in
casa, cosa che gli fu vietata.
Negli
anni 1951 e 1952 facemmo due viaggi in Sardegna, il ritorno di uno dei quali fu
effettuato per via aerea. Fino all'epoca del suo trapasso, Stefano ricordava
esattamente questi viaggi rammentandone dei particolari che agli adulti
sarebbero sfuggiti.
Le
spiegazioni date su qualunque argomento non venivano da Stefano più dimenticate
e se pure a volte amava farsi commentare a più riprese le medesime illustrazioni
dei suoi libri; egli stesso collaborava aggiungendo qualche particolare che
altre volte era stato detto e ora si ometteva.
Non
amava lo spreco ed era veramente buffo udire un trottolino, alto poco più di
una spanna, raccomandare di comperare sempre ciò che costava meno,
soprattutto per sé.
Una
riprova di questo l'abbiamo in diversi momenti della sua vita: per la Pasqua del
1955 fu condotto in uno dei grandi magazzini per qualche acquisto, e nel
vedere una grande esposizione di uova di cioccolata, disse di voler sceglierne
uno per Marco, il fratello seminarista di cui era fierissimo.
Dopo
aver girato attorno al banco di vendita, si arrestò con gli occhi pieni di
gioia dinanzi all'uovo più bello e più grande e, indicandolo, disse: «Ecco,
questo è per Marco». Gli fu detto di sceglierne uno per sé. Con la massima
naturalezza fece dietro front e scelse per sé l'ovino più piccolo, da lire
dieci, ma specificando di voler proprio quello «incartato con la stagnola
azzurra a stelle d'oro».
Gli
piaceva correre in bicicletta. Da principio si accontentò del proprio triciclo,
sul quale faceva delle grandi corse, soprattutto attorno al tavolo della vasta
sala da pranzo. Poi volle provare a noleggiare una vera bicicletta e la sua
fierezza fu grande per essere riuscito in breve tempo a sorpassare tutti gli
altri corridori in erba nel circuito dei giardini dell'Acquasola.
Ma
anche qui la sua prudenza e la sua parsimonia trovarono modo di manifestarsi
perché chiedeva «di poter noleggiare la bicicletta se la spesa non era di
troppo». Gli sembravano somme favolose quelle cinquanta lire occorrenti, perciò
chiedeva di soddisfare questa sua passione per la bicicletta il meno
possibile.
Talvolta
diceva: «Peccato proprio che bisogna pagare... farei proprio volentieri
qualche giro in bicicletta». Ma non c'era modo di fargli accettare questo
svago innocente.
Gli
piaceva la panna montata, ma molto spesso rifiutava la nostra offerta, sia perché
voleva offrire un fioretto a Gesù e alla Vergine, sia perché non voleva farci
spendere del denaro.
Quando
occorreva rifornirlo di guardaroba, si informava prima del costo di ogni singolo
indumento e raccomandava di comperare per lui poco o solo cose di poco costo.
Era
difficile fargli accettare scarpe nuove; voleva sempre quelle dell'anno passato
e si arrendeva solo quando constatava che un paio di scarpe che si fossero per
caso messe via, non erano cresciute di pari passo con i suoi piedini. Anche
rotte, consumate, le voleva, purché non si fossero spesi dei soldi per procurargliene
delle nuove.
Ci
divertimmo molto ad una sua sfuriata fatta a questo proposito il giorno di San
Giuseppe. Gli erano stati comperati dei sandali, dato che le pantofole invernali
erano mal ridotte. Volemmo inaugurare le scarpine nuove in quel giorno di festa,
ma Stefano non voleva saperne di calzarle, perché pretendeva di mettere
ancora i sandali smessi in autunno e che per puro caso non erano ancora stati
regalati.
Per
accontentare il piccolo recalcitrante, la mamma gli mostrò la grande
differenza che passava tra i vecchi sandali e i nuovi, poiché nell'inverno 1954-1955
Stefano era molto cresciuto.
Dovette
arrendersi all'evidenza, ma non appena la mamma gli ebbe allacciati i fiammanti
sandali, il bimbo comincia una specie di ostracismo contro di essi: con un
piedino schiacciava l'altro alternativamente «per invecchiare i sandali» e
quando, dopo qualche minuto di questo armeggio vide le scarpine non più nuovissime,
si arrestò e disse trionfante: «Adesso sì che mi piacciono questi sandali,
perché non sono più nuovi».
Inutile
dire che per tutta la giornata questo comico episodio fece le spese della nostra
conversazione; ma Stefano era pago di poter calzare sandali «già usati».
Questi
episodi narrati sono forse poco importanti, poiché tanti e tanti altri ve ne
sono nella vita di Stefano: ma li abbiamo narrati perché sono quelli che più
degli altri sono impressi nel nostro cuore.
CAPITOLO
XIII
Specialmente
negli ultimi mesi del suo soggiorno su questa terra d'esilio, Stefano ebbe delle
visioni incantevoli, delle quali abbiamo preso nota di volta in volta
esattamente con le sue parole e vogliamo qui trascrivere questi episodi
cronologicamente. Ci si perdoni la scheletricità di certe comunicazioni, ma
non vogliamo aggiungere niente di nostro alle parole con cui Stefano comunicava,
sia a noi che agli amici, quanto aveva visto. Diremo solo che in quei giorni
fortunati gli occhi del piccino brillavano di luce insolita e si notava in lui
un arresto di vivacità e qualcosa che lo teneva a lungo pensieroso.
-
14 ottobre 1954: «Ho visto Gesù vestito di bianco, col manto rosso, le mani
e i piedi forati».
-
15 ottobre 1954: «Ho visto la SS. Vergine vestita di bianco, con raggi di luce
che partivano dalle mani. Mi ha detto che pian piano vedrò tutti i Santi».
-
17 ottobre 1954: «Nella mia stanza ho visto tanti Angioletti».
-
19 ottobre 1954: «Ho visto San Giuseppe vestito con una tunica e un manto».
Facciamo
notare che Stefano, dietro consiglio della mamma, aveva da tempo l'abitudine
di chiedere a Chi gli appariva in maniera soprannaturale, come si chiamasse, ed
è perciò che con tanta sicurezza poteva dire, per averlo saputo
dall'Apparizione, il nome di Colei o Colui che si degnava mostrarsi a lui.
-
20 ottobre 1954: «Stamattina ho visto San Pietro, vestito con una tunica
bianca e una fascia marrone a tracolla. Mi ha fatto vedere un Rosario poi si
è avvicinato e mi ha fatto baciare il grande Crocifisso che v'era attaccato. Mi
ha detto che devo recitare tutti i giorni il Santo Rosario».
Da
questo giorno il bimbo vi fu fedelissimo e non dimenticò mai di dire la terza
parte del Rosario con i Misteri propri, aggiungendo ad ogni decina la Giaculatoria
di Fatima: «Gesù mio, perdonate le nostre colpe, preservateci... ».
Era
di esempio a tutti, e durante la Santa Messa, più di una volta notammo sguardi
ammirati che dicevano chiaramente quanto i fedeli della chiesetta di San
Bartolomeo degli Armeni vedessero con gioia quel piccolo bimbetto piissimo e
orante come un Angelo. Dopo il suo trapasso infatti ricevemmo delle
confortanti manifestazioni di stima e di affetto che ci hanno confermato come
Stefano avesse conquistato il cuore di tutti.
Una
breve premessa alla visione dell' 11 novembre
1954:
Stefano era un appassionato delle bandiere che preparava anche da sé servendosi
di un bastone e di un pezzo di carta; per evitare che dovesse rifarne una al
giorno, la mamma gliene preparò una di stoffa che il papà montò su una
piccola asta. L'entusiasmo di Stefano per la bandiera rossa, bianca e verde
era indescrivibile tanto che nella foga del gioco, più di una volta, la
bandiera volò fuori dalla finestra. Quando una, lavorata a maglia, non si poté
più riavere, eccone in breve pronta un'altra che Stefano conserverà ora
gelosamente, che esporrà al balcone, che riporrà alla sera infilata nei
tubi del calorifero; ed è appunto quest'ultima bandiera la protagonista del
racconto che Stefano ci fece in questo giorno:
«Stamane
ho visto dei Magi, il Re Baldassare, vestito con una tunica blu e col manto
rosso; portava sul capo una corona d'oro con pietre preziose. Baldassare si
era posto davanti al calorifero e faceva dei movimenti verso di me, come degli
inchini, tanto che la bandiera, che era infilata sul termosifone, si agitava
quando egli la sfiorava».
La mattina del 13 novembre 1954, disse di aver visto un fanciullo a cui aveva chiesto il nome. La Visione rispose: «Sono San Domenico Savio».
La
felicità di Stefano era al colmo perché aveva visto colui che si era scelto
come modello.
Ad
una persona amica, venuta a trovarci quel giorno, ripeté con entusiasmo la
visione e quando gli fu chiesto di descrivere l'abbigliamento del Santo,
rispose: «Aveva un abito color verde-nero; i pantaloni arrivavano fino al
ginocchio, e la giacchetta era dello stesso colore, mentre la camicia era bianca».
-
9 dicembre 1954: «Stamattina, molto presto, ho visto la SS. Vergine; sul capo
aveva una corona d'oro ornata di fulgidissime gemme. Era vestita di rosso e mi
ha risposto: "Il vestito rosso rappresenta il mio Cuore". Volevo che
mi spiegasse quest'ultima frase, ma la Madonna ha detto: "È un mistero che
saprai solo in Paradiso "».
-
17 dicembre 1954: «Oggi ho visto Santa Lucia; aveva l'abito azzurro e i capelli
biondi lisci».
Una
visione che colpì profondamente Stefano fu quella del 23 dicembre 1954, mentre
si apprestava a festeggiare la Nascita di Gesù, trascorrendo lunghe ore dinanzi
al Presepio, assorto in contemplazione degli abitatori della Capanna. Ecco il
suo racconto:
«Stamattina
mi è apparso Gesù con le mani e i piedi forati. Portava la tunica bianca, il
manto rosso e i sandali marroni. Tutto attorno alla testa aveva una "corona
di buchi". Sì, erano i segni della corona di spine, ma essa non si vedeva;
si vedevano solo i buchi. Gesù mi ha detto: "Anche se ho i buchi tu mi
metterai in croce lo stesso se fai peccati "».
Evidentemente
Gesù, parlando forse ad un bimbo con linguaggio infantile ha voluto fargli
intendere la continuazione del suo Sacrificio.
E
Stefano promise di diventare buono per non mettere mai più in croce Gesù.
Il
Capodanno 1955 fu caratterizzato da una serie di manifestazioni che ebbero
inizio nel pomeriggio di questo giorno in casa dell'amica famiglia Molinari.
Stefano aveva preso in mano un piccolissimo bambinello di materia plastica che
si era soliti porre in tavola nel periodo nalalizio e che quel giorno avevamo
con noi, dato che per tutta la giornata eravamo ospiti dei nostri amici. Le
innumerevoli domande che Stefano pose al Bambinello ebbero tutte la loro
risposta, ma ad un tratto Stefano assicurò che aveva udito il Piccolo Gesù
Bambino battere le manine per applaudire a qualcosa che gli aveva detto. Poi
tenne per le mani la piccola statuina e assicurò di udire battere i polsi del
Bambinello, assicurò che la piccola statuetta diventava viva tra le sue mani.
Il piccino, commosso e tremante di gioia, porse a tutti i presenti il piccolo
Bambinello «vivo» da baciare.
Questa
manifestazione durò a lungo e Stefano avrebbe voluto non staccarsi più da
quella statuina che ora noi conserviamo.
Ma
giunse l'ora di tornare a casa e di mettere a letto, un po' più tardi del
solito, il nostro bambino, che normalmente alle ore 20 era già a letto.
Quel
giorno invece erano circa le 22, ma era detto che Stefano non dovesse, come le
altre sere, dormire subito, poiché poco dopo averlo lasciato ci sentimmo
chiamare e lo udimmo fare questo racconto: «Accanto a me, alla mia destra, s'è
coricato Gesù Bambino vestito con la camicia rosa; a sinistra s'è messo San
Michele vestito con una tunica bianca e una fascia marrone a tracolla. Dopo
qualche istante Gesù Bambino s'è levato in piedi sull'orlo del letto e io Gli
ho visto le Mani e i Piedi forati. Gesù ha proteso le Mani e da esse sono
colate alcune gocce di sangue che, arrivate a terra, sono risalite alle mani
di Gesù che le ha riprese.
Ai
piedi del letto ora sono apparsi la SS. Vergine in veste bianca e manto azzurro
e San Giuseppe in tunica bianca e fascia marrone a tracolla.
Gesù
Bambino mi ha detto che le gocce di sangue sono la salvezza di tutti. San
Michele mi ha spiegato che lui e San Giuseppe portavano abiti uguali, perché
quello era l'abito degli Apostoli; questo significa che in Paradiso sono tutti
Apostoli».
Era
difficile a Stefano prender sonno dopo quanto aveva visto e udito. Allora gli
raccomandammo di chiudere gli occhietti e di cercare di dormire; ma dopo
qualche tempo il bimbo chiamò ancora e raccontò: «Sono venuti due Angeli, uno
grande, l'altro piccino; a quello più grande ho chiesto che età avesse ed
egli mi ha risposto: "Ho sette anni". Gli Angeli mi hanno dato la mano
"per intendersi con me". Poi il letto si è sollevato fino al sotto
della stanza e mi sono accorto che c'era Gesù Bambino che teneva il letto
assieme agli Angeli. Ho avuto quasi paura di cadere dal letto, ma con Gesù
Bambino, che si è messo proprio sotto, non potevo cadere. Poi il letto è
tornato al suo posto e allora vi ho chiamati».
Non
potevamo dubitare di quanto udivamo, perché tutto l'atteggiamento di Stefano
denotava una grande gioia e una grande commozione, e la voce, nel chiamarci per
raccontare quanto aveva veduto, ci era sembrata leggermente spaurita. Forse
aveva davvero temuto di cadere dal letto o non era piuttosto questa nuova
straordinaria manifestazione a farlo restare attonito?
Ma
ora era calmissimo e con le sue manine sollevate dal pavimento mostrava come
erano grandi rispettivamente gli Angeli che si erano «intesi» con lui.
Ma
era detto che per quel giorno non bastasse e dopo una terza pausa Stefano ci
chiamò per dirci di aver visto Gesù vestito in tunica bianca e in manto rosso
e avente fra le mani un globo terracqueo «grande come la stanza» e
sormontato dalla Croce.
Finalmente
il piccino si addormentò serenamente, ma al mattino seguente ripeté con
esattezza le visioni della sera precedente, e noi potemmo controllare, per
averli già fissati su un quaderno, che i particolari erano perfettamente
identici a quelli del giorno prima.
-
11 gennaio 1955. Dovendo recarci al Seminario di Masnago per una visita al
nostro figlio maggiore Marco, ogni volta eravamo costretti a lasciare Stefano in
casa dei nostri amici per non fagli fare in un sol giorno il viaggio di andata e
ritorno, che lo avrebbe stancato troppo. Ma anche in casa Molinari le visioni di
Stefano si succedevano le une alle altre e al nostro ritorno lo udivamo
raccontare quanto aveva veduto, mentre i suoi occhi brillavano di tanta felicità
che pareva non potessero contenerla tutta.
-
11 gennaio 1955. Ecco il racconto degli avvenimenti di questa giornata:
«Verso
le 6 del mattino (sapeva l'ora per averla chiesta a Nina Molinari), è entrata
nella mia stanza Santa Maria Goretti vestita di rosa; tra le braccia aveva un
fascio di gigli e tutt'attorno moltissime lucentissime stelle. Le chiesi chi
fosse ed ella mi disse: "Sono Santa Maria Goretti; ho i gigli perché
sono andata nel prato per offrirli alla Madonna". La Santa si è seduta
sulla sedia in fondo al letto per qualche istante, ha fatto il Segno della
Croce, poi ha recitato il Pater, l'Ave, il Gloria e il Credo. Quando stava per
andarsene mi sono accorto che i gigli erano diventati d'oro. Se ne è andata
passando dalla finestra».
-
12 gennaio 1955. Ancora ospite in casa Molinari raccontò:
«Mentre
ero ancora a letto è entrata nella mia stanza Santa Teresa di Gesù Bambino
vestita col saio marrone, il manto bianco e un velo sulla testa. Portava fra
le braccia un grande Crocifisso lucentissimo e tante rose rosse. Passando dietro
alla sedia che è in fondo alla stanza si è avvicinata ai piedi del mio letto e
ha fatto il Segno della Croce; ha recitato il Pater, l'Ave, la Salve Regina ed
il Credo. Poi mi ha detto: "Tutte le cose si metteranno a posto". Ha
lasciato cadere una pioggia di rose. Poi mi ha detto che i miei genitori non
vedono le sue rose, ma ne sentono il profumo. Se ne è andata attraverso la
finestra».
-
14 gennaio 1955: «Oggi ho visto Sant'Anna vestita con un abito d'oro ornato
alla scollatura e in fondo alla gonna con un pizzo bianco traforato e a punte.
Ma il pizzo era così bianco... proprio come i lenzuoli lavati (quest'ultima
espressione è perfettamente autentica e grandemente espressiva nella sua
ingenuita). «Sant'Anna mi ha detto: "Sono Sant'Anna, la Madre della
Madonna. Tutte le vostre cose vanno bene". Aveva in mano dei gigli e li ho
contati: erano sette».
-
28 gennaio 1955. Quella mattina la mamma stava poco bene e Stefano, dopo aver
chiesto il permesso di entrare in camera, fece questo racconto: «Ho visto la
Madonna con l'abito bianco, il manto azzurro; sul capo portava un velo corto che
arrivava fin sul collo; sul velo aveva una corona d'oro. Poi sul soffitto della
mia stanza si è aperto un buco e ne è venuta fuori una mano il cui indice mi
faceva capire di venire da te. Ho chiesto a Gesù a chi appartenesse quella mano
ed Egli mi ha risposto: "È di colui al quale ho dato le tavole dei Dieci
Comandamenti o Decalogo: Mosè,"».
-
5 febbraio 1955. «Oggi ho visto Gesù vestito con la tunica bianca, il manto
rosso e i sandali francescani».
-
9 febbraio 1955. «Stamane ho visto la Vergine vestita di rosso vivo e col manto
azzurro. Sul capo aveva un velo azzurro e sul velo era posata una corona d'oro e
pietre preziose. Le ho chiesto chi fosse e Lei mi ha risposto:
-
Sono la Madonna che metterò a posto le cose e farà tutto bene.
-
Perché hai il vestito rosso?
-
Il rosso che vedi è tutto un grande cuore». Stefano continua a raccontare: «La
Madonna era giovanissima e bellissima; aveva il viso dolcissimo. Ho visto che
portava delle specie di sandali con i lacci incrociati alla caviglia».
Questa
visione fece felice Stefano più di ogni altra, perché assicurò di non aver
mai visto prima di allora la Madonna così bella e così giovane.
-
10 febbraio 1955: «Oggi ho visto San Pietro vestito con una tunica bianca e
una fascia marrone a tracolla. Aveva in mano due chiavi che luccicavano come
fossero d'oro, invece erano fatte di luce. Sì, erano proprio fatte di luce
anche se sembravano d'oro».
-
15 febbraio 1955: «Oggi, appena sveglio, ho visto Gesù; aveva una tunica
bianca e un manto rosso allacciato al collo con due nastri bianchi. Aveva le
mani giunte e io Gli ho chiesto: "Chi sei?". Mi ha risposto:
"Sono Gesù; Io sto pregando mio Padre "».
-
20 febbraio 1955: «In casa Molinari ho visto Gesù».
-
21 febbraio 1955: «Oggi ho visto la SS. Vergine».
-
23 febbraio 1955: «Ho visto discendere dal soffitto un angioletto che mi ha
detto: "Ciao, Stefano". Poi se n'è andato».
Queste
parole autentiche rivelano l'innocenza e la purezza i Stefano che non andava a
domandarsi come mai detto della sua stanza potesse discendere un Angelo.
-
1° marzo 1955: «Oggi ho visto la SS. Vergine: era vestita di rosso, aveva il
manto azzurro e sul capo un velo celeste corto fino al collo».
-
26 aprile 1955. In questo giorno Stefano fu lieto più del solito perché aveva
avuto una visione che venne a raccontarci festante: «Ho visto Gesù Bambino
con l'abitino rosa orlato alla scollatura, alle maniche e il fondo con pizzo d'oro
a forma di tante «M» (questo per lui significava che il pizzo terminava a
puntine)... Gli ho chiesto: "Chi sei?"; "Gesù Bambino", mi
ha risposto».
Fino
al giorno del suo trapasso, Stefano non avrà più altre visioni, ma
quest'ultima lo accompagnò nel pensiero fino all'ultimo giorno.
Ci
fu chi volle aggiungere alla sua Visione qualche particolare: per esempio dei
ricami sull'abito rosa di Gesù. Ma Stefano fu granitico e sgridò quella persona,
perché voleva sempre trasformare quel che udiva. Insistette per il solo «pizzo
a forma di emme» e non volle che fosse aggiunto nessun fronzolo al suo
racconto.
CAPITOLO
XIV
Gli
ultimi mesi di vita di Stefano furono caratterizzati oltre che, come s'è
visto, da un succedersi di visioni, anche da un graduale completo distacco dal
mondo, da una completa sottomissione alla Divina Volontà, da un accrescimento
di pietà, di carità, di umiltà e di obbedienza.
Infatti
pregava assai sovente durante il giorno, ed alla sera, quando lo si metteva a
letto, la sua preghiera continuava con espressioni curiose che riguardavano le
necessità familiari.
In
chiesa era sempre più raccolto e non di rado estatico: quando diceva il Rosario
talvolta lasciava a mezzo un'Ave Maria per guardare fisso qualcosa o qualcuno
che nessun'altro, all'infuori di lui, poteva vedere. Quando, servendo Messa,
attraversava l'altare, pareva che volasse lentamente, poiché i suoi passi non
si udivano più.
Ora
più che mai il suo passatempo preferito era quello di «celebrare» la Santa
Messa, imparare il Catechismo, farsi ridire più e più volte tutto quanto concerneva
Gesù, farsi raccontare episodi dell'Antico Testamento, «confessare» le sue
bestiole e fare ad esse delle lunghe prediche sulla necessità di fare sempre la
volontà di Dio.
A
noi pure ripeteva sovente parole strane per un piccolo bimbo di cinque anni,
parole che forse possiamo chiamare il suo testamento spirituale, perché
invariate fino all'ultimo giorno della sua vita terrena: «Lasciate fare a Gesù;
Lui fa tutto bene. Gesù sa quello che occorre e penserà Lui a tutto».
Più
di una volta, durante qualcuno dei suoi malesseri inspiegabili, fece a noi
gentilmente una specie di predicozzo, perché «non volevamo capirla che era Gesù
che lo voleva così».
Se
talvolta gli si diceva qualcosa all'improvviso, quasi immancabilmente ci
sentivamo rispondere: «Che dici?». Era tanto astratto e perso nei suoi pensieri
di Paradiso che non udiva la nostra voce.
Quando
ritornava su questa terra aveva la risposta pronta ad ogni cosa, un pensiero
gentile per tutti, trovava modo di rendere mille piccoli servigi che lo rendevano
lieto. Infatti voleva aiutare a spolverare i mobili, ad asciugare posate e
stoviglie in cucina, a porgere a ciascuno di noi qualunque cosa ci
abbisognasse e a lui fosse possibile rendere.
Avrebbe
voluto regalare agli orfanelli tutto quanto possedeva, anche ciò che indossava.
Rinunciava alla frutta ogni martedì per amore di Gesù; faceva sovente dei
fioretti, perché questi piacevano a Gesù Bambino ed alla Madonna.
In
questo tempo il suo aspetto fisico era diventato grassottello, il visino sempre
rosa, era l'immagine della bontà e della salute, gli occhi erano più splendenti
che mai, più limpidi e scrutatori che in ogni altro tempo. Per strada quasi
tutti si voltavano a guardarlo ed il piccolo diceva, ridendo, che lo
guardavano appunto perché era così tondo.
Non
si faceva certo fatica a farlo ubbidire: bastava un cenno ed egli eseguiva senza
che nemmeno gli passasse per la mente un pensiero ribelle. Talvolta comprendevamo
che certi ordini imponevano al bimbo un vero sacrificio, e restavamo edificati
della sua prontezza nell'eseguirli volonterosamente.
Le
visite a Gesù nel pomeriggio erano edificanti: entrando in chiesa faceva la
genuflessione e a capo chino, diceva: «Mio Dio, io credo, amo, adoro».
Poi,
rialzando la testolina, diceva tre volte: «Sia lodato e ringraziato ogni
momento...».
Al
mattino, invece, salutava Gesù con queste parole: «Gesù mio, ti ringrazio
di avermi permesso di venire anche oggi ad ascoltare la Santa Messa; fa' che
possa venire tutti i giorni della mia vita e che ti ami sempre più».
Il
9 aprile 1955, vigilia di Pasqua, improvvisamente chiese alla mamma: «Mamma,
com'è fatto il Paradiso?» La mamma rispose naturalmente di non saperlo e
gli consigliò di rivolgere quella domanda a Gesù.
Il
piccino stette assorto per qualche istante poi, felice e con gli occhi raggianti
esclamò: «Gesù m'ha detto che me lo farà vedere presto!»
Davvero
non avremmo immaginato che quel «presto» sarebbe stato di lì ad un mese.
Ripensando a tutto questo comprendiamo che il grande desiderio del Paradiso
del nostro Angioletto non era altro che un richiamo che egli sentiva
nell'anima sua senza sapersi spiegare.
Che cos'è la morte?
E
questo richiamo più volte si farà sentire negli ultimi tempi, tanto che si
dovette dirgli che per andare in Paradiso, come lui desiderava, era necessario
prima morire. Ma egli non afferrava l'idea della morte e ad una sua richiesta
gli spiegammo che una persona è morta quando non respira più, non si muove più,
non mangia più.
Poiché
era tormentato spesso dalla sete e beveva dei grandi bicchieri d'acqua
ringraziando Iddio per l'acqua così buona e fresca; chiese con interesse: «E
non beve neanche più?». Alla risposta affermativa rispose con un: «Ah, bene»,
che ci fece intendere che qualcosa aveva capito, forse a modo suo, del grande
mistero della morte.
Diventava
sempre più affettuoso e gentile, cercava a volte più spesso la nostra
compagnia, chiedeva di essere tenuto fra le braccia e sapeva dire tante cose
davvero consolanti. Alla sera quando uno di noi lo metteva a letto inviava
all'altro la buona notte, nonostante l'avesse già data prima e con i saluti
aggiungeva la raccomandazione premurosa di ricordarsi di quanto diceva.
Poco
più tardi quando rientravamo nella sala da pranzo posta accanto alla sua
stanzetta, immancabilmente si svolgeva questo dialogo:
-
Sei tu, papà? - Sì, sono io. - Buona notte! - Buona notte, dormi bene. - Sei
tu, mammina?
-
Sì, tesoro, dormi. Buona notte! - Buona notte, stellina.
Non
passavano che pochi istanti e il piccolo si addormentava felice e dormiva
tutta la notte d'un sonno sereno. Quando, prima di andare a letto entravamo con
precauzione a controllare se fosse coperto e se dormisse, il suo respiro
regolare, il suo visetto sereno e composto ci commuovevano ogni volta inesplicabilmente
e non potevamo fare a meno di chinarci a baciare quel visetto dopo avergli
segnato la fronte con l'acqua benedetta.
La
felicità che traspariva dagli occhi di Stefano era qualcosa di indescrivibile e
guardandolo non si poteva fare a meno di pensare che, forse gli Angeli non potevano
avere occhi più meravigliosi e sereni dei suoi.
Guardando
quegli occhi vi si sentiva palpitare l'anima innocente, vi si vedeva tralucere
un'ombra di Cielo e tutto questo dava ai nostri cuori, senza che ce lo
dicessimo, un'ombra di sgomento, perché ci pareva quasi che proprio quegli
occhi non fossero fatti per posarsi a lungo su questa terra.
Ma
volevamo scacciare questi tristi presentimenti cercando di vedere in quegli
occhi tutta la purezza, tutto il candore, tutta la bontà di questo nostro pupo
che comprendevamo totalmente diverso dagli altri.
È
impossibile dire l'affetto che il nostro bambino dimostrò per noi negli ultimi
tempi: aveva espressioni insolite. Si divertiva a darci degli strani nomignoli;
non taceva ogni minimo pensiero e innumerevoli volte al giorno veniva da noi
per chiedere un bacio, per farsi stringere forte fra le braccia.
La
sua purezza era cresciuta nel senso che non voleva neppure indossare il
pigiama fuori dalle coperte, e voleva ad ogni costo coprire sempre più gambe e
braccia. Desiderava già di portare i pantaloni fino alla caviglia come il
fratellino Marco, perché così le gambe erano totalmente coperte.
È
in questo periodo che il suo senso di pietà e dell'ordine, della carità e
dell'amore s'è sviluppato maggiormente, ma è pure in questo periodo che la
nostalgia del Paradiso si acuiva sempre più, tanto che non ha voluto
ascoltare i nostri richiami e se n'è volato fra gli Angeli portando intatta,
possiamo dirlo, la stola battesimale...
CAPITOLO
XV
Ritorno fra gli Angeli
Penosissimo
è per noi il dover scrivere questo capitolo della vita del nostro bambino, il
capitolo che narra le sue ultime parole, gli ultimi istanti della sua vita terrena;
ma poiché è necessario, ci sforzeremo di farlo. Stefano era stato sempre bene.
Negli ultimi mesi, contrariamente al solito, era ingrassato, era diventato un
ragazzone, al quale per la corporatura si davano già otto anni. Il viso
contrastava nell'espressione, perché era dolcissimo e infantile. Ma a volte
qualche sua espressione lo faceva apparire maturo, e ciò accadeva quando
proferiva alcune frasi che ora possiamo chiamare profetiche, perché solo ora,
che egli non c'è più, comprendiamo il motivo del suo parlare al futuro. La
sera dell'8 maggio 1955, Stefano ebbe una leggera indisposizione. Abituati ai
suoi disturbi, ci regolammo come tante altre volte: un leggero purgante e
tutto sarebbe passato. Infatti anche se non stava completamente bene, pure nei
giorni seguenti, fu tranquillo e sereno come al solito.
Giocò,
rise e scherzò e fece dei progetti.
Con
le persone amiche che venivano a trovarci era spigliato come sempre, e se pure
lo tenemmo a letto per precauzione, egli non poteva star fermo e saltava e si
rotolava sul letto facendo le capriole, com'era solito fare. Non accusava
alcun dolore e manifestava il suo desiderio di andare alla domenica seguente nel
parco chiamato «Villa Croce» per giocare con una cascatella, sotto la quale
altre volte aveva bagnato le manine.
Ultime ore di vita
Dimostrava
di star bene anche perché aveva fatto un'abbondante colazione. Ma verso le 10
del venerdì mattina, il papà, dopo aver guardato a lungo il suo bambino, ebbe
un triste presentimento. Allora ci ponemmo in ginocchio accanto al suo letto e
iniziammo la recita del Santo Rosario per chiedere alla SS. Vergine che
Stefano stesse veramente bene sempre. Il pupo pregava con noi, ma ci guardava
con un'espressione strana e indefinibile, con uno sguardo dolcissimo e
meravigliato.
All'inizio
della terza decina pregò tanto la mamma di andare a chiamare la Direttrice
delle Missionarie del Popolo, Madre Nora Massa, sua grande amica. La mamma lo
accontentò e corse a telefonare: erano circa le 10,30. Stefano, quando seppe
che la Madre sarebbe venuta tra breve, si pose sul letto ad attenderla. Ma ogni
tanto chiedeva: «Non viene ancora la signorina Massa?»
Al
trillo del campanello che annunciava l'attesa visita Stefano ebbe un sorriso
di gioia e accolse lietamente Madre Nora. Era felice di vederla. La Madre, si
fermò qualche istante da sola con Stefano: gli chiese se stesse poco bene, se
avesse qualche dolore che non voleva manifestare alla mamma, per non darle
dispiacere. Stefano la assicurò di non avere assolutamente alcun disturbo.
Nell'accomiatarsi
la Madre esortò Stefano a essere buono, per far piacere a Gesù e il bimbo la
guardò con gli occhi radiosi.
La
Madre ci lasciò subito, perché i suoi impegni la volevano altrove e promise di
ritornare presto: ma era l'ultima volta che vedeva Stefano vivo.
Subito
dopo arrivò l'amica Margherita. Portava a Stefano qualche nespola, frutto che
al bimbo piaceva tanto, perché la polpa sugosa calmava un po' la perenne
arsura di cui pativa. Stefano volle subito un frutto, poi mangiò volentieri
quanto era stato preparato per lui, e un'ultima volta ancora diede prova della
sua pudicizia. Dovendo uscire dal letto, volle che Margherita si voltasse
dall'altra parte, che non lo guardasse mentre compiva quanto gli abbisognava.
Anche
Margherita ci lasciò con la promessa di ritornare nel pomeriggio, e in questo
frattempo Stefano si assopì. Intanto la mamma gli stava sempre accanto.
Verso
le 14,30 Margherita ritornò. Stefano era sereno: chiacchierava volentieri
confermando che domenica sarebbe andato a «Villa Croce»...
Chiese
alla mamma che ore fossero. Saputo che erano le 15,15 volle sapere quante ore
mancassero alle 18, perché per quell'ora voleva essere rivestito, per
ascoltare alla radio il programma per i ragazzi.
Ultime visioni
Passarono
forse pochi minuti o un'ora? Non sappiamo. D'un tratto Stefano smise di
chiacchierare e si allungò nel letto, tirandosi le coperte fin sul mento.
Stette per un po' tranquillo, poi spalancando verso l'alto gli occhi disse
felice: «Mamma, vedo gli scouts, tanti scouts con la bandiera bianca e celeste».
La mamma gli fece osservare che anche il suo pigiamino e la coperta avevano quei
colori e il piccolo rispose: «Sì, mamma».
Abituati
come eravamo alle sue visioni non pensavamo certo che Stefano stesse per
ritornare in Paradiso: il polso batteva regolare, la sua mente era lucida, il
suo viso era sereno come al solito.
Ma
ancora una volta doveva essere fu disturbato dal demonio, perché ad un tratto
fece una smorfia dicendo: «Che puzza!».
Ma
quasi subito il suo volto si irradiò di gioia e disse: «No, sento un profumo,
un profumo di rose».
Gli
chiedemmo se erano le rose di Santa Teresina ed egli, festante, rispose di sì.
Dopo
qualche istante riprese a dire: «Quanto grano, sono in un campo di grano,
sono in mezzo al grano». (E da notare che Stefano non aveva mai veduto un
campo di grano e non conosceva le spighe di cui parlava). Continuò: «Che
stupidino, non è grano, sono sedie rovesciate».
Gli
facemmo osservare che nella stanza vi erano sì delle sedie, ma non erano
rovesciate. Egli confermò. Poi disse ancora: «Ci sono tante vele, vedo tante
vele».
Guardò
attorno alla stanza. Poi, fissando gli occhi innanzi a sé, disse: «Vedo una
nuvola con tanti ragazzi... No, non sono bambini ma tanti Angioletti con la
bandiera bianca e celeste». E sorrideva dolcissimamente a questa visione che
illuminava il suo viso di una gioia infinita.
«Vedo
una nave... Non conosco il capitano... Sì, il capitano è Gesù, il marinaio è
un Angelo... il mare è brutto, ma la nave è entrata in porto e il papà è
sceso».
In Paradiso con gli Angeli
Noi
e l'amica Margherita cominciammo a non comprendere che cosa accadesse. Ma
Stefano, all'improvviso, disse con forza: «Mamma, voglio andare in Paradiso!»
La
mamma gli disse: «No, figlio mio, aspetta. Hai ancora tanti anni da vivere,
tante cose da fare». Stefano guardò la mamma con occhi imploranti e rispose
con voce ferma, ma dolcissima: «No, subito!». Improvvisamente nel nostro cuore
entrò lo strazio, perché quella risposta ci aveva illuminati: Stefano stava
per lasciarci. Era stanco di stare in esilio e voleva ritornare alla Patria
Celeste.
Subito
il suo nasino si affilò e il suo viso prese una espressione ultraterrena: il
Signore lo chiamava ed egli rispondeva gioioso alla Voce, che fin da piccolissimo,
gli aveva parlato del Paradiso.
Noi
forse non comprendemmo subito che più nulla restava da fare. Corremmo a
prendere l'Immagine della SS. Vergine di Pompei che già altre volte aveva
operato il miracolo. La posammo sul cuore di Stefano che guardava fisso in alto
cogli occhi raggianti. Prendemmo un grande quadro raffigurante Gesù e lo ponemmo
sul letto innanzi a Stefano, mentre stavamo inginocchiati uno per parte.
La
mamma teneva il bimbo abbracciato e gli fece fare il Segno della Santa Croce.
Stefano poso le sue manine ciascuna su una mano di Gesù e ne fu come attirato,
poiché tutto il suo corpicino ebbe un breve sussulto. Il suo viso assunse
un'espressione di gaudio così grande che è impossibile descriverla. Per l'ultima
volta aperse le labbra per dire con grande tenerezza: «Papà». Si volse
verso la mamma, le diede un ultimo bacio e ricadde sul letto. Tutto era ormai
finito.
Erano
le 17 del 13 maggio 1955.
Non
comprendemmo più nulla e continuammo a lungo a chiamare Stefano, a supplicarlo
perché si svegliasse, a implorare il buon Dio perché ci rendesse la nostra
creatura.
Non
riuscivamo renderci conto che non avremmo più udito la fresca vocina del nostro
piccino, che non avremmo più avuto la gioia di stringere fra le braccia il
nostro bambino che era tutto per noi.
Ma
ormai Stefano non c'era più e fu necessario che pensassimo a rivestirlo: per le
ore 18, come egli aveva desiderato, dopo quasi un'ora che la vita aveva lasciato
per sempre il suo corpicino.
Non
sappiamo dove abbiamo trovato la forza di comporre per l'ultimo sonno il nostro
tesoro, non sappiamo come facciamo ora a continuare la nostra vita senza di lui.
Siamo certi che egli ci ha ottenuto da Dio tutta la forza necessaria; sentiamo
che il nostro Angioletto dal Cielo ci sorregge, perché possiamo, nonostante
lo strazio dei nostri cuori, continuare la nostra missione di genitori.
13
maggio 1955: una data che resterà impressa nei nostri cuori doppiamente a
caratteri indelebili.
Quel
giorno era anche l'anniversario della prima apparizione della SS. Vergine a
Fatima. Pensiamo che Iddio abbia voluto riprendersi il nostro Angioletto
proprio in quel giorno poiché Stefano ammirava tanto i tre fortunati pastorelli,
dei quali conosceva bene la storia.
«Ciao,
mamma, sono in Cielo»
La
mamma di Stefano richiesta se avesse «udito» il suo piccino dopo la morte,
disse testualmente:
«Se
non è presunzione, vorrei proprio rendere noto che, poco dopo l'ultimo
respiro di Stefano, io ero in ginocchio e in lacrime accanto a lui. Dopo un po'
udii distintamente la voce del mio Angioletto che diceva: "Ciao, mamma,
sono in Cielo!"
A
queste parole e soltanto allora, compresi che non era come altre volte, che
questa volta Stefano non sarebbe più tornato sulla terra, fra le mie braccia».
Nella
notte seguente al suo trapasso, amici pietosi diedero il cambio ai genitori nel
vegliare la cara salma, costringendo così a prendere una parvenza di riposo.
Ed ecco Stefano apparire alla mamma in una gloria di luce, sorridente e beato.
La mamma tese le mani per abbracciarlo, ma il piccolo, ormai irraggiungibile,
le disse: «Non piangere: io sono felice con Gesù, la Madonna e tanti
Angioletti».
La
visione si ripeté un'ora più tardi.
Poi
anche il papà ebbe la dolorosa gioia di vedere il suo bambino felice, mentre
nella stanza accanto la sua salma bianco-vestita e circondata di candidi fiori
era ad accrescere il dolore di chi tanto amava Stefano.
CAPITOLO
XVI
Il Trionfo
Stefano
era appena spirato che subito si sparse la voce del suo trapasso, e già si
cominciò a dire che era morto come un santino, che era stato un bambino eccezionale,
un bambino meraviglioso.
Non
erano passate due ore che già il suo letto era coperto di candidi fiori portati
anche da persone mai avvicinate, che avevano però ammirato sempre Stefano,
sia per il suo comportamento, sia per la sua fedeltà di Chierichetto.
Rose,
garofani, candidi gladioli arrivavano a fasci: persone sconosciute vennero non a
pregare per lui, ma a chiedere a questo candido giglio che intercedesse per loro
presso Dio.
E
ci venne confermato da persone degne di fede che subito si era avuta prova della
eccezionalità di Stefano, perché immediatamente si ottennero grazie e favori
straordinari per sua intercessione.
Queste
testimonianze di affetto rafforzarono in noi la convinzione che il nostro
bambino non era ritornato invano tra gli Angeli, ma in modo particolare ci dicono
che egli non ha vissuto né patito inutilmente. Ora più che mai comprendiamo
che i suoi patimenti offerti a Dio, con edificante rassegnazione, sono stati
pegno di una gloria che non avrà tramonto, certi come siamo che gli esempi non
possono essere scordati.
E
Stefano di buoni esempi ne ha lasciati tanti!
Fra
le varie testimonianze di affetto giunteci in questa circostanza, ne citeremo
qualcuna.
Diamo
la precedenza a quella del Padre Clemente da Arcore, Cappuccino, che più di una
volta ebbe Stefano come penitente: «Ho avuto la fortuna e la gioia di vedere,
di conoscere e osservare da vicino, in tante circostanze, il bambino Stefano
Maria Pedroli.
Il
suo aspetto angelico, la sua anima innocentissima, la sua intelligenza
precoce, la sua parola assennata, la sua preghiera così attenta e fervorosa,
malgrado i suoi pochissimi anni, mi hanno sempre dato l'impressione sicura di
essere di fronte ad una creatura veramente privilegiata».
L'Avv.
Leandro Vacchino da Genova ci scrisse: «Nel ringraziarvi dell'immagine-ricordo
del vostro piccolo Stefano, vi riconfermo la mia ammirazione per questo
"Santino" che ho avuto la fortuna e la grazia di conoscere così da
vicino e di amare.
Tutte
le volte che sono venuto in casa vostra, quando egli mi intratteneva per
raccontarmi le visioni ed i colloqui di Gesù Bambino, della Madonna, di Domenico
Savio, di Santa Lucia, di Santa Maria Goretti, di altri Santi e degli Angeli che
venivano a conversare ed a giocare con lui, ho avuto la sorprendente impressione
di avere di fronte non un bambino comune, ma un Angelo, un "Santino"
del Paradiso.
Non
potrò mai dimenticare l'entusiasmo, la felicità con la quale parlava di Gesù
Bambino e della Madonna, come non dimenticherò mai il serafico ed angelico
aspetto sul lettino che lo accolse al suo trapasso, quegli occhietti ancora
illuminati e vivi, quelle, labbra come laccate di minio vivissimo, il suo visino
tutto morbido ed illuminato, che confermavano che egli non era morto, ma era più
vivo che mai, nel nostro pensiero come nella Gloria alla quale il Signore l'ha
chiamato.
Lo
pregherò, e lo invocherò come un santo, per avere la sua protezione ed
intercessione presso il Signore che, nella sua infinita misericordia e
sapienza, ha raccolto pel suo giardino questo bel fiore di santità prima che il
mondo lo contaminasse.
Il
vostro dolore ha perciò il conforto di avere donato al Signore il più bel
fiore, un Santo che dal Paradiso vi protegge e prega per voi e per tutti
quelli che, come me, hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di amarlo».
La
domenica seguente, 15 maggio, alle ore 10,45 ci furono i funerali. Pareva che il
tempo piangesse con noi, giacché non smise di piovere per tutto il giorno.
Ci
commossero i canti di gloria che il Sacerdote officiante disse dinnanzi alla
bianca bara di Stefano, e il fumo dell'incenso ci parve veramente un preannuncio
di gloria immortale, di quella Gloria che solo la Chiesa può decretare, se lo
ritiene opportuno. Seguirono i funerali moltissime persone e, nonostante la
pioggia, coloro che avevano conosciuto anche solo di vista il nostro pupo,
vollero seguire il feretro fino al luogo dove il funerale si sciolse.
Provvisoriamente la bianca bara contenente la cara salma fu depositata nel
Cimitero di Staglieno (Genova) ed ora riposa a Milano nel Cimitero Monumentale,
Galleria D. E. Levante, Colombaro IV Casella 29. STEFANO PEDROLI
*
Milano 17-7-1949 + Genova 13-5-1955 ANGIOL DI DIO BEL CONDOTTIERO DEL VIVER MIO
GUIDAMI TU LUNGO I SENTIERI DELLA VIRTÙ.
CAPITOLO
XVII
Altre testimonianze
La
Sig.ra Kunkl (via Assarotti, 42, Genova), venuta ad esprimerci la sua
partecipazione al nostro dolore, ci ricordò un particolare gustoso della vita
di Stefano chierichetto: un giorno Stefano nella sua candida divisa, accortosi
che i fedeli lo guardavano si sedette addirittura sui gradini dell'Altare e
guardava compiacuto i suoi «ammiratori». La signora disse che non poté
fare a meno di ridere per quella innocenza, che la edificò poi con
l'obbedienza, poiché quando il fratello Marco, accortosi del fatto, prese
Stefano per un braccio per farlo voltare, questi obbedì prontamente e continuò
il suo ufficio. Ma erano proprio i primissimi tempi, perché poi il chierichetto
diventò un modello di compostezza e di serietà.
L'Impresario
delle Onoranze Funebri confessò di avere provato un tremito strano nell'atto di
aiutare il papà di Stefano a deporre il piccolo corpicino nella bianca bara. E
questo tremito lo turbò per diversi giorni. Quando dall'Avv. Vacchino seppe
qualcosa di Stefano, comprese che quella sensazione, mai provata nel suo ingrato
ufficio, era veramente segno che quel piccino aveva in sé qualcosa di
straordinario.
Il
medico che giunse il giorno dopo il decesso per stilare la notificazione, verso
le ore 11 circa, si meravigliò di riscontrare che il petto di Stefano era
ancora tiepido mentre tutto il resto del corpo non lasciava dubbi sull'avvenuto
trapasso.
Una
casigliana portò un fascio di candidi gladioli che ponemmo parte dal lato
sinistro di Stefano e parte da quello destro. Al ritorno dai funerali, poiché
avevamo lasciato il suo letto intatto con tutti i suoi fiori, notammo che i
candidi gladioli, che erano stati accanto al cuore di Stefano, apparivano
macchiati di rosso, mentre gli altri erano ancora bianchi.
Abbiamo
voluto conservare questi fiori straordinari, dopo averli fatti essiccare:
quelli macchiati sono rimasti sempre cosi.
Durante
la permanenza di Stefano sul letto di morte, alcune persone, fra le quali il
signor Luigi Molinari e l'Avv. Leandro Vacchino, notarono attorno al capo
del bimbo una luminosa e durevole aureola. Altri, notarono che il bimbo sembrava
prendere parte al Santo Rosario, che si recitava accanto al suo letto, dando la
sensazione che le sue labbra e i suoi occhi si ravvivassero.
Un
episodio che farà sorridere qualcuno e restare incredulo qualche altro è
questo capitato alla mamma di Stefano: il sabato mattina vide abbandonato sul
seggiolino di vimini, Pucetto, l'orso di pelo, il balocco preferito di Stefano.
Mossa non sa neppure lei da quale impulso, lo prese e lo posò sul cuore ormai
immobile del suo bambino e restò trasecolata nel notare che le labbra del
bimbo, fissate fin dal giorno prima a mezzo di una benda, si atteggiarono a un
sorriso che rimase anche quando fu posto nella candida bara.
Testimonianza della Sig. Molinari
Dagli
appunti che Margherita Molinari ha scritto, anche a nome della sorella Nina e
del fratello Luigi, stralciamo qualche pagina: «Conoscevamo Stefano
dall'ottobre 1953. Per prima fu la sorella Nina ad avvicinare quest'angioletto
e tornò a casa raccontando che i signori Pedroli avevano un bambino tanto
bello, con due occhioni meravigliosi che sembravano stelle e con tanti
riccioli, da farlo assomigliare ad una bambina.
Un
giorno pregai Maria Biaggini, che si trovava in casa Pedroli da qualche mese, di
voler dire a Stefano che chiedesse a Gesù la grazia di farci trovare una casa,
dato che dal 1944 eravamo in coabitazione con persone che ci facevano soffrire
l'impossibile. Dopo qualche tempo ritornai in casa Pedroli e subito Stefano mi
corse incontro dicendomi: "Sig.ra Molinari,
Gesù ha detto di sì".
Pareva
un cherubino e, mentre volevo ringraziarlo, scappò via. Passò qualche mese ed
io avevo un'ansia tremenda per non aver ancora trovata la casa. Volli quindi
interrogare ancora Stefano. Si era ai primi mesi del 1953. Quando chiesi a
Stefano se volesse domandare al buon Gesù quando ci avrebbe dato la casa,
il bimbo stette un po' silenzioso poi, ergendosi serio e quasi maestoso,
rispose: "Quando è ora!". Compresi che dovevo attendere ancora.
Infatti il 7 settembre di quello stesso anno si firmava il contratto per la
nostra casa.
Stefano
sapeva discernere, al solo vederli, i bimbi buoni da quelli cattivi, e
talvolta mi fece delle considerazioni che io riscontrai poi essere esatte.
Nell'estate
1954, non si sa come, la casa fu invasa dalle formiche che entravano perfino
nella dispensa. Terrorizzata dissi a Stefano di cacciarle via o, meglio, gli
chiesi di pregare Gesù perché facesse finire questa invasione. Meravigliata
dovetti udire il piccino che, con un visino santamente malizioso e scherzando,
diceva: "Sono belle, sa le formiche, a me piacciono; quelle rosse no,
perché pizzicano, ma quelle nere sono così carine... Belle e carine. Dirò al
buon Gesù che ne mandi tante, tante!"
Rideva
il piccino e intanto ripeteva che le formiche gli piacevano. Ma da quel giorno
nella nostra casa non è apparsa più neppure una di quelle bestiole.
Mio
fratello Luigi, a causa del suo lavoro, non poteva essere sempre puntuale per
l'ora dei pasti. Più di una volta chiesi ai signori Pedroli di concederci il
piccolo Stefano per una giornata, quale ospite graditissimo. E per non
rimandare per lui l'ora dei pasti, mia sorella ed io avevamo preso l'abitudine
di chiedere a Stefano che interrogasse Gesù. Stefano otteneva subito la
risposta e diceva di volta in volta che mio fratello sarebbe venuto a casa
alle 12, o più tardi o che non sarebbe addirittura venuto che alla sera. Mai
una volta avemmo da Stefano una risposta sbagliata.
Quando
era a casa nostra non stava mai inoperoso: più spesso disegnava, cosa che a
lui piaceva tanto, ma era pronto a lasciare carta, matita e pastelli al mio
cenno.
Voleva
aiutare in tutte le faccende e provava grande piacere nel macinare il caffè,
sgranare fagioli e piselli, asciugare i piatti e le posate. Voleva anche
pulire i pavimenti... ed ogni cosa faceva con tanta allegria che pareva nato per
questo.
Un
giorno mi lamentavo di alcuni disturbi, forse dilungandomi un po'. Ma Stefano,
con tono austero, mi disse: "Lo sa bene che la via di Gesù è la via del
dolore, no? Allora non faccia la piaghina: stia zitta e si tenga i suoi
mali".
Un'altra
volta che tergiversavo per fare qualche cosa, udii fare da Stefano questo
discorsetto: "Quando Gesù parla e ordina qualche cosa, si deve farla subito,
senza pensarci su".
Mia
sorella Nina leggeva a Stefano un raccontino da un libretto fra quelli che
c'erano in casa. Il piccolo non si stancava di udire tutte le grazie che la SS.
Vergine aveva concesso ai suoi devoti. Ma un giorno, sul finire dell'anno 1954,
Stefano interruppe la lettura per dire a Nina: "Sa, la Madonna mi ha detto
tante belle cose".
«La
Nina un giorno chiese a Stefano di volerla fare partecipe delle confidenze
della Madre Celeste. Ma il piccolo rispose: "Le racconterei, ma son cose
che lei non capisce; son cose che non capiscono nemmeno gli uomini".
Un
giorno mi sentii chiedere improvvisamente da Stefano: "Signorina
Margherita, lei non si è ancora sposata?" Gli risposi interdetta di
chiedere a Gesù. Dopo qualche istante, ecco che cosa mi riferì: "Gesù
dice che non la vuole far sposare, perché non vuole darle figli"».
Tamburino
«Verso
la metà del 1953 vidi Stefano che batteva con un legnetto sul fondo del suo
secchiello come fosse un tamburo. Gli chiesi se gli piacerebbe proprio tanto
giocare così ed egli rispose:
-
Sì, ma non ho il tamburo.
-
Bene, risposi, ne cercheremo uno.
Stefano
si commosse e col viso felice soggiunse: - E sì, ne cerchi uno anche un po'
vecchio.
Non
avrei mai immaginato che in un bimbo così piccolo ci fosse tanta saggezza e
tanta modestia. La mia gioia fu grande nel vedere, dopo qualche giorno, la
felicità del pupo nel provare il tamburino che gli avevo appena donato. Godeva
nel sentirsi chiamare tamburino e presto imparò a battere le bacchette in modo
non troppo disordinato».
Disegnatore
«Per
il giorno di San Luigi 1954, giorno onomastico di mio fratello, invitammo a
pranzo la famiglia Pedroli. Stefano arrivò recando in dono al festeggiato un
disegno a cui da vari giorni aveva lavorato con tenacia. La rosa raffigurata
è un piccolo capolavoro se si considera l'età del piccino e mio fratello fu
tanto commosso da questo pensiero gentile che volle incorniciare quel
cartoncino diventato per noi una preziosa reliquia.
Il
fratello Marco, che si trovava al Seminario di Masnago, venne a casa per le
vacanze pasquali, e per tutta una giornata i due fratellini furono nostri
ospiti. Stefano ammirava e invidiava santamente il fratello, perché era già in
Seminario, e la sua ammirazione si traduceva nel voler copiare gli atti di Marco
e perfino i suoi disegni.
In
quel giorno Marco scherzava col fratellino e lo prendeva affettuosamente in
giro, dicendogli che ce ne leva ancora del tempo prima che anche lui potesse
entrare in Seminario. Fu allora che Stefano ergendosi in tutta la sua persona e
puntando l'indice destro su Marco disse in tono quasi solenne e profetico:
"Quando sarai prete io ti proteggerò". Poi, quasi per nascondere
forse anche a se stesso quello che inconsciamente aveva intuito, scoppiò in
una bella risata.
A
casa mia Stefano si divertiva spesso a farsi mettere addosso dei panni che
fungevo da paramenti sacri. Poi "celebrava" la Santa Messa,
distribuiva la Santa Comunione, cantava i Vespri e impartiva la Benedizione.
Era così serio e umile, fervoroso che a noi pareva già di vederlo veramente
Sacerdote.
Una
volta volle perfino impartire la Cresima a mia sorella, a mio fratello ed anche
a me. Fece quest'atto tanto solennemente che non pareva certo un bimbo così
piccolo: era 1'8 maggio 1955!
Obbedienza eroica
«Per
conto mio posso definire eroica l'obbedienza di Stefano, perché troppo spesso
ho avuto tali prove da convincermi che in un bimbo così piccino non era normale
quella perfezione di obbedienza. Desidero dare qualche esempio, scegliendo fra i
tanti che ho visto fiorire attorno a Stefano.
Con
Stefano e mia sorella Nina ci eravamo recati a fare alcune compere e, giunta
l'ora della merenda per il piccolo, lo conducemmo in una rosticceria offrendogli
della panna con una pasta. Finito il dolce, Stefano, che forse l'aria gelida
aveva risvegliato in lui più appetito del solito, allungò la mano per prendere
un'altra pasta; ma io, non sapendo se fosse bene o male, gli proposi di
chiedere a Gesù il permesso di mangiare la seconda pasta.
Stefano
rimise ogni cosa a posto, si concentrò e rispose: "Gesù dice di
no". Senza rimpianti e senza ombra di rammarico la sua merenda era
terminata. Mia sorella ed io restammo edificate dalla semplicità di questa
obbedienza che lasciava certamente un piccolo vuoto nello stomaco di Stefano.
Altra
volta per ubbidire a Gesù lasciò da parte un pezzetto di cioccolata, oppure
mangiava qualcosa che alla sua natura ripugnava, come ad esempio lo stoccafisso.
Spesso a casa ci siamo domandati dove questo ometto trovava la forza di non
ribellarsi minimamente. Ma ci siamo resi conto ben presto che solo una grazia
soprannaturale poteva fare di lui il modello che abbiamo sempre desiderato di
saper imitare.
Ma
non erano tutte rose per questo angioletto: lo abbiamo visto soffrire
indicibilmente diverse volte. Abbiamo invidiato la sua forza nell'accettare i
patimenti che Gesù gli mandava; avremmo voluto avere la sua fede eroica in
diverse circostanze.
Abbiamo
assistito impotenti a qualche assalto diabolico e ricordiamo in particolare
una passeggiata che Nina ed io facemmo con Stefano alla Villa Imperiale sul
finire del 1954.
Il
bimbo, dopo avere passeggiato un po', si era divertito tanto ad ammirare i
pesciolini nel piccolo stagno; poi, fatta merenda, giacché non aveva avuto il
permesso di correre, si mise a marciare "come un soldato" per un
breve tratto di strada, ritornando quindi da noi che lo attendevamo sedute. Ad
un tratto, non si sa come, vedemmo Stefano cadere a terra malamente e ruzzolare
per tre volte nel viale. Noi ed altre persone corremmo a soccorrere il
piccino, il quale perdeva sangue da un ginocchio e si guardava attorno con occhi
pieni di terrore. Lo presi in braccio: era tutto tremante ed il suo viso era
pallidissimo. Gli chiesi come fosse caduto. Ed egli rispose che "era stato
il demonio a spingerlo e a farlo cadere".
Altra
volta lo vedemmo patire questi attacchi e pensammo che il diavolo doveva ben
essere infuriato contro Stefano se osava tribolarlo tanto.
Era
innamorato di Gesù Bambino e trascorreva molto tempo tenendo fra le braccia una
piccola statua del Divin Bambinello, del quale asseriva di sentire i polsi
battere.
Un
giorno che io tenevo la mano sullo stipite di una porta aperta, Stefano
improvvisamente, ma certo senza accorgersi, spinse la porta e la mia mano ne restò
offesa.
Alla
mia manifestazione di dolore, Stefano restò mortificato e commosso. Prese la
statuina e, quasi rudemente, mi batté con questa sulla mano dolorante dicendo:
"Gesù Bambino dice che la guarirà Lui". A quel contatto la mia mano
guarì istantaneamente.
Una
sera Stefano, per gioco, mi pestò i piedi non immaginando che io li avevo
doloranti. Al mio grido di dolore chiese candidamente: "Signorina Margherita,
le fanno male i piedi?" Credo che il mio viso gli abbia detto più che le
mie parole, perché lo vidi impensierirsi, ma per un attimo. Disse: "La
guarisco io". Sfiorò le mie estremità con le sue manine. Non sentii più
alcun male».
La morte
«Fui
l'unica testimone del trapasso di questo bimbo, che noi di famiglia
consideriamo un piccolo santo e invochiamo sempre come tale per ottenere da Dio,
per la sua intercessione, le grazie che ci sono necessarie. Vidi Stefano
lasciare questa terra di dolore, nella quale egli aveva tanto e tanto sofferto,
ma compresi che la sua non fu propriamente morte, ma un immediato abbraccio
con Gesù.
Nel
cuore conservo le sue ultime parole, il suo ultimo sguardo, ma non sono capace
di descrivere quei momenti angosciosi e lascio ai signori Pedroli questo compito
ingrato.
Nella
mia casa santificata da questo piccolo angelo, tutto parla di lui e
conserviamo gelosamente tutti quei piccoli oggetti che ha usato e
particolarmente le posatine, il bicchiere, i pastelli e un piccolo grembiulino
che soleva farsi cingere ai fianchi quando voleva "aiutarci" nelle
faccende di casa.
Ma
quello che più gelosamente custodisco è la statuetta del Bambino Gesù che
Stefano cullava dolcemente fra le braccia assumendo un'espressione direi quasi
immateriale.
A
proposito di questa statua voglio ancora dire un particolare. Qualche tempo
prima del suo trapasso, Stefano volle chiedere a Gesù quanti anni avesse quella
statuina; dopo qualche istante di preghiera, mi disse "che quel Gesù
Bambino aveva diciotto anni". Volli fare il computo: erano esattamente
diciotto anni da quando ebbi in dono quella statuina.
E
quella stessa statua, che lasciai intatta prima di recarmi a vedere Stefano per
l'ultima volta, la ritrovai scheggiata inesplicabilmente dopo la sua morte, proprio
sul piedino che Stefano ci offriva da baciare e che egli stesso aveva baciato
con tanto trasporto».
CAPITOLO
XVIII
Testimonianza della Sig. Biaggini
La
Signora Maria Biaggini fu tra noi dal maggio 1952 al settembre 1954. Vista la
eccezionalità del bambino, volle man mano prendere appunti. Ci ha poi
consegnato i suoi ricordi che trascriviamo integralmente.
«Ho
conosciuto il piccolo Stefano di due anni circa, nel maggio del 1951, quando
con i genitori era a Locarno (Svizzera).
Già
allora era un bel bambino, sano, tutto riccioli, con due occhi grandi,
profondi, intelligenti, vivaci. Attirava l'attenzione di tutti quanti avevano
l'occasione di stare con lui e non s'incorreva nel pericolo di annoiarsi,
perché col suo chiacchierio intelligente, interessava e teneva attenti tutti
quanti lo circondavano.
Lo
rividi più volte ancora nella sua casa a Milano. Ogni volta che avevo
l'occasione di avvicinarmi a lui sentivo in me un attaccamento sempre più
forte, tanta era l'innocenza che si sprigionava dai suoi occhioni limpidi.
Sempre
sorridente e pieno di vita, non stava fermo un secondo; aveva sempre qualche
cosa da dire, qualche cosa da fare, da trafficare, riempiendo di gioia e di
consolazione i genitori e il fratellino maggiore Marco.
La
famiglia del piccolo Stefano si trasferì nel 1951 a Genova e nel maggio del
1952 entrai in casa dei signori Pedroli. Ero così vicina al piccolo e caro
Stefano, e ne potevo controllare ogni sua attività. Cresceva il bambino alla
scuola dei suoi genitori, profondamente cristiani, i quali avevano per il
piccolo tutta la tenerezza che solo una mamma e un papà possono avere per i
loro figli. Sapevano essere anche severi.
Aveva
una venerazione per i genitori. La mamma poi, sapeva così bene istruire il suo
tesoro sulle principali Verità della fede e gli instillava di continuo l'amore
verso Gesù, la Madonna e gli Angioletti. A ogni sua mancanza la mamma faceva
capire al piccolo che aveva offeso Gesù e fatto piangere l'Angelo Custode.
Allora Stefano chiedeva perdono. Ed è appunto a questa scuola piena di fede
che Stefano si formava piano piano.
Fin
dai primi giorni che l'ho conosciuto, notai che il senso di religiosità era
infuso in lui. Di conseguenza ogni sua azione e discorso era impostato su un
oggetto di carattere religioso».
Gli
angeli erano la sua predilezione «Quante volte, solo con i suoi giochi, l'ho
udito parlare ad alta voce, come se parlasse a qualcuno. Gli chiedevo poi:
-
Ma con chi parlavi?
-
Eh! con gli Angioletti!... Sai, hanno giocato con me...
È
certo che non mentiva, perché osservandolo, senza essere veduta, quando giocava
con loro (come diceva lui), sul suo viso era impressa una gioia angelica, e più
di una volta si è rammaricato dicendo: - Adesso se ne sono andati via.
Anche
con Gesù Bambino se la intendeva bene. Un giorno del maggio 1952, aveva quasi
tre anni, stava saltando e correndo rumorosamente. Ad un tratto non odo più
nulla. Impressionata vado a vedere (anche perché i genitori erano assenti). Lo
trovo inginocchiato che pregava. Gli chiedo: - Cosa fai?
-
Eh! dico una preghierina!
E
subito dopo si rimise a correre e a far chiasso, perché così era il suo
carattere, forte e a volte turbolento. Quando chiedeva qualcosa era gentile e
pieno di grazia. Una mattina mi chiede un po' d'acqua. Gliene dò un bicchiere
e, senza essere vista, lo osservo. Con mia grande sorpresa vedo che sta pregando
davanti al bicchiere, e con gesti molto delicati lo solleva lentamente come fa
il Sacerdote con il calice durante la Santa Messa. Poi sta, direi quasi,
estatico in quella posizione per qualche secondo. Quindi lo abbassa e beve.
In quel momento l'ho visto già un santo sacerdote e non nego che ho subito
sentito dentro di me, per quel bambino, quasi una venerazione».
In chiesa
«Al
compiersi dei tre anni, il 17 luglio 1952, i genitori iniziarono a portarlo
ogni domenica alla Santa Messa: era questa la sua più grande felicità. Alle
volte in chiesa disturbava: allora il papà lo sgridava e lo minacciava di non
portarlo più, e la domenica seguente era più tranquillo.
Una
domenica c'è stato un matrimonio, e Stefano chiese alla mamma:
-
Perché quei due si sposano? Cosa vuol dire?
E
la mamma, saggia e prudente, risponde: - Perché poi diventano mamma e papà. E
lui fu soddisfatto della risposta.
Una
mattina presto era nel suo lettino tranquillo. Cosa rara in lui perché, appena
si sveglia, non importa che ora sia, grida: -Apritemi le finestre!
Quella
mattina stava parlando sottovoce e dopo un po', dice: - Sapete che ho sentito un
rumore di ali e sono venuti tanti Angioletti sul mio letto a farmi compagnia:
erano tutti belli, col vestitino bianco e le ali dietro la schiena. Sono stati
un po' e poi sono volati via.
La
domenica seguente si andò a fare una passeggiata, e passando davanti alla
Chiesa di San Bernardino al Righi, si entrò. Al primo entrare Stefano fu attirato
dalla statua di un angioletto col vestito lungo, bianco, posta su un altare
laterale, e gridò:
-
Eccolo uno degli Angioletti che sono venuti nel mio letto, e proprio quello!
Ha
una memoria di ferro, e con grande facilità impara le cose che la mamma gli
insegna. A tre anni e mezzo impara a leggere i primi caratteri della stampa e
quando lo si porta a spasso si diverte a leggere le insegne dei negozi.
Ama
molto i fiori, perché tutti li ha creati il buon Gesù. Quando lo si porta a
fare una passeggiata in campagna, non si dimentica di raccogliere un mazzolino
di fiori per la mamma, perché sa che le faranno piacere.
-
Mi piacciono tutte le bestioline - dice il piccolo e con loro fa i suoi
discorsetti. Dice loro: - Vi ha create il buon Dio; fate le brave e non
litigate.
In
pratica tutte le raccomandazioni che si fanno a lui, le ripete alle bestie».
Ai
primi di marzo si ammala «Siamo in Quaresima: il male va crescendo ogni giorno
sempre più. Arriva la Settimana Santa, il povero piccolino soffre
terribilmente nel suo lettino con accanto la mamma, che non lo lascia né di
giorno né di notte.
Al
Venerdì Santo i piedi e i polsi gli si gonfiano e accusa dei forti dolori anche
alla regione del cuore; ha delle trafitture, e sembra che il cuore cessi di
battere.
Il
giorno di Pasqua sembra migliorare; il giorno dopo, lunedì, si credeva morisse.
Io
lo vidi allungato nel suo lettino, quasi esamine, il corpo immobile, gli
occhioni grandi e vitrei, il respiro corto e affannoso.
Per
conto mio era in agonia.
Si
pregava e si piangeva. Solo Dio sa il dolore dei suoi cari genitori al vederlo
in quello stato, e da eroici e generosi genitori hanno offerto al Signore il
loro più grande bene.
Ma
il Signore ha ripagato il loro grande sacrificio, ridando la salute al loro
tesoro. Da quel momento è cominciato il miglioramento, e pian piano è tornato
a riempire di gioia e di allegria la casa.
Appena
rimesso in salute, la mamma, pazientemente, gli insegna il catechismo in
preparazione alla Prima Comunione. E tutti i giorni impara due o tre risposte.
Sa benissimo che l'Ostia prima della Consacrazione è pane e dopo la
Consacrazione è il Corpo e il Sangue di Nostro Signore. Neppure si lascia
confondere quando gli si dice che se l'Ostia consacrata si spezza, si spezza
anche Gesù. Ci risponde che Gesù sta intero e che è un mistero che conosceremo
in Paradiso. E lo dice con tanta sicurezza che non c'è da dubitare della sua
convinzione di quello che dice».
Chierichetto
«Domenica
28 giugno 1953. Nella Chiesa della Immacolata serve per la prima volta la Santa
Messa col fratellino Marco.
Piu
tardi servirà anche al Vespro.
Da
questo momento tutti i suoi giochi sono concentrati nel gioco del prete. Da
solo si prepara dei paramenti con dei giornali; prepara l'altare, e siccome il
fratellino va a scuola, gioca da solo e così fa da sacerdote e da
chierichetto. Contentissimo lui e divertentissimo per chi sta a guardare.
Non
fa un'azione che non sia al posto giusto. Quando gli si chiede che cosa farà
da grande, risponde: - Voglio fare il prete, il missionario e il Papa».
Ama
molto la compagnia «Ogni piccola cosa che fa, vuole che la si ammiri. Con gli
altri bambini è molto gentile e sa giocare con molta eleganza.
Avendo
il carattere così allegro e vivace è anche molto buffone. Una mattina in
chiesa è entrato un signore con l'apparecchio acustico. Stefano, che ha un
grande spirito di osservazione, dice al fratello:
-
Guarda quel signore coi tappi nelle orecchie! Quando lo si porta a passeggio è
interessantissimo: ha sempre qualche cosa da raccontare, e pur camminando
per delle ore, non ci si stanca di sentirlo chiacchierare. Il papà racconta che
facendo con lui una passeggiata, si sono incontrati con un uomo dall'aspetto
molto giovane e il piccolo dice:
-
Papà, guarda quell'uomo bambino!
Una
sera stavo facendogli recitare le preghiere e vedo che sorride dolcemente
fissando il quadro di Gesù e della Madonnina. Ad un tratto mi dice:
-
La Madonnina mi ha fatto un bel sorriso, ed allora anch'io gliel' ho fatto!
Tutte
le sere in casa si recita il Santo Rosario e Stefano, a preghiera ultimata, ci
dà la benedizione.
Così
pure si diverte a benedire tutti gli oggetti.
È
interessante vedere l'accordo che ha col fratellino e come lo difende; se sul
più bello del gioco c'è qualche cosa che non gli va a genio, si avventa su
Marco, ma dopo due minuti e già riappacificato.
Quando
papà e mamma castigano Marco, è sempre pronto a difenderlo e grida:
-
Lasciate stare il mio fratellino! E lo abbraccia e bacia».
Infestazione diabolica
«I1
7 settembre fu preso dal demonio. Non voleva stare a tavola, esigeva che si
togliesse un quadro di Gesù; non ne pronunciava però il nome, urlava solo: -
Levatelo quello lì.
E
accennava al quadro.
Non
valsero i rimproveri del papà, la bontà della mamma. Gesticolava, urlava e
sudava; non poteva mangiare, e neanche buttargli addosso l'acqua santa gli ha
giovato.
Stanco
e spossato dalla lotta, la mamma lo mise a letto, mentre il papà, senza che il
piccolo se ne accorgesse, mise il quadro di Gesù sotto il lettino. Manco a
dirlo, quello che aveva indosso ne sentiva la vicinanza, e il bambino non
voleva coricarsi ad ogni costo.
La
mamma allora gli fece bere dell'acqua santa, e quasi d'incanto il piccino si
calmò e si addormentò. Già qualche volta in precedenza il piccino aveva
detto:
-
Sapete, in sogno ho visto i diavoletti.
Una
mattina dice alla mamma: - Sai ho sognato due donnacce col vestito nero lungo
fino ai piedi, ma senza testa, che stavano qui in camera mia vicino alla porta,
e mi facevano paura. Certo il demonio usava tutti i mezzi per rapirsi
quell'angioletto, ma Stefano vuole troppo bene alla Madonna perché Ella non lo
protegga.
È
straordinario come in lui ci sia l'avvertenza immediata che ha fatto il male.
È
tanto piccino, non sa dominarsi, ma appena ha fatto la marachella subito si
accorge di aver agito male e sinceramente corre dalla mamma o dal papà a
confessare la sua colpa. E loro, a seconda della gravità, sanno dargli il
dovuto castigo.
-
La mia passione è il presepio - dice.
Infatti
passa delle ore davanti a Gesù Bambino, e con quale gioia gli offre tutto ciò
che ha: fiori, giocattoli, e tutto mette davanti alla capanna.
Il
26 dicembre, giorno del suo onomastico, è fiero di essere festeggiato e che,
per quel giorno, tutte le attenzioni siano rivolte a lui.
Continua
ogni giorno lo studio del catechismo; alle volte, quando va in chiesa per la
Santa Messa, il Parroco o i Canonici lo interrogano, e non c'è pericolo che
sbagli una frase.
Per
sapere quand'è domenica, a metà settimana, mi chiede: - Quand'è che faccio il
bagno?
-
Sabato.
-
Oh! che bellezza.
-
E perché?
-
Perché il giorno dopo il sabato è domenica e vado a servire la Santa Messa».
Nuova malattia
«Alla
fine di gennaio del 1954 si ammala ancora una volta. Una forte tosse non lo
lascia tranquillo né giorno né notte.
Comincia
la Santa Quaresima e lui, con Gesù, si prepara alla Passione. Quaranta giorni e
più dura questa tremenda prova per lui e per i suoi cari genitori, perché
ancora una volta sono provati in quello che hanno di più caro al mondo. Il
piccolino tossisce, dimagrisce a vista d'occhio, non ritiene più nulla nello
stomaco, è ridotto a pelle e ossa con due occhi grandissimi.
Malgrado
tutto questo è sempre spiritoso, è sempre lui che tiene allegri gli altri.
Ogni volta che la mamma gli chiede come sta, lui sempre pronto, anche quando è
disfatto dalla tosse, dice:
-
Bene.
Passando
davanti ad ogni chiesa si fa il segno della,Croce e invita gli altri a fare
altrettanto.
Sopra
Genova vi è il Santuario della Madonna del Monte. Ogni qualvolta lo portavo
fuori e da lontano ne vedeva la chiesa subito recitava tre Ave Maria.
Non
usciva mai di casa se prima non andava a salutare l' effige della Madonna. Le
diceva:
-
Ciao, Madonnina, vieni con noi?
Un
giorno che lo portavo a passeggio mi disse:
-
Sai, dietro a noi viene la Madonnina e qui vicino a me c'è l'Angioletto!
E
assicurava che lui li vedeva.
Spessissimo
alla sera, o anche lungo il giorno, lo si sentiva recitare il Rosario della
Madonna: diceva tutte le Ave Maria e i Pater Noster tralasciando i Misteri che
ancora non sapeva. Quando non voleva dirlo da solo chiedeva a qualcuno di casa:
-
Volete dire il Rosario con me? Ed era felice se lo si accontentava.
Un
altro suo grande amore era per le stazioni della Via Crucis. Suo papà aveva
disegnato le 14 stazioni e lui ogni tanto andava dal genitore a chiedere di guardare
insieme i quadri della Via Crucis.
Sapeva
a memoria la Passione di Gesù. Aveva dei libretti con la storia della Passione
e non si stancava mai di farsela spiegare. Anche se l'aveva sentita mille volte,
per lui c'era sempre qualcosa di nuovo, e chiedeva in continuazione il perché
di questo e il perché di quello. Il 17 luglio 1954 compiva 5 anni: gran festa
in casa: ormai il piccolo comincia a diventare un vero ometto. La mamma lo prega
di chiedere a Gesù Bambino che cosa deve preparare per il pranzo della sua
festa. Lui tutto compunto si raccoglie un momento e dice:
-
Mi ha detto di fare il risotto giallo (con zafferano), pesce e gelato.
La
mamma lo assecondò e al gelato unì cinque candeline che Stefano spense con un
soffio.
Marco
si sta preparando per entrare in Seminario e Stefano, che vorrebbe anche lui
andarci, parla del Seminario come se dovesse entrarvi subito.
Non
potendo seguire il fratello, ogni giorno gioca a fare il prete. Poiché nessuno
lo può guardare e ascoltare, allinea dietro di sé tutti i suoi giocattoli
che fanno da fedeli, poi inizia la sua Messa. Giunto alla Comunione finge di
comunicare tutti i suoi presenti e fa il giro in casa a comunicare il papà e la
mamma, Marco e anche me. E guai se non si accetta: si offende.
Una
mattina mi dice: - Sai, ho già detto tre Messe!
E
subito dopo ne incominciava una quarta.
Una
sera, non volendo prima della cena recitare le preghiere col fratellino, il papà
l'ha fatto inginocchiare perché le recitasse».
Servire Messa
«Il
15 settembre 1954, festa dell'Addolorata, portai con me il piccino alla Messa.
Chiesto a lui in quale chiesa volesse andare, mi rispose:
-
Alla Immacolala, perché voglio servire la Santa Messa.
Io
non volevo lasciarlo andare, perché non c'era il fratellino; ma ha tanto
insistito che dovetti lasciarlo salire all'altare. Qui però vi era un vecchio
signore il quale, appena vide il piccino, che secondo lui andava a rubargli il
posto, lo cacciò via con prepotenza. E Stefano, tutto mortificato, con due
grossi lacrimoni agli occhi, se ne ritornò tra i banchi.
Questa
è stata per lui una grande mortificazione, che però accettò volentieri, perché,
mi disse poi, "la Santa Messa la servirò quando non ci sarà quel
vecchio".
Infatti
si ritornò il giorno seguente e poté fare il chierichetto assieme a un
seminarista.
Con
quale riverenza e trasporto di gioia l'ho visto servire il Ministro di Dio!
Ma
mentre il piccolo serviva la Santa Messa, si è affacciato all'altare il vecchio
che il giorno prima l'aveva scacciato. Visto il bambino, se ne è andato via
adirato.
Il
17 settembre era una giornata piovosa e io dovevo fare il bucato. Chiesi a
Stefano di domandare a Gesù se avrebbe fatto venire il sole. Lui si concentrò
un attimo e disse:
-
Gesù ha detto che non solo farà venire il sole, ma farà asciugare fin da oggi
il bucato.
Fiduciosa
nelle parole del piccino, feci il bucato. Il sole usciva e prima di notte tutto
il bucato era asciutto».
Morte di Stefano
«
13 maggio 1955. Un colpo di telefono e come un fulmine a ciel sereno mi si
annuncia la morte di Stefano. Non riuscivo a credere a questo annuncio, dato che
sapevo da recentissime notizie che il bambino era in ottima salute.
Nella
notte mi svegliai, quasi di soprassalto, e sentii in camera mia un fortissimo
profumo di rose e gigli misto a incenso che durò parecchio. Da notare che in
camera non avevo né fiori né profumi. Pensai immediatamente all'anima bella
di Stefano che veniva a salutarmi dal Paradiso. È indicibile la gioia che ne
provai.
Ora
questo fiore tanto bello e caro alla Madonna, è già più di un Sacerdote, più
di un Missionario, di un Papa: ora è un Santo in Cielo.
Se
tanto triste può essere la sua dipartita, inspiegabile è però la gioia e la
serenità che provo pensando a Lui. Sento di avere in Lui un punto di appoggio:
mi sento sicura pensando a Lui. Ogni mia azione e ogni mio pensiero è per Lui;
sento il suo aiuto ogni volta. In ogni momento me lo vedo vicino. Fin dal giorno
della sua dipartita ho messo tutti i bambini dell'Istituto sotto la sua
protezione, e non di rado lo vedo fra i bambini.
Caro
Stefano, ora tu sei dove hai tanto desiderato di andare: con il tuo Gesù
Bambino, la tua Madonnina, i tuoi Angioletti. Veglia sui tuoi cari, generosi
ed eroici genitori. Ricolma loro il grande vuoto che hai lasciato in casa. Fa'
loro da avvocato presso il Cuore di Gesù. Ti raccomando anche i miei familiari,
proteggili e guidali tu. E questi bambini infelici nel corpo affidati a me, io
a te li affido: infondi loro l'amore alla Madonnina come l'avevi tu. Fa' loro
sentire la gioia delle cose del Cielo. Infondi loro la forza di soffrire per Gesù
e la Madonna. Tu senti come ti pregano, e t'invocano sempre.
E
anche per me, caro Stefano, chiedo aiuto, perché possa sempre fare la Santa
Volontà di Dio. Ti ho portato in braccio da piccolino, ti ho voluto tanto
bene su questa terra, fa' che anch'io miri sempre al Paradiso, come facevi tu,
così da ritrovarci lassù insieme per sempre».
Si può parlar di grazie?
I
coniugi Martinelli andavano sulla sua tomba (al Monumentale di Milano) a
chiedere la grazia della prole. Ebbero due gemelli, a uno dei quali posero il
nome di Stefano.
Luigi
M. (Genova) aveva un piede dolorante. Vi pose sopra un fazzoletto di Stefano
invocando il piccino e il dolore scomparve.
Magi
Caterina (Roma), il cui nipotino era morente, fu consigliata da un'amica di
mettere sul malato una reliquia di Stefano, invocando il piccino. «Con grande
sorpresa di tutti, medici compresi, la sera stessa aprì gli occhi e chiamò
la mamma. Due giorni dopo fu dichiarato fuori pericolo».
SAN
DOMENICO DEL VAL.
Nacque
a Saragozza, Spagna, nel 1243. I genitori, per devozione a San Domenico,
gliene imposero il nome e lo chiamarono Domenichino. Il bambino cresceva buono,
pio, e tanto amante delle funzioni sacre.
Appena
fu in grado di servire all'altare, fu ammesso fra i chierichetti della
Cattedrale. Si restava ammirati nel vederlo in sottanella rossa e cotta
bianca. Tutti lo conoscevano e gli volevano bene.
Era
il Giovedi Santo del 1250. Domenichino terminato l'Ufficio delle Tenebre, si era
fermato alquanto davanti al Sepolcro, quindi si avviava a casa.
La
Spagna era allora infestata da ebrei pieni di odio verso i cristiani che
molestavano in mille maniere. Un gruppo di essi, con a capo Moyse Albayn, appena
videro Domenichino, gli si gettarono sopra, lo avvolsero nei loro mantelli,
perché non gridasse e, protetti dall'oscurità, lo trascinarono fuori città
lungo l'Ebro.
Qui
lo spogliarono e rinnovarono sul suo gracile corpo la passione di Gesù. Gli
inchiodarono le mani e i piedi a un muricciolo, lo insultarono, gli sputarono in
faccia, lo schiaffeggiarono. Il caro piccino ripeteva continuamente: Gesù! Gesù!
Moyse
Albayn non poteva sentire questo nome santissimo e, furente di rabbia, gli
trapassò il petto con un pugnale. Il piccolo martire, prima di morire ripeté
ancora: Gesù! Gesù! Per timore di essere scoperti, gli assassini staccarono
Domenichino dal muro e lo gettarono nel fiume.
Alcune
sere dopo, un gruppo di pescatori, tirando le reti, videro sulle acque una
gran luce. Vi accorsero con le barche e trovarono il corpicino del martire con
i fori nelle mani, nei piedi e nel costato. Con venerazione lo portarono in
città e lo consegnarono ai Canonici della cattedrale che lo deposero
sull'altare come un piccolo santo. Accorse una fiumana di popolo; accorsero
primi i genitori che piangevano di dolore e di gioia nel vedere la luce che si
sprigionava dal suo corpo martoriato.
Da
allora Domenichino fu pregato come un santo e divenne il protettore dei
chierichetti.
SANTA
MARIA GORETTI.
Umile
figlia dei campi, era cresciuta nel santo timor di Dio, nell'attività
instancabile della fattoria e nella purezza dei costumi. La madre ha potuto
asserire che la fanciulla non le aveva mai dato il minimo dispiacere
volontario e l'uccisore ha deposto che non aveva mai osservato in lei alcuna
mancanza contro la legge di Dio.
Non
aveva ancora compiuto 12 anni, quando per lei giunse l'ora suprema della lotta.
Maria l'attendeva intrepida: aveva chiesto alla Vergine la forza di resistere
ed era decisa a morire mille volte piuttosto che macchiare la sua innocenza.
La
fanciulla è sola in casa; attende alla sorellina addormentata e nel frattempo
rattoppa un paio di calzoni. Alessandro la raggiunge e con forza diabolica
tenta di deturparle la virtù angelica. Maria sempre mite e serena come un
agnello, trova ora la forza di lottare come un leone per la difesa di un
tesero che le è più caro della vita.
-
No! No! È peccato! - ripete con forza. Dio non lo vuole! Se tu fai questo vai
all'inferno!... No! No! che fai, Alessandro? Tu vai all'inferno...
La
rabbia del giovane è al colmo. Aveva già stabilito di ucciderla se avesse
continuato a resistere. Al rinnovato «No!», impugna un punteruolo e comincia a
colpire come sopra un legno. Sotto quelle terribili pugnalate che le aprirono
14 profonde ferite, Maria pensa solo a difendere il suo pudore, a svincolarsi e
invocare aiuto con tutte le forze. Nessuno la sente perché la mamma è lontana.
Non
importa. Li presente c'è Dio che raccoglie il grido di quell'anima, non
permette che sia contaminato il suo candore e finalmente l'incorona della
duplice corona della verginità e del martirio.
MIRABILE
CONFIDENZA.
Il
celebre P. Matteo Crawley racconta un fatto che dimostra quale confidenza e
quale potenza abbiano le anime pure sul Cuore di Gesù. Una bambina, da lui
diretta, si era preparata con molti fioretti alla Prima Comunione; in cambio
Gesù la ricompensò con comunicazioni sensibili nella Comunione.
-
Dimmi, sorellina mia, mi ami tu?, le domandò un giorno.
-
Mio caro Gesù, queste cose non si domandano. - Perché?
-
Ma perché tu sai bene che il mio cuore è tutto tuo.
Qualche
tempo dopo la fanciulla sente il bisogno di chiedere a Gesù:
-
Vuoi bene alla tua sorellina?
-
Queste cose non si domandano. - Perché?
-
Perché tu sai che il mio Cuore ti appartiene interamente.
-
Temevo di averti disgustato in qualche cosa. Ora sono contenta.
Volendo
assicurarsi della realtà di queste confidenze, il confessore le disse di
chiedere in regalo a Gesù un'anima restia alla confessione. «Sorellina, va
bene!» le rispose Gesù e aggiunse: «Chiedimi molte anime: te le darò! Ma
bisogna che tu ti mantenga sempre piccola, sempre ubbidiente e amante».
Difatti
si presentò a Padre Matteo un personaggio empio, che mai nessuno aveva visto
inginocchiato.
-
Padre, disse, non so quello che avviene: sono atterrato dalla grazia! Mi sento
un altro. Vengo a confessarmi.
Oh,
l'onnipotenza delle anime pure e semplici!
SULL'ORLO
DELL'INFERNO.
Uno
dei giovani di San Giovanni Bosco, ammalatosi gravemente, aveva chiesto più
volte di confessarsi, ma invano, perché il Santo era fuori Torino. Intanto il
male galoppava e lasciava più poco di vita al giovane Carlo. I genitori furono
costretti a rivolgersi a un prete della parrocchia che gli amministrò gli
ultimi sacramenti. Poco dopo morì. Proprio in quel giorno fu di ritorno Don
Bosco, il quale, informato della malattia di Carlo, andò subito a trovarlo.
Appena giunto presso casa, uno gli dice:
-
Troppo tardi! È morto da mezza giornata.
Nel
frattempo arrivano i genitori che, dando in uno scoppio di pianto, affermano che
il loro Carlo purtroppo è morto.
-
Debbo proprio crederlo? - risponde Don Bosco... Entra nella camera ardente e
domanda di restare solo. Dopo aver pregato fervorosamente, chiama due volte il
giovane:
-
Carlo! Carlo!
A
quella voce il morto si scuote, apre gli occhi, li volge attorno e dice:
-
Perché mi trovo così?
Ma
appena vede Don Bosco:
-
Oh, Don Bosco! Se sapesse! L'ho
sospirata tanto! È Dio che l'ha mandata... Ha fatto tanto bene a venirmi a
svegliare!...
Animato
dalla parola del Santo, comincia a dire:
-
Io dovevo essere all'inferno. L'ultima volta che mi confessai, non ebbi il
coraggio di dire un peccato commesso da qualche settimana... È stato un
cattivo compagno coi suoi discorsi... Ho fatto un sogno che mi ha grandemente
spaventato. Sognai di essere sull'orlo di un'immensa fornace e di fuggire da
molti demoni che mi perseguitavano e già stavano per avventarmisi addosso e
precipitarmi in quel fuoco, quando una Signora potente si frappose fra me e loro
dicendo: «Aspettate, non è ancora giudicato!» Dopo un po' ho udito la sua
voce che mi chiamava e mi sono svegliato, ed ora desidero confessarmi...
Lo
fece con un vivo pentimento. Stette ancora in vita due ore e tra l'altro, ripeté
a Don Bosco di raccomandare tanto la sincerità in confessione.
MASSIMINO
E MELANIA.
L'origine
del celebre santuario de La Salette mostra sempre più che i piccoli sono i
prediletti di Maria. Era il 19 settembre 1846. Due pastorelli, Melania Mathieu
di 14 anni e Massimino Giraud di 11 anni, dopo consumato il loro povero pranzo
si erano addormentati. Svegliatisi verso le due prendono i loro fagotti e
vanno in cerca delle loro bestie. Ad un tratto una luce li abbaglia e vedono una
bella Signora seduta su dei sassi. Ha i gomiti appoggiati sulle ginocchia e con
le mani sostiene il suo capo, e sembra oppressa da grande tristezza.
-
Avvicinatevi e non temete, - dice loro alzandosi e incrociando le mani sul
petto su cui era appeso ad una catena d'oro un crocifisso. - Sono qui per darvi
una grande notizia. Non posso ormai più trattenere la mano del mio Figlio,
che vuol castigare il mio popolo per le bestemmie e la profanazione delle
feste. Verrà una grande carestia e molte malattie distruggeranno i raccolti, se
il popolo non si converte.
Quindi
soggiunse: - Dite voi bene le orazioni?
-
Non troppo, Signora - risposero.
-Ah!
dovete dirle bene al mattino ed alla sera. Quando non avete tempo ditene pur
poche, ma con grande devozione, e quando non avete premura ditene molte.
E
dopo aver ricordato di nuovo gli imminenti castighi di Dio, concluse:
-
Voi farete sapere quanto vi ho detto al mio popolo - e scomparve.
Sul
luogo dell'apparizione sgorgò una fontana miracolosa e fu eretto uno
splendido santuario.
Se
la Madonna domandasse a voi se dite bene le vostre preghiere, come potreste
rispondere?