STRADE NUOVE CON LA MAMMA

(I convertiti e Maria)  

Ave Maria.

Noi ti preghiamo stanchi delle nostre colpe. Per gli infelici a cui tutto manca di' al Figlio tuo: «Non hanno pane... ». Per gli infelici a cui manca Dio! supplicalo per noi: «Non hanno amore...»   (Nicolò Tommaseo) Casa Mariana Frigento (AV)

 

I TUOI CAPOLAVORI O MARIA

Non ero ancora nato

e la mia mamma, nei mesi dell'attesa, pregava per me la Madonna, perché nascessi sano e cre­scessi buono.

Aveva un'immagine di Maria bambina, picco­la, bella, dal viso dolcissimo, un piccolo batuffolo biondo, e voleva un bambino che le rassomi­gliasse.

Ora che quel «bambino» ha piu di 40 anni, conserva l'immagine della Bambina di Nazareth e la prega perché lo renda bambino fino all'incontro con Lei e il suo Gesù.

Sono cresciuto, ho studiato la storia, le opere e le carte degli uomini: tutto mi è apparso un punto interrogati­vo, una reiterata domanda, un'equazione cui man­ca la «x».

Insoddisfatto, cercavo il Senso del tutto, degli uomini e delle cose.

Ed ho sperimentato che non il piacere, non la lotta, non la politica o il prestigio personale, nulla di questo, era il senso della vita e dell'universo.

Ad un millimetro dalla disperazione, ho incontrato il Cristo:

oh, il giorno felice, in cui ho visto il suo volto, ho sentito le sue labbra a me proclamanti: «Io so­no la via, la verità, la vita».

Sì, il Cristo è il senso di tutto, della vita, del dolore, della morte; il Cristo è la Luce, l'Amore, la Vita e la Gioia.

Mio Dio, che fortuna averti incontrato sui miei passi, Tu mia benedizione per sempre, Cuore del mio cuore, Vita della mia vita, Giovinezza eterna!

Vedevo solo il Cristo, in quei giorni; bellissimo, avvincente, che tut­to mi legava a sé, come la calamita la limatura del ferro, come il fuoco fonde la ghisa.

Non vedevo che il Cristo: sua Madre e i suoi santi si fecero piccini al mio sguardo e quasi li di­menticai...

Ma un giorno di sofferenza, il mio amico Pietro, da ventotto anni immobile nel suo letto, mi disse: «Non temere, abbiamo una Madre, la Madonna».

Sono stato folgorato e a Lei sono ritornato, co­me un bambino, che ha male e che piange e atten­de la mamma che gli asciughi le lacrime sul ciglio.

«Ave Maria, piena di grazia» - ho ricomincia­to a pregare allora. «Santa Maria, prega per noi peccatori » - ho continuato a pregare sulla corona tutti i giorni.

Ed è stato come il fiorir della primavera, in uno spandersi senza fine di luce e di amore.

Madre del Cristo, Madre dei credenti, Madre degli esuli, Madre dei peccatori, Madre degli uomini, Madre dei sacerdoti, Condottiera delle anime al Cristo, Educatrice del Cristo nelle anime, o Maria, io ho visto le tue meraviglie nella mia piccola vita, nella vita di coloro che pur nell'abis­so più nero, vengono a Te.

Davanti a Dio, Tu non preghi, comandi, Madre onnipotente della misericordia e dell'Amore senza fine.

Vorrei parlare di Te, o Maria, come mai nessuno ha parlato. Il Cristo è Tut­to, è l'Assoluto, è il Mediatore Unico tra Dio e gli uomini, ma Tu sei sua Madre, o Maria.

Sei Tu che ci porti al Cristo, sei Tu che fai cre­scere e educhi il Cristo nelle anime.

Per Maria andiamo a Gesù. «Per Mariam ad Jesum».

Maria, Tu sei la Cristifera, la portatrice del Cristo al mondo che l'attendeva, al mondo che l'attende.

«Umile ed alta più che creatura», per parlare di Te, vorrei superare S. Bernardo di Chiaravalle, le rime di Dante Alighieri e di Fran­cesco Petrarca, vorrei andare oltre S. Luigi Gri­gnon di Montfort, ma, uomo di poca fede, di fragi­le amore, non ho gli occhi d'aquila per contemplare con la forza il Cristo tuo Figlio e Te che gli sei Madre.

So solo cantare il tuo «Magnificat», perché Dio ha fatto in Te grandi cose e santo è il tuo Nome.

Parlerò dei tuoi capolavori, o Maria, di quei fratelli, che immersi nel fango o avvol­li da tenebre dense, Tu, o Madre, lìai portato al Cristo, strappandoli a Satana, e li hai resi «una lo­de di gloria» alla Trinità e un inno di luce al tuo grembo di Madre che oggi ancora, di generazione in generazione, partorisce i figli di Dio, fratelli del tuo divin Figlio.

I «convertiti», quelli che hanno cambiato rot­ta, per tuo soccorso, o Madre, i nuovi santi che Tu generi, sono i tuoi capolavori, nei secoli e nell'e­ternità:

che cantino essi la tua grandezza, o Madre: «Te Deum laudamus, Te, Maria, laudamus». Continuerò la tua missione, o Madre, che è quella di generare il Cristo nelle anime: Tu, Cristifera al mondo, io, portatore del Cristo - cristoforo - per ogni uomo che incontro non avrò pace, finché il mondo intero, per le tue mani e il tuo Cuore immacolato, sarà diventato il Corpo del Cristo, il Cristo-Totale,

per la gloria di Dio.

 

Alphonse De Ratisbonne

«Quando fui investito dalla luce di Maria mi parve che una benda cadesse dai miei occhi».

Rue du Bac: atto primo

Nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1830, a Pari­gi, la luna brillava alta nel cielo gremito di stelle. Giorni tristi di sangue si preparavano per il re Carlo X e per la Francia.

Nel convento delle Figlie della Carità di S. Vincenzo de' Paoli, le suore riposavano serene, do­po un giorno di lavoro e di preghiera. Nel camero­ne del Noviziato, una suorina, Caterina Labouré, si era addormentata tranquilla, pensando al gior­no della sua professione religiosa.

Verso mezzanotte, Caterina si sentì chiamare due volte. Si destò, scostò la tendina del letto e vi­de un bambino sui cinque anni. «Vestiti in fretta e vieni con me, - le disse - la Madonna ti aspetta in cappella».

Dopo alcune insistenze del piccolo, Caterina si vestì e seguì il bambino verso la cappella. Qui giunta, vide tutta la chiesetta illuminata. Il bambi­no la invitò a inginocchiarsi, poi esclamò: «Ecco la Madonna! Eccola, viene».

La Vergine era seduta presso l'altare sulla poltrona del predicatore. Caterina, piena di confi­denza si inginocchiò vicinissimo alla Madonna, appoggiando le mani sulle ginoccchia di Lei, con una gioia senza limiti.

Allora la Madonna le parlò:

«Quando eri bambina, tu mi hai scelto per ma­dre... E io lo sarò sempre. Ti attendo ogni giorno ai piedi del mio altare. Quando sarai afflitta, quan­do avrai delle sofferenze che non saprai a chi confi­dare, vieni da me e dimmi ogni tua pena. Io ti con­solerò, ti darò tutte le grazie di cui avrai bisogno. Abbi confidenza in me ... ».

Poi Maria le parlò dei tempi tristi che stavano avvicinandosi per la Francia:

«I peccati si moltiplicano sulla terra. Per que­sto vi saranno molte vittime. Moriranno molti sa­cerdoti e lo stesso Arcivescovo di Parigi perirà. Fi­glia mia, la Croce sarà disprezzata, il sangue scorrerà per le vie... Il mondo intero sarà nella tri­stezza».

Un'immensa mestizia segnava il volto di Ma­ria. Piangeva.

«Ma io sarò la Madre di tutti coloro che sof­frono - aggiunse - Venite ai piedi del mio altare, domandate con fiducia la mia protezione e io vi consolerò».

Passarano quattro mesi da quell'apparizione notturna della Madonna alla piccola suora venticinquenne. Dopo le giornate di luglio, 27-28-29 lu­glio, re Carlo X era stato cacciato e gli era succes­so Luigi Filippo, «re dei francesi».

Il 27 novembre 1830, suor Caterina verso le 17,30 era in chiesa per la preghiera serale. Quando alzò gli occhi, vide, in piedi accanto all'altare, la Madonna che reggeva un globo luminoso sormon­tato dalla croce. Vestita completamente di bianco, Maria ad un certo punto aprì le mani e dalle sue dita scaturirono raggi fulgentissimi che scendeva­no fino a terra.

Maria parlò a Caterina:

«Questo globo che tu hai visto è il mondo inte­ro, dove abitano i miei figli. Questi raggi sono le grazie che io spando su tutti coloro che mi invoca­no come madre. Sono così contenta di esaudire i miei figli che mi chiamano in loro aiuto, ma tanti non mi invocano mai. E molti di questi raggi van­no perduti perché pochi mi pregano».

Attorno a Maria si formò allora una cornice formata da queste parole: «O Maria concepita sen­za peccato, prega per noi che ricorriamo a Te». Maria aggiunse:

«Fai preparare una medaglia su questo mo­dello. Tutte le persone che la porteranno si di sé, sentiranno la mia protezione».

Per cinque volte suor Caterina rivide Maria così come l'aveva veduta quella sera del 27 novem­bre. L'ultima volta fu nel settembre 1831, quando la Madonna disse alla piccola suora:

«D'ora in poi non mi vedrai più, ma durante le tue orazioni ti farò ancora sentire la mia voce». Caterina ne parlò al suo Confessore, il Padre Aladel, che non volle prestarle fede per moltissi­mo tempo. Finalmente, dopo tanto tempo, Padre Aladel ne parlò con l'Arcivescovo di Parigi; Mons. Quelen. Dopo aver a lungo pregato, l'Arcivescovo fece coníare la medaglia nella forma voluta dalla Madonna.

Da quel giorno, milioni di medaglie sono state diffuse nel mondo, recando a tutti la presenza e il conforto della Madonna. E Maria, attraverso quel piccolo segno della «medaglia miracolosa» porta­ta con fede e amore a Lei, continuò ad essere, co­me sempre era stata nei secoli, la «Condottiera» delle anime al Cristo.

Sant'Andrea delle Fratte: secondo atto L'otto dicembre 1841 una nave carica di pas­seggeri, partita da Marsiglia, toccava il porto di Civitavecchia. Sul ponte, pronta a scendere, c'era una piccola folla di stranieri: francesi, inglesi, bel­gi, alsaziani. In quel momento, i cannoni del porto tuonarono a salve.

«Che cosa sta accadendo? - domandò un ebreo ad un suo compagno di viaggio.

«Non si spaventi, signor Ratisbonne. Sono spari di festa. Oggi è la festa dell'Immacolata Con­cezione di Maria e le batterie del porto «sparano» in onore della loro celeste Patrona».

«Al diavolo! » - proruppe Tobia Ratisbonne. E afferrando con rabbia i suoi bagagli, rientrò nel­la sua cabina.

Il capitano della nave gli si fece incontro, gentile:

«Qualcosa che non va, signor Ratisbonne?». «Sicuro. Avevo una mezza intenzione di sbar­care a Roma, ma queste sciocche superstizioni di Madonne e cannonate me ne hanno tolta la voglia. Sbarcherò a Napoli. Questa stupida città del Papa mi dà la nausea».

Il capitano della nave non si stupì di queste parole rabbiose. Tobia Ratisbonne era un giovane ebreo nato in Alsazia, ed era diventato con la sua intelligenza fuor del comune un banchiere ricchis­simo. Egli odiava il cattolicesimo a tal punto che quando suo fratello Teodoro si era convertito a Cristo e si era fatto sacerdote, lui l'aveva ripudia­to come fratello.

Nonostante la, sua rabbia contro il cattolicesi­mo, il desiderio di vedere la Roma dei Cesari lo vinse. Da Napoli, dove era sbarcato in un primo tempo, vi si recò il 15 gennaio 1842.

La famiglia De Bussière, nobili e ricchi patri­zi, lo ospitò trattandolo splendidamente. Tobia vi­de i Fori imperiali, il Colosseo, le Terme di Cara­calla, le antiche vie sulle quali gli imperatori avevano celebrato i loro superbi trionfi. «Peccato che quella città regina del mondo antico ora fosse dominata dal Papa, rappresentante di quel Gali­leo, che gli ebrei avevano mandato alla forca come bestemmiatore e guerrigliero! ».

Alla vigilia della sua partenza, Tobia Rati­sbonne domandò a Teodoro De Bussière come avrebbe potuto contraccambiare tanta squisita cortesia verso di lui. Teodoro, sorridendo, rispose: «Dovresti farmi un piccolo favore, Tobia. Tu sai che io ero protestante, ma che da qualche tem­po sono entrato nella Chiesa cattolica. Ora vorrei donarti una medaglia di Maria Immacolata. Vuoi accettarla come segno della mia amicizia?.».

L'ebreo provò un'enorme ripugnanza. Tutta­via, da gentiluomo qual era, non poteva rifiutarsi. Abbassò la testa e si lasciò porre al collo la meda­glia, come un bambino. Poi, guardando Teodoro, con ironia, sbottò:

«Ed eccomi ora cattolico, apostolico, romano».

Il giorno 20 gennaio era segnato per la parten­za. Teodoro accompagnò in carrozza l'amico per le vie di Roma. Si fermarono alla chiesa di S. An­drea delle Fratte.

«È una chiesa bella e antica. Dovresti visitar­la, - disse Teodoro a Tobia - scendi e prova a darle una sguardo».

Entrarono. La chiesa era piccola e deserta, ma un piccolo tesoro d'arte. Teodoro si recò con indif­ferenza, quando il suo sguardo fu attratto verso l'altare di san Michele.

Era un vero miscredente. Un autentico nega­tore del Cristianesimo. Nessuna emozione mistica lo turbava. Non desiderava credere, murato nella sua indifferenza. Ecco come lo stesso Ratisbonne racconta la sua esperienza:

«Nessun oggetto d'arte attirava la mia atten­zione. Lasciai scorrere lo sguardo all'intorno, sen­za soffermarmi in alcun pensiero; mi ricordo solo di un cane nero che saltellava davanti a me... Ma ben presto il cane scomparve, la chiesa intera scomparve e non vidi più niente, o piuttosto, mio Dio, vidi una cosa sola!

Ero là, prostrato in lacrime, il cuore come strappato da me stesso, allorché De Bussière mi richiamò alla vita.

Non potevo rispondere alle sue domande af­fannose; poi afferrai la medaglia che portavo sul petto; baciai con effusione la Vergine dispensatri­ce di grazia... Oh, era proprio lei, la Vergine Maria apparsa davanti a me, in piedi, sull'altare, piena di maestà e di dolcezza, con le mani - aperte da cui scaturivano fasci di luce intensissima.

Una forza irresistibile mi spinse verso di Lei. La Vergine mi aveva fatto segno con la mano di in­ginocchiarmi e mi sembrò che mi dicesse: «Va be­ne». Non parlò più a lungo, ma io capii tutto. Quando mi inginocchiai, investito dalla luce delle sue mani, mi parve che una benda cadesse dai miei occhi...

Non una sola benda, bensì l'intera moltitudi­ne di bende che mi avevano avvolto, disparvero l'una dopo l'altra, come la neve, il fango e il ghiac­cio sotto l'azione di un sole cocente.

Quel che so, è che al momento di entrare in chiesa, ignoravo tutto; uscendone, vedevo chiaro...»:

Teodoro De Bussière lo scosse due o tre volte. Finalmente Ratisbonne si volse. Aveva il volto inondato di lacrime e balbettava felice: «Era Lei, era proprio Lei, Maria, la Madre del Cristo!».

Lo accompagnarono da un prete cattolico To­bia De Ratisbonne gli raccontò la straordinaria esperienza nella Chiesa di Sant'Andrea delle Frat­te. Ormai nel suo cuore era diventato cattolico.

«Se quella mattina del 20 gennaio 1842 - scri­verà più tardi - qualcuno mi avesse detto: Ti sei alzato ebreo e ti coricherai cristiano, se qualcuno mi avesse detto una cosa simile, l'avrei guardato come il più pazzo degli uomini... Se in quel mo­mento in cui entrai a Sant'Andrea - era mezzo­giorno - qualcuno mi avesse detto: Tra un quarto d'ora tu adorerai Gesù Cristo, tuo Dio e tuo Signo­re, e sarai prosternato in una povera chiesa e ti picchierai il petto ai piedi di un sacerdote, in un convento di Gesuiti dove passerai il carnevale per prepararti al Battesimo, pronto ad immolarti per la fede cattolica, e rinuncerai al mondo, ai suoi piaceri, alla tua fortuna, alle tue speranze, al tuo avvenire, e se necessario, anche alla fidanzata, al­l'affetto della famiglia, alla stima degli amici, al­l'affezione degli ebrei... e non aspirerai più che a servire Gesù Cristo e a portare la sua croce fino al­la morte... io dico che se qualche profeta mi avesse fatto una simile predizione, avrei giudicato un so­lo altro uomo più insensato di lui: l'uomo che avesse creduto alla possibilità di una tale follia! Eppure è proprio questa follia che fa oggi la mia saggezza e la mia felicità».

Il sacerdote cattolico, incontrato quel giorno, lo invitò a prepararsi al Battesimo. Era chiaro: Maria stessa lo voleva fratello del Figlio suo, il Cristo Gesù, nella Chiesa cattolica, apostolica, romana.

Per le vie di Roma si festeggiava il carnevale. All'interno di un Istituto dei Padri Gesuiti, Tobia De Ratisbonne, il banchiere ebreo, giovane ambi­zioso, che giudicava Roma «una stupida città» perché vi abitava il Papa, e l'Immacolata solo una superstizione dei preti, si preparò con fervore di neofita al Battesimo.

Compiuta la preparazione, il Cardinal Patrizi battezzò Tobia De Ratisbonne. Volle chiamarsi Al­fonso Maria.

Maria, l'Immacolata, l'aveva vinto e condotto con mano di mamma al suo divin Figlio.

Una commissione incaricata dal Papa, nel giu­gno dello stesso anno, riconobbe la verità dell'ap­parizione.

Tornato in Francia, Alfonso De Ratisbonne la­sciò tutto: la casa, la banca, la fidanzata, la vita brillante che aveva davanti, per cominciare gli studi teologici in preparazione al sacerdozio.

Dopo l'ordinazione sacerdotale, don Alfonso si recò in Oriente, dove dedicò tutta la sua vita alla conversione degli ebrei, fondando la Congregazio­ne di Nostra Signora di Sion.

Oggi, chi va in Palestina e cerca la sua tomba, la trova nel piccolo cimitero di S. Giovanni in Montana, all'ombra di una bianca statua di Maria Immacolata.

Per tutta la sua vita, guidato da Maria, l'amo­re del suo Dio aveva preso il posto di ogni altro amore.

 

Alexis Carrel

«Prendi Tu, Maria, il peccatore inquieto dal cuore in tempesta, che si consuma nella ricerca delle chimere: ho un sogno, quello di credere in Te e di amarti come i frati dall'anima candida».

 

Lo scienziato positivista

Vide la luce a Lione nel 1873. Suo padre era un ricco commerciante di seta. A casa sua non mancava assolutamente nulla. A cinque anni rima­se orfano di padre. Il piccolo Alexis lasciò Lione e andò a vivere in campagna con la mamma. Il non­no materno gli insegnò il greco e il latino. Lui se la godeva spensierato: una vita più che libera da ricco erede che aveva diritto a tutto.

Tornò a Lione per compiervi gli studi liceali e per frequentare l'Università, Facoltà di Medicina. Nell'aria del secolo XIX che volgeva al tra­monto, si respirava il Positivismo da tutte le parti: solo contava ciò che cadeva sotto l'esperienza sen­sibile, il resto o era nulla o era inconoscibile. Quindi insignificante. Qualche anno prima, Comte aveva sognato di predicare il Positivismo in Notre­Dame come la «nuova religione» che avrebbe sop­piantato il Cristianesimo.

Attraverso studi approfonditi e severi, Carrel si era laureato in Medicina. Dietro il medico com­petente, stava l'inventore geniale. Ancora giova­nissimo, lavorava alla Facoltà di Medicina a Lio­ne. «Si occupava soprattutto di anatomia e di scienze sperimentali, ma con uguale interesse, di questioni che stanno ai limiti della pedagogia». Così scriveva il Dott. Carrel di se stesso. Ed aggiungeva:

«Assorbito dagli studi scientifici, affascinato dallo spirito della critica tedesca, s'erà convinto a poco a poco che al di fuori del metodo positivo, non esisteva certezza alcuna. E le sue idee religio­se, distrutte dall'analisi sistematica, l'avevano ab­bandonato, lasciadogli il ricordo dolcissimo di un sogno delicato e bello.

S'era allora rifugiato in un indulgente scetti­cismo... La ricerca delle essenze e delle cause gli sembrava vana, solo lo studio dei fenomeni, inte­ressante. Il razionalismo soddisfaceva interamen­te il suo spirito; ma nel fondo del suo cuore si cela­va una segreta sofferenza, la sensazione di soffocare in un cerchio troppo ristretto, il bisogno insaziabile di una certezza.

E si buttava nella ricerca scientifica. Nel 1902 Carrel scoprì un nuovo «punto di sutura» che ap­plicò ai vasi sanguigni e fece della trasfusione del sangue un'operazione praticabile.

Un cerchio troppo stretto

Ma quella ricerca scientifica, che era il suo or­goglio di medico e di inventore - era pure l'orgo­glio del suo secolo positivista - diventava il suo tormento. Per esempio, la bellezza e l'armonia del corpo umano lo affascinavano: era quello, nella sua piccolezza e nella sua grandezza, qualcosa di unico da conoscere, da esplorare, da indagare. Ep­pure il corpo umano, come ogni materia, era desti­nato alla corruzione. Perché?

Lo scienziato, che voleva essere soddisfatto della sua scienza positiva, si poneva le domande profonde, più grandi, e diventava filosofo che si interroga: «Chi siamo noi? Da dove veniamo? E dove andiamo?».

«Interrogativi senza senso», insegnava il Posi­tivismo. Domande da adoloscenti da buttare via al più presto.

Eppure Alexis Carrel se le poneva. Non aveva risposta. Il suo orizzonte si stringeva. Ed era tor­mento, perché lui, in fondo, voleva sapere «più in là», non solo ciò che cadeva sotto l'esperienza sen­sibile del microscopio e del bisturi.

Proprio in quegli anni, Lourdes con il suo san­tuario dedicato alla Madonna, attirava gente da ogni parte d'Europa. Ed erano soprattutto i soffe­renti nel corpo o nello spirito, i malati di ogni genere che andavano alle falde dei Pirenei a parlare di sé alla bianca Regina, apparsa in una grotta ad una povera ragazza del popolo, Bernadette Soubi­rous, nella primavera del 1858.

E c'era, tra i molti malati, qualcuno che torna­va a casa guarito. Chi non guariva, ritornava a ca­sa consolato, disponibile ad accettare, persino ad amare, la croce dolorosa della malattia e della morte.

Negli ambienti medici si discuteva sul «feno­meno Lourdes». C'era chi credeva al miracolo, c'e­ra chi rifiutava di credere o almeno sosteneva trattarsi di fatti inspiegabili.

Nel 1894 Emile Zola, illustre scrittore natura­lista francese, dopo essere stato a Lourdes ed aver visto fatti sbalorditivi, scrisse un libro, Lourdes, nel quale negava ogni realtà di miracolo.

Quel libro lasciava il dottor Carrel perplesso. Lui non credeva al miracolo, lo spiegava come fat­to di suggestione collettiva, però constatava anche che «si è sempre sistematicamente rifiutato di stu­diare ciò che accade a Lourdes. Perché non tenta­re di farlo? Se non ci sono che guarigioni immagi­narie, non sarà poi troppo il tempo perduto. E se, per avventura, c'è qualche risultato reale, qualun­que ne sia la causa, sarebbe questo un fatto che, constatato in modo veramente scientifico, potreb­be avere un interesse notevole».

Prese una decisione: nel 1903 partecipò come medico ad un pellegrinaggio a Lourdes. Di questa esperienza, che sarà decisiva per la sua vita, Ale­xis Carrel tracciò un resoconto oggettivo che pub­blicò col titolo «Viaggio a Lourdes»: da questo pic­colo libro prendiamo il racconto che stiamo per iniziare.

Il cerchio si rompe

Il treno era pieno di ammalati. Li guidava alla cittadella di Maria, il Vicario Generale della dioce­si di Lione, ed alcuni sacerdoti. Alcuni medici, tra i quali il dott. Carrel, prestavano la loro assistenza ai malati.

In fondo al cuore ognuno portava una speran­za: la guarigione che la Madonna avrebbe potuto concedere. Tutti avevano una certezza: tornare a, casa rifatti migliori, più sereni, più capaci di ac­cettare la vita anche con i suoi dolori.

Carrel aveva un unico interesse: esaminare gli ammalati per vedere se c'erano delle reali modifi­cazioni, dopo l'esperienza di Lourdes. Non era for­se sempre lui, il medico serio ed imparziale, per­ché positivista?

Tuttavia non rifiutava di verificare. Quel che contava era la verifica. Punto e basta.

I sacerdoti cominciarono a recitare il Rosario con i pellegrini e coni malati.

Lui, lo scienziato, continuava ad essere scetti­co e freddo, con un punto interrogativo nel cuore. «E il venticinquesimo pellegrinaggio di am­malati che conduco a Lourdes» - disse un sacer­dote al medico.

«Voi fate i conti senza la fede, caro dottore. Quelli che non guariscono, tornano consolati, e quando muoiono, sono ancora pieni di gioia» - continuò il sacerdote.

In quel momento, un altro prete venne a chia­mare il dott. Carrel:

«Ho due malati che soffrono molto. Non pote­te far loro una iniezione di morfina?».

Nello scompartimento giaceva una giovane donna, Maria Ferrand, gravissima. Ventre gonfio, pelle lucida, le costole sporgenti, l'addome che sembrava teso da materie solide, una sacca di li­quido occupava la regione ombelicale, la febbre alta, le gambe gonfie, il cuore veloce. Peritonite tubercolare. Dolori tremendi.

Il dott. Carrel le praticò un'iniezione di morfi­na. «Avete ancora i genitori?» le domandò gentile il medico. «No, sono morti di tubercolosi da alcuni anni», rispose Maria.

Dall'età di 15 anni, Maria era tubercolotica. Ora i medici dicevano che finalmente sarebbe morta ed ella non aveva in cuore che una speran­za: Lourdes. Là Maria l'avrebbe guarita oppure, certamente, le avrebbe dato la forza per morire in pace.

Dopo l'iniezione della morfina, Maria respira­va un po' più tranquilla, quantunque gravissima. L'altra parte della vettura era occupata da due donne: una aveva con sé un ragazzo con un tumore al ginocchio, l'altra una figlia idiota che emetteva grugniti bestiali.

Tutto il treno era come una scatola malsana piena di ammalati. Tutti, anch'essi sentivano il bi­sogno di vivere, la voglia di vivere, benché destina­ti, almeno in molti, ad una morte più che vicina. Ora il treno giungeva a Lourdes.

«Un immenso sospiro di speranza si levava da tutti quei desideri, da tutte quelle angosce, da tut­to quell'amore. Una voce cominciò a cantare: «Ave maris Stella, Dei Mater alma... ». Di vagone in va­gone, la preghiera si propagò e sgorgò da tutti i petti. Non si trattava di un canto qualunque... Era la preghiera del povero affamato. Il treno si scosse e, fra i canti di letizia e speranza, entrò lentamente nella stazione di Lourdes ».

Là, la Signora di Massabielle aspettava il me­dico positivista, per un incontro di amore.

«Se vedessi anche solo una piaga chiudersi..»

Mentre sistemavano i malati, il dottor Carrel si av­viò per le vie di Lourdes. Il cielo era azzurro. Lui fumava una sigaretta e si guardava attorno. Con sé aveva portato i suoi strumenti nella valigetta, una macchina fotografica, un taccuino per le os­servazioni.

Lo colpiva la serenità dei malati. Molti erano dei condannati a morte, eppure là erano - o sem­bravano - sereni. Anche i barellieri si sottopone­vano a fatiche immani, con il sorriso sulle labbra. Tra di loro Carrel incontrò, il signor A. B. suo vec­chio compagno di collegio.

Un sorriso, uno scambio di saluti. La discus­sione poteva iniziare.

- A che ora trasportate i malati alla piscina? - Si comincia al tocco e mezzo.

- È mezzogiorno appena, c'è tempo. Vieni a fare due passi, nell'attesa.

L'amico era profondamente credente. Carrel scettico, incredulo. Eppure anche lui, il medico «positivo», cercava la certezza, la pace, l'amore. Aveva nostalgia della fede di un tempo. Invidiava la fede di quella gente semplice e serena.

«Per sapere assai poche cose - diceva tra sé - io ho distrutto in me cose molto belle... La veri­tà è sempre triste e cattiva ed io sono infelice».

E rivolto all'amico, continuò:

- Sai se qualche malato è guarito, stamane, nelle piscine?

- No, nessuno. Però ho visto un miracolo da­vanti alla grotta. Una suora che camminava con le stampelle arrivò, si fece un gran segno di croce, bevve l'acqua della fonte miracolosa... Subito il suo viso si illuminò, buttò via le stampelle, corse agile alla grotta, gettandosi in ginocchio davanti alla Ver­gine... Era guarita».

- La sua guarigione - fece Carrel - è un caso interessante di autosuggestione... Il pellegrino ha un'incredibile forza di persuasione, infinitamente superiore a quella dei più alti maestri di medicina». In quel momento entrò nel caffè, dove il medico e il suo amico stavano discutendo, un distinto signo­re che teneva per mano un bimbo di dieci anni. Era un medico che portava a Lourdes, davanti alla grot­ta, l'unico figlio, colpito da osteosarcoma alla gam­ba. Quell'uomo, lasciando un momento da parte il bambino, disse: «Neanche qui è guarito. Morirà presto».

- Le forze di Lourdes si infrangono sulle forze organiche - disse Carrel.

- Tuttavia ti assicuro che ci sono esempi di guarigione di malati altrettanto gravi - ribatté l'a­mico e continuò, narrando casi di persone che già avevano fatto parlare i giornali di Francia e di Europa.

- Nessuno ha mai constatato scientificamen­te nulla. È la forza della suggestione intensa, della eccitazione nervosa.

- Tu ragioni così, perché escludi a priori la possibilità del miracolo. Tuttavia Dio può ben mo­dificare le leggi naturali dal momento che Egli stesso le ha create.

- Il miracolo non è stato fino ad oggi consta­tato scientificamente.

- Quali sono le guarigioni che, se le consta­tassi, ti farebbero ammettere il miracolo?

- La guarigione improvvisa di una malattia organica. Una gamba tagliata che rinasce. Un can­cro scomparso, una lussazione congenita che, im­provvisamente, guarisce. Allora potrei accettare l'influenza di una Potenza soprannaturale.

- Le tue tesi ne sarebbero rovesciate.

- Se mi fosse concesso di vedere un fenome­no tanto interessante, tanto nuovo, sacrificherei tutte le teorie e le ipotesi del mondo. Ma non ho il minimo timore di arrivare a questo. Gli ammalati saranno visitati, prima e dopo. Se, per caso, ci saranno modificazioni nel loro stato, le constaterò. Io scrivo osservazioni. Faccio astrazione dalla mia personalità, dalle mie opinioni. E ti assicuro, tut­tavia, che se vedessi anche soltanto una piaga chiudersi istantaneamente sotto i miei occhi, o di­venterei un credente fanatico o impazzirei.

Così concluse il discorso il dottor Carrel, certo che il miracolo è impossibile e che Dio non c'è o è così lontano dagli uomini. Poi aggiunse:

«C'è una ragazza, Maria Ferrand, presso la quale mi hanno chiamato dieci volte ed è in perico­lo di vita. È tisica, ha una peritonite tubercolare all'ultimo stadio. È in uno stato pietoso. Temo che mi muoia tra le mani. Se guarisce quest'ammala­ta, sarebbe veramente un miracolo. Io crederei a tutto e mi farei frate».

«Sento che sono guarita»

Nella sala dell'Immacolata - riservata alle persone più ammalate - tutto era pronto per la funzione presso le piscine. Il dottor Carrel si avvi­cinò al lettino della «sua» ammalata, Maria Fer­rand. La visitò rapidamente: il cuore stava per ce­dere, era alla fine. Il medico le praticò un'iniezione di caffeina.

Il suo amico A. guardava quello spettacolo di sofferenza. « È una peritonite polmonare all'ulti­mo stadio. Figlia di genitori morti di tubercolosi in giovane età, è tisica dall'età di 15 anni. Può dar­si che viva ancora qualche giorno, ma è finita» - spiegò sottovoce il medico, tirandosi in disparte.

Giunse un altro medico, visitò Maria, poi sus­surrò: «È l'agonia».

Tuttavia Maria Ferrand aveva chiesto di essere portata alla piscina a qualunque costo. Carrel si offrì di accompagnarla. Commentò: «Si tenterà l'impossibile prodigio della risurrezione di una morta. Se costei guarisce, io crederò ai miracoli».

Un vento leggero agitava il fogliame cupo dei platani. Macchie di sole si muovevano adagio sul lastrico. Il cielo azzurro era solcato da nuvole lu­minose. Era una visione di calma, di gioia, di ripo­so. Carrel sembrava metter da parte quelle sue preoccupazioni scientifiche e immergersi anche lui - il medico positivista - nella dolcezza della Vergine Immacolata.

Giunse la barella che portava Maria Ferrand. Il volto era quello di un cadavere. Attorno malati e poi ancora malati. Alcuni abbandonati in quel clima di pace, altri dall'aspetto orribile per le loro sofferenze, spesso laceranti.

Lui, Alexis Carrel, era giovane e forte, tutta la vita davanti, brillante sempre di più per la carrie­ra e la gloria della scienza. Davanti c'erano solo dei disgraziati. Eppure, pensava, chi era più infeli­ce, lui il medico ateo, o quegli ammalati dal cuore colmo di fede e di speranza? «Quanto strano dove­va essere il fascino di quel Gesù, dai gesti calmi, tra il verde primaverile delle montagne di Giudea, che si alza per pronunciare l'ineffabile discorso della montagna! Egli porgeva ai sofferenti le eter­ne consolazioni. Ah, quanto sarebbe meglio cre­dergli! E la dolce Vergine che protegge e compatisce tutti i mali, che immagine di soavità! ». Quasi inavvertitamente si trovò a pregare: «Come vorrei credere, con tutti questi disgra­ziati, che Tu non sei solo un'eletta fonte, creata dalle nostre menti, o Vergine Maria. Guarisci dun­que questa giovinetta, ha troppo sofferto. Fa' che viva un poco, fa' che io creda».

Alla piscina non fu possibile immergere nel­l'acqua Maria Ferrand. Le fecero alcuni lavaggi al ventre. Ed ora la portavano davanti alla grotta del­la Vergine. L'aspetto era sempre uguale: cada­verico.

Da ogni parte si alzavano al cielo le preghiere dei malati, dei pellegrini, guidati da alcuni sa­cerdoti.

Il dottor Carrel seguì Maria Ferrand alla grot­ta. Erano circa le due e mezzo. Sotto la roccia di Massabielle, la grotta splendeva di mille fiammel­le di ceri. I malati venivano disposti nello spazio quadrato vicino all'Immacolata.

Il medico osservava il volto di Maria Ferrand. Gli parve più normale, meno livido. Pensò ad un'allucinazione. Continuò ad osservare. Le contò le pulsazioni e i respiri al polso. La respirazione sembrava rallentata.

Un sacerdote stava predicando ai malati.

Il volto di Maria Ferrand continuava a cam­biare. I suoi occhi erano volti, brillanti ed estasiati verso la grotta. Si vedeva un miglioramento note­vole; era impossibile negarlo.

Carrel vide a poco a poco la coperta abbassar­si al livello del ventre. Il gonfiore spariva. Il medi­co si sentì impallidire. Alle tre, la tumefazione era scomparsa. Carrel sembrava impazzire.

Si avvicinò a Maria Ferrand, ne osservò la re­spirazione, ne guardò il collo. Il cuore batteva re­golarmente. Le domandò:

- Come vi sentite?

- Benissimo; non sono molto in forze, ma sento che sono guarita - rispose Maria sottovoce. Non c'era dubbio. Lo stato di Maria Ferrand migliorava. Ella era già irriconoscibile.

E qui lasciamo la parola al dottor Carrel. «Il medico non parlava più; non pensava più. Il fatto inatteso era talmente contrario a tutte le previsioni, che egli credeva di sognare... Si alzò, traversò le file serrate dei pellegrini, i quali grida­vano invocazioni che egli a stento sentiva, e se ne andò. Erano circa le quattro. Quel ch'era accaduto era la cosa impossibile, la cosa inattesa, il mi­racolo.

Una giovane morente era quasi guarita». «Io credo nel tuo Cristo e in Te, o Maria» Maria Ferrand, guarita, fu riportata all'ospe­dale diretto dal dottor Boissarie, lo scienziato dal­la fede profonda che, con le prove mediche alla mano, difendeva la «Verità» di Lourdes.

Alexis Carrel voleva «verificare», a tutta pro­va, la guarigione della sua malata.       Entrò nella sala. Maria Ferrand era seduta sul letto, il volto scarno, ma mobile e vivo, gli occhi lu­minosi. La persona emanava, pur tra segni della lunga sofferenza, un senso generale di benessere. «Sono completamente guarita», disse Maria a Carrel.

Apparentemente impassibile, il medico co­minciò a visitarla. I battiti del cuore, e il respiro erano normali. Tutto era a posto, tutto era diven­tato normale. La guarigione era completa.

Passarono altri medici. Tutti vollero visitare Maria Ferrand, a lungo, con scrupolo. La ragazza era davvero guarita. Carrel si sentì scorrere sulla fronte gocce di sudore. Gli sembrava di aver rice­vuto un pugno sulla testa. Le arterie gli pulsavano. Discusse alquanto con altri medici.

Tutti erano d'accordo nel constatare il fatto straordinario.

«È veramente un miracolo - disse Carrel sot­tovoce - se non ho sbagliato la diagnosi». Non aveva più un pensiero suo. Era incapace di spiega­re il fatto. Era davvero un miracolo, la Vergine aveva voluto dare una prova della sua reale esi­stenza?

La ragazza era felice. «Andrò dalle suore di san Vincenzo, e loro mi accoglieranno - diceva Maria - e io assisterò i malati».

Carrel commosso uscì.

Era ormai notte. La basilica era tutta illumi­nata di luci sotto il cielo azzurro di maggio. Dalla folla immensa salivano le preghiere verso la Ver­gine e il suo Figlio divino.

Si diresse alla grotta. Lassù scorse il suo ami­co A. B. e cominciarono a parlare. Carrel fissava con occhi ardenti la statua dell'Immacolata. «Sei convinto, ora, filosofo incredulo?» - gli domandò l'amico.

- Una giovane moribonda è stata guarita sot­to i miei occhi in pochi istanti. È una cosa meravi­gliosa, un miracolo.

- È Dio stesso che ha agito sotto le tue mani, dottor Carrel!

- Bisogna studiare i fatti con coscienza, con oggettività. È l'unica conclusione possibile.

- Ma non è meno vero - disse A. B. al dottore - che ora sei obbligato a vestire il saio! Addio. Era mezzanotte. La luna saliva alta in cielo. Al di là di ogni «teoria», lui, Carrel, il medico positivista, ora sarebbe andato fino in fondo.

Si diresse all'entrata della basilica di Maria. Bisognava concludere. Era innegabile: c'era stato un miracolo. Avrebbe ancora analizzato, ma intan­to la ragazza era guarita. Salì i gradini, entrò nella basilica, andò davanti all'immagine della Madon­na, si sedette vicino a un contadino, restò, con la testa tra le mani, a lungo immobile finché dal fon-

do della sua anima salì questa preghiera: «Vergine dolce che soccorri gli infelici, pro­teggimi. Io credo in Te. Tu hai voluto rispondere al mio dubbio con un miracolo manifesto. Io non so vederlo, io dubito ancora. Ma il mio desiderio più vivo è credere perdutamente, ciecamente, sen­za discutere, senza criticare. Il Tuo nome è più dolce del sole del mattino. Prendi Tu il peccatore inquieto dal cuore in tempesta che si consuma nel­la ricerca delle chimere. Sotto i consigli profondi e duri del mio orgoglio intellettuale giace, ancora soffocato, il più affascinante di tutti i sogni, quello di credere in Te, di amarti come i frati dall'anima candida».

Si alzò. Era felice, ora guidato dalla mano del­la Vergine.

Alexis Carrel, il medico positivista, era diven­tato credente.

 

Matteo Talbot

«Nessuno sa che buona Regina e Maria per me».

 

«Salute, o Bacco»

Tutti sanno che nell'antichità Bacco era il dio del vino. Lo rappresentavano sempre coronato di uve o bevitore del prelibato succo della vite. Insie­me a Venere, dea della bellezza e del piacere, e a Marte, dio della guerra, formava la «triade» paga­na cara all'uomo che voleva godersi la vita e nulla più.

Bacco, dio del vino; oggi più nessuno vi crede come divinità mitologica, ma sono ancora molti coloro che del vino, dell'alcool, sono schiavi, fino a perderci totalmente in dignità.

Dublino, inizio della seconda metà del secolo XIX. La famiglia Talbot, dal padre ai figli, era «consacrata» a bere. Il padre, Charles Talbot, 33-enne, basso di statura, gran lavoratore del por­to, beveva molto, almeno nel fine-settimana, me­glio ancora tutti i giorni.

I figli, 12, nei primi vent'anni di matrimonio di Charles con Elizabeth Bagnall, quelli che riusci­rono a crescere e a farsi adulti, furono gran lavo­ratori, ed insieme bevitori potenti, implacabili.

Solo John e la madre facevano eccezione. La mam­ma, Elisabeth, era una donna meravigliosa, fer­vente cristiana, capace di sacrificarsi come una martire antica, ricca dell'indomabile forza che è la preghiera.

Da quella famiglia, meglio sarebbe dire: dà quella tribù irlandese, nacque il sabato 3 maggio 1856 Matteo Talbot. Nella sua famiglia poté trova­re quel che abbiamo detto: povertà, lavoro, vino, ubriacature solenni... e la fede della madre.

Un loro conoscente diceva:

«Questionavano sempre. Al sabato, quando avevano strabevuto, era un cozzare di contrasti». Una faniglia di spugne assorbenti vino e poi ancora vino.

Bacco dominava incontrastato. Schiavo del bicchiere

Andare a scuola non era obbligato. Le scuole nazionali erano anticattoliche. Perciò molti catto­lici non mandavano a scuola i loro rampolli. Esi­stevano però della scuolette per ragazzi poveri.

Matteo - detto Matt, familiarmente - crebbe libero e vagabondo fino a undici anni. Il 6 maggio 1867 fu mandato a scuola: vi imparò a leggere e a scrivere, un po' di grammatica e di aritmetica, eb­be istruzione religiosa e fu preparato a ricevere i sacramenti.

Cominciata la scuola a maggio, Matt imparò la prima poesia: era dedicata alla Madonna e dice­va così:

O Madre di bontà, di giorno in giorno di più col cuore mio ti voglio amare, tu spargi i doni tutto a me dintorno come la sabbia in riva al nostro mar. Anche se povertà, fatiche, affanni faran pesar la vita su di me, chi non lo sa che fra i peggiori danni il buio è la luce per chi ama Te?

Matt cantava con amore gli inni della Madon­na, specialmente quando i ragazzini si radunavano insieme al suono dell'Angelus a mezzogiorno. La mamma gli aveva insegnato ad amare Maria. Ma nel resto non si impegnava. Il maestro, sul regi­stro, scrisse una nota triste: «A Mitcher» cioè «poltrone».

Cresciuto libero e selvaggio fino a undici anni, preferiva marinare la scuola. C'era più gusto. Là dentro, in fondo, era una prigione.

L'anno dopo fu mandato a lavorare, piccolo incauto dodicenne. Il padre lo impiegò in un ma­gazzino di vini e di birra. Dopo poco tempo, Matt sentiva una voglia pazzesca di bere. E cominciò a bere allegramente.

A 16 anni, Matt era un alcoolizzato cronico che non si interessava più di nulla, né di feste, né di giochi o balli: solo il bere era per lui inte­ressante.

Lavorava senza risparmiarsi. Guadagnava di­scretamente, ma «beveva» quasi tutto. Anzi faceva debiti per bere. Vendette persino scarpe e cami­cia, pur di avere soldi per bere. Tuttavia aveva an­cora un certo senso della dignità personale: non era volgare, era ancora affettuoso e delicato con mamma e sorelle.

A suo modo, continuava ad essere devoto del­la Madonna: di tanto in tanto qualche Ave Maria, e alla domenica, la Messa, anche se ormai era di­ventato il povero schiavo del bicchiere di vino.

La mamma però non disperava di recuperare quel ragazzo. La gente del luogo diceva: «Povero Matt, va diritto al diavolo». La mamma gli sbarra­va la strada con una siepe di Rosari, sempre più spessa.

Eppure Matt fu un ubriacone fino a 28 anni. Un sabato del 1884

Non aveva avuto lavoro quella settimana. Era senza soldi: Sperava che gli amici lo invitassero a bere. Il bar era di fronte a lui, seducente. Ma nes­suno dei suoi amici si fermò per farlo bere. Lo de­ridevano allegramente: «Toh, vedilo, l'ubriaco, og­gi a bocca asciutta! ».

Matt andò barcollante fino al parapetto del ponte sul fiume. Provava vergogna di se stesso. Guardò un po' l'acqua che scorreva: veloce e scura del fiume Liffey. Tentato suicidio? Nessuno può dirlo... Si allontanò dal fiume e andò a casa, facendo gesti da rivoluzionario. Era ora di finirla con quel­la vita disumana. Si sarebbe tolto a viva forza, ce l'avrebbe fatta sarebbe riuscito ad essere un uomo normale.

Giunto a casa, la mamma rimase stupitissima: per la prima volta non era ubriaco: «Già qui, ra­gazzo mio?» gli disse. «Sì, mamma» - rispose. Ri­mase in casa anche dopo pranzo, poi disse alla ma­dre: «Vado a fare voto di non bere più».

Si recò da Padre Keane, docente del seminario di Dublino. Si confessò e chiese di fare il voto. Lo fece per tre mesi, come prova. La domenica suc­cessiva, Matt andò a Messa e fece, dopo tanti anni, la Comunione: «O Gesù, ti offro il desiderio bru­ciante di non più offenderti, di cominciare una vi­ta nuova con la tua grazia».

Potevano sembrare parole. Come resistere al­la voglia di bere?

La mattina dopo, il lunedì, era alla Messa del­le cinque, per essere sul lavoro alle sei. Da allora fece sempre così, tutti i giorni. Dopo il lavoro, per fuggire le cattive compagnie, andava in una chiesa lontana, a pregare fino all'ora di tornare a casa prima di notte.

La sorella Susanna diceva: «Matt è diventato un altro! ».

La mamma, trasecolata di gioia, continuava a dire Rosari, perché Maria lo sostenesse in quella lotta senza quartiere contro l'alcool e la bestialità. Matt conserverà sempre il ricordo vivissimo che la sua conversione era dovuta ai Rosari sgranati da sua madre, e che era avvenuta di sabato dedica­to alla Madonna.

Maria, la Madre di Cristo, e la sua mamma si erano accordate per ridargli la vita, quella vera.

Una vita completamente diversa

Ora era un convertito. D'accordo, ma quanta voglia di bere aveva ancora in corpo! Una voglia strana da strozzarlo. Eppure resisteva con una forza di volontà da far paura. Non si sentiva solo in quella lotta impari. Quando provava « sete », fug­giva dai bar come dalla peste, correva verso la chiesa, vi entrava, andava a mettersi ai piedi del Crocifisso, pregava: «O Maria, mia buona mamma... ».

I suoi compagni di bevute erano stupiti. Matt era diventato un altro, non solo perché non beveva più, ma perché voleva liberare gli amici dal vizio dell'alcool. Un giorno un amico, Pat Doyle, andò a cercarlo per portarlo al bar. Rifiutò e lo accompagnò, quasi furiosamente, presso una chiesa e lo af­fidò ad un sacerdote.

Pat si confessò di tutto il suo brutto passato, poi scappò via veloce. Anche lui aveva fatto voto di non bere piu!

Da parte sua, Matt capiva che ora doveva co­struire la sua vita in modo completamente nuovo. La sua istruzione era molto elementare, sapeva la­vorare duro, era irascibile, insomma sembrava un «masso di pietra» grezzo e spigoloso, ancora tutto da scolpire. Come avrebbe fatto a «sgrossarsi»?

Come prima e più di prima, continuò a lavora­re in modo deciso e costante, senza risparmiarsi. Poi riempì le sue giornate di letture spirituali, per istruirsi a fondo nella fede, di preghiera quasi ininterrotta, di penitenza, come un antico eremita. Il cuore, con il passare del tempo, gli ardeva di un amore fortissimo al Cristo e a Sua Madre. Questo amore lo trasformava dentro e fuori.

Dal maggio del 1884 aveva un lavoro fisso, a cui fu così fedele da meritarsi il titolo del «miglio­re lavoratore di Dublino». La sua giornata, piena di lavoro, si apriva alle 5, prima dello spuntare del sole, con la Messa e la Comunione. Prima aveva già pregato due ore a casa sua. Al ritorno dal lavo­ro, consumato un pasto frugale, ritornava a prega­re, a leggere cose spirituali.

Il sabato pomeriggio e la domenica, libero dal lavoro, li trascorreva inginocchiato, davanti al tabernacolo, in lunghe, interminabili ore di preghie­ra eucaristica. A volte, nei primi tempi, la sua vo­glia di bere ruggiva in petto. Fu tentato fortemen­te di rompere il voto, ma resistette, ed allora rinnovò il voto per altri sei mesi, poi per un anno, infine per tutta la vita.

La mamma, felice perché quel suo figlio «che era morto, ora era tornato in vita», lo sosteneva a resistere e lo affidava continuamente alla Madonna.

Dopo la sua conversione, andò ad abitare in una stanza da solo, vicino alla sorella Maria. La buona sorella testimonierà un giorno che Matt dormiva su un tavolaccio con ún tronco per guan­ciale. E che pregava sempre, quando era in casa. Voleva essere povero come Gesù. Nella stanza poverissima, non c'era che un letto di ferro, un ta­volo, una sedia, un Crocifisso. Si disfece di tutto. Si privò anche del fumo, oltre che del vino e della birra: e questo per lo stomaco di ex-alcoolizzato è un vero prodigio.

Dentro di lui cresceva l'amore verso il Cristo ed è questo che conta. Si mortificava per amare di più, per essere più libero per il suo Dio, per rasso­migliare di più al suo Signore Crocifisso.

Penitenza per liberarsi dal vino e da ogni lega­me con il negativo o il superfluo. Un tempo ebbro di vino, ora «ebbro di Dio», per il quale incatenava il suo corpo e trovava la libertà più vera. A noi non è chiesto di imitare la sua mortificazione se que­sta non è la nostra vocazione, ma a tutti è dato di imitare il suo amore al Cristo e la sua devozione filiale alla Madonna Santissima.

E Matt visse così per anni, passando di luce in luce...

Burlone e amico di tutti

Severo con se stesso, si scioglieva in tenerezza con gli altri. Tra i suoi compagni di lavoro, non so­lo era gentile, pronto sempre ad aiutare chiunque in qualsiasi difficoltà, ma aveva sempre la barzel­letta pronta, la battuta allegra per incoraggiare o sbloccare una situazione difficile e aspra.

Era sempre felice, di un'intima gioia. Parlava con schiettezza, teneva fede, e pretendeva che lo facessero con lui, alla parola data. Prestava dena­ro, voleva che gli fosse restituito... per poterlo do­nare con generosità, perché lui era fin troppo ric­co di Dio!

Nel 1909 cambiò lavoro e passò presso i Mar­tin, commercianti di legnami da costruzione, per­ché con il loro orario aveva più tempo per leggere, pregare, vivere la sua unione con Dio. Era diventa­to popolarissimo tra gli altri lavoratori che, ben­ché rudi, lo stimavano per la sua laboriosità, il buono umore, la vita santa che conduceva.

Alla sera, quando il lavoro cessava, accompa­gnava a casa i suoi compagni di lavoro e, durante il percorso, li invitava ad una visita in chiesa, per pregare Gesù nell'Eucarestia, e la «sua» Regina, la Madonna. Quegli uomini, dalle mani callose e dal­le parole «grosse», a volte volgari, lo rispettavano e lo seguivano; Matt aveva per loro l'autorevolezza della fede, dell'amicizia con Dio, della carità verso tutti.

Per conto suo era un eremita; con gli altri era migliore di un fratello.

Laico «consacrato»

Ancora giovane ebbe una proposta di fidanza­mento. Una ragazza che lo stimava, piuttosto ric­ca, gli propose il matrimonio: sarebbe stata felice con lui. Matt volle riflettere e fece una novena alla Madonna per essere illuminato sul suo futuro. Aveva allora solo trent'anni ed era molto equili­brato rispetto alla vita sregolata condotta prima.

Alla buona ragazza, disse di no: era stata la Vergine a dirgli di non sposarsi. Non avrebbe po­tuto congiungere la vita matrimoniale con lo stile che lui voleva vivere. E così disse ancora di no ad altre offerte di matrimonio. Non disprezzava cer­to il matrimonio, ma cercava per se stesso la «vo­lontà di Dio».

Il 18 ottobre 1891 entrò nel Terz'Ordine di S. Francesco, prendendo il nome di «Fra Giusep­pe». Si iscrisse pure all'Associazione di Maria Im­macolata e cercava di portarvi anche altri. Pro­prio presso l'associazione mariana, parlava in quegli anni il Padre gesuita Toni Murphy sui gran­di problemi della fede. Matt ne era entusiasta e s'industriava di portare i suoi amici ad ascoltare la parola di quel grande uomo.

Un'attività notevole come la sua, non poteva certo reggersi sul nulla. Gli era necessaria una vi­ta interiore ricchissima e insieme anche una pre­parazione culturale, religiosa, cristiana, capace di attrezzarlo ad essere un valido testimone di Cristo.

Matt diventò per questo un formidabile ed acuto divoratore di libri.

Leggeva assiduamente la Bibbia, meditandola nel suo cuore. Con la Bibbia tra le mani, pregava con fervore per comprendere la Parola di Dio e tradurla in pratica nella sua vita. Prediligeva il Deuteronomio e il Vangelo di Matteo, di cui porta­va il nome. Sui margini, diventavano sempre più fitti i segni ai passi che più lo avevano colpito.

Lesse altresì molti libri di spiritualità di otti­mi autori e libri di teologia, così da apparire esperto in questioni religiose. Approfondì le que­stioni della società e del lavoro nel suo tempo. Molti compagni lo consultavano e ne ricevevano risposte esaurienti. Un giorno un compagno gli pose un problema difficile... e Matt si procurò un li­bro facendolo arrivare da New York, spendendo lo stipendio di una settimana, pur di poter rispon­dere con competenza.

Appassionato dalla santità, desideroso di arri­varci, lesse numerose vite di santi, tra i quali si sentiva «a casa sua».

Nel mondo del lavoro, seppe essere vicino ai compagni, condividendo problemi e fatiche. Di lo­ro, del loro benessere, si interessava con un senso vivissimo dell'amicizia.

Un giorno, uno dei direttori dell'azienda gli domandò: «Il tale è arrivato in ritardo?». Gli rispo­se Matt: «Non desidero di ricevere di queste do­mande!» Poi andò a cercare l'amico e gli spiegò: «Non voglio mentire per coprirti».

Un'altra volta una signora vide nella tasca di Matt «un catechismo socialista del lavoro». Lo ac­cusò di essere marxista. Matt le rispose con parole di fuoco e la signora capì che quell'uomo era fede­lissimo alla Chiesa e nel medesimo tempo ai lavo­ratori.

Un collega parlò con lui di uno dei proprietari chiamandolo «padrone». Matt ribattè: «Non è il mio padrone, è solo un datore di lavoro. Io ho sol­tanto un Padrone in cielo».

Nel 1900 gli operai scioperarono, per una cau­sa che Matt ritenne giusta. E partecipò allo sciope­ro, senza ritornare al lavoro, fino a quando pensò bene farlo. Di nuovo scioperò nel 1913. Non bada­va al proprio interesse: i suoi colleghi gli misero tra le mani l'indennizzo di sciopero, ma egli lo pas­sò ai lavoratori più poveri.

E nelle vertenze di lavoro andava davanti al Tabernacolo a perorare i diritti dei lavoratori.

«Il cuor ch'elli ebbe»

Alla morte di due fratelli, bevitori incorreggi­bili, Matt pagò lui le spese per i funerali. Un gior­no, prima di convertirsi, aveva rubato il violino ad un mendicante. Pentito, andò a ricercarlo per re­stituirgli tutto. Il pover'uomo, nel frattempo, era morto e Matt fece celebrare per lui delle Messe.

Nel 1899 gli morì il padre. Matt andò ad abita­re con la mamma che diventò la testimone della sua profonda conversione. Quando la mamma mo­rì, Matt la pianse e ne suffragò l'anima con lar­ghezza riconoscente.

Ad alcuni compagni di lavoro, volle pagare un giorno un buon paio di scarpe per ciascuno: ne avevano bisogno. Prestava volentieri il suo dena­ro, ma non accettava più la restituzione. Venne una volta un religioso a far «la questua» nella dit­ta dei legnami dove lavorava e Matt gli diede tutto lo stipendio.

Aiutava i missionari, anzi fece studiare a sue spese alcuni aspiranti alla vita missionaria. Vole­va bene ai ragazzi. Thomas O'Kelly che diventò due volte Presidente dell'Irlanda, da ragazzo, tra gli otto e i quindici anni conobbe Matt Talbot, quando faceva il chierichetto. Scrive: «Gli parlai più volte. Ci conosceva e ci chiamava per nome. Ci dava buoni consigli. Certi ragazzi lo burlavano, ma non se la prendeva mai. Mai lo vidi adirato, era sempre calmo, sereno».

Ed amava la sua patria, l'Irlanda, pregava per la sua libertà, ricordava nella preghiera i suoi ca­duti e di essi conservava le foto ritagliate dai giornali.

Era diventato l'uomo dell'amore.

La sua capacità di amare gli veniva dalla pre­ghiera, intensa, fervorosissima, prolungata. Tutto il suo tempo libero lo passava in preghiera.

Scrive il Presidente O'Kelly: «L'ho visto fare la Via Crucis. Più di una volta lo vidi pregare con le braccia spalancate, ad alta voce, gli occhi rivolti al Crocifisso. Sembrava in estasi».

Sul lavoro, nei momenti di requie, estraeva di tasca il suo Rosario e pregava la Madonna. Arrivò ad alzarsi alle due del mattino, per poter pregare fino all'ora di Messa. Sulla porta della chiesa, an­cora a volte chiusa, si inginocchiava e pregava, qualunque tempo facesse.

La sua chiesa era «S. Francesco Saverio», ma di domenica frequentava diverse chiese, per parte­cipare a tante Messe, ognuna secondo un'intenzione diversa. Il suo secondo direttore spirituale, P. Michael Hickey, un prete straordinario, lo aiutò a trasformare tutta la sua vita in preghiera.

Si lasciava guidare: per questo non fu mai strano nelle sue manifestazioni. Un uomo tutto di Dio, ma sempre gentile, cortese, profondamente umano.

«La mia buona Regina»

Per tutta la vita Matt si ritenne un «privilegia­to» di Maria. Non era stata lei la buona Mamma che l'aveva aiutato a strapparsi al bere e l'aveva avviato sulla strada della conversione al Cristo? Dunque, con Maria, occorreva continuare il cammino.

La mamma, mentre negli ultimi anni della sua vita, abitava con lui, si alzava di notte per vedere il «suo bambino» che pregava la Madonna. Con la corona del Rosario tra le mani, Matt parlava con la Madonna.

Un giorno Matt disse alla sua mamma: «Nes­suno sa che buona Regina è Maria per me». Ogni gesto della sua vita, la preghiera, il digiu­no, gli atti di carità, il lavoro, tutto doveva essere ringraziamento per la conversione che Maria gli aveva donato. Gli sembrava di non poter mai fare abbastanza per quell'intervento della Madonna nella sua vita.

Al sabato digiunava in onore della Madonna. Ogni giorno diceva il Rosario intero di quindici de­cine alla Madonna. Lo testimonia anche il Presi­dente O'Kelly, che da ragazzo, vedeva spesso Matt in ginocchio sugli scalini della chiesa, col Rosario tra le mani, oppure all'altare della Madonna. Allo stesso modo raccomandava ai ragazzi di dire tutti i giorni il Rosario.

Parlava della Madonna ai suoi compagni di la­voro. Recitava tutti i giorni l'Angelus. Viveva uni­to alla Madonna la sua «vita con Maria»: ne rivive­va i sentimenti, la fede, l'adorazione umile a Dio, il servizio agli uomini.

«O beata Madre, ottienimi da Gesù di parteci­pare alla sua follia» - era questa la invocazione prediletta.

E alla sera si addormentava con una statuina di Maria col Bambino Gesù sul cuore.

Maria lo condusse a vivere un lungo ininter­rotto «a tu per tu» con Cristo. Per Lui voleva esse­re limpido, puro, senza macchia, come l'Immaco­lata. Aveva una fame senza limiti di Gesù, Pane della vita, che voleva ricevere ogni giorno nella Comunione.

Le ore libere del lavoro, le trascorreva davanti al Tabernacolo: sempre davanti al Cristo, con sua Madre, come per una cura di sole che lo penetras­se tutto e lo riempisse di amore. Arrivò a trascorre­re sette ore della giornata davanti al Tabernacolo.

Discorreva un giorno con una signora. Costei le confidò che era sola e desolata perché suo fra­tello era andato in America. Matt le rispose: «So­la?! Come può sentirsi sola con Gesù nel Taber­nacolo?».

Gesù-Eucarestia era divenuto il centro vivo della sua esistenza.

Sulla vetta

Nel 19201a sua salute si indebolì. Aveva 64 an­ni. Fu ricoverato al Mater Hospital. Il dottor Moo­re capì che stava curando un santo. Matt si riprese e ricominciò la scalata verso la santità. La vetta non era più lontana.

Nel 1923 fu due volte all'ospedale. Si riprese ancora. Un'altra ricaduta nel 1925, ma la sua fine sembrava ancora lontana. Lavorava ancora. Il 17 giugno, domenica, festa della Trinità, partecipò al­la Messa delle otto e fece la Comunione. Tornò a casa pallido, ma volle uscire di nuovo per parteci­pare ad un'altra Messa.

Stramazzò al suolo, colpito da infarto. Nella zona nessuno lo conosceva. Lo portarono all'ospe­dale. Morì quella sera, solo, poverissimo, scono­sciuto. All'indomani la sorella Susanna, non ritra­vandolo, andò all'ospedale e riconobbe la salma. Sui fianchi aveva una catena che gli stringeva le carni.

Il manovale di Dublino ora vedeva il volto di Dio e della sua Mamma, felice.

Il giovedì seguente, - solennità del Corpus Do­mini, si svolsero i funerali. Lo vestirono con il suo abito da Terziario francescano. Seguirono la sua bara i suoi amici operai, i suoi poveri che lui aveva aiutato di nascosto, perché solo Dio sapesse.

In breve tempo tutta l'Irlanda ne parlava. In soli sei mesi furono venduti centoventimila esem­plari della biografia.

I leaders sindacali irlandesi si dissero orgo­gliosi di porre una lapide commemorativa dove Matt era vissuto e lo considerarono uno dei fonda­tori del loro movimento, anzi «un faro di luce» per tutti i lavoratori.

Dopo i processi diocesani per sondare la sua fama di santità, iniziati nel 1931, e quelli apostoli­ci a Roma, Papa Paolo VI lo proclamo «Venerabi­le», cioè eroico nella sua vita cristiana. Lo stesso Paolo VI disse ad alcuni pellegrini di Dublino: «Ho letto la vita di Matteo Talbot; ne sono commosso. È tempo che venga canonizzato. Farò del mio meglio».

Matt Talbot, un povero facchino di Dublino, che Maria trasformò in un eroe del Cristo.

 

Cérès Syndika

«Non permettere, o Vergine santissima, che io abbia un giorno a dimenticare il mio dolce Gesù e a preferirgli le cose vane di questo mondo. Non abbandonarmi, o Madre, a Te inte­ramente mi affido, in Te ripongo la mia speran­za, perché Tu mi conceda la grazia di diventare cattolica».

 

Sulle vie del Bosforo

Crocevia delle genti è il Bosforo, posto tra il Mar Egeo e il Mar Nero. Luogo meraviglioso della terra è tutto uno scintillare di luci e di colori. Vi sorge Costantinopoli, l'antica Bisanzio, la moder­na Istambul. Un tempo capitale dell'Impero roma­no d'Oriente, oggi centro dell'Ortodossia, vi sono passate figure grandi e famose di imperatori, di ayatollah e di patriarchi, di teologi e di giuristi...

Il 2 ottobre 1875 vi nacque Cérès Syndika, una ragazza il cui destino sarà avventuroso e pieno di luce. Sua madre si chiamava Eugenia Sagredo e discendeva dai nobilissimi Sagredo, un tempo do­gi di Venezia. Il padre era un ricco borghese dedi­to ai traffici. Cérès era bella, intelligentissima ed attraente: possedeva la lingua greca con la raffina-

tezza dei lirici di Atene... Ma soprattutto - ed è ciò che conta - sapeva amare.

Prima di lei era nata Dora... Eugenia Sagredo, la loro mamma, educò le bambine ad una profon­da sensibilità religiosa nella Chiesa Ortodossa. Ogni giorno la preghiera come colloquio vivo con il Cristo, quel Gesù dal volto così maestoso come spiccava dall'icona, invocato con il nome di « Ky­rios », il Signore. Non le mancava la devozione alla Madonna, santa «Teotòkos» cioè Madre di Dio, co­me la pregano i cristiani d'Oriente.

Nel quartiere di Makri-Keui, Cérès incontrò, a undici anni, le Suore Domenicane di Mondovì (Cu­neo), giunte là come missionari del Cristo. Tra queste suore si distingueva, per l'ardore apostoli­co, Suor Gusmana Romanengo, colei che fonderà le Domenicane di Asti. Iniziava per Cérès una splendida avventura, un viaggio meraviglioso ver­so Dio.

«Il Cristo non è diviso»

Nell'Istituto delle Domenicane, dove aveva co­minciato a frequentare la scuola, Cérès osservava le suore che pregavano, che si accostavano felici all'Eucarestia che vivevano un clima festoso e pie­no di amore. Le volevano bene e non facevano pressione alcuna per «convertirla». Tuttavia Cé­rès non poteva fare a meno di domandarsi:

«Io amo lo stesso Gesù che voi amate. Perché non posso venire con voi a pregare? Come sarebbe bello ricevere con voi Gesù nella Comunione!».

Un giorno lontano, ai primi tempi della Chie­sa, Paolo di Tarso aveva scritto: «Una sola fede, un solo battesimo, un solo Cristo». Perché dunque le divisioni? Perché i cristiani hanno spezzato l'unità del Cristo e della sua Chiesa?

Le Domenicane le avevano dato da leggere la biografia di santa Teresa d'Avila, la gagliarda ri­formatrice del Carmelo. Cérès vide aprirsi davanti a sé degli orizzonti sconfinati di luce: se la vita è fatta per amare, soltanto Cristo poteva essere in totalità il suo unico Amore. Perché non rivivere la storia di intimità con Gesù di Teresa d'Avila?

Scrisse nel suo diario: «Voglio essere tutta di Gesù e non amare che Lui solo». Aveva solo tredici anni, ma tra lei e Gesù iniziava, pur nella fede or­todossa, un colloquio d'amore nel quale il divino Maestro le si rivelava. Il 15 marzo 1890 annotava: «Una sola grazia Ti chiedo, o Gesù, di tenermi lon­tana dalle vanità del mondo e di meritare di essere un giorno consacrata a Te solo».

Nel cuore aveva ormai il sogno di diventare cattolica. Ma come fare in quel suo ambiente fami­liare, così ostile alla Chiesa di Roma? Ciò che non è possibile agli uomini, lo è a Dio... e a Maria, Madre di Dio e Madre degli uomini, a cominciare da quelli che più soffrono e più cercano la Verità. E Maria aiuterà questa creatura gentile e fi­nissima a convertirsi dall'Ortodossia al Cattolice­simo e a diventare «Sposa» del Cristo nell'Ordine di S. Domenico. Le Domenicane, devotissime della Madonna, l'avevano invitata a buttarsi tra le sue braccia. Maria, Madre della Chiesa, Colei con la quale perseveravano gli apostoli e i discepoli di Gesù nell'attesa dello Spirito Santo a Pentecoste, l'avrebbe condotta tenendola per mano, alla vera Chiesa del Cristo.

Nel maggio 1890, Cérès compose una stupen­da preghiera alla Madonna:

«Non permettere, O Vergine santissima, che io abbia un giorno

a dimenticare il Tuo dolce Gesù e a preferirgli le cose vane di questo mondo.

Tu sai quanto io lo amo e che non desidero altro che di attaccarmi a Lui il più possibile. Tu conosci le difficoltà che mi restano ancora prima che possa raggiungere la gioia di diventare sua sposa».

Non abbandonarmi, o Madre, a Te interamente mi affido, in Te ripongo la mia speranza, perché Tu mi conceda la grazia di diventare cattolica».

Cérès cattolica

Nel 1892 Cérès raggiunse il padre che si era trasferito a Manchester in Inghilterra per ragioni di lavoro. Un'ortodossa in terra anglicana! Ma grazie alle Domenicane, nell'autunno entrava a studiare presso il «Convent of Loreto» tenuto da Religiose cattoliche. Era ancora una volta la Ma­donna che la guidava per mano. Cérès era felice, perché sperimentava la protezione del Cielo.

Tuttavia nel cuore aveva un dolore inconteni­bile. «Perché non posso ricevere anch'io il Cristo nell'Eucarestia, come le Suore?». Voleva diventa­re cattolica e al più presto. Ma le difficoltà non erano diminuite. La sua famiglia stava vivendo un dissesto economico molto duro. In casa, i suoi ge­nitori, conosciute le sue intenzioni, la amareggia­vano con minacce. Le croci si aggiungevano alle croci.

Eppure Dio l'assisteva. Bastava voler sempre fare la sua volontà.

Da parte sua Cérès pregava e adorava Gesù, suo unico Amore, con desiderio struggente. Era diventata sempre più raffinata la sua cultura: suo­nava il pianoforte, dipingeva con gusto, conosceva perfettamente il greco e parlava correttamente il francese, l'inglese, il tedesco e l'italiano. Poteva aspirare ad una brillante carriera nel mondo, ma Cristo, «il Cristo Romano», l'aveva sedotta.

Un po' di nascosto, un po' sfidando le ire dei genitori, cominciò a frequentare la Messa cattoli­ca. In casa i suoi la facevano soffrire. Ella era deci­sa a compiere il grande passo. Dopo aver pregato a lungo, ed essersi consigliata con le suore e per lettera con le Domenicane di Mondovì, sue antiche maestre a Costantinopoli, espose la sua situazione al Vescovo cattolico di Manchester.

Monsignor la accolse come un padre. Cérès gli spiegò tutto: desideri, sogni, difficoltà, spine ed amarezze. Il 7 ottobre 1896, festa della Madonna del Rosario, il Vescovo l'avvertì di trovarsi, la mattina seguente, nel suo palazzo. Cérès capiva che oramai era giunta la sua ora, «l'ora» di Gesù.

Prima dell'alba, con ogni attenzione per non essere scoperta, si recò in Vescovado: nelle mani del Presule, pronunciò «l'abiura» dell'Ortodossia e giurò la sua fedeltà alla Chiesa di Roma. Poi par­tecipò alla Messa e ricevette la sua prima Comu­nione, secondo il rito cattolico.

Era felice, profondamente felice. Quel giorno, col cuore che le scoppiava per la gioia, scrisse a Suor Giuseppina Ghiglia, la sua Maestra di Makri­Keui: «Sono finalmente cattolica e ho ricevuto il mio diletto Sposo nel mio cuore». Poi rivolta a Ge­sù, qualche giorno dopo scriveva:

«O Gesù, il mio cuore sospira dietro a Te come il cervo assetato anela ad una fonte di acqua viva.

Vieni presto a prendere possesso del mio cuore, che d'ora in poi vuole essere tuo e per sem­pre tuo...

In mezzo a tutti gli ostacoli che mi si leveranno contro, io mi ricorderò che non sono sola e che Tu sei con me e con Te la vittoria è sicura.

Quando contemplo, o Gesù, il calice di umiliazioni che hai voluto bere fino in fondo, io resto tutta confusa di non aver l'animo di berlo con Te.

D'ora innanzi voglio abbassarmi più che potrò ai Tuoi occhi, agli occhi miei, agli occhi degli altri».

Ma quel giorno della sua conversione, giunta a casa, la mamma le rovesciò sul capo un monte di rimproveri. Così fece il padre al suo rientro dal la­voro. Cérès non si arrese. Sapeva che davanti alla Verità non si può esitare e che chi ama il padre e la madre più del Cristo, non è degno di Lui. Ben­ché «guardata a vista», trovò diverse volte la pos­sibilità di uscire di casa per andare a ricevere l'Eucarestia.

Cominciò a maturare il progetto di abbando­nare la famiglia per assicurarsi la libertà di vivere liberamente il Cattolicesimo e di farsi suora, come desidevara dai tempi della sua fanciullezza. Ne parlò col Vescovo, il quale approvò la sua idea e le regalò una forte somma di denaro per compiere il viaggio in Italia.

Il 19 marzo 1900, di sera, Cérès, con l'angoscia che le opprimeva il cuore, abbandonò la sua fami­glia e si recò a Londra... Sola, sperduta nella capi­tale britannica, riuscì con l'aiuto di un'agenzia di viaggi a partire per l'Italia. Era il volo verso la pa­tria sognata del cuore.

Giunse a Genova alla fine di marzo. Lì l'atten­deva Suor Gusmana Romanengo. L'Italia era il porto sospirato dove poteva consacrarsi al Cristo. Ma non era ancora finita l'avventura...

Sposa del Cristo ad Asti

Seguì Madre Gusmana a Mondovì, nel suo convento. Cérès, benché lontana da casa, abbandonati i suoi con la fuga, era felice. Alla fine di apri­le, i suoi genitori, da Manchester decisero di tor­nare a Costantinopoli. Passarono per Genova e Cé­rès andò a incontrarli. Era la riappacificazione totale con i genitori e la sorella.

Nel giugno del 1901 andò con Madre Gusmana a Peveragno (Cuneo), dove la buona religiosa ave­va aperto una Casa. Le affidarono un incarico di insegnamento tra le ragazze. Fu per quelle adole­scenti un'esperienza meravigliosa: sembrava che avessero tra loro un angelo. Intanto si preparava con fede e con amore ardenti alla vita religiosa.

Alla fine del 1901 tornò a rivedere i suoi cari a Costantinopoli. Sperava di convertirli al Cattoli­cesimo con l'aiuto di Dio. In casa tutti le volevano bene e nessuno più osava contrastarla. Rimase con loro circa un anno, nel quale non sognò altro che di tornare in Italia, presso le Domenicane di Madre Gusmana.

Intanto la stessa Madre Gusmana con il per­messo dei superiori, volendo riportare la comunità religiosa a cui apparteneva, di piu all'osservanza della primitiva regola di S. Domenico, il 22 luglio 1901, come si è già detto, aveva aperto con alcune suore e Cérès una Casa a Peveragno... Nel maggio 1902, Mons. Arcangeli, Vescovo di Asti, chiamava nella sua città le domenicane di Peveragno e offriva loro la possibilità di aprire un convento in Via Arò, 8, presso la parrocchia di S. Maria Nuova.

Nel dicembre del 1902 Cérès giungeva a Geno­va, dal Bosforo. Madre Gusmana Romanengo la accoglieva nel suo conventino di Asti, aperto da pochi mesi. Era il dolce cenacolo dove finalmente sarebbe diventata «la sposa del Cristo» per sempre.

Ancora una volta le fu affidato un gruppo di bambini da educare. Cérès li portava tutti all'in­contro con Gesù: li seguiva uno per uno, li istrui­va, li educava, faceva loro gustare la bellezza della preghiera davanti a Gesù Eucaristico. Era molto felice. I bambini erano rapiti da quella creatura celestiale.

Il 25 marzo 1903, festa dell'Annunciazione di Maria e dell'Incarnazione del Verbo, Mons Arcan­geli, Vescovo di Asti, nella sua cappella rivestiva Cérès del bianco saio di S. Domenico. Cérès davve­ro si avviava a diventare la donna di un solo Amo­re, il Cristo che è l'Amore Infinito.

Volle chiamarsi, cambiando nome, come si usava allora, Suor Maria Giuseppina di S. Cateri­na: «Maria», in onore alla Madonna, che l'aveva protetta e guidata sempre; «Giuseppina», in ricor­do della sua Maestra Suor Giuseppina Ghiglia; «di S. Caterina», perché sceglieva come modello di vi­ta, la vergine senese di cui ammirava le lettere stupende.

In quel giorno, il più bello della sua vita, Suor Giuseppina scrisse:

«Il primo a chiedere gli affetti del mio cuore fu il più bello, il più ricco, il più nobile di tutti gli sposi: ho scelto come unico Amore dell'anima mia Gesù Cristo e voglio essergli fedele fino alla morte. Pre­gherò, soffrirò, opererò per Lui, con Lui e in Lui».

Novizia domenicana, le diedero l'incarico di sacrestana... Suor Giuseppina era più contenta di una regina: avrebbe trascorso ore ed ore ad adora­re il Cristo vivo nell'Eucarestia, a Lui avrebbe por­tato gli altri, con Lui avrebbe pregato il Padre per la salvezza del mondo. Per Lui, come il cero acceso che indica la presenza eucaristica in tutte le chie­se, si sarebbe consumata in olocausto d'amore per indicare il Salvatore alle anime.

Le affidarono pure alcune allieve, come inse­gnante di francese e di inglese. Nella giovane suo­ra e professoressa, era felice scoprire la prepara­zione culturale, quasi il genio di un'eccezionale studiosa poliglotta, ma era ancora più meraviglio­so vedere la presenza di Gesù vivo ed operante.

Suor Giuseppina nel suo diario lasciava cade­re accenti di fuoco: «Come potrò seguirti, o Cristo, se mi manca l'umiltà, fondamento di ogni virtù? D'ora innanzi voglio abbassarmi di più ai tuoi oc­chi, agli occhi miei e altrui. Voglio bere con Te il tuo Calice».

Novizia semplice, limpida come il cristallo che riflette il sole, innamorata della povertà, ama­va mettersi all'ultimo posto e dedicarsi ai lavori umili... Dentro, sempre più forte la passione per Gesù, suo primo ed ultimo Amore.

E così il 5 maggio 1904, Suor Giuseppina Cé­rès Syndika fece la sua prima professione religio­sa emettendo i voti di obbedienza, povertà e casti­tà, davanti al Vescovo, nelle mani di Madre Gusmana. Di quei giorni meravigliosi lasciò trac­cia nei suoi appunti. Comincia col rivolgersi alla Madonna:        

Maria, nelle tue mani, io metto questo ritiro che forse sarà l'ultimo della mia vita. Aiutami a conoscere me stessa, ad essere fedele alla voce del mio Dio ed ottienimi la grazia di compiere tutto ciò che mi domanda. Tu, o Madre, che mi hai sempre pro­tetta, concedimi di morire piuttosto che essere infedele a Gesù per cui voglio vivere e consumare la mia vita».

Al «suo» Cristo scriveva:

«Gesù, io voglio amarti immensamente amarti.

Prendi il mio cuore, tienilo stretto al Tuo, fa.' che arda di amore per Te solo, voglio essere tutta Tua...

Nelle tue mani, o Gesù, tutta mi abbandono...

Tu sai che il più ardente, l'unico desiderio è di volare presto vicino a Te.

Là non temerò più di offenderti, né di per­derti».

E Lui viene

Non era passato un mese dalla sua professio­ne religiosa. Suor Giuseppina non aveva ancora compiuto ventinove anni... Ma ormai la sua salute, che non era mai stata florida, veniva affievolendo­si. Le settimane di maggio furono dòlorose per l'aggravarsi di un antico disturbo al capo. Le cure - di quei tempi - non valsero a nulla.

Il 3 giugno 1904 non poté alzarsi per la Messa, sofferente di un fortissimo mal di testa. Alle quin­dici dello stesso giorno, disse a Madre Gusmana che non la lasciava un istante: «Sento una corona di spine attorno al capo, ma tutto sia per amore e in unione a Gesù». La terapia iniziata dal medico risultò subito inutile. Alle ventitré afferrò la mano di Madre Gusmana, la strinse forte, come per un definitivo congedo dalla terra, e spirò serena.

Cérès, questa figlia luminosa dell'Ortodossia Greca, che aveva trovato la pienezza della Verità nel Cattolicesimo, guidata da Maria, santa «Teotòkos», andava, primo venerdì del mese di giugno, incontro al Cristo per dimorare in eterno sul Suo Cuore eternamente palpitante d'amore.

 

Alessandra Di Rudinì

«II miracolo della mia conversione, il nuovo orientamento della mia anima è di un ordine superiore alle guarigioni più straordinarie di quel luogo privilegiato che è Lourdes».

 

Ragazza terribile

Il padre era Antonio Starabba, marchese Di Rudinì, di Palermo, ma i cui avi erano di origine spagnola. Uomo politico, diventò, verso la fine del secolo scorso, Capo del Governo italiano. La ma­dre, Contessa Maria de Barral, francese, ma  di ascendenza greca, donna dolcissima, ebbe una vi­ta infelice: trattata come pazza, nel 1887 venne rinchiusa in una casa a Roma.

Da questi genitori, nacque Alessandra, il 5 ot­tobre 1876, a Napoli. La mamma depose nel cuore della piccola i primi germi della fede, ma Alessan­dra, rimasta presto priva di lei, crebbe in un am­biente brillante e mondano dove conobbe i tipi più illustri dell'Europa del suo tempo.

Il marchese Di Rudinì volle che studiasse nei migliori collegi d'Italia, a Trinità dei Monti a Ro­ma, poi a Poggio Imperiale a Firenze. Nell'ambien­te di collegio, Sandra una ne pensava e due ne faceva.

Un giorno era sparita. La cercavano in tutti gli angoli. Si mise a soqquadro il collegio. Nessuno riusciva a trovarla. Quando fu sazia dello spetta­colo e dello scompiglio creato, si diede alle risa dal folto di un albero del giardino dove si era ar­rampicata.

Un'altra volta le collegiali, entrate in cappel­la, nella semioscurità della sera, si accorsero di un brutto tiro. Avevano la fronte e le mani macchiate d'inchiostro, inspiegabilmente. L'unica a non es­sersi macchiata era Sandra. Che cosa era succes­so? Sandra aveva riempito di inchiostro la va­schetta dell'acqua benedetta all'ingresso della cappella. Tutte si erano segnate la fronte... con quell'inchiostro, meno lei.

Una mattina, all'ora del catechismo, Sandra era assente. La suora ne era quasi contenta. Ma ec­co, proprio durante la lezione, la ragazza terribile saltò fuori da un armadio, creando lo scompiglio tra le compagne.

La cacciarono dal collegio. Che andasse a scuola dove volesse.

Fuori dal collegio, le misero in mano la Vita di Gesù di Ernest Rénan. «Quel giorno - ebbe a dire - fu uno dei più tristi della mia vita. Sentii che la mia vita perdeva la sua unica ragion d'essere».

Una dea a cavallo

A quindici anni era già una signorina perfetta. Alta più di un metro e ottanta, aveva un volto di una stupenda bellezza greca, folta capigliatura bionda, gli occhi azzurri vivissimi e profondi, lam­peggianti con guizzi d'acciaio, intelligentissima, volitiva. Sembrava una dea miracolosamente ap­parsa dalle onde del mare, come si raccontava nel­la mitologia greca.

Nei salotti che frequentava, insieme al padre, uomo politico, era lei la dominatrice con il suo fa­scino. Senza essere schiava della moda, né indul­gere a svenevolezze, era signorile, elegantissima. Ma spesso si presentava in società con i calzoni e il frustino da cavallerizza. La sua grande passione erano i cavalli. Le sue compagne dell'alta società dovevano saper dipingere e suonare. Sandra aveva una scuderia con quattordici cavalli puro sangue. Ed ella correva, libera e gagliarda, per i prati e boschi di Roma o di Palermo, attirando gli sguardi, l'ammirazione e l'invidia di molti. Il pa­dre la adorava e sognava la figlia, sposa di qualche principe di casa reale o imperiale d'Europa. Per un momento pensò ad un matrimonio con il Gran­duca Sergio, della stessa famiglia dello Zar di Rus­sia. Ma Sandra rinunziò, perché le era stata posta la condizione di abbandonare la Chiesa cattolica, per entrare nella Chiesa Ortodossa.

Molti la desideravano come sposa, ma Sandra a diciotto anni, sposò colui che il suo cuore sapeva di amare davvero: il marchese Marcello Carlotti di Verona, un'anima di sognatore, di studioso, di mu­sico, di scettico e di stoico.

Al suo Marcello si diede con tutta la sua ar­dente passione e fedeltà di sposa. La loro unione, nel giro di tre anni, venne arricchita da due loro creature: Antonio e Andrea. Entusiasta anche del­la bellissima villa sul Lago di Garda, Alessandra sposa e mamma poteva considerarsi una donna felice.

Non le mancava nulla. Viveva come una giova­ne regina. Bella, ricchissima, innamorata, ammi­rata ed invidiata. Che cosa voler di più dalla vita? I giorni del dolore

Nella primavera del 1900, Marcello fu colpito da una tubercolosi galoppante. Alessandra, davan­ti allo sposo amato, diventò eroica; Diventò l'infer­miera ammirabile del marito, che la morte stava per strappargli.

Marcello, verso la fede era un povero scettico. Sandra era devastata da una crisi di fede e ormai lontana da ogni pratica cristiana. Eppure si ricor­dò del Cristo Salvatore. Al suo Marcello morente, domandò se voleva un sacerdote. Intanto aveva già contattato un santo prete di Verona, don Fran­cesco Serenelli.

Il marito si spense, lasciandola vedova a ventiquattro anni. Uno schianto terribile. Sola, con due piccole creature da crescere e da educare.

Il padre, il marchese Di Rudinì, cercò di di­strarla, proponendole viaggi e feste nel suo ambien­te brillante di uomo di stato. Nel 1903 era a Roma, per le feste, in aprile per la visita del Kaiser Gugliel­mo di Germania, in maggio per la visita dello Zar di Russia. Andò a Parigi, dove frequentò i cenacoli let­terari e partecipò alle colazioni con Zola e Anatole France, che la lasciarono di ghiaccio.

Solo uno di quei viaggi l'aveva segnata profon­damente. Nel 1901 era stata in Marocco, dove si re­cò a consultare un vecchio marabutto, un uomo di Dio. Quella specie di patriarca biblico la guardò a lungo, poi scandì queste parole:

«Tu avrai tutto: splendore, ricchezza, amore... Poi avrai ancora tutto: sofferenza, povertà, freddo... ».

Alessandra si allontanò in silenzio, senza chie­dere altro.

Era felice? Nel cuore una prorompente capaci­tà di amare, sotto mille forme.

Se usciva di casa col borsellino pieno, tornava senza un soldo, perché dava tutto in elemosina. Ma, pure provava un sottile piacere nel soppiantare nel­le rivalità femminili, tutte le avversarie. Se c'era Sandra in un salotto, le altre donne erano costrette ad eclissarsi.

Nel novembre del 1903, partecipò a Firenze al­le feste per il matrimonio del fratello. Vi era pure Gabriele D'Annunzio, allora legato ad Eleonora Duse. Il poeta rimase folgorato da Alessandra e cominciò le sue manovre di seduttore.

La Duse si ritirò, certa di essere «sconfitta». Sandra diventò «la compagna» del D'Annunzio. Non badò allo scandalo, né alle ire del marchese Di Rudinì: nessun freno, nessun ritegno, nessun ri­spetto della sua posizione la trattennero più.

I figli li sistemò nel Collegio dei Gesuiti a Mondragone e non lasciò mai mancare nulla, ma che esempio dava loro una madre come Sandra? Comunque sia, per tre anni la donna, bella come dea, visse una vita di sogno convivendo con Ga­briele alla villa della Capponcina, presso Firenze.

Ma quella, neppure quella, era la gioia per il cuore di Sandra.

Nel 1906, ricoverata in una clinica di Firenze, dovette essere operata per tre volte, sospesa tra la vita e la morte. Il padre non si fece vivo al suo ca­pezzale. Il poeta le dedicò una pagina delle Faville del maglio e poi le consegnò manoscritto per lei il poemetto Solus ad Solam.

Quando la convalescenza si faceva prometten­te, D'Annunzio cominciò a guardare altrove. Appe­na Sandra si accorse che un'altra donna - Giu­seppina Mancini, soprannominata Amaranta - era entrata nella vita del poeta, tutto fu finito. Gabriele per lei non esistette più. Sandra ritrovò tut­ta se stessa.

Ancora infelice, ancora alla ricerca della gioia e della vita vera.

Accanita ricerca di luce

Era altrove la fonte della felicità. Cercarla per Sandra era come inoltrarsi in una foresta immen­sa senza sentieri. Tuttavia iniziò il cammino: sa­rebbe arrivata certamente. A Renata, figlia del D'Annunzio, la quale era credente, un giorno dis­se: «Te beata! E prega Dio che ti sia risparmiata la terribile angoscia del dubbio che a me toglie ogni serenità. Tu non sai che cosa sia cercare e non tro­vare la luce: è infelicità della vita».

Coltissima, plurilingue, poteva leggere di tut­to, dai Vangeli e San Paolo, ad Harnak e Rénan. Immersa nel positivismo e nella negazione di Dio, non trovava risposta alcuna ai grandi interrogati­vi dell'esistenza che la dilaceravano: «È il proble­ma terribile della vita e della morte che la filosofia materialista lascia insoluto».

Don Serenelli, interessato per la morte del marito, la aiutò molto, ma in modo più decisivo la aiutò l'abate Gastone Gorel, che Sandra aveva chiamato dalla Francia, nel 1909, come cappellano di Villa Carlotti a Verona.

Quando don Gorel si accorse che il demone di Sandra era il positivismo razionalistico, tagliò corto e la invitò a recarsi a Lourdes.

Là, alle falde dei Pirenei, l'umile Vergine di Nazareth attendeva la nobildonna inanellata di diamanti, ma povera nel cuore, più di una zingara.

Lourdes: «Il Cristo è vero!»

Aveva scritto in una lettera: «L'abisso è davan­ti a me. L'umano cade. È caduto. E il divino sfug­ge. L'orrore di questo vuoto atroce non può essere detto da parola umana. Perché viviamo? Beato chi risponde con sicurezza alla domanda eterna» Partì da Verona, guidando la sua lussuosa au­to, ella stessa. Nel cuore una grande speranza. Nella mente il dubbio che ancora la rodeva. Tutta­via, consapevole che nel Cristianesimo, in fondo, stava la Verità, aveva già ripreso a frequentare i sacramenti. Ma voleva la fede di una mente illumi­nata e sicura, non «all'acqua di rose».

Giunta a Lourdes, fu colpita dallo spettacolo di quella immensa sofferenza ai piedi della Vergi­ne Immacolata. Una signora francese, completa­mente cieca, era guarita invocando la Madonna, sotto gli occhi di Sandra.

Il dottor Boissarie, il medico presidente del­l'Ufficio che constatava i «miracoli», le documen­tò, con prove ineccepibili, la verità del fatto della guarigione straordianaria della povera cieca. San­dra le oppose tutte le difficoltà possibili, poi si ar­rese: era un vero miracolo, o almeno un fatto in­spiegabile.

Dunque a Lourdes, il Cristo operava servendo­si di Sua Madre? Era póssibile.

E Sandra fece pure esperienza del miracolo della carità che fioriva presso la Grotta. Incontrò una contessa che si dedicava alla cura degli infer­mi. Un ex-colonnello si era fatto umile porta­malati. La nobildonna ne provò un'impressione grandissima.

La Madonna santissima la guardava dalla grotta. Nel cuore agiva con forza potente il Cristo Gesù. Fu per Sandra la salvezza. Tutti i sistemi, tutti i dubbi, le obiezioni caddero davanti alla lu­minosa realtà della fede che le sgorgava in cuore nella cittadella di Maria.

Il naturalismo? Il positivismo? Il razionali­smo? Erano tutte chimere. Solo il Cristo era la Ve­rità. E Sandra abbracciò il Cristo per sempre, il Cristo che le offriva in dono sua Madre, Maria, l'Immacolata.

Nella chiesetta del Carmelo di Lourdes, San­dra entrò in Confessione, poi si accostò alla Comu­nione. Aveva detto un giorno Gesù: «Io faccio nuo­ve tutte le cose» (Ap. 21,5). Sandra possedeva, per Sua grazia, un cuore nuovo. Scrisse ad un sacerdote: «Quando penso a quel che ero e a quel che ora sono, non mi ricono­sco più. I miei pregiudizi, le mie idee sono sparite. Il miracolo più grande è quello della mia conver­sione in questo luogo privilegiato». E ancora. «Uno dei miei errori era stato quello di pensare che si poteva ritornare alla fede del battesimo con mezzi naturali, con la propria intelligenza, il pro­prio giudizio, i propri studi: devo ammettere che essi sono insufficienti e inefficaci. Solo la grazia divina può comunicare la fede facendola rinascere ad una vita nuova».

Con il cuore rifatto a novità, che cantava a fe­sta, Sandra ritornò da Lourdes.

Verso il Carmelo

Nella sua villa sul Garda cominciò a vivere co­me una carmelitana. La parola «Carmelo» si era già, nel passato, affacciata alla sua mente, come un traguardo lontano, ma che Sandra vedeva rea­lizzabile.

Ora dormiva su un ruvido saccone. Ai piedi portava solo sandali. Trascorreva lunghe ore in preghiera ai piedi del Tabernacolo. Imparò la reci­ta del brevario e non la lasciò più. Lesse le opere di Teresa d'Avita e di Giovanni della Croce.

«La marchesa Carlotti o diventerà pazza o si farà santa» - commentava il parroco. Le camerie­re erano trasecolate, fuori di sé.

Intanto i due figli, Andrea e Antonio, cresciuti in collegio, non erano molto legati alla madre. Pensavano di darsi alla carriera militare. Dal 1908 Sandra li aveva voluti con sé. Erano svogliati nello studio e refrattari alla fede.

Mentre nutrivano grandi sogni per l'avvenire, il male che aveva ucciso il loro padre si manifestò anche in loro.

Sandra decise: sarebbe diventata carmelitana a Paray-le-Monial in Francia. C'era ancora la diffi­coltà dei figli da sistemare, ma Sandra portò ra­gioni così forti che la priora dovette accettarla. Nell'ottobre 1911 a trentacinque anni, la marche­sa Alessandra Di Rudinì diventò nel monastero del Carmelo «Suor Maria di Gesù».

Aveva trovato il suo posto, dove Dio l'aveva voluta da tutta l'eternità. Cominciò a scrivere le sue note spirituali lasciateci nel «Cahier vert». Al­l'inizio, tra il 1912 e il 1913, passò attraverso pro­ve interiori durissime a cui si aggiunsero le diffi­coltà climatiche, le sofferenze fisiche.

Tra il 1916 e il 1917 le morirono i due figli. Se­guì la morte del fratello Carlo. Suo padre era mor­to nel 1908. Scriveva Suor Maria di Gesù: «Non ho più su questa terra alcun legame, nessun amore, nessuna tenerezza umana: i miei ricordi migliori si riassumono nella Croce».

Guida e Fondatrice

In una preghiera che non aveva soste, nel rap­porto continuo con la Madre Priora che l'aveva ac­colta, Suor Maria di Gesù diventò in breve una carmelitana matura, dotata di eccezionali carismi.

La priora la volle presto Maestra delle novi­zie. Alla morte della priora, le consorelle elessero lei, suor Maria di Gesù, priora del Carmelo di Paray-le-Monial. Nel suo priorato, fu esemplare: buona, materna, esigente, dotata di forte com­prensione delle anime, capace di guidarle a Cristo, all'unione mistica con Lui.

Finita la guerra, riprese i lavóri per finire il monastero di Paray. Dalle varie eredità familiari, della madre, del padre e del marito, ebbe tra le mani milioni di denaro. Volle fondare tre mona­steri nuovi.

Valenciennes fu la prima di queste fondazio­ni, che le costò otto anni di fatiche e di impegno eroico. Il secondo fu il Carmelo di Montmartre, voluto dallo stesso Cardinal Amette, Arcivescovo di Parigi. Seguì la fondazione del Carmelo Le Re­posoir in Alta Savoia.

Nel cuore di Suor Maria di Gesù non c'era or­mai che un grande amore che la divorava come il fuoco: l'amore per Cristo, che Maria aveva semi­nato nella sua anima. Ella, travolta da questo amore, dichiarava che la vita religiosa al Carmelo doveva essere «vita di amore senza confini», non solo osservanza formale delle regole. Una postu­lante non va giudicata da ciò che è, ma da quello che può divenire».

Nel 1930, in autunno, sfinita dal lavoro e dalla dedizione al Dio-Amore, si recò al suo Reposoir, in Alta Savoia. Le sue condizioni di salute erano or­mai disastrose. Operata tre volte in una clinica vi­cina, il 29 dicembre 1930 ricevette gli ultimi sa­cramenti.

Nella notte tra il l ° e il 2 gennaio 1931, sentì che lo Sposo adorato la chiamava alle nozze. Con la fronte aureolata di pace e di gioia, dopo le pre­ghiere degli agonizzanti, disse con voce fievole ma chiara: «Nelle tue mani, Signore, consegno il mio spirito».

Tutto le era stato perdonato, perché aveva molto amato. Il Dio dell'amore, non solo le aveva fatto ritrovare, per mezzo di Maria, l'innocenza perduta, ma, al Carmelo, l'aveva fatta più bella e più splendente di prima.

Alessandra Di Rudinì Carlotti, Suor Maria di Gesù: capolavoro stupendo della misericordia di Dio.

 

Il capitano Darreberg

«Che Gesù pianga sulla sua patria e su Gerusa­lemme, è triste, ma che la Santa Vergine, sua Madre, pianga a causa della nostra malvagità, questo mi ha fatto male al cuore. Non trovate che ciò sia tragico?»

 

Campo di concentramento

Ottobre 1940, in un campo di concentramen­to, presso Stoccarda, in Germania. Vi si trovano prigionieri, da alcuni mesi, soldati e ufficiali fran­cesi. Vita dura, da lager. Il comandante tedesco, Hoffmann, è duro, senz'altro, ma il suo stile è po­co nazista...

Tra gli ufficiali francesi, c'è il capitano Darre­berg: prigioniero, come gli altri, non ha però perso il suo sorriso pronto, la sua allegria. Qualche volta è spassoso e se la ride alle spalle di quei tedeschi, che quando parlano, sembrano latrare.

Chi lo vede, col suo corpo asciutto, agile, sca­vato, esclama: «Quello ha una salute da... fil di fer­ro». Tra gli amici di Darreberg, il cappellano, non perché sia credente, ma perché quel prete gli ap­pare intelligente ed amico.

Una sera, all'inizio della prigionia, il giovane sacerdote aveva radunato i suoi uomini ed aveva parlato loro della Madonna: è la madre di Cristo e il Cristo l'ha donata a noi come madre. Di tanto in tanto, Maria torna sulla terra, a parlare con gli uo­mini suoi figli, che non fanno altro che offendere Dio. Un giorno, del 1846, sulla montagna de La Sa­lette, due pastorelli, Massimo e Melania; hanno vi­sto una bella Signora che piangeva e piangeva... Era Maria, che piangeva sulla malvagità degli uomini.

I giovani prigionieri avevano ascoltato quella storia: alcuni già la conoscevano, altri forse no... Il capitano Darreberg sorrise beffardo.

Il 2 ottobre 1940, il simpatico ufficiale fermò in un angolo del campo il cappellano:

«Amico mio, la storia de La Salette è una di quelle storielle che voi preti sapete raccontare. Qualcuno è rimasto sconvolto, ma io... io non cre­do più a nulla. Credo solo che gli uomini sono stu­pidi e malvagi: ecco tutto».

Il prete ascoltava in silenzio! L'ufficiale aggiunse:

«Ma io voglio andare sul posto a La Salette a rendermi conto della vostra storia. Giunti a Lione, per dove ci si infila?».

Il cappellano gli descrisse il percorso.

- «Se ci andrete, rimarrete sconvolto spiri­tualmente. Ma chissà per quanto ancora vi tocche­rà arrugginire qua dentro! ».

- Cappellano, stasera io mi sgancio. - Che cosa dite?

- Dico che sono stufo di questa vita. I tede­schi non sono di buona compagnia. Ci urlano nelle orecchie da mane a sera. Ho mal di stomaco a fu­ria di sentirli. Adesso vado... Fra due settimane vi mando un rapporto informativo sulla vostra pia leggenda della Signora della montagna.

Darreberg sorrise ironico. Diceva sul serio o scherzava? Chi poteva capirlo?

Il cappellano si sfilò un biglietto da cento marchi e lo mise furtivamente nelle mani di Dar­reberg. L'ufficiale, con fare sonnacchioso, si acce­se una sigaretta.

Alla sera, tutti gli ufficiali francesi erano sul­l'attenti. Il generale tedesco li passa in rassegna. Darreberg soffia all'orecchio di un colonello francese:

- Quel tedesco ha la testa di Ramses.

- Quale Ramses? - domanda il colonnello. - Parbleu! Ramses 2°, quello scemo della XX dinastia.

E scatta sull'attenti.

Notte di fuga

Verso le 18 arriva un camion carico di sacchi di pane. Gli addetti ne scaricano trecento pagnotte. Capitano Darreberg osserva fumando una si­garetta e meditando «il delitto».

Di soppiatto si allunga sotto i sacchi rimasti. Un amico gli dice piano:

- In bocca al lupo, vecchio mio. Il camion riparte.

Cala la notte.

Tra le baracche circola una voce: «Darreberg è scappato».

Il capitano Pasquelle commenta: «Non ci riuscirà».

- A meno di un miracolo - interrompe il te­nente Martin.

Nella baracca IX, il tenente Terrier cambia il suo saccone con quello di Darreberg. Il tenente Courtet, a sua volta, scambia la sua tenuta con quella dell'evaso.

- Se domani i tedeschi porteranno qui i loro cani poliziotto, annuseranno me. Ci sarà da diver­tirsi assai - commentano.

Per tutta la notte, gli aerei inglesi sorvolano Stoccarda e bombardano. Le tenebre sono lacera­te dalle esplosioni. Sciabolate di luce sinistra illu­minano il cielo.

L'indomani mattina, all'appello, capitano Al­bert risponde «presente» al nome di Darreberg. Lo scoprono lo stesso. Il generale Hoffmann arriva con il passo di piombo e urla:

- Il capitano Darreberg è fuggito. Nessun pri­gioniero può uscire dal Reich senza il nostro per­messo... A meno che Dio non lo conduca per mano.

- Oppure la Vergine Santa - corregge il cap­pellano.

- Comunque Darreberg sarà riacciuffato e ri­portato al campo e punito severamente.

I cani-poliziotto rifiutano di prendere la pista. Annusano Courtet che porta i vestiti di Darreberg. E si accosciano immobili.

Il 9 ottobre 1940 viene affisso um manifesto in ogni baracca del campo: «L'ufficiale Darreberg, evaso, è stato catturato e smistato in un altro campo».

Nessuno lo crede.

«Giacomo Pellegrino»

Il 12 novembre il cappellano riceve una lette­ra. È firmata «Giacomo Pellegrino» ed è scritta dal santuario della Madonna de La Salette. Con una scrittura febbrile, Darreberg annuncia di es­servi arrivato sano e salvo.

«Ho preferito viaggiare in compagnia delle stelle con una piccola falce di luna in cielo... Ci credereste? Al santuario della Madonna ho fatto un gran bucato nell'anima con la Confessione, co­sa che non mi capitava da otto anni, da quando cioè uscii dal collegio tenuto dai religiosi. Mi sen­to leggerissimo e, perché no?, un po' baldanzoso. Tutto ciò vi stupisce? Oh, no, dopo tutto quello che la Madonna ha fatto per me durante la fuga, ogni cosa diventa semplice e incantevole». Alcuni giorni dopo, il cappellano riceve un pacchetto di tabacco. Il nome del mittente è sem­pre «Giacomo Pellegrina». Stavolta spiega come è avvenuta la sua fuga. Conclude:

- Bisogna andare tutti in pellegrinaggio a La Salette senza tardare. Accoglienza superlativa da parte paesaggio e Regina del luogo.

- Buon viaggio materiale e spirituale per ognuno...

- P.S.: La Madonna di La Salette è una splen­dida organizzatrice di fughe».

Alcuni giorni dopo, il generale Hoffmann fa venire il cappellano nel suo ufficio e gli domanda: - Avete ricevuto notizie da parte di Dar­reberg?

- Sì, due giorni fa.

- Lo sapevo, ho letto la sua lettera. Se avete l'occasione, dite a Darreberg che la sua lettera mi ha molto impressionato.

Segue un lungo silenzio. Poi Hoffmann mormora:

- Finita la guerra, andrò anch'io a visitare La Salette.

Maria, la portatrice di Gesù alle anime, conti­nuava a fare breccia tra gli uomini, suoi «figli», per donare loro Gesù...

Nel gennaio 1941, il cappellano viene rimpatriato. Va a cercare il capitano Darreberg perché ha molte cose da dirgli. Quando si rivedono, pro­vano una gioia immensa.

- Che cosa vi ha colpito di più - domanda il sacerdote all'ufficiale, - nella mia predica sulle apparizioni della Madonna a La Salette?

- Ecco, che Gesù pianga sulla sua patria e su Gerusalemme, è triste, ma che la Santa Vergine, sua Madre, pianga a causa della malvagità degli uomini, questo mi ha fatto male al cuore. Non tro­vate che ciò sia tragico? Io pensavo alla mia pove­ra mamma che ha tanto pianto per me. Essa non ha che me. Voi sapete che mio papà fu ucciso nella battaglia di Verdun, quando io ero appena nato».

Apostolo di Maria

La guerra continuava feroce. A luglio 1941 giungono al Santuario de La Salette, quattro uo­mini: il tenente Manduit, fuggito dalla Legione straniera, due militari inglesi, John Smith ed Eric Payne, guidati dal capitano Darreberg. Partecipano alla Messa, ricevono la Comunio­ne, pregano a lungo davanti all'immagine di Ma­ria. Darreberg spiega in tutti i particolari la storia delle apparizioni sulla montagna.

John Smith, in seguito, si infiltra in Italia per una missione segreta. Ma nell'aprile del 1942, viene catturato e condannato a morte. Prima della fu­cilazione chiede due cose: di scrivere a casa e di morire col Rosario tra le mani. Glielo concedono.

Nell'ultima notte, Smith e il cappellano reci­tano il Rosario. Alle tre del mattino il sacerdote celebra la Messa nella cella. Smith, sereno è forte, serve la Messa e fa la Comunione. Durante la reci­ta del Rosario, ad ogni decina, si fermava per par­lare della Madonna. Ricevuta la Comunione, fa un breve ringraziamento, poi stringe a tutti la mano e commenta:

- Tra pochi minuti io incontrerò la Madon­na... Pensa che bello! Mi verrà incontro e mi dirà: allò, John...

Alle quattro del mattino, la scarica mortale John Smith cade sotto il piombo tenendo in mano il Rosario, portato con sé da La Salette: l'arma dei santi!

Nell'ottobre 1941 Darreberg, col suo brevetto di pilota civile, scappa in Inghilterra e si arruola volontario nella R.A.F. Da quel giorno comincia a scrivere il suo diario. Da quel diario prendiamo, per riassumerle, le pagine più belle. Anche lì, tra quegli ufficiali, sarà un apostolo di Maria, per por­tare tutti a Cristo.

Una volta racconta la storia delle apparizioni a La Salette ad un gruppo di avieri. Sono impres­sionatissimi dalle parole di Massimino, uno dei veggenti della montagna: «Ho pensato, a vederla piangere, che fosse una povera mamma che i suoi avessero bastonata e che si fosse salvata sulla montagna».

Tra quella gente, c'è un pilota che ride beffar­do. E il capitano Norton, un guerriero di prima li­nea, uno spirito volgare e scettico.

- La vostra storia - gli dice - è come un dol­ce da pochi centesimi. Vi credevo meno stupido. Darreberg non risponde. Perdona e prega per Norton. Due ufficiali, al pomeriggio, vanno a chie­dergli scusa per lui e gli spiegano che Norton dà del «maiale» ai commilitoni irlandesi, perché sono cattolici.

La guerra infuria feroce. Molto spesso gli avieri britannici si innalzano verso il cielo con il loro aereo. È guerra contro i tedeschi, anche oltre le nubi, caroselli infernali, dai quali spesso qual­cuno non torna più. La morte miete vittime, nella sua danza macabra di voli, crepitii e fuoco...

Capitano Darreberg prega, ama i suoi commi­litoni con tutto il cuore, parla di Maria che è la Mamma di tutti. Ogni giorno, recita il Rosario con il fervore di un bambino: «Può essere l'ultimo Ro­sario, su questa terra, prima di vederti, o Maria! »

«Maria, ladra delle anime»

Un giorno una squadriglia di aerei partono per Nantes. Guerra del cielo contro trenta aerei tedeschi. Darreberg sta per attaccare. Ma guarda verso l'alto. Un aereo scende in picchiata verso di lui e lo colpisce. Darreberg fa in tempo a fuggire.

Ha capito tutto: è stato Norton a mitragliarlo, così, per odio, benché commilitoni della stessa ba­se aerea.

Sopraggiungono gli aerei tedeschi. Sventa­gliate di fuoco attorno all'aereo di Norton. Ma Darreberg incapace di odiare, col cuore aperto al perdono, tira addosso al caccia tedesco. Una co­lonna di fumo nero. Il caccia tedesco precipita. Norton ha salva la vita.

Tornano al campo. Il capitano Norton doman­da a Darreberg:

- Che cosa avete pensato?

- Che neppure voi siete infallibile.

- Darreberg, io vi ho mitragliato, perché vi odiavo.

- E adesso?

- Voi mi avete salvato la vita. Faccio schifo a me stesso. Vi chiedo perdono.

- Non ci pensiamo più e brindiamo alla no­stra amicizia.

Il 19 maggio 1942 Norton si avvicina a Dar­reberg:

- Oggi è il giorno che voi amate, per l'anni­versario delle «apparizioni ».Volete fare due passi con me?».

Partono a piedi verso la campagna. Norton, un po' imbarazzato, domanda al collega:

- Raccontatemi la storia della Madonna de La Salette.

Darreberg racconta. L'altro ascolta in silen­zio. Poi l'interrompe:

- Lasciate che io vi racconti la mia vita dalla mia fanciullezza.

Era una povera vita stupida, senza gioia, senza ideali, senza istruzione, senza amore. Norton era cresciuto come una pianta selvatica in mezzo alle erbacce. Darreberg gli parla del Cristo, che, unico al mondo, sa dare significato alla vita ed elevare a Lui chiunque lo cerchi.

Qualche giorno dopo, capitano Norton parte col suo aereo. Ritorna alla base, come un povero uccello ferito, spezzato. All'ospedale gli amputano le gambe e il braccio destro. È un povero tronco distrutto dalla bufera.

Vuole Darreberg vicino a sé.

- Raccontatemi ancora una volta la storia della Madonna.

- Maria ha detto quel giorno: se gli uomini si convertono, le pietre e le rocce si cambieranno in montagne di frumento.

- Anche per me?

- Soprattutto per voi.

- Io non ho mai pregato. Non ho mai avuto al­cuna religione. Me ne sono sempre burlato.

- Siete battezzato?

- No, ma adesso lo voglio, voglio essere bat­tezzato. Darreberg, io vi ho voluto uccidere, ma ora vi chiedo perdono.

- È a Dio che si deve chieder perdono. Lui so­lo conta.

- Arriva il cappellano cattolico. Il sacerdote si rivolge a Norton con dolcezza:

- Dio esiste, ragazzo mio, è il nostro Padre comune. Gesù, suo Figlio, ci ha salvati dal male. - E Maria, la santa Vergine?

- La Mamma è qui con noi. Vi darò il battesi­mo, se esprimerete la vostra fede. Dite con me: Io credo in Dio, credo in Gesù Cristo, credo nello Spi­rito Santo, credo nella Chiesa cattolica...

- Io credo... io credo... io credo... Voglio cre­dere tutto, come Darreberg, come Maria, la Signo­ra della montagna.

Norton è stremato, non ne può più. Il cappel­lano chiama l'infermiera, che fa da madrina. Dar­reberg fa da padrino. Il cappellano versa sul capo di Norton l'acqua della nuova vita:

- Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Capitano Norton, moribondo, comincia a vive­re la sua vita vera, la vita di figlio di Dio e di fratel­lo di Cristo. Quella vita nata dal cuore squarciato di Gesù crocifisso e dal dolore di sua Madre.

Gli offrono un po' di morfina per calmargli i dolori terribili. Norton rifiuta:

- No, grazie, devo soffrire sino alla fine. Devo pagare il male che ho fatto, devo espiare. Darreberg e il cappellano tornano alla base. Il sacerdote commenta:

- La Madonna è una stupenda ladra di anime. Avete visto? Ella è più scaltra del demonio.

- Ne sono convinto da molti mesi, per espe­rienza personale.

Qualche ora dopo, capitano Norton si spegne. Le sue ultime parole: « Ecco la Signora della mon­tagna. Ella sorride. Ella non piange più».

19 gennaio 1944

Quella fredda mattina di gennaio, capitano Darreberg decollò col suo aereo. Salutò il mec­canico:

- Ciao, amico mio.

- Oggi è il 19 del mese. Avrete fortuna. Avviò il motore. Il meccanico gli gridò dietro: - Non riportatemi un colabrodo.

L'aereo si impennò a freccia verso il cielo. Capitano Darreberg non tornò più alla base. La bianca Signora de La Salette l'aveva preso con sé.

 

        

Giuseppe Rivella

«Non ho che un sogno: vivere per il Cristo e per sua Madre: l'Immacolata.

Io sono il suo cameriere».

 

Un giovane brillante e buono

Era il 15 agosto 1897, solennità di Maria As­sunta in cielo, a Castagnole Lanze (Asti), nacque Giuseppe Rivella, figlio di agricoltori agiati, fu fe­sta grande per i suoi genitori: era un bel bambino che si dimostrò presto vivace, simpatico, af­fettuoso.

La mamma gli fece conoscere Gesù... e Giu­seppe lo scelse, come il compagno di strada per tutta la sua vita.

Una giovinezza limpida e laboriosa accanto ai suoi genitori, tra la natia borgata Rivella e la par­rocchia di S. Pietro, dove ogni domenica l'amico Cristo l'attendeva per l'appuntamento luminoso dell'Eucarestia.

Nella primavera del 1916 - l'Italia era in guerra dal Garda all'Isonzo - Giuseppe, 19 anni, fu arruolato nel reggimento di cavalleria «Lucca» e mandato prima a Saluzzo (Cuneo), poi in Alba­nia, in Grecia, ed infine a Mantova.

Finalmente stabile, gli ufficiali dell'esercito, per i suoi modi distinti, lo chiamarono a fare il ca­meriere alla loro mensa. Giuseppe aveva scoperto la sua «strada» per tutta la vita: sarebbe stato un cameriere di gran classe, raffinatissimo. Congedato dalla guerra, aprì un «caffè» prima a Savona, poi a Imperia dove strinse amicizia con i Padri Passionisti della città. Intanto imparava le lingue straniere con estrema facilità. Dal 1925 al '28 si trasferì a San Remo: una vita brillante, sem­pre alla ribalta, in primo piano, ma la sua vita era tutta aperta all'irruzione di Dio nella sua anima. I primi trent'anni della sua vita sono limpidi e puri: cerca di realizzare i suoi sogni...

Un grande amore

Giuseppe era solo: aveva sete d'amore, un cuo­re pieno di nostalgia. Sul suo orizzonte passarono alcuni volti limpidi di ragazze. Abbozzò un fidan­zamento con Jolanda Favre, ma era insoddisfatto, cercava più in alto: il cuore aveva sete di infinito, oltre l'amore umano.

«Le ragazze mi rapivano, incantando il mio cuore, ma io guardavo più in là» - scrisse nel suo diario.

Genova, 5 febbraio 1929. Giuseppe, passando per la strada, si trovò ad avere tra le mani l'invito per una giornata di spiritualità mariana, in una chiesa del centro. Ci andò e fu un'illuminazione: scoprì che poteva consacrarsi tutto al Cristo, per le mani di Maria, nello spirito della «vera devozio­ne» di S. Luigi Grignon di Montfort.

E così, dopo essersi preparato con impegno, Giuseppe Rivella diventò consacrato, «lo schia­vo», come allora si diceva, di Maria. Aveva trovato l'amore che lui cercava: Gesù, l'unico Amato e sua Madre.

Di lui non si può parlare di un vero convertito nel senso che la Grazia di Dio operante nel mondo, lo abbia riportato, per l'intercessione della Ma­donna, da una vita di incredulità e di peccato alla fede e alla vita cristiana, perché Giuseppe era sempre stato in ogni momento della sua giovinez­za credente e praticante. Si deve invece dire che la scoperta di Maria lo portò da una buona vita cri­stiana alla santità «eroica», fece di lui, nel suo am­biente di lavoro, un altro-Gesù, un testimone della fede che, per le strade del mondo, viveva i «consi­gli evangelici» con lo spirito di preghiera e di dedi­zione a Dio, che i monaci vivono nei loro cenacoli.

Il «Trattato della vera devozione a Maria» del Montfort, diventò la sua guida per tutta la vita. Sotto la direzione di Maria, il suo cameriere si sa­rebbe fatto santo, continuando a lavorare negli al­berghi, come un monaco nella sua cella. Giuseppe Rivella, anche se qualche amico o compagno di lavoro lo giudicava uno «scemo», era felice di partire... e di vivere con quello stile di vita lo stile di Maria che dona al mondo Gesù, che por­ta nel mondo Gesù.

Cristo nei «Caffè»

Cercato per la sua gentilezza, prestò servizio nei più lussuosi alberghi d'Italia: l'Hotel Excelsior di Venezia, i più grandi alberghi di Roma.

Tutte le mattine, prestissimo, partecipava alla Messa e si accostava alla Comunione. E poi all'al­bergo a lavorare. Parlava francese, inglese, spa­gnolo, ungherese, russo: una capacità di dialoga­re, la sua; con tutti.

Ed ogni giorno, con l'ardore di un innamora­to, recitava sette volte la corona del Rosario: ai 15 misteri tradizionali, ne aggiungeva altri cinque, che lui chiamava «i misteri preludiari»: 1) il conce­pimento immacolato di Maria, 2) la nascita di Maria, 3) la presentazione di Maria al tempio, 4) Ma­ria obbediente a Dio, 5) lo sposalizio di Maria con Giuseppe.

Nell'albergo lasciava ad ogni tavolino un'Ave Maria: per contare le «Ave», gli serviva bene la fila dei tavolini. Con la sua delicatezza riusciva a cono­scere le anime dei clienti degli alberghi e dei caffè, spesso in cerca di avventure galanti in cui ammaz­zare il tempo e l'anima.

Sulle orme di Maria, la Madre dell'Amore, Giuseppe Rivella comprese che la grandezza della vita è soltanto l'Amore. Scriveva: «L'Amore. Ama­re, essere innamorati ed essere contraccambiati al cento per cento, ecco la felicità. Quell'Amore che non domanda che di essere amato... Il contraccam­bio al cento per cento del nostro amore si trova so­lo in Dio: la creatura che lo ha raggiunto, non cerca un'altra creatura, perché già possiede la gioia».

In questo amore totale, là, tra le sale da biliar­do e il tintinnio dei bicchieri, tra il suono dei con­certi e parlottare dei grossisti e le storie di pecca­to di tanti poveri esseri, Giuseppe Rivella si faceva santo.

Povero tra i poveri

A notte alta, quando serviva a Roma presso il Caffè-Colonna, era atteso nella vicina piazza, da un gruppo di silenziosi dietro le colonne: i suoi po­veri. Tanti.

Tutto il suo stipendio intero era per loro. Cuo­re grande, era tutto per i poveri. Per poter dar loro di più, aveva lasciato il suo piccolo appartamenti­no ed era andato a vivere presso una portineria. Ad un collega che non riusciva a comprarsi il cappotto per mancanza di denaro, un giorno d'in­verno, Giuseppe regalò il suo appena comprato. Un'altra volta, derubato di una somma notevole, non volle denunciare alcuno: «Mi dispiace per l'a­nima dei ladri - disse - io li perdono». C'erano in quegli anni tanti operai in cerca di lavoro a Roma e che guadagnavano poco. Giuseppe andava a cercarli nelle osterie più misere della città e condivideva con molti di loro, a sue spese, il pranzo, i vestiti, il denaro... Fu in uno di questi locali che incontrò il suo migliore amico, l'operaio Guido Papi.

Era diventato quasi l'incarnazione della cari­tà, per i più infelici. Nel suo cuore, sempre, la fi­ducia senza limiti nel Dio che «sa che ci siamo». Lui stesso viveva in povertà estrema. Una valigia conteneva tutto il suo corredo di cameriere di gran classe, « perché - diceva - S. Francesco ave­va meno di me ».

Testimone laico del Dio-Amore

Alla sua vita cristiana intensissima, Giuseppe Rivella aggiungeva le mortificazioni di un eremi­ta. Mangiava pochissimo, portava continuamente le «catenelle» per ricordare a se stesso che era «schiavo» di Maria. Gli sarà tolta arrugginita, po­co prima della morte. Durante la malattia l'aveva sempre portata ed era malato ai polmoni.

Nel cuore ardeva il suo amore a Cristo e a sua Madre, l'Immacolata. Lui si sentiva «il cameriere dell'Immacolata». Diceva. «Io non ho che un sogno: vivere per Gesù e per l'Immacolata. Maria è il mio amore, la mia passione, Maria è tutto per me».

«Perché stai nel mondo e non entri in conven­to?» - gli domandò un giorno, a bruciapelo, un amico.

Gli rispose Giuseppe: «Ti dico che è bello vive­re nel mondo per testimoniare il coraggio della lotta... Perciò io sto nell'albergo come potrei stare in convento, perché è qui che Dio vuole che io svol­ga la mia opera di bene e poiché sento che Dio mi vuole qui sento che in convento non sarei a posto».

E Giuseppe Rivella rimase là, libero apostolo del Signore, felice di amarlo e di proclamare con la vita, la sua misericordia, là dove Egli spesso è assente dal cuore degli uomini. Perché dove gli uo­mini sono più «abbandonati», lì dev'esserci il  Cristo.

Un giorno non poté reggere alla fatica. Sospe­so il suo lavoro, lo ricoverarono in ospedale. Lo mandarono a godere il riposo in un clima più salu­bre. Non servì a nulla.

2 ottobre 1942: il giorno della sua morte. Cal­mo, sereno, ricevette il suo Gesù. Era il primo ve­nerdì del mese, sperava di morire di sabato, il giorno dedicato alla Madonna. Il volto pallidissi­mo ma non sciupato, appariva illuminato da una luce tersa di bontà, di chi aveva dato tutto.

Con un filo di voce salutò il suo amico Guido:

«Addio, vado in Paradiso».

Poi reclinò il capo e morì sorridendo, mentre un piccolo fiotto di sangue gli imporporava le lab­bra e gli rigava lievemente la guancia sinistra, co­me un'ultima offerta d'amore.

Così era vissuto, così era morto Giuseppe Rivella, un «santo laico», dopo aver speso tutta la sua giovane vita come un'ostia offerta a Dio vivo e un dono d'amore ai fratelli. Qualche tempo pri­ma, aveva detto alla sorella Ugolina: «Vedi, la san­tità è fatta di tanti granellini di sabbia... Quando io non ci sarò più, benedite Dio per quanto Egli fa. Ringraziate la Madonna e cantate il Magnificat per me».

Di lui disse l'irlandese Mons. Alberto Deane, Generale dei Passionisti a 38 anni, e poi, dal 1955, primo Vescovo di Villa Maria in Argentina, tutto­ra vivente:

«Il cameriere dell'Immacolata, Giuseppe Ri­vella, con la sua vita angelica, ha testimoniato che la santità è possibile dappertutto, anche negli am­bienti più difficili. E noi tutti siamo chiamati alla santità. La devozione alla Madonna è il segreto della riuscita: se Maria ti guida, tu arrivi alla meta».

 

Clemente Rebora

«Fu la Madonna a prendermi per mano, /al Fi­glio ardente mi portò pietosa, / al felice patir di Cristo / che trasfigura il viver di quaggiù / in un principio dell'eterno amore... ».

Diogene senza lanterna

Quando nacque il 6 gennaio 1885 a Milano, i signori Rebora, suoi illustri genitori, lo chiamoro­no Clemente. Da loro ebbe tutto, all'infuori della fede. Il padre era mazziniano ed aveva combattuto con Garibaldi a Mentana nel 1867 ed era un alto dignitario della Massoneria. La madre, si preoccu­pò di farlo battezzare, ma non gli diede alcuna educazione religiosa.

Una fanciullezza, un'adolescenza fatta di stu­di seri, di lunghe ore trascorse al pianoforte, di in­terminabili passeggiate attraverso la campagna, alla ricerca della bellezza e della libertà. Testimo­nia il fratello Piero: «Ancora ragazzo, lo tormenta­va la ricerca angosciosa del senso della vita».

Intelligentissimo, nel 1903 aveva già termina­to il Liceo e si iscriveva alla Facoltà di Medicina a Pavia. Un anno: fu un fallimento. Si iscrisse a Let­tere e Filosofia: i suoi studi prediletti.

A vent'anni, nonostante avesse tutto, dichiara­va di essere «sepolto nella morte, come un oggetto guasto che non serve più a nulla».

La disperazione in agguato. La morte dentro al cuore. Un uomo finito.

Tormentato da mille problemi, tutti senza ri­sposta, leggeva come un pazzo, alla ricerca della verità: i Vangeli e Budda, Dante e Giordano Bruno, Vico e Alfieri. Cercava amici nell'ambiente universitario e fuori. Voleva un ideale per cui spendere la vita. Si sentiva tremendamente solo. Le tenebre più fitte incombenti da ogni parte.

«Diogene senza lanterna, io sto cercando la nuova vita» - scriveva di se stesso.

Nel cuore egli maturava la poesia. Nel 1910, la laurea in lettere a pieni voti. Poi l'insegnamento nelle scuole tecniche a Milano, Novara, Como.

Nel 1913, nel cielo tempestoso di Clemente, passava una meteora incandescente di passione: l'amore per Lydia Natus, una pianista russa, sepa­rata dal marito. Nello stesso anno cominciava a collaborare a «La Voce», la rivista di Papini e Prezzolini. Intanto viaggiava per l'Italia, inquieto come un vagabondo. Le sue «domande» interiori più profonde, tutte e sempre senza risposta. Pub­blicava la sua prima raccolta di poesia: «I fram­menti lirici».

Quelle poesie difficili intessute di meditazio­ne, ispireranno Montale e Ungaretti e faranno pensare a Eliot. Ne emergeva l'immagine di un uomo incatenato, ma aperto alla speranza:

«Fra le catene libertà mi ride e vien nell'ore mediocri l'eterno». Scoppiata la guerra, nel maggio 1915, Clemen­te Rebora partiva per il fronte. Non era interventi­sta, anzi odiava la guerra, e lui, ufficiale, fraterniz­zava con i soldati. A Natale dello stesso anno veniva ricoverato in ospedale: trauma nervoso. Ristabilitosi, riprendeva l'insegnamento e, guidato dalla «sua» Lydia, imparava il russo e tra­duceva Tolstoi e Gogol, affiancando l'attività di conferenziere. L'8 dicembre 1919 Lydia partiva per Parigi: l'avventura d'amore era finita per sempre.

Immerso nella caligine più tetra, cercava la luce. Unico conforto la poesia. Nel 1922 pubblica­va i «Canti anonimi». L'anno prima aveva letto Ta­gore, le opere di Mazzini. Cominciava a scoprire i valori dello spirito. Quella sua poesia aspettava la bruciante attesa di «Qualcuno».

Era Dio che cominciava a fare irruzione nella sua anima. Scriveva: «Sono come un cane che fiu­ta il Divino».

«Per Maria a Gesù»

Cominciò a leggere Dante, Manzoni e Fogazza­ro, i più grandi sciittori cattolici. Il Cristo con la sua personalità potente cominciava ad affascinar­lo. Il Cattolicesimo gli appariva la Verità. Vedeva che Dante aveva criticato aspramente certi fatti compiuti da uomini di Chiesa, ma era rimasto cat­tolico, apostolico, romano.

Anche lui, Clemente, doveva dire «Sì», un «Sì» pieno al Cristo e alla sua Chiesa.

Da qualche tempo aveva conosciuto la peda­gogista cattolica Adelaide Coari, una donna tutta dedizione che lo stupiva. Dal 1923, all'inizio di ogni anno scolastico, Clemente le domandava:

«Da dove attinge, lei, ispirazione e vigore per la sua opera quotidiana?».

All'inizio dell'ottobre 1927, la signorina Coari, alla domanda ancora ripetutale, rispose chia­ramente:

«Attingo l'ispirazione e vigore dalla Messa e dal Rosario».

Clemente tacque. Un lungo silenzio. Poi, al­zandosi disse:

«Arrivederci, Adelaide». E scoppiò in pianto.

Qualche giorno dopo, le chiese in lettura il messalino e una vita della Madonna. L'anno se­guente leggeva la Bibbia e gli Atti dei Martiri. Il 1928 fu un anno di grazia. Il 25 maggio 1928 scri­veva al fratello Piero:

«Io da venti anni ad oggi, ho sperimentato tut­te le direzioni e le ho trovate ingannevoli, all'in­fuori di quella indicata da Maria e da Gesù».

Era oramai sulla soglia della Chiesa cattolica. Una sua ex-allieva, Ezilde Carletti, impressio­nata dal tormento spirituale del suo maestro, ave­va offerto a Dio la sua vita perché egli potesse tro­vare la verità e la pace. Rebora ricorderà un giorno questo fatto:

«Intanto c'era chi per me invocava, c'era l'offerta di una generosa, salvato a pezzettini di preghiera».

Durante l'estate si preparò studiando il Catto­licesimo e decise di commentare un testo molto antico: gli Atti dei Martiri scillitani. Nell'ottobre di quell'anno stava commentando un giorno, al Ly­ceum di Milano, quel testo. Lo afferrò una commo­zione fortissima. Non poté più continuare. Si alzò folgorato da Dio: tutto gli apparve vano, solo il Cristo era la Roccia incrollabile, la luce, il fuoco. Scriverà:

«E un giorno - nel salon pieno quant'oc­chi! - il discorso iniziato venne meno in una turbazione vicina al pianto, la Parola zittì chiacchiere mie».

Clemente Rebora, ormai afferrato da Cristo, voleva avere un colloquio con colui che lo rappre­sentava a Milano, il Card. Schuster. Adelaide Coa­ri parlò di Rebora, ormai sulla soglia della Chiesa, a Mons. Angelo Roncalli (il futuro Giovanni XXIII), che gli procurò un'udienza presso il Cardi­nale di Milano.

Il 24 ottobre 1929, Clemente, con il biglietto di presentazione redatto da Mons. Roncalli, era da­vanti al Card. Schuster. Come Saulo di Tarso, bloccato sulla via di Damasco, e poi umile e docile davanti ad Anania, gli disse: «Ditemi, Padre, ciò che io debbo fare e io vi ubbidirò».

Il Cardinale lo mandò da don Portaluppi: «Va­da da lui e si preparerà ad incontrare Gesù Cri­sto». Il 24 novembre 1929, dopo un mese di intensa preparazione, Clemente Rebora, a 44 anni di età, si confessò umilmente come un bambino e ricevette la prima Comunione dalle mani di Ildefonso Schuster.

Tornò dalla balaustra, felice come un fanciul­lo settenne, commosso fino alle lacrime. Non ave­va detto Gesù a Nicodemo: «Bisogna rinascere dal­l'acqua e dallo Spirito Santo»?

Ma era stata Maria, la meravigliosa Condot­tiera delle anime, che lo aveva portato a Cristo. Qualche tempo dopo scriverà:

«Fu la Madonna a prendermi per mano, al Figlio ardente mi portò pietosa, al felice patir di Cristo che trasfigura il viver quaggiù in un principio dell'eterno Amore, libero dono, puro: ora, o mai più. Basta ancora meno d'una goccia, a me bisogna tutto il sangue di Gesù». Iniziava un'intensa vita spirituale. Tutti i gior­ni la Comunione e tante ore di preghiera davanti al Tabernacolo. Aveva incontrato il Dio della gioia ed era morto felice.

Il 23 dicembre 1929 scriveva ad Adelaide Coa­ri: «Maria ci dona àncora e più che mai Gesù, in questo Natale, per farci con infinita bontà, figli di Dio e prepararci, uno per uno, e tutti, al secondo avvento, per la gloria di vita eterna».

Il 1930 fu un anno pieno di intensa fervente vi­ta di amore a Dio.

Le sue lettere alla mamma, al fratello Piero, ad alcuni amici, sono traboccanti di fede: Gesù e Maria hanno operato in lui il miracolo della con­versione. Non c'è che da esultare nella lode e nella gioia.

Nell'ottobre distrusse ogni legame col passa­to: libri, manoscritti, poesie inedite, lettere e por­tò tutto dallo straccivendolo che passava in quel momento per la strada:

«Riamato, l'Amor vuol tutto.

E venne il giorno, che il divin furore la Verità di Cristo mi costrinse a giustiziare libri e scritti e carta:

Oh, sì, che quello fu un gran bel stracciare! Allor che quanto m'era il più del male ridotto fu a un lacerato ammasso, mi sentii lieve in libertà felice». Dove lo voleva ora Iddio?

Nel marzo del 1930, aveva incontrato i Padri Rosminiani. Nel maggio aveva ricevuto la Cresima dal Card. Schuster. Poi iniziava un ritiro di sei me­si presso i Padri Rosminiani di Stresa. Era l'Amo­re che inondava la sua vita. Poteva scrivere: «Speravo in me stesso: ma il nulla mi afferra.

Speravo nel tempo: ma passa e trapassa; In cosa creata: non basta e ci lascia...

Ho peccato, ho sofferto, cercato, ascoltato La voce d'Amore che chiama e non langue: Ed ecco la certa speranza: la Croce.

Ho trovato Chi prima mi ha amato e mi ama e mi lava, nel sangue che è fuoco;

Gesù, 1'Ognibene, l'Amore infinito, l'Amore che dona l'amore».

Il 4 novembre 1930 comunicava ai suoi amici: «Il Signore mi chiama dalla mia infinita inca­pacità a servirlo più da vicino nel Sacerdozio».

«L'Ostia casta attrae i cuori»

Seguì il noviziato a Domodossola presso i Ro­sminiani per due anni. Nulla gli fu risparmiato della dura ascesi allora richiesta, nonostante i suoi 45 anni. Il 13 maggio 1933 emetteva i primi voti religiosi. Poi gli studi teologici. Il 19 settem­bre 1936 il professore Clemente Rebora, il figlio di un illustre massone, il passionale di Lydia Natus, il genio dall'anima di fuoco, il poeta che aveva fat­to parlare di sé la cultura d'Italia, era ordinato sa­cerdote di Cristo, da Mons. De Giuli. Chi l'avrebbe detto che lui, proprio lui, sarebbe salito all'altare di Dio? Sintetizzerà questa data impressionante in poesia:

«Senza Confiteor non si sale Altare, Magnificat conclude il Miserere e il De profundis nel Te Deum ascende. Nell'omelia della sua prima Messa, un confra­tello gli disse:

«Tu non cesserai di essere chiamato fratello; ma pure ora riceverai anche un altro nome: sarai chiamato Padre».

Da quel giorno Dio gli diede ventun'anni di sa­cerdozio, non molti in verità, ma furono colmi di santità, fino all'eroismo. Professore nelle scuole dei Rosminiani, ora a Stresa, ora a Domodossola, ora a Rovereto. Predicatore ambito in vari centri dell'Alta Italia e ancora poeta e scrittore.

Era sempre innamorato dell'Euarestia e della Madonna. Scriveva:

«Amor, dammi l'amore! Un mormorio di gente in pena. L'Ostia, in alto, casta attrae i cuori: «Sì, vivere è Cristo». Mentre rovina il mondo all'Anticristo, per noi la donna è la Madonna, e basta a noi Gesù, fratello e tuo e mio».

Il dolore lo travagliò per tutta la vita. Nel 1939 gli morirono i suoi cari. Negli anni seguenti, la se­conda guerra mondiale lo straziò profondamente.

Sognava di identificarsi col Cristo Crocifisso e di perdersi in Lui. Sempre più umile, semplice come un fanciullo, coltissimo, si immergeva nella pre­ghiera come in un oceano.

La Messa soprattutto era il suo paradiso sulla terra, poi il ministro della Confessione e della di­rezione spirituale: portare Cristo, diffondere la ca­rità e poi ancora la carità; con la parola, gli scritti, la preghiera. Un giorno, Padre Pio da Pietrelcina, il celebre cappuccino stigmatizzato di S. Giovanni Rotondo, ad alcuni venuti a consigliarsi con lui dal Nord-Italia, disse: «Ma lassù avete Padre Re­bora. Perché non andate da lui?».

Comprendeva che era la Croce che salva il mondo. Dal 18 al 24 giugno 1952 era a Lourdes col treno dei sacerdoti ammalati. Nel 1955 pubblicava il «Curriculum vitae», mirabili pagine di poesia re­ligiosa e mistica, un vero inno a Cristo, semplice e grandissimo. Il 2 ottobre di quell'anno il terribi­le attacco del male: arteriosclerosi, che lo blocche­rà a letto per 25 mesi. Seguirono momenti splendi­di di luce e momenti di oscurità interiore.

Era l'ultima rampa del suo Calvario. Gli uomi­ni si allontanavano e lui era solo con il Solo: «Gesù, il sempre Fedele, il solo punto fermo nel moto dei tempi, il solo Santo che non manca mai». Componeva ancora i «Canti dell'infermità» e riceveva il «Premio Cittadella», mentre l'amico Giuseppe Prezzolini veniva a fargli visita da Luga­no. Erano ancora pagine incandescenti di vita e di poesia, che il suo infermiere, Padre Ezio Viola, ci ha rivelato nel libro «Mania dell'Eterno» (La Locu­sta, Vicenza, 1980).

Il l ° novembre 1957 Padre Rebora si spelse sereno, dopo il lungo cammino che l'aveva portato dall'ateismo alla vetta della mistica cattolica e del sacerdozio. Era la solennità di Tutti i Santi. Nei mesi della sua malattia, non aveva fatto altro che pregare il suo Cristo tanto amato e rivolgersi a Maria, il cui volto dolcissimo contemplava spesso, guardando la sua immagine che vedeva dalla sua finestra nel giardino. Aveva detto spesso a Padre Viola: «Bisogna lasciare alla Madonna la completa gestione di se stessi». I suoi ultimi versi in un mo­mento di lucidità poetica, li aveva dedicati alla Madonna, Madre di Cristo e nostra:

«Così con Te, Maria, dove Tu sei, si aduna la compagine dei figli di Dio, a Cristo fedele rimane la sposa».

 

Bruno Cornacchiola

«Attraverso la Madonna, la Misericordia di Dio vuole richiamare l'umanità. Maria è una Madre che conosce, ama e vive la Verità per farla cono­scere, amare e vivere da tutti noi. È una Madre che ci richiama tutti a Dio».

 

«Voglio ammazzarlo»

Una lama lucente di pugnale luccicava sini­stra nella tasca sotto la giacca. Bruno Cornacchio­la: reduce dalla guerra di Spagna, nel 1939, l'aveva comprato per uccidere il Papa Pio XII. Sull'impu­gnatura aveva scritto: «A morte il Papa». Aspetta­va il momento giusto e... avrebbe vibrato il colpo. Così «il mondo sarebbe stato libero - come lui di­ceva - da una bestia dell'Apocalisse».

Era nato nel 1913 da una famiglia di povera gente. Suo padre non aveva un mestiere preciso ed ogni sera tornava a casa ubriaco. Sua madre face­va la lavandaia. Avevano cinque figli e vivevano tutti nella stessa stanza. Mangiavano quanto pote­vano, se ne avevano. Se la fame era forte, andava­no a rubare.

Andò a scuola un anno - la prima elementare - poi abbandonò la scuola e visse un'adolescenza  da sbandato fino al servizio militare. Tornato dal­la caserma, si sposò... Quando la moglie aspettava il primo bambino, Bruno decise di arruolarsi nella guerra di Spagna.

In Spagna, nella truppa, conobbe un tedesco: era un luterano, che ce l'aveva a morte con la Chie­sa cattolica, soprattutto con i preti. Agguerrito nelle sue idee, fanatico, fece a Bruno un vero la­vaggio del cervello così che nella sua mente, matu­rò un terribile progetto: «Ucciderò il Papa! ».

Quando rientrò a Roma, distrusse tutte le im­magini sacre che aveva in casa. Calpestò un qua­dro della Madonna, fece a pezzi il Crocifisso, co­strinse la moglie ad abbandonare ogni pratica di fede.

Intanto era nata la sua seconda bambina. E lui aveva trovato lavoro come bigliettaio dell'a­zienda tranviaria di Roma. Nacquero altri due fi­gli, Carlo e Gianfranco. Era sempre iscritto al Par­tito d'Azione. Ma nella mente sempre rimuginava il suo progetto: assassinare il Papa.

Non c'era che da attendere il momento fatale. Per anni andò in giro per Roma con la lama lucci­cante, fredda nella tasca, sotto la giacca.

Ai figli insegnava a sputare addosso ai preti. Lui stava ore ed ore in piazza S. Pietro, in ag­guato al Papa.

12 aprile 1947

Era sabato. Bruno Cornacchiola, tranviere, li­bero dal lavoro. Prese i suoi figli, ed uscì di casa. In mano aveva un taccuino e una Bibbia prote­stante, una penna: avrebbe approfittato del tempo libero per scrivere il discorso da pronunciare al­l'indomani su una piazza ad un gruppo di giovani protestanti. 

Qui lasciamo la parola allo stesso Bruno: «Esco per tempo da casa con i miei figli: Isola di dieci anni, Carlo di sette e Gianfranco di quat­tro. Ho intenzione di portarli ad Ostia per trascor­rere qualche ora al mare. Quando arriviamo alla stazione il treno è già partito. Allora decido di rag­giungere con i figli la zona delle Tre Fontane, dove ci sono grandi distese di prati.

Arrivati alle Tre Fontane, ci fermiamo su un'altura, accanto ad una grotta. Mi avvicino alla grotta per accertarmi che non ci siano pericoli, poi lascio che i miei bambini comincino a giocare e mi apparto all'ombra di un albero per prendere appunti in vista del discorso che avrei dovuto fare il giorno dopo.

Passa un po' di tempo e mi sento chiamare dai bambini: la palla con cui stavano giocando è finita in una scarpata tra i cespugli. Mi alzo e, accompa­gnato da Carlo, vado a cercarla. Intanto Isola si è messa a raccoglie i fiori e Gianfranco se ne sta buono seduto sull'erba.

Carlo ed io non riusciamo a trovare la palla. Ogni tanto da lontano, chiamo Gianfranco che dapprima mi risponde, poi tace. Preoccupato so­spendo le ricerche e mi dirigo verso il punto dove il più piccolo dei miei figli stava seduto sull'erba. Non c'è più. Mi guardo in giro e finalmente lo vedo davanti alla grotta.

È in ginocchio: le mani giunte in preghiera. La scena mi stupisce. Nessuno ha mai insegnato al bambino a pregare... Mi avvicino alla grotta. Gianfranco è lì, con lo sguardo fisso verso l'imboccatu­ra della grotta e dice:

«Bella Signora, bella Signora...». Continua a ripetere la stessa frase all'infinito.

Intanto anche Isola si è avvicinata a noi. Le scivolano i fiori che aveva raccolto. Si inginocchia e si mette a pronunciare la stessa frase del fratelli­no: «Bella Signora, bella Signora... ». Mi volto ver­so Carlo e vedo che anche lui si è inginocchiato e ripete le stesse parole.

Mi assale una rabbia terribile. Cerco di scuo­tere i bambini, di sollevarli dalla loro posizione, ma sono pesanti, - quanto pesanti! - e non rie­sco a muoverli di un centimetro. Sento una grande confusione nella testa.

Allora mi volto verso la grotta e grido: «Chiun­que tu sia, esci di lì». Nessuno risponde. Comincio a tremare e a piangere. Sono sconvolto e grido: «Dio, salvaci tu!» e mi accorgo che quelle parole escono dalla mia bocca come se non fossi io stesso a pronunciarle.

Improvvisamente percepisco la forma di due mani bianchissime che mi strappano dagli occhi una sorta di velo che annebbia il mio sguardo. At­traverso la nebbia comincio a distinguere una luce sempre più forte, sempre più intensa. Non c'è al­tro intorno a me: sparita la grotta, spariti gli albe­ri, spariti i figli. Ed ecco che La vedo, è davanti a me, scalza, avvolta in una veste candida, con una dolcissima espressione negli occhi.

È proprio la bella Signora che hanno visto i miei figli e che anch'io adesso posso ammirare. Mi parla:

«Sono Colei che sono nella Trinità divina, so­no la Vergine della Rivelazione. Tu mi perseguiti, ma d'ora in poi non sarà più così e sarai tu ad ado­perarti per la conversione di tante anime. Quando racconterai la tua esperienza, non ti crederanno, ma tu dovrai aver fede.

Cercherai un sacerdote che ti saluterà con queste parole: Ave Maria, figliuolo, che cosa vuoi?, e ti indicherà un altro sacerdote con queste parole: Quello fa al caso tuo, raccontagli tutto. Rientra nell'ovile ed obbedisci».

Poi aggiunse altre cose per il Papa, per la Chiesa, per i sacerdoti e per i religiosi.

Dopo più di un'ora di colloquio, la meraviglio­sa Visione scomparve agli occhi di Bruno. Rimase davanti alla grotta immobile, senza la forza di muoversi... Gli si avvicinarono i figli e lo scossero. Tornarono a casa, quella sera del 12 aprile '47 e raccontarono l'accaduto.

Erano tutti molto perplessi. La notizia si dif­fuse e qualcuno cominciò a gridare al miracolo. «Perdonatemi, Santo Patre! »

Sembrava sotto choc, sembrava delirare. An­dava in giro a cercare i preti. Erano tutti stupiti di lui. Passarono sette giorni e Bruno non ne poteva più. Decise che se non avesse incontrato il prete che cercava, avrebbe ammazzato la moglie e figli, poi si sarebbe ammazzato.

Uscì di casa. Si diresse verso la parrocchia e lì incontrò un prete che gli parlò con la frase che attendeva: «Ave Maria, figliolo, che cosa vuoi?». Si sentì invadere di gioia. Il sacerdote gli indicò un confratello: «Quello fa al caso tuo, raccontagli tutto».

Si recò dal sacerdote. Parlò. Riacquistò la pa­ce e riprese il suo lavoro di tranviere. Alle Tre Fon­tane cominciò il pellegrinaggio della gente. Bruno si riconciliò con la Chiesa. Trascorsero due anni. In occasione di un'udienza concessa da Pio XII ai tranvieri romani, Bruno Cornacchiola riuscì a vedere da vicino il Papa. Quel Papa che lui aveva giu­rato di uccidere. Portò con sé il pugnale e la Bib­bia protestante.

Finita l'udienza, Pio XII disse: «So che qualcu­no di voi deve parlarmi... ».

Bruno si inginocchiò davanti a lui: «Sono io, Santità».

Il Papa gli si avvicinò. Bruno gli disse: «Debbo chiederti perdono, Santo Padre, vole­vo uccidervi, ero come pazzo».

Pio XII lo guardò sorridendo:

«Tu volevi uccidermi? Non avresti fatto altro che regalare un nuovo martire alla Chiesa». «Perdonatemi, Santità» implorò Bruno.

«Il mio perdono, continuò il Papa, sta nel tuo pentimento».

Bruno Cornacchiola si alzò e mise nelle mani del Papa la Bibbia e il pugnale.

Uscì dall'incontro con Pio XII, felice. Iniziava per lui una vita nuova. Meglio, era già iniziata, due anni prima, il giorno dell'incontro con la Madonna, alla grotta delle tre Fontane, ma ora il Papa lo inviava nel mondo, per essere «apostolo».

Da allora dedicò tutto se stesso all'apostolato: quello di far conoscere ed amare il Cristo ai fratelli che incontrava. Nel 1950 fondò un'associazione laicale che ha la sua sede a Roma, capace di ospi­tare, nel nome del Signore, persone di diversa pro­venienza. Molti di loro sono chiamati a svolgere missioni in Italia e all'estero. Dal 1950 ad oggi Bruno e i suoi amici hanno tenuto, su invito dei Vescovi, migliaia e migliaia di conferenze e di me­ditazioni, pur continuando a vivere del loro lavoro.

Una vita vissuta nel nome di Cristo e per il Cristo.

La Vergine della Rivelazione

Oggi Bruno è un uomo oltre la settantina, dal­la barba e dai capelli bianchi. Abita in una dignito­sa villetta alla periferia di Roma. Occhi dolci e buoni, gesti spontanei e decisi. Parla con convin­zione e con umiltà della straordinaria esperienza che ha vissuto. Impressiona il suo tenero amore alla Vergine, l'attaccamento alla Chiesa, la devo­zione al Papa e ai sacerdoti.

Antonio Ugenti della Rivista «Madre di Dio», è andato ad intervistarlo. Vogliamo concludere, meditando alcune sue affermazioni.

- Come hai visto la Madonna, triste o felice, preoccupata o serena?

Talvolta la Madonna parla con una tristezza sul volto. È triste specialmente quando parla della Chiesa e dei sacerdoti. È una tristezza materna. Lei dice: «Io sono la Madre del puro clero, del santo clero, del fedele clero, dell'unico clero. Deside­ro che il clero sia veramente come mio Figlio lo vuole».

- Perché la Madonna è apparsa tante volte in questo nostro secolo?

«La Vergine appare sempre per richiamare. E come un aiuto, un soccorso, un ausilio che Lei dà alla Chiesa, Corpo mistico di suo Figlio. Ella non dice cose nuove ma è una madre che cerca di ri­chiamare con tutti i mezzi i suoi figli a ritornare sulla via dell'amore, della pace, del perdono, della conversione».

- Quante volte ti è apparsa la Madonna? «Son già 27 volte che la Vergine si degna di farsi vedere da questa povera creatura. Quando mi ha parlato, lo ha fatto prima con me, poi per il mondo. Ed io ogni volta che ho ricevuto qualche messaggio, l'ho dato alla Chiesa. Non può dirsi cri­stiano chi non obbedisce al confessore, al diretto­re spirituale, alla Chiesa; chi non frequenta i sa­cramenti, chi non ama, crede e vive nell'Eucare­stia, nella Vergine e nel Papa. Quando parla, la Vergine dice quello che è Lei, quello che dobbiamo fare noi, o una singola persona, ma più ancora vuole da tutti noi preghiera e penitenza. Ricordo queste sue raccomandazioni: «Le Ave Maria che dite con fede e amore sono tante frecce d'oro che raggiungono il Cuore del mio Figlio Gesù» e «Frequentate i primi nove venerdì del mese, perché è una promessa del Cuore di mio Figlio».

- Perché la Madonna si è presentata come la Vergine della Rivelazione?

«Perché io come protestante cercavo di com­batterla con la Bibbia. Invece chi non obbedisce alla Chiesa, ai dogmi alla tradizione, non obbedi­sce alla Bibbia. La Vergine si presentò con la Bib­bia in mano, quasi a dirmi: tu puoi scrivere contro di me, ma io sono quella che è scritta qui: Immaco­lata, sempre Vergine, Madre di Dio, Assunta in cie­lo. Ricordo che mi disse: «La mia carne non poteva marcire e non marcì. Ed io, presa da mio Figlio e dagli Angeli, fui portata in cielo. E la Trinità divi­na mi ha coronata Regina». Era un invito alla Bib­bia, ancor prima che venisse il Concilio. La Vergi­ne cercava di dirmi: tu mi combatti con la Rivelazione, invece io sono nella Rivelazione».

- Qual è il messaggio che la Madonna ti ha af­fidato?

«L'umanità deve ritornare a Cristo. Dobbiamo ricercare l'unità voluta da Lui. La Barca di Pietro, l'Ovile di Cristo attendono tutta l'umanità. Aprire il dialogo con tutti, parlare al mondo, camminare per il mondo dando il buon esempio di una vita cristiana... Il 23 febbraio 1982, la Vergine appa­rendomi, mi parlò anche del Papa Giovanni Paolo II: di quello che deve fare e di come lo deve fare e di non aver paura degli attentati, perché Lei gli sa­rà vicino».

- Subirà ancora degli attentati il Papa?

«Vedi, io non posso dire niente, però l'attenta­to al Papa non è solo fisico. Quanti figli lo attenta­no spiritualmente! Ascoltano e non fanno quello che dice. Gli battono le mani, ma non gli obbe­discono».

- Come vedi il rapporto particolare d'amore che c'è tra il Papa e le Madonna?

«La Vergine Santa mi ha detto che ama in mo­do speciale Giovanni Paolo II e Lui ci dà continua­mente dimostrazione di amare la Madonna. Però - questo lo devi scrivere - la Vergine lo attende alle Tre Fontane, perché di lì deve consacrare il mondo al Cuore Immacolato di Maria».

- Che ruolo ha la Madonna, secondo te, in questo difficile dialogo tra Cristo e l'uomo d'oggi?

«Attraverso la Madonna, la Misericordia di Dio vuole richiamare l'umanità. Maria è una Ma­dre che conosce, ama e vive la Verità per farla co­noscere, amare e vivere da tutti noi. È una Madre che ci richiama tutti a Dio. ...Se potessi parlare ai Capi di Stato, direi a tutti: perché non ci amiamo veramante, per fare tutti una cosa sola, in un solo Dio, sotto un solo Pastore? Perché non amarci ed aiutarci? Se così faremo, saremo nella pace, nella concordia e nell'unità voluta dalla Vergine».

Ed è così che Bruno Cornacchiola, da aspirante-assassino del Pontefice Romano, è di­ventato, per una grazia specialissima della Ma­donna, un apostolo meraviglioso del Cristo e di sua Madre, un innamorato della Chiesa Cattolica e del Papa, un costruttore della civiltà dell'amore.

 

«Dillo subito alla Madonna»

«Donna, se' tanto grande e tanto vali che qual vuol grazia ed a Te non ricorre sua disianza vuol volar senz'ali».

«La tua benignità non pur soccorre a chi di­manda, ma molte fiate liberamente al diman­dar precorre». (Dante, Par. 33,12-17)

- La storia che qui raccontiamo è tutta vera, anche nei più piccoli particolari. Vengono taciuti i nomi dei protagonisti, i quali per ovvi motivi, han­no chiesto il silenzio. I protagonisti sono un sacer­dote, che chiamiamo Padre Cristoforo, perché è un grande «portatore di Cristo» ai giovani, un ragazzo molto malato che chiamiamo Giovanni, e due me­dici non-credenti.­

«Padre, deve andare a Lourdes»,

Fra Cristoforo era un sacerdote e religioso dall'anima ardente. Innamorato di Gesù, come po­chi lo sono su questa terra, non aveva che un so­gno: parlare con Dio e parlare di Dio ai fratelli.

I giovani da portare a Cristo erano il suo amore.

Predicatore e direttore spirituale intelligente ed aperto, nessuno lo poteva fermare nella sua missione.

Ma in quegli anni, i suoi Superiori gli avevano affidato un ufficio conventuale che gli rendeva quasi impossibile assentarsi anche un giorno solo dal suo convento. Naturalmente anche di là, con la preghiera e con l'azione, portava il Cristo alle anime.

Non pensava minimamente ad uscire. Di an­dare a Lourdes neanche l'idea. Di tentare altre «avventure», senza il consenso dei Superiori, nep­pure la tentazione. La sua «obbedienza» lo voleva là. Punto e basta.

Un giorno venne chiamato in parlatorio. C'era una signora, che Fra Cristoforo non conosceva af­fatto, che voleva parlargli:

- Reverendo, lei è stato scelto come Padre Spirituale dei malati che vanno a Lourdes dalla nostra città, nel prossimo pellegrinaggio col «Tre­no verde».

- Ma come è possibile? E chi gliel'ha detto? Io non ne so nulla.

- Padre, non si stupisca troppo, adesso lo sa. - Signora, non scherziamo. Mi occorre il per­messo del Padre Provinciale.

- È il suo Padre Provinciale che mi manda. - Ma chi mi dà il denaro? È una spesa no­tevole!

- Padre, è già tutto pagato. Deve solo venire. L'aspettiamo solo alla nostra riunione organizzati­va. Cerchi di non nancare.

Fra Cristoforo era trasognato. Chi l'aveva mandata quella tale? Che cosa c'entrava lui, pove­ro frate? Possibile che lo volesse il Padre Provin­ciale? Queste donne ne combinano sempre una! Domandò, si informò, si accertò...

Il Padre Provinciale, lui in persona, lo manda­va a Lourdes, qualche giorno dopo.

Non c'era che da ubbidire. Alla data fissata, Fra Cristoforo, con la sua valigetta, il brevario, la veste e il mantello che svolazzava al vento, col cuo­re in festa, salì sul «treno verde» dei malati e partì.

A Lourdes la Madonna lo aspettava. Un aviere malato Alla stazione, mentre i barellieri portavano i malati sul treno, una donna in lacrime si avvicinò a Fra Cristoforo. Accompagnava alla partenza suo figlio molto malato. Si chiamava Giovanni e face­va, quando era in salute, l'aviere. Il povero ragaz­zo, in seguito ad un grave incidente di volo, era ca­duto atterrando con l'aereo. Si era fratturato alcune costole che avevano colpito i suoi polmoni riducendolo in fin di vita. Ora si recava a Lourdes a chiedere alla Madonna la guarigione e la salute.

Quella mamma in pianto, pressoché dispera­ta, si rivolgeva al Padre e gli raccomandava il suo «bambino»: «Gli stia vicino, Padre, la supplico, me lo aiuti e me lo riporti a casa sano».

Fra Cristoforo strinse subito amicizia con quel caro giovane.

Aiutato da Dio, ne avrebbe fatto comunque un capolavoro d'amore.

Il treno partì.

Lungo il viaggio si avvicinò al malato, gli par­lò a lungo. Lo preparò con la Confessione a pre­sentarsi alla Madre di misericordia. Giovanni si confessò come un santo: doveva essere davvero preparato per quell'incontro con la Mamma del Cielo.

Giunto a Lourdes, Giovanni era in uno stato pietoso.

La morte non era più lontana.

Nel pomeriggio, mentre il Padre stava con gli altri sacerdoti in processione verso la grotta di Maria, uno degli addetti ai malati che erano alli­neati sull'esplanade, in attesa della Benedizione Eucaristica, si avvicinò a lui e gli disse:

- Venga presto, Padre: Giovanni, uno dei no­stri malati, chiede di lei. Sta morendo sulla car­rozzella...

Fra Cristoforo si affrettò immediatamente. Giovanni non poteva più respirare e chiedeva con insistanza di essere portato a letto.

- Gesù - gli disse il Padre - sta arrivando per benerdirti...

- Padre, mi sento morire...

Viene portato urgentemente in corsia. Il sa­cerdote lo segue. Nel letto si riprende e riposa per quanche ora. Ma al mattino successivo è davvero in agonia. Fra Cristoforo non lo abbandona più. Otto ore consecutive di assistenza. Gli amministra tutti i Sacramenti. E Giovanni, pienamente co­sciente, è incamminato verso la sua ultima ora.

- Padre, sono sereno. Oh, ci fosse anche qui lei la mamma. Ma non fa nulla, non importa, c'è Gesù con me. Non ho paura. C'è la Madonna che mi sostiene. Quando tornerà a casa, conforti lei, Padre, la mia mamma. Le dica che sono morto contento, perché la Madonna mi accoglie in Pa­radiso».

La sua calma è meravigliosa: è sereno, com­pletamente rassegnato alla sua ora suprema. Non c'è che fare l'ultimo passo, il passo della vita che dà sulla morte, o meglio, sulla Vita che non tramonta.

Il sacerdote invidia la sua morte: presso quel letto di un giovane che si spegne, è quasi sensibile la presenza della Madonna.

«Parlane tu alla Madonna»

- Giovanni - gli dice il Padre, ora sei tutto puro. Gesù ti ha purificato da tutte le tue miserie. Il Paradiso è a un passo da te. Presto vi entrerai come un santo. Pensa, che bello: vedrai il tuo Dio, lo contemplerai per sempre. Non ci sarà più peri­colo di perderti. Coraggio. La Madonna ti intro­durra Lei stessa presso il suo Gesù.

Il male lo strazia. Gli manca il respiro. Ma in quel mare di sofferenza, Giovanni sorride. È or­mai vicino, vicinissimo, alla Vita. Il volto, già se­gnato dalla morte, si fa luminoso, bello, irradia lu­ce e pace.

Non è già questo un miracolo della Madonna? Giovanni e Fra Cristoforo si confortano a vi­cenda. Non era forse Maria apparsa in Lourdes, alla piccola Bernadette, per portarci tutti in Para­diso? Dunque, ora lo sta facendo, che sia benedet­ta in eterno!

- Padre, consoli la mia mamma. Le dica che non pianga se non mi vedrà più su questa terra. Ci rivedremo in cielo. Lassù la attendo. Attendo an­che lei, Padre.

- Si, figlio mio, aspettaci... e aiutaci lungo il cammino che dobbiamo ancora percorrere. Prega tu la Madonna per noi, assistici, come io ho assi­stito te, da quando ci siamo incontrati in treno e come siamo stati vicini in queste ore...

- Oh, Padre, grazie di tutto, grazie, mi ricor­derò di tutti, di tutti i pellegrini. Racconti tutto a mia mamma, quando arriverà a casa, senza di me.

- Certo, bambino mio! E dirò che sei spirato felice!

In quel momento Fra Cristoforo si sente spin­to a confidare al moribondo un cruccio che aveva in cuore. Era un grosso dispiacere ed ora voleva parlargliene.

- Permettimi che io chieda a te un favore, non appena giungerai in Paradiso. Ascoltami. Qui nel nostro pellegrinaggio, ci sono due persone che sono venute a Lourdes come per un viaggio di pia­cere. Non pregano. Non si sono accostate ai Sacra­menti. Come io ti ho promesso di parlare di te alla tua mamma, appena la incontrerò nella nostra cit­tà, promettimi anche tu che chiederai alla Mamma del Cielo che converta queste due anime! Saranno queste due conversioni il segno che tu sei arrivato in Paradiso e che avrai chiesto la salvezza di quel­le persone che ora non conosci.

- Sì, Padre, lo farò, stia certo.

- Ma mi hai capito bene? Voglio che tu chie­da la grazia della loro conversione e che me la fac­cia conoscere...

- Ho capito perfettamente. La Madonna mi esaudirà.

Ed io rimango in attesa.

Non percepiva più altre parole.

Si fece silenzio.

Giovanni chiuse gli occhi, mentre Fra Cristo­foro raccomandava la sua anima a Dio. Non parla­va più. Non respirava più. La sua anima era ormai visione di Dio, condotta a Lui dalla mani della Ma­donna Santissima.

Fra Cristoforo gli chiuse gli occhi con una ca­rezza, recitando per lui il primo «requiem». Il Pa­dre era veramente sfinito, dopo otto ore di assi­stenza spirituale: aveva più dato o più ricevuto in quel momento del suo ministero sacerdotale?

Il vincitore è Cristo

Benedisse la salma di Giovanni, lo guardò a lungo, poi fu costretto dai dirigenti del pellegri­naggio ad andarsene in cerca di ristoro. Non avrebbe mai più dimenticato quel caro ragazzo che aveva accompagnato in Paradiso.

Mentre si allontana da quel letto, giunge verso di lui uno dei due medici in servizio presso i mala­ti. Chiede notizie di Giovanni:

- Come sta?

- È spirato da pochi minuti.

Il medico continua il cammino per constatare la morte del giovane.

Proprio in quel momento il Padre si ricorda che era proprio lui uno dei due «fratelli» affidati a Giovanni, prima che spirasse. Lo chiama:

- Dottore!

Il medico torna indietro e Fra Cristoforo gli va incontro, staccandosi da coloro che lo accom­pagnavano.

- Dottore - gli sussura piano - mi permetta una parola: lei è qui nel nostro pellegrinaggio e fa tanto bene ai nostri malati, ma... mi sembra che non ha ancora adempiuto i suoi doveri religiosi... Il giovane dottore abbassa gli occhi, china il capo e confessa umilmente:

- È vero, Padre, ma stasera vengo da lei: mi confesserò e comincerò una nuova vita.

- Grazie, dottore. Stasera le dirò tutto ciò che ho in cuore.

- Verrò. E s'avvia frettoloso verso il letto do­ve giace il cadavere di colui che si è già interessato presso la Madre di misericordia.

Era la prima conversione, il primo miracolo. Ma le anime che Fra Cristoforo aveva affidato a Giovanni erano due...

Dopo il successo strepitoso presso la prima «pecorella smarrita», il Padre si mise in cerca del­la seconda.

Non disse ad alcuno del patto fatto col mori­bondo. Ma cercò subito l'altro medico lontano da Dio. Chiese ai colleghi medici. Chiese al gruppo di coloro che alloggiavano presso il medesimo hotel. Nessuno, quel giorno, l'aveva incontrato. Seppe poi che, per non annoiarsi in quella cittadina «piena di malati, di preti e di bigotti», era andato a fare una gita sui monti.

A tarda sera non l'aveva ancora trovato. Col pensiero fisso a lui che non conosceva di persona, si rassegnò ad andare a riposare.

L'indomani mattina alle otto, presso la grotta di Maria.

Veniva celebrata la Messa, presenti tutti i ma­lati e i pellegrini.

Fra Cristoforo è là che prega. Ad un tratto al­za per caso gli occhi e vede un signore, non più gio­vane, che s'avvicina al recinto e gli chiede di acco­starsi a lui.

- Padre, ieri lei mi cercava? Desiderava di parlarmi? Io sono il dottor X.

- Oh, sì, desideravo parlarle, ma non qui.

Il medico lo guardò fisso, con aria di chi inter­roga. Poi, sorridendo meravigliosamente, gli disse:

- Forse ho capito. Oggi, oggi stesso, sono sta­to a confessarmi e ho ricevuto la santa Co­munione.

Anche lui si era convertito. Il Cristo ancora una volta era stato, con Maria, sua Madre, il Vinci­tore. Il Galileo aveva ancora vinto.

In quel momento Fra Cristoforo vide i cieli aperti e, nella gloria del Paradiso, la Madonna, che con voce materna, aveva ottenuto il ritorno all'ovi­le dell'altra pecorella smarrita.

L'aviere Giovanni aveva eseguito pienamente e in maniera mirabile l'incarico che il Padre gli aveva affidato, presso la Madre della Misericor­dia... I due peccatori, per sua intercessione, erano finalmente tornati a vivere nella Grazia di Dio. Maria, Refugium paccatorum, ora pro nobis. «Coloro che hanno trovato me - dice la Ma­donna - hanno trovato la Vita».

A risentirci, amici ora che hai scoperto l'opera stupenda di Maria in alcuni nostri fra­telli, rendi grazie al Cristo, perché Lui, 1950 anni fa, sulla sua Croce, patibolo di morte e vessillo di vita, ce l'ha data come Madre, per i secoli dei secoli.

Rendi grazie a Lui, perché Maria, la Madre della Chiesa e dell'umanità intera, cammina anco­ra sulle strade della nostra terra, alla ricerca dei figli dispersi di Dio, per radunarli tutti nell'ovile della Chiesa del suo Figlio divino.

È il Cristo, il Salvatore soltanto il Cristo, il Mediatore tra Dio e l'uo­mo, il Cristo Crocifisso e Risorto per noi, il Cristo che opera nelle Chiesa e porta la Salvezza per mez­zo della sua Parola annunciata e dei segni sacra­mentali celebrati dai suoi sacerdoti.

«Dalla pienezza del Cristo, noi tutti riceviamo grazia su grazia» (Gv 1). A Lui dobbiamo ritornare, ogni giorno, per avere la Vita che non muore, per scoprire il significato, profondo della vita e della storia, per ritrovare il gusto di vivere e di lavora­re, di sacrificarsi e di donare, per incontrare Dio. Maria, accanto al Cristo

e con Lui coopera alla salvezza del mondo, co­me solo la Madre del Dio incarnato, morto e risor­to per l'umanità, può fare.

«Assunta in cielo, Maria, con il suo materno amore si prende cura dei fratelli del Figlio che so­no ancora pellegrini e posti tra tanti pericoli e af­fanni, fino a che non siano condotti alla patria bea­ta» (Lumen gentium, 61).

«Maria diede alla luce il Figlio, costituito da Dio primogenito di una moltitudine di fratelli, cioè dei fedeli, alla cui nascita e formazione ella coopera con amore di Madre» (Lumen gentium, 63).

Noi dobbiamo conoscere Maria;

troppo poco conosciamo l'opera del Cristo e di sua Madre nelle anime. Se conoscessimo que­st'opera esulteremmo di gioia e non finiremmo di cantarne le lodi e di crescere nell'amore.

Dobbiamo studiare il Cristo, dobbiamo stu­diare Maria, per riempirci il cuore di Lui e di sua Madre, per essere docili alla loro azione dolce e

potente nei nostri cuori e ritrovare, se l'abbiamo perduta, la giovinezza e il candore dell'innocenza prima.

Gli atti dell'Immacolata

nel mondo intero - Acta Immaculatae in uni­verso mundo - sono già stati scritti da Lei, la por­tatrice di Cristo agli uomini, nelle anime dei suoi figli:

noi dobbiamo conoscerli e farli conoscere agli altri - per questo ho scritto queste pagine -  «per presentarli alle anime, nutrirle dell'Immacolata, affinché al più presto possibile si rendano simili a Lei e si trasformino in Lei per trasformarsi in Cristo».

Era il sogno di San Massimiliano Kolbe, il martire dell'amore, il cavaliere dell'Immacolata, «l'apostolo di questo nostro difficile secolo», è il sogno di tutti i santi, è il mio sogno, - di me che santo non sono, ma che a tutti voglio dire: Amici, accorrete al Cristo, la Fonte perenne della vita, andate da Maria perché Ella, la Mam­ma, vi porti al Cristo.

Di Te, o Maria, scriverò ancora

cantando il «Magnificat», perché Dio ha fatto grandi cose nella tua anima eletta e continua a compiere, per mezzo tuo, grandi cose, nelle anime dei tuoi figli.

Ai giovani che cercano la gioia, o Mamma, di­glielo Tu: il Cristo è la gioia, il Cristo è la giovinez­za, il Cristo è la primavera.

Agli uomini erranti nei poveri labirinti della terra, o Mamma, gridalo Tu: il Cristo è la strada, il Cristo è la Civiltà, i Cristo è la vita che non muore.

Ai sacerdoti e agli apostoli, a volte scoraggia­ti, perché il mondo li rifiuta, o Mamma, fa' sentire il tuo abbraccio d'amore e parla: «Continuate a ge­nerare il Cristo nelle anime, anche se inchiodati alla croce».

Sii per noi, uomini del crepuscolo del XX se­colo, la Mamma, la Maestra, la Guida. Ripeti, an­che a noi, le parole che un giorno dicesti ai servi degli sposi di Cana di Galilea:

«Fate tutto quello che Gesù vi dirà».