STRADE NUOVE CON LA
MAMMA
(I
convertiti e Maria)
Ave
Maria.
Noi
ti preghiamo stanchi delle nostre colpe. Per gli infelici a cui tutto manca di'
al Figlio tuo: «Non hanno pane... ». Per gli infelici a cui manca Dio!
supplicalo per noi: «Non hanno amore...» (Nicolò Tommaseo) Casa Mariana Frigento (AV)
e
la mia mamma, nei mesi dell'attesa, pregava per me la Madonna, perché nascessi
sano e crescessi buono.
Aveva
un'immagine di Maria bambina, piccola, bella, dal viso dolcissimo, un piccolo
batuffolo biondo, e voleva un bambino che le rassomigliasse.
Ora
che quel «bambino» ha piu di 40 anni, conserva l'immagine della Bambina di
Nazareth e la prega perché lo renda bambino fino all'incontro con Lei e il suo
Gesù.
Sono
cresciuto, ho studiato la storia, le opere e le carte degli uomini: tutto mi è
apparso un punto interrogativo, una reiterata domanda, un'equazione cui manca
la «x».
Insoddisfatto,
cercavo il Senso del tutto, degli uomini e delle cose.
Ed
ho sperimentato che non il piacere, non la lotta, non la politica o il prestigio
personale, nulla di questo, era il senso della vita e dell'universo.
Ad
un millimetro dalla disperazione, ho incontrato il Cristo:
oh,
il giorno felice, in cui ho visto il suo volto, ho sentito le sue labbra a me
proclamanti: «Io sono la via, la verità, la vita».
Sì,
il Cristo è il senso di tutto, della vita, del dolore, della morte; il Cristo
è la Luce, l'Amore, la Vita e la Gioia.
Mio
Dio, che fortuna averti incontrato sui miei passi, Tu mia benedizione per
sempre, Cuore del mio cuore, Vita della mia vita, Giovinezza eterna!
Vedevo
solo il Cristo, in quei giorni; bellissimo, avvincente, che tutto mi legava a
sé, come la calamita la limatura del ferro, come il fuoco fonde la ghisa.
Non
vedevo che il Cristo: sua Madre e i suoi santi si fecero piccini al mio sguardo
e quasi li dimenticai...
Ma
un giorno di sofferenza, il mio amico Pietro, da ventotto anni immobile nel suo
letto, mi disse: «Non temere, abbiamo una Madre, la Madonna».
Sono
stato folgorato e a Lei sono ritornato, come un bambino, che ha male e che
piange e attende la mamma che gli asciughi le lacrime sul ciglio.
«Ave
Maria, piena di grazia» - ho ricominciato a pregare allora. «Santa Maria,
prega per noi peccatori » - ho continuato a pregare sulla corona tutti i
giorni.
Ed
è stato come il fiorir della primavera, in uno spandersi senza fine di luce e
di amore.
Madre
del Cristo, Madre dei credenti, Madre degli esuli, Madre dei peccatori, Madre
degli uomini, Madre dei sacerdoti, Condottiera delle anime al Cristo, Educatrice
del Cristo nelle anime, o Maria, io ho visto le tue meraviglie nella mia piccola
vita, nella vita di coloro che pur nell'abisso più nero, vengono a Te.
Davanti
a Dio, Tu non preghi, comandi, Madre onnipotente della misericordia e dell'Amore
senza fine.
Vorrei
parlare di Te, o Maria, come mai nessuno ha parlato. Il Cristo è Tutto, è
l'Assoluto, è il Mediatore Unico tra Dio e gli uomini, ma Tu sei sua Madre, o
Maria.
Sei
Tu che ci porti al Cristo, sei Tu che fai crescere e educhi il Cristo nelle
anime.
Per
Maria andiamo a Gesù. «Per Mariam ad Jesum».
Maria,
Tu sei la Cristifera, la portatrice del Cristo al mondo che l'attendeva, al
mondo che l'attende.
«Umile
ed alta più che creatura», per parlare di Te, vorrei superare S. Bernardo di
Chiaravalle, le rime di Dante Alighieri e di Francesco Petrarca, vorrei andare
oltre S. Luigi Grignon di Montfort, ma, uomo di poca fede, di fragile amore,
non ho gli occhi d'aquila per contemplare con la forza il Cristo tuo Figlio e Te
che gli sei Madre.
So
solo cantare il tuo «Magnificat», perché Dio ha fatto in Te grandi cose e
santo è il tuo Nome.
Parlerò
dei tuoi capolavori, o Maria, di quei fratelli, che immersi nel fango o avvolli
da tenebre dense, Tu, o Madre, lìai portato al Cristo, strappandoli a Satana, e
li hai resi «una lode di gloria» alla Trinità e un inno di luce al tuo
grembo di Madre che oggi ancora, di generazione in generazione, partorisce i
figli di Dio, fratelli del tuo divin Figlio.
I
«convertiti», quelli che hanno cambiato rotta, per tuo soccorso, o Madre, i
nuovi santi che Tu generi, sono i tuoi capolavori, nei secoli e nell'eternità:
che
cantino essi la tua grandezza, o Madre: «Te Deum laudamus, Te, Maria, laudamus».
Continuerò la tua missione, o Madre, che è quella di generare il Cristo nelle
anime: Tu, Cristifera al mondo, io, portatore del Cristo - cristoforo - per ogni
uomo che incontro non avrò pace, finché il mondo intero, per le tue mani e il
tuo Cuore immacolato, sarà diventato il Corpo del Cristo, il Cristo-Totale,
per
la gloria di Dio.
«Quando fui investito dalla luce di Maria mi parve che una benda cadesse dai miei occhi».
Nella
notte tra il 18 e il 19 luglio 1830, a Parigi, la luna brillava alta nel cielo
gremito di stelle. Giorni tristi di sangue si preparavano per il re Carlo X e
per la Francia.
Nel
convento delle Figlie della Carità di S. Vincenzo de' Paoli, le suore
riposavano serene, dopo un giorno di lavoro e di preghiera. Nel camerone del
Noviziato, una suorina, Caterina Labouré, si era addormentata tranquilla,
pensando al giorno della sua professione religiosa.
Verso
mezzanotte, Caterina si sentì chiamare due volte. Si destò, scostò la tendina
del letto e vide un bambino sui cinque anni. «Vestiti in fretta e vieni con
me, - le disse - la Madonna ti aspetta in cappella».
Dopo
alcune insistenze del piccolo, Caterina si vestì e seguì il bambino verso la
cappella. Qui giunta, vide tutta la chiesetta illuminata. Il bambino la invitò
a inginocchiarsi, poi esclamò: «Ecco la Madonna! Eccola, viene».
La
Vergine era seduta presso l'altare sulla poltrona del predicatore. Caterina,
piena di confidenza si inginocchiò vicinissimo alla Madonna, appoggiando le
mani sulle ginoccchia di Lei, con una gioia senza limiti.
Allora
la Madonna le parlò:
«Quando
eri bambina, tu mi hai scelto per madre... E io lo sarò sempre. Ti attendo
ogni giorno ai piedi del mio altare. Quando sarai afflitta, quando avrai delle
sofferenze che non saprai a chi confidare, vieni da me e dimmi ogni tua pena.
Io ti consolerò, ti darò tutte le grazie di cui avrai bisogno. Abbi
confidenza in me ... ».
Poi
Maria le parlò dei tempi tristi che stavano avvicinandosi per la Francia:
«I
peccati si moltiplicano sulla terra. Per questo vi saranno molte vittime.
Moriranno molti sacerdoti e lo stesso Arcivescovo di Parigi perirà. Figlia
mia, la Croce sarà disprezzata, il sangue scorrerà per le vie... Il mondo
intero sarà nella tristezza».
Un'immensa
mestizia segnava il volto di Maria. Piangeva.
«Ma
io sarò la Madre di tutti coloro che soffrono - aggiunse - Venite ai piedi
del mio altare, domandate con fiducia la mia protezione e io vi consolerò».
Passarano
quattro mesi da quell'apparizione notturna della Madonna alla piccola suora
venticinquenne. Dopo le giornate di luglio, 27-28-29 luglio, re Carlo X era
stato cacciato e gli era successo Luigi Filippo, «re dei francesi».
Il
27 novembre 1830, suor Caterina verso le 17,30 era in chiesa per la preghiera
serale. Quando alzò gli occhi, vide, in piedi accanto all'altare, la Madonna
che reggeva un globo luminoso sormontato dalla croce. Vestita completamente di
bianco, Maria ad un certo punto aprì le mani e dalle sue dita scaturirono raggi
fulgentissimi che scendevano fino a terra.
Maria
parlò a Caterina:
«Questo
globo che tu hai visto è il mondo intero, dove abitano i miei figli. Questi
raggi sono le grazie che io spando su tutti coloro che mi invocano come madre.
Sono così contenta di esaudire i miei figli che mi chiamano in loro aiuto, ma
tanti non mi invocano mai. E molti di questi raggi vanno perduti perché pochi
mi pregano».
Attorno
a Maria si formò allora una cornice formata da queste parole: «O Maria
concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a Te». Maria aggiunse:
«Fai
preparare una medaglia su questo modello. Tutte le persone che la porteranno
si di sé, sentiranno la mia protezione».
Per
cinque volte suor Caterina rivide Maria così come l'aveva veduta quella sera
del 27 novembre. L'ultima volta fu nel settembre 1831, quando la Madonna disse
alla piccola suora:
«D'ora
in poi non mi vedrai più, ma durante le tue orazioni ti farò ancora sentire la
mia voce». Caterina ne parlò al suo Confessore, il Padre Aladel, che non volle
prestarle fede per moltissimo tempo. Finalmente, dopo tanto tempo, Padre
Aladel ne parlò con l'Arcivescovo di Parigi; Mons. Quelen. Dopo aver a lungo
pregato, l'Arcivescovo fece coníare la medaglia nella forma voluta dalla
Madonna.
Da
quel giorno, milioni di medaglie sono state diffuse nel mondo, recando a tutti
la presenza e il conforto della Madonna. E Maria, attraverso quel piccolo segno
della «medaglia miracolosa» portata con fede e amore a Lei, continuò ad
essere, come sempre era stata nei secoli, la «Condottiera» delle anime al
Cristo.
Sant'Andrea
delle Fratte: secondo atto L'otto dicembre 1841 una nave carica di passeggeri,
partita da Marsiglia, toccava il porto di Civitavecchia. Sul ponte, pronta a
scendere, c'era una piccola folla di stranieri: francesi, inglesi, belgi,
alsaziani. In quel momento, i cannoni del porto tuonarono a salve.
«Che
cosa sta accadendo? - domandò un ebreo ad un suo compagno di viaggio.
«Non
si spaventi, signor Ratisbonne. Sono spari di festa. Oggi è la festa
dell'Immacolata Concezione di Maria e le batterie del porto «sparano» in
onore della loro celeste Patrona».
«Al
diavolo! » - proruppe Tobia Ratisbonne. E afferrando con rabbia i suoi bagagli,
rientrò nella sua cabina.
Il
capitano della nave gli si fece incontro, gentile:
«Qualcosa
che non va, signor Ratisbonne?». «Sicuro. Avevo una mezza intenzione di sbarcare
a Roma, ma queste sciocche superstizioni di Madonne e cannonate me ne hanno
tolta la voglia. Sbarcherò a Napoli. Questa stupida città del Papa mi dà la
nausea».
Il
capitano della nave non si stupì di queste parole rabbiose. Tobia Ratisbonne
era un giovane ebreo nato in Alsazia, ed era diventato con la sua intelligenza
fuor del comune un banchiere ricchissimo. Egli odiava il cattolicesimo a tal
punto che quando suo fratello Teodoro si era convertito a Cristo e si era fatto
sacerdote, lui l'aveva ripudiato come fratello.
Nonostante
la, sua rabbia contro il cattolicesimo, il desiderio di vedere la Roma dei
Cesari lo vinse. Da Napoli, dove era sbarcato in un primo tempo, vi si recò il
15 gennaio 1842.
La
famiglia De Bussière, nobili e ricchi patrizi, lo ospitò trattandolo
splendidamente. Tobia vide i Fori imperiali, il Colosseo, le Terme di Caracalla,
le antiche vie sulle quali gli imperatori avevano celebrato i loro superbi
trionfi. «Peccato che quella città regina del mondo antico ora fosse dominata
dal Papa, rappresentante di quel Galileo, che gli ebrei avevano mandato alla
forca come bestemmiatore e guerrigliero! ».
Alla
vigilia della sua partenza, Tobia Ratisbonne domandò a Teodoro De Bussière
come avrebbe potuto contraccambiare tanta squisita cortesia verso di lui.
Teodoro, sorridendo, rispose: «Dovresti farmi un piccolo favore, Tobia. Tu sai
che io ero protestante, ma che da qualche tempo sono entrato nella Chiesa
cattolica. Ora vorrei donarti una medaglia di Maria Immacolata. Vuoi accettarla
come segno della mia amicizia?.».
L'ebreo
provò un'enorme ripugnanza. Tuttavia, da gentiluomo qual era, non poteva
rifiutarsi. Abbassò la testa e si lasciò porre al collo la medaglia, come un
bambino. Poi, guardando Teodoro, con ironia, sbottò:
«Ed
eccomi ora cattolico, apostolico, romano».
Il
giorno 20 gennaio era segnato per la partenza. Teodoro accompagnò in carrozza
l'amico per le vie di Roma. Si fermarono alla chiesa di S. Andrea delle
Fratte.
«È
una chiesa bella e antica. Dovresti visitarla, - disse Teodoro a Tobia -
scendi e prova a darle una sguardo».
Entrarono.
La chiesa era piccola e deserta, ma un piccolo tesoro d'arte. Teodoro si recò
con indifferenza, quando il suo sguardo fu attratto verso l'altare di san
Michele.
Era
un vero miscredente. Un autentico negatore del Cristianesimo. Nessuna emozione
mistica lo turbava. Non desiderava credere, murato nella sua indifferenza. Ecco
come lo stesso Ratisbonne racconta la sua esperienza:
«Nessun
oggetto d'arte attirava la mia attenzione. Lasciai scorrere lo sguardo
all'intorno, senza soffermarmi in alcun pensiero; mi ricordo solo di un cane
nero che saltellava davanti a me... Ma ben presto il cane scomparve, la chiesa
intera scomparve e non vidi più niente, o piuttosto, mio Dio, vidi una cosa
sola!
Ero
là, prostrato in lacrime, il cuore come strappato da me stesso, allorché De
Bussière mi richiamò alla vita.
Non
potevo rispondere alle sue domande affannose; poi afferrai la medaglia che
portavo sul petto; baciai con effusione la Vergine dispensatrice di grazia...
Oh, era proprio lei, la Vergine Maria apparsa davanti a me, in piedi,
sull'altare, piena di maestà e di dolcezza, con le mani - aperte da cui
scaturivano fasci di luce intensissima.
Una
forza irresistibile mi spinse verso di Lei. La Vergine mi aveva fatto segno con
la mano di inginocchiarmi e mi sembrò che mi dicesse: «Va bene». Non parlò
più a lungo, ma io capii tutto. Quando mi inginocchiai, investito dalla luce
delle sue mani, mi parve che una benda cadesse dai miei occhi...
Non
una sola benda, bensì l'intera moltitudine di bende che mi avevano avvolto,
disparvero l'una dopo l'altra, come la neve, il fango e il ghiaccio sotto
l'azione di un sole cocente.
Quel
che so, è che al momento di entrare in chiesa, ignoravo tutto; uscendone,
vedevo chiaro...»:
Teodoro
De Bussière lo scosse due o tre volte. Finalmente Ratisbonne si volse. Aveva il
volto inondato di lacrime e balbettava felice: «Era Lei, era proprio Lei,
Maria, la Madre del Cristo!».
Lo
accompagnarono da un prete cattolico Tobia De Ratisbonne gli raccontò la
straordinaria esperienza nella Chiesa di Sant'Andrea delle Fratte. Ormai nel
suo cuore era diventato cattolico.
«Se
quella mattina del 20 gennaio 1842 - scriverà più tardi - qualcuno mi avesse
detto: Ti sei alzato ebreo e ti coricherai cristiano, se qualcuno mi avesse
detto una cosa simile, l'avrei guardato come il più pazzo degli uomini... Se in
quel momento in cui entrai a Sant'Andrea - era mezzogiorno - qualcuno mi
avesse detto: Tra un quarto d'ora tu adorerai Gesù Cristo, tuo Dio e tuo Signore,
e sarai prosternato in una povera chiesa e ti picchierai il petto ai piedi di un
sacerdote, in un convento di Gesuiti dove passerai il carnevale per prepararti
al Battesimo, pronto ad immolarti per la fede cattolica, e rinuncerai al mondo,
ai suoi piaceri, alla tua fortuna, alle tue speranze, al tuo avvenire, e se
necessario, anche alla fidanzata, all'affetto della famiglia, alla stima degli
amici, all'affezione degli ebrei... e non aspirerai più che a servire Gesù
Cristo e a portare la sua croce fino alla morte... io dico che se qualche
profeta mi avesse fatto una simile predizione, avrei giudicato un solo altro
uomo più insensato di lui: l'uomo che avesse creduto alla possibilità di una
tale follia! Eppure è proprio questa follia che fa oggi la mia saggezza e la
mia felicità».
Il
sacerdote cattolico, incontrato quel giorno, lo invitò a prepararsi al
Battesimo. Era chiaro: Maria stessa lo voleva fratello del Figlio suo, il Cristo
Gesù, nella Chiesa cattolica, apostolica, romana.
Per
le vie di Roma si festeggiava il carnevale. All'interno di un Istituto dei Padri
Gesuiti, Tobia De Ratisbonne, il banchiere ebreo, giovane ambizioso, che
giudicava Roma «una stupida città» perché vi abitava il Papa, e l'Immacolata
solo una superstizione dei preti, si preparò con fervore di neofita al
Battesimo.
Compiuta
la preparazione, il Cardinal Patrizi battezzò Tobia De Ratisbonne. Volle
chiamarsi Alfonso Maria.
Maria,
l'Immacolata, l'aveva vinto e condotto con mano di mamma al suo divin Figlio.
Una
commissione incaricata dal Papa, nel giugno dello stesso anno, riconobbe la
verità dell'apparizione.
Tornato
in Francia, Alfonso De Ratisbonne lasciò tutto: la casa, la banca, la
fidanzata, la vita brillante che aveva davanti, per cominciare gli studi
teologici in preparazione al sacerdozio.
Dopo
l'ordinazione sacerdotale, don Alfonso si recò in Oriente, dove dedicò tutta
la sua vita alla conversione degli ebrei, fondando la Congregazione di Nostra
Signora di Sion.
Oggi,
chi va in Palestina e cerca la sua tomba, la trova nel piccolo cimitero di S.
Giovanni in Montana, all'ombra di una bianca statua di Maria Immacolata.
Per
tutta la sua vita, guidato da Maria, l'amore del suo Dio aveva preso il posto
di ogni altro amore.
«Prendi Tu, Maria, il peccatore inquieto dal cuore in tempesta, che si consuma nella ricerca delle chimere: ho un sogno, quello di credere in Te e di amarti come i frati dall'anima candida».
Vide
la luce a Lione nel 1873. Suo padre era un ricco commerciante di seta. A casa
sua non mancava assolutamente nulla. A cinque anni rimase orfano di padre. Il
piccolo Alexis lasciò Lione e andò a vivere in campagna con la mamma. Il nonno
materno gli insegnò il greco e il latino. Lui se la godeva spensierato: una
vita più che libera da ricco erede che aveva diritto a tutto.
Tornò
a Lione per compiervi gli studi liceali e per frequentare l'Università, Facoltà
di Medicina. Nell'aria del secolo XIX che volgeva al tramonto, si respirava il
Positivismo da tutte le parti: solo contava ciò che cadeva sotto l'esperienza
sensibile, il resto o era nulla o era inconoscibile. Quindi insignificante.
Qualche anno prima, Comte aveva sognato di predicare il Positivismo in NotreDame
come la «nuova religione» che avrebbe soppiantato il Cristianesimo.
Attraverso
studi approfonditi e severi, Carrel si era laureato in Medicina. Dietro il
medico competente, stava l'inventore geniale. Ancora giovanissimo, lavorava
alla Facoltà di Medicina a Lione. «Si occupava soprattutto di anatomia e di
scienze sperimentali, ma con uguale interesse, di questioni che stanno ai limiti
della pedagogia». Così scriveva il Dott. Carrel di se stesso. Ed aggiungeva:
«Assorbito
dagli studi scientifici, affascinato dallo spirito della critica tedesca, s'erà
convinto a poco a poco che al di fuori del metodo positivo, non esisteva
certezza alcuna. E le sue idee religiose, distrutte dall'analisi sistematica,
l'avevano abbandonato, lasciadogli il ricordo dolcissimo di un sogno delicato
e bello.
S'era
allora rifugiato in un indulgente scetticismo... La ricerca delle essenze e
delle cause gli sembrava vana, solo lo studio dei fenomeni, interessante. Il
razionalismo soddisfaceva interamente il suo spirito; ma nel fondo del suo
cuore si celava una segreta sofferenza, la sensazione di soffocare in un
cerchio troppo ristretto, il bisogno insaziabile di una certezza.
E
si buttava nella ricerca scientifica. Nel 1902 Carrel scoprì un nuovo «punto
di sutura» che applicò ai vasi sanguigni e fece della trasfusione del sangue
un'operazione praticabile.
Ma
quella ricerca scientifica, che era il suo orgoglio di medico e di inventore -
era pure l'orgoglio del suo secolo positivista - diventava il suo tormento.
Per esempio, la bellezza e l'armonia del corpo umano lo affascinavano: era
quello, nella sua piccolezza e nella sua grandezza, qualcosa di unico da
conoscere, da esplorare, da indagare. Eppure il corpo umano, come ogni
materia, era destinato alla corruzione. Perché?
Lo
scienziato, che voleva essere soddisfatto della sua scienza positiva, si poneva
le domande profonde, più grandi, e diventava filosofo che si interroga: «Chi
siamo noi? Da dove veniamo? E dove andiamo?».
«Interrogativi
senza senso», insegnava il Positivismo. Domande da adoloscenti da buttare via
al più presto.
Eppure
Alexis Carrel se le poneva. Non aveva risposta. Il suo orizzonte si stringeva.
Ed era tormento, perché lui, in fondo, voleva sapere «più in là», non
solo ciò che cadeva sotto l'esperienza sensibile del microscopio e del
bisturi.
Proprio
in quegli anni, Lourdes con il suo santuario dedicato alla Madonna, attirava
gente da ogni parte d'Europa. Ed erano soprattutto i sofferenti nel corpo o
nello spirito, i malati di ogni genere che andavano alle falde dei Pirenei a
parlare di sé alla bianca Regina, apparsa in una grotta ad una povera ragazza
del popolo, Bernadette Soubirous, nella primavera del 1858.
E
c'era, tra i molti malati, qualcuno che tornava a casa guarito. Chi non
guariva, ritornava a casa consolato, disponibile ad accettare, persino ad
amare, la croce dolorosa della malattia e della morte.
Negli
ambienti medici si discuteva sul «fenomeno Lourdes». C'era chi credeva al
miracolo, c'era chi rifiutava di credere o almeno sosteneva trattarsi di fatti
inspiegabili.
Nel
1894 Emile Zola, illustre scrittore naturalista francese, dopo essere stato a
Lourdes ed aver visto fatti sbalorditivi, scrisse un libro, Lourdes, nel quale
negava ogni realtà di miracolo.
Quel
libro lasciava il dottor Carrel perplesso. Lui non credeva al miracolo, lo
spiegava come fatto di suggestione collettiva, però constatava anche che «si
è sempre sistematicamente rifiutato di studiare ciò che accade a Lourdes.
Perché non tentare di farlo? Se non ci sono che guarigioni immaginarie, non
sarà poi troppo il tempo perduto. E se, per avventura, c'è qualche risultato
reale, qualunque ne sia la causa, sarebbe questo un fatto che, constatato in
modo veramente scientifico, potrebbe avere un interesse notevole».
Prese
una decisione: nel 1903 partecipò come medico ad un pellegrinaggio a Lourdes.
Di questa esperienza, che sarà decisiva per la sua vita, Alexis Carrel tracciò
un resoconto oggettivo che pubblicò col titolo «Viaggio a Lourdes»: da
questo piccolo libro prendiamo il racconto che stiamo per iniziare.
Il
treno era pieno di ammalati. Li guidava alla cittadella di Maria, il Vicario
Generale della diocesi di Lione, ed alcuni sacerdoti. Alcuni medici, tra i
quali il dott. Carrel, prestavano la loro assistenza ai malati.
In
fondo al cuore ognuno portava una speranza: la guarigione che la Madonna
avrebbe potuto concedere. Tutti avevano una certezza: tornare a, casa rifatti
migliori, più sereni, più capaci di accettare la vita anche con i suoi
dolori.
Carrel
aveva un unico interesse: esaminare gli ammalati per vedere se c'erano delle
reali modificazioni, dopo l'esperienza di Lourdes. Non era forse sempre lui,
il medico serio ed imparziale, perché positivista?
Tuttavia
non rifiutava di verificare. Quel che contava era la verifica. Punto e basta.
I
sacerdoti cominciarono a recitare il Rosario con i pellegrini e coni malati.
Lui,
lo scienziato, continuava ad essere scettico e freddo, con un punto
interrogativo nel cuore. «E il venticinquesimo pellegrinaggio di ammalati che
conduco a Lourdes» - disse un sacerdote al medico.
«Voi
fate i conti senza la fede, caro dottore. Quelli che non guariscono, tornano
consolati, e quando muoiono, sono ancora pieni di gioia» - continuò il
sacerdote.
In
quel momento, un altro prete venne a chiamare il dott. Carrel:
«Ho
due malati che soffrono molto. Non potete far loro una iniezione di morfina?».
Nello
scompartimento giaceva una giovane donna, Maria Ferrand, gravissima. Ventre
gonfio, pelle lucida, le costole sporgenti, l'addome che sembrava teso da
materie solide, una sacca di liquido occupava la regione ombelicale, la febbre
alta, le gambe gonfie, il cuore veloce. Peritonite tubercolare. Dolori tremendi.
Il
dott. Carrel le praticò un'iniezione di morfina. «Avete ancora i genitori?»
le domandò gentile il medico. «No, sono morti di tubercolosi da alcuni anni»,
rispose Maria.
Dall'età
di 15 anni, Maria era tubercolotica. Ora i medici dicevano che finalmente
sarebbe morta ed ella non aveva in cuore che una speranza: Lourdes. Là Maria
l'avrebbe guarita oppure, certamente, le avrebbe dato la forza per morire in
pace.
Dopo
l'iniezione della morfina, Maria respirava un po' più tranquilla, quantunque
gravissima. L'altra parte della vettura era occupata da due donne: una aveva con
sé un ragazzo con un tumore al ginocchio, l'altra una figlia idiota che
emetteva grugniti bestiali.
Tutto
il treno era come una scatola malsana piena di ammalati. Tutti, anch'essi
sentivano il bisogno di vivere, la voglia di vivere, benché destinati,
almeno in molti, ad una morte più che vicina. Ora il treno giungeva a Lourdes.
«Un
immenso sospiro di speranza si levava da tutti quei desideri, da tutte quelle
angosce, da tutto quell'amore. Una voce cominciò a cantare: «Ave maris
Stella, Dei Mater alma... ». Di vagone in vagone, la preghiera si propagò e
sgorgò da tutti i petti. Non si trattava di un canto qualunque... Era la
preghiera del povero affamato. Il treno si scosse e, fra i canti di letizia e
speranza, entrò lentamente nella stazione di Lourdes ».
Là,
la Signora di Massabielle aspettava il medico positivista, per un incontro di
amore.
«Se
vedessi anche solo una piaga chiudersi..»
Mentre
sistemavano i malati, il dottor Carrel si avviò per le vie di Lourdes. Il
cielo era azzurro. Lui fumava una sigaretta e si guardava attorno. Con sé aveva
portato i suoi strumenti nella valigetta, una macchina fotografica, un taccuino
per le osservazioni.
Lo
colpiva la serenità dei malati. Molti erano dei condannati a morte, eppure là
erano - o sembravano - sereni. Anche i barellieri si sottoponevano a fatiche
immani, con il sorriso sulle labbra. Tra di loro Carrel incontrò, il signor A.
B. suo vecchio compagno di collegio.
Un
sorriso, uno scambio di saluti. La discussione poteva iniziare.
-
A che ora trasportate i malati alla piscina? - Si comincia al tocco e mezzo.
-
È mezzogiorno appena, c'è tempo. Vieni a fare due passi, nell'attesa.
L'amico
era profondamente credente. Carrel scettico, incredulo. Eppure anche lui, il
medico «positivo», cercava la certezza, la pace, l'amore. Aveva nostalgia
della fede di un tempo. Invidiava la fede di quella gente semplice e serena.
«Per
sapere assai poche cose - diceva tra sé - io ho distrutto in me cose molto
belle... La verità è sempre triste e cattiva ed io sono infelice».
E
rivolto all'amico, continuò:
-
Sai se qualche malato è guarito, stamane, nelle piscine?
-
No, nessuno. Però ho visto un miracolo davanti alla grotta. Una suora che
camminava con le stampelle arrivò, si fece un gran segno di croce, bevve
l'acqua della fonte miracolosa... Subito il suo viso si illuminò, buttò via le
stampelle, corse agile alla grotta, gettandosi in ginocchio davanti alla Vergine...
Era guarita».
-
La sua guarigione - fece Carrel - è un caso interessante di autosuggestione...
Il pellegrino ha un'incredibile forza di persuasione, infinitamente superiore a
quella dei più alti maestri di medicina». In quel momento entrò nel caffè,
dove il medico e il suo amico stavano discutendo, un distinto signore che
teneva per mano un bimbo di dieci anni. Era un medico che portava a Lourdes,
davanti alla grotta, l'unico figlio, colpito da osteosarcoma alla gamba.
Quell'uomo, lasciando un momento da parte il bambino, disse: «Neanche qui è
guarito. Morirà presto».
-
Le forze di Lourdes si infrangono sulle forze organiche - disse Carrel.
-
Tuttavia ti assicuro che ci sono esempi di guarigione di malati altrettanto
gravi - ribatté l'amico e continuò, narrando casi di persone che già
avevano fatto parlare i giornali di Francia e di Europa.
-
Nessuno ha mai constatato scientificamente nulla. È la forza della
suggestione intensa, della eccitazione nervosa.
-
Tu ragioni così, perché escludi a priori la possibilità del miracolo.
Tuttavia Dio può ben modificare le leggi naturali dal momento che Egli stesso
le ha create.
-
Il miracolo non è stato fino ad oggi constatato scientificamente.
-
Quali sono le guarigioni che, se le constatassi, ti farebbero ammettere il
miracolo?
-
La guarigione improvvisa di una malattia organica. Una gamba tagliata che
rinasce. Un cancro scomparso, una lussazione congenita che, improvvisamente,
guarisce. Allora potrei accettare l'influenza di una Potenza soprannaturale.
-
Le tue tesi ne sarebbero rovesciate.
-
Se mi fosse concesso di vedere un fenomeno tanto interessante, tanto nuovo,
sacrificherei tutte le teorie e le ipotesi del mondo. Ma non ho il minimo timore
di arrivare a questo. Gli ammalati saranno visitati, prima e dopo. Se, per caso,
ci saranno modificazioni nel loro stato, le constaterò. Io scrivo osservazioni.
Faccio astrazione dalla mia personalità, dalle mie opinioni. E ti assicuro, tuttavia,
che se vedessi anche soltanto una piaga chiudersi istantaneamente sotto i miei
occhi, o diventerei un credente fanatico o impazzirei.
Così
concluse il discorso il dottor Carrel, certo che il miracolo è impossibile e
che Dio non c'è o è così lontano dagli uomini. Poi aggiunse:
«C'è
una ragazza, Maria Ferrand, presso la quale mi hanno chiamato dieci volte ed è
in pericolo di vita. È tisica, ha una peritonite tubercolare all'ultimo
stadio. È in uno stato pietoso. Temo che mi muoia tra le mani. Se guarisce
quest'ammalata, sarebbe veramente un miracolo. Io crederei a tutto e mi farei
frate».
«Sento
che sono guarita»
Nella
sala dell'Immacolata - riservata alle persone più ammalate - tutto era pronto
per la funzione presso le piscine. Il dottor Carrel si avvicinò al lettino
della «sua» ammalata, Maria Ferrand. La visitò rapidamente: il cuore stava
per cedere, era alla fine. Il medico le praticò un'iniezione di caffeina.
Il
suo amico A. guardava quello spettacolo di sofferenza. « È una peritonite
polmonare all'ultimo stadio. Figlia di genitori morti di tubercolosi in
giovane età, è tisica dall'età di 15 anni. Può darsi che viva ancora
qualche giorno, ma è finita» - spiegò sottovoce il medico, tirandosi in
disparte.
Giunse
un altro medico, visitò Maria, poi sussurrò: «È l'agonia».
Tuttavia
Maria Ferrand aveva chiesto di essere portata alla piscina a qualunque costo.
Carrel si offrì di accompagnarla. Commentò: «Si tenterà l'impossibile
prodigio della risurrezione di una morta. Se costei guarisce, io crederò ai
miracoli».
Un
vento leggero agitava il fogliame cupo dei platani. Macchie di sole si muovevano
adagio sul lastrico. Il cielo azzurro era solcato da nuvole luminose. Era una
visione di calma, di gioia, di riposo. Carrel sembrava metter da parte quelle
sue preoccupazioni scientifiche e immergersi anche lui - il medico positivista -
nella dolcezza della Vergine Immacolata.
Giunse
la barella che portava Maria Ferrand. Il volto era quello di un cadavere.
Attorno malati e poi ancora malati. Alcuni abbandonati in quel clima di pace,
altri dall'aspetto orribile per le loro sofferenze, spesso laceranti.
Lui,
Alexis Carrel, era giovane e forte, tutta la vita davanti, brillante sempre di
più per la carriera e la gloria della scienza. Davanti c'erano solo dei
disgraziati. Eppure, pensava, chi era più infelice, lui il medico ateo, o
quegli ammalati dal cuore colmo di fede e di speranza? «Quanto strano doveva
essere il fascino di quel Gesù, dai gesti calmi, tra il verde primaverile delle
montagne di Giudea, che si alza per pronunciare l'ineffabile discorso della
montagna! Egli porgeva ai sofferenti le eterne consolazioni. Ah, quanto
sarebbe meglio credergli! E la dolce Vergine che protegge e compatisce tutti i
mali, che immagine di soavità! ». Quasi inavvertitamente si trovò a pregare:
«Come vorrei credere, con tutti questi disgraziati, che Tu non sei solo
un'eletta fonte, creata dalle nostre menti, o Vergine Maria. Guarisci dunque
questa giovinetta, ha troppo sofferto. Fa' che viva un poco, fa' che io creda».
Alla
piscina non fu possibile immergere nell'acqua Maria Ferrand. Le fecero alcuni
lavaggi al ventre. Ed ora la portavano davanti alla grotta della Vergine.
L'aspetto era sempre uguale: cadaverico.
Da
ogni parte si alzavano al cielo le preghiere dei malati, dei pellegrini, guidati
da alcuni sacerdoti.
Il
dottor Carrel seguì Maria Ferrand alla grotta. Erano circa le due e mezzo.
Sotto la roccia di Massabielle, la grotta splendeva di mille fiammelle di
ceri. I malati venivano disposti nello spazio quadrato vicino all'Immacolata.
Il
medico osservava il volto di Maria Ferrand. Gli parve più normale, meno livido.
Pensò ad un'allucinazione. Continuò ad osservare. Le contò le pulsazioni e i
respiri al polso. La respirazione sembrava rallentata.
Un
sacerdote stava predicando ai malati.
Il
volto di Maria Ferrand continuava a cambiare. I suoi occhi erano volti,
brillanti ed estasiati verso la grotta. Si vedeva un miglioramento notevole;
era impossibile negarlo.
Carrel
vide a poco a poco la coperta abbassarsi al livello del ventre. Il gonfiore
spariva. Il medico si sentì impallidire. Alle tre, la tumefazione era
scomparsa. Carrel sembrava impazzire.
Si
avvicinò a Maria Ferrand, ne osservò la respirazione, ne guardò il collo.
Il cuore batteva regolarmente. Le domandò:
-
Come vi sentite?
-
Benissimo; non sono molto in forze, ma sento che sono guarita - rispose Maria
sottovoce. Non c'era dubbio. Lo stato di Maria Ferrand migliorava. Ella era già
irriconoscibile.
E
qui lasciamo la parola al dottor Carrel. «Il medico non parlava più; non
pensava più. Il fatto inatteso era talmente contrario a tutte le previsioni,
che egli credeva di sognare... Si alzò, traversò le file serrate dei
pellegrini, i quali gridavano invocazioni che egli a stento sentiva, e se ne
andò. Erano circa le quattro. Quel ch'era accaduto era la cosa impossibile, la
cosa inattesa, il miracolo.
Una
giovane morente era quasi guarita». «Io credo nel tuo Cristo e in Te, o Maria»
Maria Ferrand, guarita, fu riportata all'ospedale diretto dal dottor Boissarie,
lo scienziato dalla fede profonda che, con le prove mediche alla mano,
difendeva la «Verità» di Lourdes.
Alexis
Carrel voleva «verificare», a tutta prova, la guarigione della sua malata.
Entrò nella sala. Maria Ferrand era seduta sul letto, il volto scarno,
ma mobile e vivo, gli occhi luminosi. La persona emanava, pur tra segni della
lunga sofferenza, un senso generale di benessere. «Sono completamente guarita»,
disse Maria a Carrel.
Apparentemente
impassibile, il medico cominciò a visitarla. I battiti del cuore, e il
respiro erano normali. Tutto era a posto, tutto era diventato normale. La
guarigione era completa.
Passarono
altri medici. Tutti vollero visitare Maria Ferrand, a lungo, con scrupolo. La
ragazza era davvero guarita. Carrel si sentì scorrere sulla fronte gocce di
sudore. Gli sembrava di aver ricevuto un pugno sulla testa. Le arterie gli
pulsavano. Discusse alquanto con altri medici.
Tutti
erano d'accordo nel constatare il fatto straordinario.
«È
veramente un miracolo - disse Carrel sottovoce - se non ho sbagliato la
diagnosi». Non aveva più un pensiero suo. Era incapace di spiegare il fatto.
Era davvero un miracolo, la Vergine aveva voluto dare una prova della sua reale
esistenza?
La
ragazza era felice. «Andrò dalle suore di san Vincenzo, e loro mi
accoglieranno - diceva Maria - e io assisterò i malati».
Carrel
commosso uscì.
Era
ormai notte. La basilica era tutta illuminata di luci sotto il cielo azzurro
di maggio. Dalla folla immensa salivano le preghiere verso la Vergine e il suo
Figlio divino.
Si
diresse alla grotta. Lassù scorse il suo amico A. B. e cominciarono a
parlare. Carrel fissava con occhi ardenti la statua dell'Immacolata. «Sei
convinto, ora, filosofo incredulo?» - gli domandò l'amico.
-
Una giovane moribonda è stata guarita sotto i miei occhi in pochi istanti. È
una cosa meravigliosa, un miracolo.
-
È Dio stesso che ha agito sotto le tue mani, dottor Carrel!
-
Bisogna studiare i fatti con coscienza, con oggettività. È l'unica conclusione
possibile.
-
Ma non è meno vero - disse A. B. al dottore - che ora sei obbligato a vestire
il saio! Addio. Era mezzanotte. La luna saliva alta in cielo. Al di là di ogni
«teoria», lui, Carrel, il medico positivista, ora sarebbe andato fino in
fondo.
Si
diresse all'entrata della basilica di Maria. Bisognava concludere. Era
innegabile: c'era stato un miracolo. Avrebbe ancora analizzato, ma intanto la
ragazza era guarita. Salì i gradini, entrò nella basilica, andò davanti
all'immagine della Madonna, si sedette vicino a un contadino, restò, con la
testa tra le mani, a lungo immobile finché dal fon-
do
della sua anima salì questa preghiera: «Vergine dolce che soccorri gli
infelici, proteggimi. Io credo in Te. Tu hai voluto rispondere al mio dubbio
con un miracolo manifesto. Io non so vederlo, io dubito ancora. Ma il mio
desiderio più vivo è credere perdutamente, ciecamente, senza discutere,
senza criticare. Il Tuo nome è più dolce del sole del mattino. Prendi Tu il
peccatore inquieto dal cuore in tempesta che si consuma nella ricerca delle
chimere. Sotto i consigli profondi e duri del mio orgoglio intellettuale giace,
ancora soffocato, il più affascinante di tutti i sogni, quello di credere in
Te, di amarti come i frati dall'anima candida».
Si
alzò. Era felice, ora guidato dalla mano della Vergine.
Alexis
Carrel, il medico positivista, era diventato credente.
«Nessuno sa che buona Regina e Maria per me».
«Salute,
o Bacco»
Tutti
sanno che nell'antichità Bacco era il dio del vino. Lo rappresentavano sempre
coronato di uve o bevitore del prelibato succo della vite. Insieme a Venere,
dea della bellezza e del piacere, e a Marte, dio della guerra, formava la «triade»
pagana cara all'uomo che voleva godersi la vita e nulla più.
Bacco,
dio del vino; oggi più nessuno vi crede come divinità mitologica, ma sono
ancora molti coloro che del vino, dell'alcool, sono schiavi, fino a perderci
totalmente in dignità.
Dublino,
inizio della seconda metà del secolo XIX. La famiglia Talbot, dal padre ai
figli, era «consacrata» a bere. Il padre, Charles Talbot, 33-enne, basso di
statura, gran lavoratore del porto, beveva molto, almeno nel fine-settimana,
meglio ancora tutti i giorni.
I
figli, 12, nei primi vent'anni di matrimonio di Charles con Elizabeth Bagnall,
quelli che riuscirono a crescere e a farsi adulti, furono gran lavoratori,
ed insieme bevitori potenti, implacabili.
Solo
John e la madre facevano eccezione. La mamma, Elisabeth, era una donna
meravigliosa, fervente cristiana, capace di sacrificarsi come una martire
antica, ricca dell'indomabile forza che è la preghiera.
Da
quella famiglia, meglio sarebbe dire: dà quella tribù irlandese, nacque il
sabato 3 maggio 1856 Matteo Talbot. Nella sua famiglia poté trovare quel che
abbiamo detto: povertà, lavoro, vino, ubriacature solenni... e la fede della
madre.
Un
loro conoscente diceva:
«Questionavano
sempre. Al sabato, quando avevano strabevuto, era un cozzare di contrasti». Una
faniglia di spugne assorbenti vino e poi ancora vino.
Bacco
dominava incontrastato. Schiavo del bicchiere
Andare
a scuola non era obbligato. Le scuole nazionali erano anticattoliche. Perciò
molti cattolici non mandavano a scuola i loro rampolli. Esistevano però
della scuolette per ragazzi poveri.
Matteo
- detto Matt, familiarmente - crebbe libero e vagabondo fino a undici anni. Il 6
maggio 1867 fu mandato a scuola: vi imparò a leggere e a scrivere, un po' di
grammatica e di aritmetica, ebbe istruzione religiosa e fu preparato a
ricevere i sacramenti.
Cominciata
la scuola a maggio, Matt imparò la prima poesia: era dedicata alla Madonna e
diceva così:
O
Madre di bontà, di giorno in giorno di più col cuore mio ti voglio amare, tu
spargi i doni tutto a me dintorno come la sabbia in riva al nostro mar. Anche se
povertà, fatiche, affanni faran pesar la vita su di me, chi non lo sa che fra i
peggiori danni il buio è la luce per chi ama Te?
Matt
cantava con amore gli inni della Madonna, specialmente quando i ragazzini si
radunavano insieme al suono dell'Angelus a mezzogiorno. La mamma gli aveva
insegnato ad amare Maria. Ma nel resto non si impegnava. Il maestro, sul registro,
scrisse una nota triste: «A Mitcher» cioè «poltrone».
Cresciuto
libero e selvaggio fino a undici anni, preferiva marinare la scuola. C'era più
gusto. Là dentro, in fondo, era una prigione.
L'anno
dopo fu mandato a lavorare, piccolo incauto dodicenne. Il padre lo impiegò in
un magazzino di vini e di birra. Dopo poco tempo, Matt sentiva una voglia
pazzesca di bere. E cominciò a bere allegramente.
A
16 anni, Matt era un alcoolizzato cronico che non si interessava più di nulla,
né di feste, né di giochi o balli: solo il bere era per lui interessante.
Lavorava
senza risparmiarsi. Guadagnava discretamente, ma «beveva» quasi tutto. Anzi
faceva debiti per bere. Vendette persino scarpe e camicia, pur di avere soldi
per bere. Tuttavia aveva ancora un certo senso della dignità personale: non
era volgare, era ancora affettuoso e delicato con mamma e sorelle.
A
suo modo, continuava ad essere devoto della Madonna: di tanto in tanto qualche
Ave Maria, e alla domenica, la Messa, anche se ormai era diventato il povero
schiavo del bicchiere di vino.
La
mamma però non disperava di recuperare quel ragazzo. La gente del luogo diceva:
«Povero Matt, va diritto al diavolo». La mamma gli sbarrava la strada con
una siepe di Rosari, sempre più spessa.
Eppure
Matt fu un ubriacone fino a 28 anni. Un sabato del 1884
Non
aveva avuto lavoro quella settimana. Era senza soldi: Sperava che gli amici lo
invitassero a bere. Il bar era di fronte a lui, seducente. Ma nessuno dei suoi
amici si fermò per farlo bere. Lo deridevano allegramente: «Toh, vedilo,
l'ubriaco, oggi a bocca asciutta! ».
Matt
andò barcollante fino al parapetto del ponte sul fiume. Provava vergogna di se
stesso. Guardò un po' l'acqua che scorreva: veloce e scura del fiume Liffey.
Tentato suicidio? Nessuno può dirlo... Si allontanò dal fiume e andò a casa,
facendo gesti da rivoluzionario. Era ora di finirla con quella vita disumana.
Si sarebbe tolto a viva forza, ce l'avrebbe fatta sarebbe riuscito ad essere un
uomo normale.
Giunto
a casa, la mamma rimase stupitissima: per la prima volta non era ubriaco: «Già
qui, ragazzo mio?» gli disse. «Sì, mamma» - rispose. Rimase in casa
anche dopo pranzo, poi disse alla madre: «Vado a fare voto di non bere più».
Si
recò da Padre Keane, docente del seminario di Dublino. Si confessò e chiese di
fare il voto. Lo fece per tre mesi, come prova. La domenica successiva, Matt
andò a Messa e fece, dopo tanti anni, la Comunione: «O Gesù, ti offro il
desiderio bruciante di non più offenderti, di cominciare una vita nuova con
la tua grazia».
Potevano
sembrare parole. Come resistere alla voglia di bere?
La
mattina dopo, il lunedì, era alla Messa delle cinque, per essere sul lavoro
alle sei. Da allora fece sempre così, tutti i giorni. Dopo il lavoro, per
fuggire le cattive compagnie, andava in una chiesa lontana, a pregare fino
all'ora di tornare a casa prima di notte.
La
sorella Susanna diceva: «Matt è diventato un altro! ».
La
mamma, trasecolata di gioia, continuava a dire Rosari, perché Maria lo
sostenesse in quella lotta senza quartiere contro l'alcool e la bestialità.
Matt conserverà sempre il ricordo vivissimo che la sua conversione era dovuta
ai Rosari sgranati da sua madre, e che era avvenuta di sabato dedicato alla
Madonna.
Maria,
la Madre di Cristo, e la sua mamma si erano accordate per ridargli la vita,
quella vera.
Ora
era un convertito. D'accordo, ma quanta voglia di bere aveva ancora in corpo!
Una voglia strana da strozzarlo. Eppure resisteva con una forza di volontà da
far paura. Non si sentiva solo in quella lotta impari. Quando provava « sete »,
fuggiva dai bar come dalla peste, correva verso la chiesa, vi entrava, andava
a mettersi ai piedi del Crocifisso, pregava: «O Maria, mia buona mamma... ».
I
suoi compagni di bevute erano stupiti. Matt era diventato un altro, non solo
perché non beveva più, ma perché voleva liberare gli amici dal vizio
dell'alcool. Un giorno un amico, Pat Doyle, andò a cercarlo per portarlo al
bar. Rifiutò e lo accompagnò, quasi furiosamente, presso una chiesa e lo affidò
ad un sacerdote.
Pat
si confessò di tutto il suo brutto passato, poi scappò via veloce. Anche lui
aveva fatto voto di non bere piu!
Da
parte sua, Matt capiva che ora doveva costruire la sua vita in modo
completamente nuovo. La sua istruzione era molto elementare, sapeva lavorare
duro, era irascibile, insomma sembrava un «masso di pietra» grezzo e
spigoloso, ancora tutto da scolpire. Come avrebbe fatto a «sgrossarsi»?
Come
prima e più di prima, continuò a lavorare in modo deciso e costante, senza
risparmiarsi. Poi riempì le sue giornate di letture spirituali, per istruirsi a
fondo nella fede, di preghiera quasi ininterrotta, di penitenza, come un antico
eremita. Il cuore, con il passare del tempo, gli ardeva di un amore fortissimo
al Cristo e a Sua Madre. Questo amore lo trasformava dentro e fuori.
Dal
maggio del 1884 aveva un lavoro fisso, a cui fu così fedele da meritarsi il
titolo del «migliore lavoratore di Dublino». La sua giornata, piena di
lavoro, si apriva alle 5, prima dello spuntare del sole, con la Messa e la
Comunione. Prima aveva già pregato due ore a casa sua. Al ritorno dal lavoro,
consumato un pasto frugale, ritornava a pregare, a leggere cose spirituali.
Il
sabato pomeriggio e la domenica, libero dal lavoro, li trascorreva
inginocchiato, davanti al tabernacolo, in lunghe, interminabili ore di preghiera
eucaristica. A volte, nei primi tempi, la sua voglia di bere ruggiva in petto.
Fu tentato fortemente di rompere il voto, ma resistette, ed allora rinnovò il
voto per altri sei mesi, poi per un anno, infine per tutta la vita.
La
mamma, felice perché quel suo figlio «che era morto, ora era tornato in vita»,
lo sosteneva a resistere e lo affidava continuamente alla Madonna.
Dopo
la sua conversione, andò ad abitare in una stanza da solo, vicino alla sorella
Maria. La buona sorella testimonierà un giorno che Matt dormiva su un
tavolaccio con ún tronco per guanciale. E che pregava sempre, quando era in
casa. Voleva essere povero come Gesù. Nella stanza poverissima, non c'era che
un letto di ferro, un tavolo, una sedia, un Crocifisso. Si disfece di tutto.
Si privò anche del fumo, oltre che del vino e della birra: e questo per lo
stomaco di ex-alcoolizzato è un vero prodigio.
Dentro
di lui cresceva l'amore verso il Cristo ed è questo che conta. Si mortificava
per amare di più, per essere più libero per il suo Dio, per rassomigliare di
più al suo Signore Crocifisso.
Penitenza
per liberarsi dal vino e da ogni legame con il negativo o il superfluo. Un
tempo ebbro di vino, ora «ebbro di Dio», per il quale incatenava il suo corpo
e trovava la libertà più vera. A noi non è chiesto di imitare la sua
mortificazione se questa non è la nostra vocazione, ma a tutti è dato di
imitare il suo amore al Cristo e la sua devozione filiale alla Madonna
Santissima.
E
Matt visse così per anni, passando di luce in luce...
Severo
con se stesso, si scioglieva in tenerezza con gli altri. Tra i suoi compagni di
lavoro, non solo era gentile, pronto sempre ad aiutare chiunque in qualsiasi
difficoltà, ma aveva sempre la barzelletta pronta, la battuta allegra per
incoraggiare o sbloccare una situazione difficile e aspra.
Era
sempre felice, di un'intima gioia. Parlava con schiettezza, teneva fede, e
pretendeva che lo facessero con lui, alla parola data. Prestava denaro, voleva
che gli fosse restituito... per poterlo donare con generosità, perché lui
era fin troppo ricco di Dio!
Nel
1909 cambiò lavoro e passò presso i Martin, commercianti di legnami da
costruzione, perché con il loro orario aveva più tempo per leggere, pregare,
vivere la sua unione con Dio. Era diventato popolarissimo tra gli altri
lavoratori che, benché rudi, lo stimavano per la sua laboriosità, il buono
umore, la vita santa che conduceva.
Alla
sera, quando il lavoro cessava, accompagnava a casa i suoi compagni di lavoro
e, durante il percorso, li invitava ad una visita in chiesa, per pregare Gesù
nell'Eucarestia, e la «sua» Regina, la Madonna. Quegli uomini, dalle mani
callose e dalle parole «grosse», a volte volgari, lo rispettavano e lo
seguivano; Matt aveva per loro l'autorevolezza della fede, dell'amicizia con
Dio, della carità verso tutti.
Per
conto suo era un eremita; con gli altri era migliore di un fratello.
Ancora
giovane ebbe una proposta di fidanzamento. Una ragazza che lo stimava,
piuttosto ricca, gli propose il matrimonio: sarebbe stata felice con lui. Matt
volle riflettere e fece una novena alla Madonna per essere illuminato sul suo
futuro. Aveva allora solo trent'anni ed era molto equilibrato rispetto alla
vita sregolata condotta prima.
Alla
buona ragazza, disse di no: era stata la Vergine a dirgli di non sposarsi. Non
avrebbe potuto congiungere la vita matrimoniale con lo stile che lui voleva
vivere. E così disse ancora di no ad altre offerte di matrimonio. Non
disprezzava certo il matrimonio, ma cercava per se stesso la «volontà di
Dio».
Il
18 ottobre 1891 entrò nel Terz'Ordine di S. Francesco, prendendo il nome di «Fra
Giuseppe». Si iscrisse pure all'Associazione di Maria Immacolata e cercava
di portarvi anche altri. Proprio presso l'associazione mariana, parlava in
quegli anni il Padre gesuita Toni Murphy sui grandi problemi della fede. Matt
ne era entusiasta e s'industriava di portare i suoi amici ad ascoltare la parola
di quel grande uomo.
Un'attività
notevole come la sua, non poteva certo reggersi sul nulla. Gli era necessaria
una vita interiore ricchissima e insieme anche una preparazione culturale,
religiosa, cristiana, capace di attrezzarlo ad essere un valido testimone di
Cristo.
Matt
diventò per questo un formidabile ed acuto divoratore di libri.
Leggeva
assiduamente la Bibbia, meditandola nel suo cuore. Con la Bibbia tra le mani,
pregava con fervore per comprendere la Parola di Dio e tradurla in pratica nella
sua vita. Prediligeva il Deuteronomio e il Vangelo di Matteo, di cui portava
il nome. Sui margini, diventavano sempre più fitti i segni ai passi che più lo
avevano colpito.
Lesse
altresì molti libri di spiritualità di ottimi autori e libri di teologia,
così da apparire esperto in questioni religiose. Approfondì le questioni
della società e del lavoro nel suo tempo. Molti compagni lo consultavano e ne
ricevevano risposte esaurienti. Un giorno un compagno gli pose un problema
difficile... e Matt si procurò un libro facendolo arrivare da New York,
spendendo lo stipendio di una settimana, pur di poter rispondere con
competenza.
Appassionato
dalla santità, desideroso di arrivarci, lesse numerose vite di santi, tra i
quali si sentiva «a casa sua».
Nel
mondo del lavoro, seppe essere vicino ai compagni, condividendo problemi e
fatiche. Di loro, del loro benessere, si interessava con un senso vivissimo
dell'amicizia.
Un
giorno, uno dei direttori dell'azienda gli domandò: «Il tale è arrivato in
ritardo?». Gli rispose Matt: «Non desidero di ricevere di queste domande!»
Poi andò a cercare l'amico e gli spiegò: «Non voglio mentire per coprirti».
Un'altra
volta una signora vide nella tasca di Matt «un catechismo socialista del lavoro».
Lo accusò di essere marxista. Matt le rispose con parole di fuoco e la
signora capì che quell'uomo era fedelissimo alla Chiesa e nel medesimo tempo
ai lavoratori.
Un
collega parlò con lui di uno dei proprietari chiamandolo «padrone». Matt
ribattè: «Non è il mio padrone, è solo un datore di lavoro. Io ho soltanto
un Padrone in cielo».
Nel
1900 gli operai scioperarono, per una causa che Matt ritenne giusta. E
partecipò allo sciopero, senza ritornare al lavoro, fino a quando pensò bene
farlo. Di nuovo scioperò nel 1913. Non badava al proprio interesse: i suoi
colleghi gli misero tra le mani l'indennizzo di sciopero, ma egli lo passò ai
lavoratori più poveri.
E
nelle vertenze di lavoro andava davanti al Tabernacolo a perorare i diritti dei
lavoratori.
«Il
cuor ch'elli ebbe»
Alla
morte di due fratelli, bevitori incorreggibili, Matt pagò lui le spese per i
funerali. Un giorno, prima di convertirsi, aveva rubato il violino ad un
mendicante. Pentito, andò a ricercarlo per restituirgli tutto. Il pover'uomo,
nel frattempo, era morto e Matt fece celebrare per lui delle Messe.
Nel
1899 gli morì il padre. Matt andò ad abitare con la mamma che diventò la
testimone della sua profonda conversione. Quando la mamma morì, Matt la
pianse e ne suffragò l'anima con larghezza riconoscente.
Ad
alcuni compagni di lavoro, volle pagare un giorno un buon paio di scarpe per
ciascuno: ne avevano bisogno. Prestava volentieri il suo denaro, ma non
accettava più la restituzione. Venne una volta un religioso a far «la questua»
nella ditta dei legnami dove lavorava e Matt gli diede tutto lo stipendio.
Aiutava
i missionari, anzi fece studiare a sue spese alcuni aspiranti alla vita
missionaria. Voleva bene ai ragazzi. Thomas O'Kelly che diventò due volte
Presidente dell'Irlanda, da ragazzo, tra gli otto e i quindici anni conobbe Matt
Talbot, quando faceva il chierichetto. Scrive: «Gli parlai più volte. Ci
conosceva e ci chiamava per nome. Ci dava buoni consigli. Certi ragazzi lo
burlavano, ma non se la prendeva mai. Mai lo vidi adirato, era sempre calmo,
sereno».
Ed
amava la sua patria, l'Irlanda, pregava per la sua libertà, ricordava nella
preghiera i suoi caduti e di essi conservava le foto ritagliate dai giornali.
Era
diventato l'uomo dell'amore.
La
sua capacità di amare gli veniva dalla preghiera, intensa, fervorosissima,
prolungata. Tutto il suo tempo libero lo passava in preghiera.
Scrive
il Presidente O'Kelly: «L'ho visto fare la Via Crucis. Più di una volta lo
vidi pregare con le braccia spalancate, ad alta voce, gli occhi rivolti al
Crocifisso. Sembrava in estasi».
Sul
lavoro, nei momenti di requie, estraeva di tasca il suo Rosario e pregava la
Madonna. Arrivò ad alzarsi alle due del mattino, per poter pregare fino all'ora
di Messa. Sulla porta della chiesa, ancora a volte chiusa, si inginocchiava e
pregava, qualunque tempo facesse.
La
sua chiesa era «S. Francesco Saverio», ma di domenica frequentava diverse
chiese, per partecipare a tante Messe, ognuna secondo un'intenzione diversa.
Il suo secondo direttore spirituale, P. Michael Hickey, un prete straordinario,
lo aiutò a trasformare tutta la sua vita in preghiera.
Si
lasciava guidare: per questo non fu mai strano nelle sue manifestazioni. Un uomo
tutto di Dio, ma sempre gentile, cortese, profondamente umano.
«La
mia buona Regina»
Per
tutta la vita Matt si ritenne un «privilegiato» di Maria. Non era stata lei
la buona Mamma che l'aveva aiutato a strapparsi al bere e l'aveva avviato sulla
strada della conversione al Cristo? Dunque, con Maria, occorreva continuare il
cammino.
La
mamma, mentre negli ultimi anni della sua vita, abitava con lui, si alzava di
notte per vedere il «suo bambino» che pregava la Madonna. Con la corona del
Rosario tra le mani, Matt parlava con la Madonna.
Un
giorno Matt disse alla sua mamma: «Nessuno sa che buona Regina è Maria per
me». Ogni gesto della sua vita, la preghiera, il digiuno, gli atti di carità,
il lavoro, tutto doveva essere ringraziamento per la conversione che Maria gli
aveva donato. Gli sembrava di non poter mai fare abbastanza per quell'intervento
della Madonna nella sua vita.
Al
sabato digiunava in onore della Madonna. Ogni giorno diceva il Rosario intero di
quindici decine alla Madonna. Lo testimonia anche il Presidente O'Kelly, che
da ragazzo, vedeva spesso Matt in ginocchio sugli scalini della chiesa, col
Rosario tra le mani, oppure all'altare della Madonna. Allo stesso modo
raccomandava ai ragazzi di dire tutti i giorni il Rosario.
Parlava
della Madonna ai suoi compagni di lavoro. Recitava tutti i giorni l'Angelus.
Viveva unito alla Madonna la sua «vita con Maria»: ne riviveva i
sentimenti, la fede, l'adorazione umile a Dio, il servizio agli uomini.
«O
beata Madre, ottienimi da Gesù di partecipare alla sua follia» - era questa
la invocazione prediletta.
E
alla sera si addormentava con una statuina di Maria col Bambino Gesù sul cuore.
Maria
lo condusse a vivere un lungo ininterrotto «a tu per tu» con Cristo. Per Lui
voleva essere limpido, puro, senza macchia, come l'Immacolata. Aveva una
fame senza limiti di Gesù, Pane della vita, che voleva ricevere ogni giorno
nella Comunione.
Le
ore libere del lavoro, le trascorreva davanti al Tabernacolo: sempre davanti al
Cristo, con sua Madre, come per una cura di sole che lo penetrasse tutto e lo
riempisse di amore. Arrivò a trascorrere sette ore della giornata davanti al
Tabernacolo.
Discorreva
un giorno con una signora. Costei le confidò che era sola e desolata perché
suo fratello era andato in America. Matt le rispose: «Sola?! Come può
sentirsi sola con Gesù nel Tabernacolo?».
Gesù-Eucarestia
era divenuto il centro vivo della sua esistenza.
Nel
19201a sua salute si indebolì. Aveva 64 anni. Fu ricoverato al Mater
Hospital. Il dottor Moore capì che stava curando un santo. Matt si riprese e
ricominciò la scalata verso la santità. La vetta non era più lontana.
Nel
1923 fu due volte all'ospedale. Si riprese ancora. Un'altra ricaduta nel 1925,
ma la sua fine sembrava ancora lontana. Lavorava ancora. Il 17 giugno, domenica,
festa della Trinità, partecipò alla Messa delle otto e fece la Comunione.
Tornò a casa pallido, ma volle uscire di nuovo per partecipare ad un'altra
Messa.
Stramazzò
al suolo, colpito da infarto. Nella zona nessuno lo conosceva. Lo portarono
all'ospedale. Morì quella sera, solo, poverissimo, sconosciuto.
All'indomani la sorella Susanna, non ritravandolo, andò all'ospedale e
riconobbe la salma. Sui fianchi aveva una catena che gli stringeva le carni.
Il
manovale di Dublino ora vedeva il volto di Dio e della sua Mamma, felice.
Il
giovedì seguente, - solennità del Corpus Domini, si svolsero i funerali. Lo
vestirono con il suo abito da Terziario francescano. Seguirono la sua bara i
suoi amici operai, i suoi poveri che lui aveva aiutato di nascosto, perché solo
Dio sapesse.
In
breve tempo tutta l'Irlanda ne parlava. In soli sei mesi furono venduti
centoventimila esemplari della biografia.
I
leaders sindacali irlandesi si dissero orgogliosi di porre una lapide
commemorativa dove Matt era vissuto e lo considerarono uno dei fondatori del
loro movimento, anzi «un faro di luce» per tutti i lavoratori.
Dopo
i processi diocesani per sondare la sua fama di santità, iniziati nel 1931, e
quelli apostolici a Roma, Papa Paolo VI lo proclamo «Venerabile», cioè
eroico nella sua vita cristiana. Lo stesso Paolo VI disse ad alcuni pellegrini
di Dublino: «Ho letto la vita di Matteo Talbot; ne sono commosso. È tempo che
venga canonizzato. Farò del mio meglio».
Matt
Talbot, un povero facchino di Dublino, che Maria trasformò in un eroe del
Cristo.
«Non permettere, o Vergine santissima, che io abbia un giorno a dimenticare il mio dolce Gesù e a preferirgli le cose vane di questo mondo. Non abbandonarmi, o Madre, a Te interamente mi affido, in Te ripongo la mia speranza, perché Tu mi conceda la grazia di diventare cattolica».
Crocevia
delle genti è il Bosforo, posto tra il Mar Egeo e il Mar Nero. Luogo
meraviglioso della terra è tutto uno scintillare di luci e di colori. Vi sorge
Costantinopoli, l'antica Bisanzio, la moderna Istambul. Un tempo capitale
dell'Impero romano d'Oriente, oggi centro dell'Ortodossia, vi sono passate
figure grandi e famose di imperatori, di ayatollah e di patriarchi, di teologi e
di giuristi...
Il
2 ottobre 1875 vi nacque Cérès Syndika, una ragazza il cui destino sarà
avventuroso e pieno di luce. Sua madre si chiamava Eugenia Sagredo e discendeva
dai nobilissimi Sagredo, un tempo dogi di Venezia. Il padre era un ricco
borghese dedito ai traffici. Cérès era bella, intelligentissima ed
attraente: possedeva la lingua greca con la raffina-
tezza
dei lirici di Atene... Ma soprattutto - ed è ciò che conta - sapeva amare.
Prima
di lei era nata Dora... Eugenia Sagredo, la loro mamma, educò le bambine ad una
profonda sensibilità religiosa nella Chiesa Ortodossa. Ogni giorno la
preghiera come colloquio vivo con il Cristo, quel Gesù dal volto così maestoso
come spiccava dall'icona, invocato con il nome di « Kyrios », il Signore.
Non le mancava la devozione alla Madonna, santa «Teotòkos» cioè Madre di
Dio, come la pregano i cristiani d'Oriente.
Nel
quartiere di Makri-Keui, Cérès incontrò, a undici anni, le Suore Domenicane
di Mondovì (Cuneo), giunte là come missionari del Cristo. Tra queste suore
si distingueva, per l'ardore apostolico, Suor Gusmana Romanengo, colei che
fonderà le Domenicane di Asti. Iniziava per Cérès una splendida avventura, un
viaggio meraviglioso verso Dio.
«Il
Cristo non è diviso»
Nell'Istituto
delle Domenicane, dove aveva cominciato a frequentare la scuola, Cérès
osservava le suore che pregavano, che si accostavano felici all'Eucarestia che
vivevano un clima festoso e pieno di amore. Le volevano bene e non facevano
pressione alcuna per «convertirla». Tuttavia Cérès non poteva fare a meno
di domandarsi:
«Io
amo lo stesso Gesù che voi amate. Perché non posso venire con voi a pregare?
Come sarebbe bello ricevere con voi Gesù nella Comunione!».
Un
giorno lontano, ai primi tempi della Chiesa, Paolo di Tarso aveva scritto: «Una
sola fede, un solo battesimo, un solo Cristo». Perché dunque le divisioni?
Perché i cristiani hanno spezzato l'unità del Cristo e della sua Chiesa?
Le
Domenicane le avevano dato da leggere la biografia di santa Teresa d'Avila, la
gagliarda riformatrice del Carmelo. Cérès vide aprirsi davanti a sé degli
orizzonti sconfinati di luce: se la vita è fatta per amare, soltanto Cristo
poteva essere in totalità il suo unico Amore. Perché non rivivere la storia di
intimità con Gesù di Teresa d'Avila?
Scrisse
nel suo diario: «Voglio essere tutta di Gesù e non amare che Lui solo». Aveva
solo tredici anni, ma tra lei e Gesù iniziava, pur nella fede ortodossa, un
colloquio d'amore nel quale il divino Maestro le si rivelava. Il 15 marzo 1890
annotava: «Una sola grazia Ti chiedo, o Gesù, di tenermi lontana dalle vanità
del mondo e di meritare di essere un giorno consacrata a Te solo».
Nel
cuore aveva ormai il sogno di diventare cattolica. Ma come fare in quel suo
ambiente familiare, così ostile alla Chiesa di Roma? Ciò che non è
possibile agli uomini, lo è a Dio... e a Maria, Madre di Dio e Madre degli
uomini, a cominciare da quelli che più soffrono e più cercano la Verità. E
Maria aiuterà questa creatura gentile e finissima a convertirsi
dall'Ortodossia al Cattolicesimo e a diventare «Sposa» del Cristo
nell'Ordine di S. Domenico. Le Domenicane, devotissime della Madonna, l'avevano
invitata a buttarsi tra le sue braccia. Maria, Madre della Chiesa, Colei con la
quale perseveravano gli apostoli e i discepoli di Gesù nell'attesa dello
Spirito Santo a Pentecoste, l'avrebbe condotta tenendola per mano, alla vera
Chiesa del Cristo.
Nel
maggio 1890, Cérès compose una stupenda preghiera alla Madonna:
«Non
permettere, O Vergine santissima, che io abbia un giorno
a
dimenticare il Tuo dolce Gesù e a preferirgli le cose vane di questo mondo.
Tu
sai quanto io lo amo e che non desidero altro che di attaccarmi a Lui il più
possibile. Tu conosci le difficoltà che mi restano ancora prima che possa
raggiungere la gioia di diventare sua sposa».
Non
abbandonarmi, o Madre, a Te interamente mi affido, in Te ripongo la mia
speranza, perché Tu mi conceda la grazia di diventare cattolica».
Nel
1892 Cérès raggiunse il padre che si era trasferito a Manchester in
Inghilterra per ragioni di lavoro. Un'ortodossa in terra anglicana! Ma grazie
alle Domenicane, nell'autunno entrava a studiare presso il «Convent of Loreto»
tenuto da Religiose cattoliche. Era ancora una volta la Madonna che la guidava
per mano. Cérès era felice, perché sperimentava la protezione del Cielo.
Tuttavia
nel cuore aveva un dolore incontenibile. «Perché non posso ricevere anch'io
il Cristo nell'Eucarestia, come le Suore?». Voleva diventare cattolica e al
più presto. Ma le difficoltà non erano diminuite. La sua famiglia stava
vivendo un dissesto economico molto duro. In casa, i suoi genitori, conosciute
le sue intenzioni, la amareggiavano con minacce. Le croci si aggiungevano alle
croci.
Eppure
Dio l'assisteva. Bastava voler sempre fare la sua volontà.
Da
parte sua Cérès pregava e adorava Gesù, suo unico Amore, con desiderio
struggente. Era diventata sempre più raffinata la sua cultura: suonava il
pianoforte, dipingeva con gusto, conosceva perfettamente il greco e parlava
correttamente il francese, l'inglese, il tedesco e l'italiano. Poteva aspirare
ad una brillante carriera nel mondo, ma Cristo, «il Cristo Romano», l'aveva
sedotta.
Un
po' di nascosto, un po' sfidando le ire dei genitori, cominciò a frequentare la
Messa cattolica. In casa i suoi la facevano soffrire. Ella era decisa a
compiere il grande passo. Dopo aver pregato a lungo, ed essersi consigliata con
le suore e per lettera con le Domenicane di Mondovì, sue antiche maestre a
Costantinopoli, espose la sua situazione al Vescovo cattolico di Manchester.
Monsignor
la accolse come un padre. Cérès gli spiegò tutto: desideri, sogni, difficoltà,
spine ed amarezze. Il 7 ottobre 1896, festa della Madonna del Rosario, il
Vescovo l'avvertì di trovarsi, la mattina seguente, nel suo palazzo. Cérès
capiva che oramai era giunta la sua ora, «l'ora» di Gesù.
Prima
dell'alba, con ogni attenzione per non essere scoperta, si recò in Vescovado:
nelle mani del Presule, pronunciò «l'abiura» dell'Ortodossia e giurò la sua
fedeltà alla Chiesa di Roma. Poi partecipò alla Messa e ricevette la sua
prima Comunione, secondo il rito cattolico.
Era
felice, profondamente felice. Quel giorno, col cuore che le scoppiava per la
gioia, scrisse a Suor Giuseppina Ghiglia, la sua Maestra di MakriKeui: «Sono
finalmente cattolica e ho ricevuto il mio diletto Sposo nel mio cuore». Poi
rivolta a Gesù, qualche giorno dopo scriveva:
«O
Gesù, il mio cuore sospira dietro a Te come il cervo assetato anela ad una
fonte di acqua viva.
Vieni
presto a prendere possesso del mio cuore, che d'ora in poi vuole essere tuo e
per sempre tuo...
In
mezzo a tutti gli ostacoli che mi si leveranno contro, io mi ricorderò che non
sono sola e che Tu sei con me e con Te la vittoria è sicura.
Quando
contemplo, o Gesù, il calice di umiliazioni che hai voluto bere fino in fondo,
io resto tutta confusa di non aver l'animo di berlo con Te.
D'ora
innanzi voglio abbassarmi più che potrò ai Tuoi occhi, agli occhi miei, agli
occhi degli altri».
Ma
quel giorno della sua conversione, giunta a casa, la mamma le rovesciò sul capo
un monte di rimproveri. Così fece il padre al suo rientro dal lavoro. Cérès
non si arrese. Sapeva che davanti alla Verità non si può esitare e che chi ama
il padre e la madre più del Cristo, non è degno di Lui. Benché «guardata a
vista», trovò diverse volte la possibilità di uscire di casa per andare a
ricevere l'Eucarestia.
Cominciò
a maturare il progetto di abbandonare la famiglia per assicurarsi la libertà
di vivere liberamente il Cattolicesimo e di farsi suora, come desidevara dai
tempi della sua fanciullezza. Ne parlò col Vescovo, il quale approvò la sua
idea e le regalò una forte somma di denaro per compiere il viaggio in Italia.
Il
19 marzo 1900, di sera, Cérès, con l'angoscia che le opprimeva il cuore,
abbandonò la sua famiglia e si recò a Londra... Sola, sperduta nella capitale
britannica, riuscì con l'aiuto di un'agenzia di viaggi a partire per l'Italia.
Era il volo verso la patria sognata del cuore.
Giunse
a Genova alla fine di marzo. Lì l'attendeva Suor Gusmana Romanengo. L'Italia
era il porto sospirato dove poteva consacrarsi al Cristo. Ma non era ancora
finita l'avventura...
Seguì
Madre Gusmana a Mondovì, nel suo convento. Cérès, benché lontana da casa,
abbandonati i suoi con la fuga, era felice. Alla fine di aprile, i suoi
genitori, da Manchester decisero di tornare a Costantinopoli. Passarono per
Genova e Cérès andò a incontrarli. Era la riappacificazione totale con i
genitori e la sorella.
Nel
giugno del 1901 andò con Madre Gusmana a Peveragno (Cuneo), dove la buona
religiosa aveva aperto una Casa. Le affidarono un incarico di insegnamento tra
le ragazze. Fu per quelle adolescenti un'esperienza meravigliosa: sembrava che
avessero tra loro un angelo. Intanto si preparava con fede e con amore ardenti
alla vita religiosa.
Alla
fine del 1901 tornò a rivedere i suoi cari a Costantinopoli. Sperava di
convertirli al Cattolicesimo con l'aiuto di Dio. In casa tutti le volevano
bene e nessuno più osava contrastarla. Rimase con loro circa un anno, nel quale
non sognò altro che di tornare in Italia, presso le Domenicane di Madre
Gusmana.
Intanto
la stessa Madre Gusmana con il permesso dei superiori, volendo riportare la
comunità religiosa a cui apparteneva, di piu all'osservanza della primitiva
regola di S. Domenico, il 22 luglio 1901, come si è già detto, aveva aperto
con alcune suore e Cérès una Casa a Peveragno... Nel maggio 1902, Mons.
Arcangeli, Vescovo di Asti, chiamava nella sua città le domenicane di Peveragno
e offriva loro la possibilità di aprire un convento in Via Arò, 8, presso la
parrocchia di S. Maria Nuova.
Nel
dicembre del 1902 Cérès giungeva a Genova, dal Bosforo. Madre Gusmana
Romanengo la accoglieva nel suo conventino di Asti, aperto da pochi mesi. Era il
dolce cenacolo dove finalmente sarebbe diventata «la sposa del Cristo» per
sempre.
Ancora
una volta le fu affidato un gruppo di bambini da educare. Cérès li portava
tutti all'incontro con Gesù: li seguiva uno per uno, li istruiva, li
educava, faceva loro gustare la bellezza della preghiera davanti a Gesù
Eucaristico. Era molto felice. I bambini erano rapiti da quella creatura
celestiale.
Il
25 marzo 1903, festa dell'Annunciazione di Maria e dell'Incarnazione del Verbo,
Mons Arcangeli, Vescovo di Asti, nella sua cappella rivestiva Cérès del
bianco saio di S. Domenico. Cérès davvero si avviava a diventare la donna di
un solo Amore, il Cristo che è l'Amore Infinito.
Volle
chiamarsi, cambiando nome, come si usava allora, Suor Maria Giuseppina di S.
Caterina: «Maria», in onore alla Madonna, che l'aveva protetta e guidata
sempre; «Giuseppina», in ricordo della sua Maestra Suor Giuseppina Ghiglia;
«di S. Caterina», perché sceglieva come modello di vita, la vergine senese
di cui ammirava le lettere stupende.
In
quel giorno, il più bello della sua vita, Suor Giuseppina scrisse:
«Il
primo a chiedere gli affetti del mio cuore fu il più bello, il più ricco, il
più nobile di tutti gli sposi: ho scelto come unico Amore dell'anima mia Gesù
Cristo e voglio essergli fedele fino alla morte. Pregherò, soffrirò, opererò
per Lui, con Lui e in Lui».
Novizia
domenicana, le diedero l'incarico di sacrestana... Suor Giuseppina era più
contenta di una regina: avrebbe trascorso ore ed ore ad adorare il Cristo vivo
nell'Eucarestia, a Lui avrebbe portato gli altri, con Lui avrebbe pregato il
Padre per la salvezza del mondo. Per Lui, come il cero acceso che indica la
presenza eucaristica in tutte le chiese, si sarebbe consumata in olocausto
d'amore per indicare il Salvatore alle anime.
Le
affidarono pure alcune allieve, come insegnante di francese e di inglese.
Nella giovane suora e professoressa, era felice scoprire la preparazione
culturale, quasi il genio di un'eccezionale studiosa poliglotta, ma era ancora
più meraviglioso vedere la presenza di Gesù vivo ed operante.
Suor
Giuseppina nel suo diario lasciava cadere accenti di fuoco: «Come potrò
seguirti, o Cristo, se mi manca l'umiltà, fondamento di ogni virtù? D'ora
innanzi voglio abbassarmi di più ai tuoi occhi, agli occhi miei e altrui.
Voglio bere con Te il tuo Calice».
Novizia
semplice, limpida come il cristallo che riflette il sole, innamorata della
povertà, amava mettersi all'ultimo posto e dedicarsi ai lavori umili...
Dentro, sempre più forte la passione per Gesù, suo primo ed ultimo Amore.
E
così il 5 maggio 1904, Suor Giuseppina Cérès Syndika fece la sua prima
professione religiosa emettendo i voti di obbedienza, povertà e castità,
davanti al Vescovo, nelle mani di Madre Gusmana. Di quei giorni meravigliosi
lasciò traccia nei suoi appunti. Comincia col rivolgersi alla Madonna:
Maria,
nelle tue mani, io metto questo ritiro che forse sarà l'ultimo della mia vita.
Aiutami a conoscere me stessa, ad essere fedele alla voce del mio Dio ed
ottienimi la grazia di compiere tutto ciò che mi domanda. Tu, o Madre, che mi
hai sempre protetta, concedimi di morire piuttosto che essere infedele a Gesù
per cui voglio vivere e consumare la mia vita».
Al
«suo» Cristo scriveva:
«Gesù,
io voglio amarti immensamente amarti.
Prendi
il mio cuore, tienilo stretto al Tuo, fa.' che arda di amore per Te solo, voglio
essere tutta Tua...
Nelle
tue mani, o Gesù, tutta mi abbandono...
Tu
sai che il più ardente, l'unico desiderio è di volare presto vicino a Te.
Là
non temerò più di offenderti, né di perderti».
Non
era passato un mese dalla sua professione religiosa. Suor Giuseppina non aveva
ancora compiuto ventinove anni... Ma ormai la sua salute, che non era mai stata
florida, veniva affievolendosi. Le settimane di maggio furono dòlorose per
l'aggravarsi di un antico disturbo al capo. Le cure - di quei tempi - non
valsero a nulla.
Il
3 giugno 1904 non poté alzarsi per la Messa, sofferente di un fortissimo mal di
testa. Alle quindici dello stesso giorno, disse a Madre Gusmana che non la
lasciava un istante: «Sento una corona di spine attorno al capo, ma tutto sia
per amore e in unione a Gesù». La terapia iniziata dal medico risultò subito
inutile. Alle ventitré afferrò la mano di Madre Gusmana, la strinse forte,
come per un definitivo congedo dalla terra, e spirò serena.
Cérès,
questa figlia luminosa dell'Ortodossia Greca, che aveva trovato la pienezza
della Verità nel Cattolicesimo, guidata da Maria, santa «Teotòkos», andava,
primo venerdì del mese di giugno, incontro al Cristo per dimorare in eterno sul
Suo Cuore eternamente palpitante d'amore.
«II miracolo della mia conversione, il nuovo orientamento della mia anima è di un ordine superiore alle guarigioni più straordinarie di quel luogo privilegiato che è Lourdes».
Il
padre era Antonio Starabba, marchese Di Rudinì, di Palermo, ma i cui avi erano
di origine spagnola. Uomo politico, diventò, verso la fine del secolo scorso,
Capo del Governo italiano. La madre, Contessa Maria de Barral, francese, ma
di ascendenza greca, donna dolcissima, ebbe una vita infelice: trattata
come pazza, nel 1887 venne rinchiusa in una casa a Roma.
Da
questi genitori, nacque Alessandra, il 5 ottobre 1876, a Napoli. La mamma
depose nel cuore della piccola i primi germi della fede, ma Alessandra,
rimasta presto priva di lei, crebbe in un ambiente brillante e mondano dove
conobbe i tipi più illustri dell'Europa del suo tempo.
Il
marchese Di Rudinì volle che studiasse nei migliori collegi d'Italia, a Trinità
dei Monti a Roma, poi a Poggio Imperiale a Firenze. Nell'ambiente di
collegio, Sandra una ne pensava e due ne faceva.
Un
giorno era sparita. La cercavano in tutti gli angoli. Si mise a soqquadro il
collegio. Nessuno riusciva a trovarla. Quando fu sazia dello spettacolo e
dello scompiglio creato, si diede alle risa dal folto di un albero del giardino
dove si era arrampicata.
Un'altra
volta le collegiali, entrate in cappella, nella semioscurità della sera, si
accorsero di un brutto tiro. Avevano la fronte e le mani macchiate d'inchiostro,
inspiegabilmente. L'unica a non essersi macchiata era Sandra. Che cosa era
successo? Sandra aveva riempito di inchiostro la vaschetta dell'acqua
benedetta all'ingresso della cappella. Tutte si erano segnate la fronte... con
quell'inchiostro, meno lei.
Una
mattina, all'ora del catechismo, Sandra era assente. La suora ne era quasi
contenta. Ma ecco, proprio durante la lezione, la ragazza terribile saltò
fuori da un armadio, creando lo scompiglio tra le compagne.
La
cacciarono dal collegio. Che andasse a scuola dove volesse.
Fuori
dal collegio, le misero in mano la Vita di Gesù di Ernest Rénan. «Quel giorno
- ebbe a dire - fu uno dei più tristi della mia vita. Sentii che la mia vita
perdeva la sua unica ragion d'essere».
A
quindici anni era già una signorina perfetta. Alta più di un metro e ottanta,
aveva un volto di una stupenda bellezza greca, folta capigliatura bionda, gli
occhi azzurri vivissimi e profondi, lampeggianti con guizzi d'acciaio,
intelligentissima, volitiva. Sembrava una dea miracolosamente apparsa dalle
onde del mare, come si raccontava nella mitologia greca.
Nei
salotti che frequentava, insieme al padre, uomo politico, era lei la dominatrice
con il suo fascino. Senza essere schiava della moda, né indulgere a
svenevolezze, era signorile, elegantissima. Ma spesso si presentava in società
con i calzoni e il frustino da cavallerizza. La sua grande passione erano i
cavalli. Le sue compagne dell'alta società dovevano saper dipingere e suonare.
Sandra aveva una scuderia con quattordici cavalli puro sangue. Ed ella correva,
libera e gagliarda, per i prati e boschi di Roma o di Palermo, attirando gli
sguardi, l'ammirazione e l'invidia di molti. Il padre la adorava e sognava la
figlia, sposa di qualche principe di casa reale o imperiale d'Europa. Per un
momento pensò ad un matrimonio con il Granduca Sergio, della stessa famiglia
dello Zar di Russia. Ma Sandra rinunziò, perché le era stata posta la
condizione di abbandonare la Chiesa cattolica, per entrare nella Chiesa
Ortodossa.
Molti
la desideravano come sposa, ma Sandra a diciotto anni, sposò colui che il suo
cuore sapeva di amare davvero: il marchese Marcello Carlotti di Verona, un'anima
di sognatore, di studioso, di musico, di scettico e di stoico.
Al
suo Marcello si diede con tutta la sua ardente passione e fedeltà di sposa.
La loro unione, nel giro di tre anni, venne arricchita da due loro creature:
Antonio e Andrea. Entusiasta anche della bellissima villa sul Lago di Garda,
Alessandra sposa e mamma poteva considerarsi una donna felice.
Non
le mancava nulla. Viveva come una giovane regina. Bella, ricchissima,
innamorata, ammirata ed invidiata. Che cosa voler di più dalla vita? I giorni
del dolore
Nella
primavera del 1900, Marcello fu colpito da una tubercolosi galoppante.
Alessandra, davanti allo sposo amato, diventò eroica; Diventò l'infermiera
ammirabile del marito, che la morte stava per strappargli.
Marcello,
verso la fede era un povero scettico. Sandra era devastata da una crisi di fede
e ormai lontana da ogni pratica cristiana. Eppure si ricordò del Cristo
Salvatore. Al suo Marcello morente, domandò se voleva un sacerdote. Intanto
aveva già contattato un santo prete di Verona, don Francesco Serenelli.
Il
marito si spense, lasciandola vedova a ventiquattro anni. Uno schianto
terribile. Sola, con due piccole creature da crescere e da educare.
Il
padre, il marchese Di Rudinì, cercò di distrarla, proponendole viaggi e
feste nel suo ambiente brillante di uomo di stato. Nel 1903 era a Roma, per le
feste, in aprile per la visita del Kaiser Guglielmo di Germania, in maggio per
la visita dello Zar di Russia. Andò a Parigi, dove frequentò i cenacoli letterari
e partecipò alle colazioni con Zola e Anatole France, che la lasciarono di
ghiaccio.
Solo
uno di quei viaggi l'aveva segnata profondamente. Nel 1901 era stata in
Marocco, dove si recò a consultare un vecchio marabutto, un uomo di Dio.
Quella specie di patriarca biblico la guardò a lungo, poi scandì queste
parole:
«Tu
avrai tutto: splendore, ricchezza, amore... Poi avrai ancora tutto: sofferenza,
povertà, freddo... ».
Alessandra
si allontanò in silenzio, senza chiedere altro.
Era
felice? Nel cuore una prorompente capacità di amare, sotto mille forme.
Se
usciva di casa col borsellino pieno, tornava senza un soldo, perché dava tutto
in elemosina. Ma, pure provava un sottile piacere nel soppiantare nelle
rivalità femminili, tutte le avversarie. Se c'era Sandra in un salotto, le
altre donne erano costrette ad eclissarsi.
Nel
novembre del 1903, partecipò a Firenze alle feste per il matrimonio del
fratello. Vi era pure Gabriele D'Annunzio, allora legato ad Eleonora Duse. Il
poeta rimase folgorato da Alessandra e cominciò le sue manovre di seduttore.
La
Duse si ritirò, certa di essere «sconfitta». Sandra diventò «la compagna»
del D'Annunzio. Non badò allo scandalo, né alle ire del marchese Di Rudinì:
nessun freno, nessun ritegno, nessun rispetto della sua posizione la
trattennero più.
I
figli li sistemò nel Collegio dei Gesuiti a Mondragone e non lasciò mai
mancare nulla, ma che esempio dava loro una madre come Sandra? Comunque sia, per
tre anni la donna, bella come dea, visse una vita di sogno convivendo con Gabriele
alla villa della Capponcina, presso Firenze.
Ma
quella, neppure quella, era la gioia per il cuore di Sandra.
Nel
1906, ricoverata in una clinica di Firenze, dovette essere operata per tre
volte, sospesa tra la vita e la morte. Il padre non si fece vivo al suo capezzale.
Il poeta le dedicò una pagina delle Faville del maglio e poi le consegnò
manoscritto per lei il poemetto Solus ad Solam.
Quando
la convalescenza si faceva promettente, D'Annunzio cominciò a guardare
altrove. Appena Sandra si accorse che un'altra donna - Giuseppina Mancini,
soprannominata Amaranta - era entrata nella vita del poeta, tutto fu finito.
Gabriele per lei non esistette più. Sandra ritrovò tutta se stessa.
Ancora
infelice, ancora alla ricerca della gioia e della vita vera.
Era
altrove la fonte della felicità. Cercarla per Sandra era come inoltrarsi in una
foresta immensa senza sentieri. Tuttavia iniziò il cammino: sarebbe
arrivata certamente. A Renata, figlia del D'Annunzio, la quale era credente, un
giorno disse: «Te beata! E prega Dio che ti sia risparmiata la terribile
angoscia del dubbio che a me toglie ogni serenità. Tu non sai che cosa sia
cercare e non trovare la luce: è infelicità della vita».
Coltissima,
plurilingue, poteva leggere di tutto, dai Vangeli e San Paolo, ad Harnak e Rénan.
Immersa nel positivismo e nella negazione di Dio, non trovava risposta alcuna ai
grandi interrogativi dell'esistenza che la dilaceravano: «È il problema
terribile della vita e della morte che la filosofia materialista lascia insoluto».
Don
Serenelli, interessato per la morte del marito, la aiutò molto, ma in modo più
decisivo la aiutò l'abate Gastone Gorel, che Sandra aveva chiamato dalla
Francia, nel 1909, come cappellano di Villa Carlotti a Verona.
Quando
don Gorel si accorse che il demone di Sandra era il positivismo razionalistico,
tagliò corto e la invitò a recarsi a Lourdes.
Là,
alle falde dei Pirenei, l'umile Vergine di Nazareth attendeva la nobildonna
inanellata di diamanti, ma povera nel cuore, più di una zingara.
Aveva
scritto in una lettera: «L'abisso è davanti a me. L'umano cade. È caduto. E
il divino sfugge. L'orrore di questo vuoto atroce non può essere detto da
parola umana. Perché viviamo? Beato chi risponde con sicurezza alla domanda
eterna» Partì da Verona, guidando la sua lussuosa auto, ella stessa. Nel
cuore una grande speranza. Nella mente il dubbio che ancora la rodeva. Tuttavia,
consapevole che nel Cristianesimo, in fondo, stava la Verità, aveva già
ripreso a frequentare i sacramenti. Ma voleva la fede di una mente illuminata
e sicura, non «all'acqua di rose».
Giunta
a Lourdes, fu colpita dallo spettacolo di quella immensa sofferenza ai piedi
della Vergine Immacolata. Una signora francese, completamente cieca, era
guarita invocando la Madonna, sotto gli occhi di Sandra.
Il
dottor Boissarie, il medico presidente dell'Ufficio che constatava i «miracoli»,
le documentò, con prove ineccepibili, la verità del fatto della guarigione
straordianaria della povera cieca. Sandra le oppose tutte le difficoltà
possibili, poi si arrese: era un vero miracolo, o almeno un fatto inspiegabile.
Dunque
a Lourdes, il Cristo operava servendosi di Sua Madre? Era póssibile.
E
Sandra fece pure esperienza del miracolo della carità che fioriva presso la
Grotta. Incontrò una contessa che si dedicava alla cura degli infermi. Un
ex-colonnello si era fatto umile portamalati. La nobildonna ne provò
un'impressione grandissima.
La
Madonna santissima la guardava dalla grotta. Nel cuore agiva con forza potente
il Cristo Gesù. Fu per Sandra la salvezza. Tutti i sistemi, tutti i dubbi, le
obiezioni caddero davanti alla luminosa realtà della fede che le sgorgava in
cuore nella cittadella di Maria.
Il
naturalismo? Il positivismo? Il razionalismo? Erano tutte chimere. Solo il
Cristo era la Verità. E Sandra abbracciò il Cristo per sempre, il Cristo che
le offriva in dono sua Madre, Maria, l'Immacolata.
Nella
chiesetta del Carmelo di Lourdes, Sandra entrò in Confessione, poi si accostò
alla Comunione. Aveva detto un giorno Gesù: «Io faccio nuove tutte le cose»
(Ap. 21,5). Sandra possedeva, per Sua grazia, un cuore nuovo. Scrisse ad un
sacerdote: «Quando penso a quel che ero e a quel che ora sono, non mi riconosco
più. I miei pregiudizi, le mie idee sono sparite. Il miracolo più grande è
quello della mia conversione in questo luogo privilegiato». E ancora. «Uno
dei miei errori era stato quello di pensare che si poteva ritornare alla fede
del battesimo con mezzi naturali, con la propria intelligenza, il proprio
giudizio, i propri studi: devo ammettere che essi sono insufficienti e
inefficaci. Solo la grazia divina può comunicare la fede facendola rinascere ad
una vita nuova».
Con
il cuore rifatto a novità, che cantava a festa, Sandra ritornò da Lourdes.
Nella
sua villa sul Garda cominciò a vivere come una carmelitana. La parola «Carmelo»
si era già, nel passato, affacciata alla sua mente, come un traguardo lontano,
ma che Sandra vedeva realizzabile.
Ora
dormiva su un ruvido saccone. Ai piedi portava solo sandali. Trascorreva lunghe
ore in preghiera ai piedi del Tabernacolo. Imparò la recita del brevario e
non la lasciò più. Lesse le opere di Teresa d'Avita e di Giovanni della Croce.
«La
marchesa Carlotti o diventerà pazza o si farà santa» - commentava il parroco.
Le cameriere erano trasecolate, fuori di sé.
Intanto
i due figli, Andrea e Antonio, cresciuti in collegio, non erano molto legati
alla madre. Pensavano di darsi alla carriera militare. Dal 1908 Sandra li aveva
voluti con sé. Erano svogliati nello studio e refrattari alla fede.
Mentre
nutrivano grandi sogni per l'avvenire, il male che aveva ucciso il loro padre si
manifestò anche in loro.
Sandra
decise: sarebbe diventata carmelitana a Paray-le-Monial in Francia. C'era ancora
la difficoltà dei figli da sistemare, ma Sandra portò ragioni così forti
che la priora dovette accettarla. Nell'ottobre 1911 a trentacinque anni, la
marchesa Alessandra Di Rudinì diventò nel monastero del Carmelo «Suor Maria
di Gesù».
Aveva
trovato il suo posto, dove Dio l'aveva voluta da tutta l'eternità. Cominciò a
scrivere le sue note spirituali lasciateci nel «Cahier vert». All'inizio,
tra il 1912 e il 1913, passò attraverso prove interiori durissime a cui si
aggiunsero le difficoltà climatiche, le sofferenze fisiche.
Tra
il 1916 e il 1917 le morirono i due figli. Seguì la morte del fratello Carlo.
Suo padre era morto nel 1908. Scriveva Suor Maria di Gesù: «Non ho più su
questa terra alcun legame, nessun amore, nessuna tenerezza umana: i miei ricordi
migliori si riassumono nella Croce».
In
una preghiera che non aveva soste, nel rapporto continuo con la Madre Priora
che l'aveva accolta, Suor Maria di Gesù diventò in breve una carmelitana
matura, dotata di eccezionali carismi.
La
priora la volle presto Maestra delle novizie. Alla morte della priora, le
consorelle elessero lei, suor Maria di Gesù, priora del Carmelo di
Paray-le-Monial. Nel suo priorato, fu esemplare: buona, materna, esigente,
dotata di forte comprensione delle anime, capace di guidarle a Cristo,
all'unione mistica con Lui.
Finita
la guerra, riprese i lavóri per finire il monastero di Paray. Dalle varie
eredità familiari, della madre, del padre e del marito, ebbe tra le mani
milioni di denaro. Volle fondare tre monasteri nuovi.
Valenciennes
fu la prima di queste fondazioni, che le costò otto anni di fatiche e di
impegno eroico. Il secondo fu il Carmelo di Montmartre, voluto dallo stesso
Cardinal Amette, Arcivescovo di Parigi. Seguì la fondazione del Carmelo Le Reposoir
in Alta Savoia.
Nel
cuore di Suor Maria di Gesù non c'era ormai che un grande amore che la
divorava come il fuoco: l'amore per Cristo, che Maria aveva seminato nella sua
anima. Ella, travolta da questo amore, dichiarava che la vita religiosa al
Carmelo doveva essere «vita di amore senza confini», non solo osservanza
formale delle regole. Una postulante non va giudicata da ciò che è, ma da
quello che può divenire».
Nel
1930, in autunno, sfinita dal lavoro e dalla dedizione al Dio-Amore, si recò al
suo Reposoir, in Alta Savoia. Le sue condizioni di salute erano ormai
disastrose. Operata tre volte in una clinica vicina, il 29 dicembre 1930
ricevette gli ultimi sacramenti.
Nella
notte tra il l ° e il 2 gennaio 1931, sentì che lo Sposo adorato la chiamava
alle nozze. Con la fronte aureolata di pace e di gioia, dopo le preghiere
degli agonizzanti, disse con voce fievole ma chiara: «Nelle tue mani, Signore,
consegno il mio spirito».
Tutto
le era stato perdonato, perché aveva molto amato. Il Dio dell'amore, non solo
le aveva fatto ritrovare, per mezzo di Maria, l'innocenza perduta, ma, al
Carmelo, l'aveva fatta più bella e più splendente di prima.
Alessandra
Di Rudinì Carlotti, Suor Maria di Gesù: capolavoro stupendo della misericordia
di Dio.
«Che Gesù pianga sulla sua patria e su Gerusalemme, è triste, ma che la Santa Vergine, sua Madre, pianga a causa della nostra malvagità, questo mi ha fatto male al cuore. Non trovate che ciò sia tragico?»
Ottobre
1940, in un campo di concentramento, presso Stoccarda, in Germania. Vi si
trovano prigionieri, da alcuni mesi, soldati e ufficiali francesi. Vita dura,
da lager. Il comandante tedesco, Hoffmann, è duro, senz'altro, ma il suo stile
è poco nazista...
Tra
gli ufficiali francesi, c'è il capitano Darreberg: prigioniero, come gli
altri, non ha però perso il suo sorriso pronto, la sua allegria. Qualche volta
è spassoso e se la ride alle spalle di quei tedeschi, che quando parlano,
sembrano latrare.
Chi
lo vede, col suo corpo asciutto, agile, scavato, esclama: «Quello ha una
salute da... fil di ferro». Tra gli amici di Darreberg, il cappellano, non
perché sia credente, ma perché quel prete gli appare intelligente ed amico.
Una
sera, all'inizio della prigionia, il giovane sacerdote aveva radunato i suoi
uomini ed aveva parlato loro della Madonna: è la madre di Cristo e il Cristo
l'ha donata a noi come madre. Di tanto in tanto, Maria torna sulla terra, a
parlare con gli uomini suoi figli, che non fanno altro che offendere Dio. Un
giorno, del 1846, sulla montagna de La Salette, due pastorelli, Massimo e
Melania; hanno visto una bella Signora che piangeva e piangeva... Era Maria,
che piangeva sulla malvagità degli uomini.
I
giovani prigionieri avevano ascoltato quella storia: alcuni già la conoscevano,
altri forse no... Il capitano Darreberg sorrise beffardo.
Il
2 ottobre 1940, il simpatico ufficiale fermò in un angolo del campo il
cappellano:
«Amico
mio, la storia de La Salette è una di quelle storielle che voi preti sapete
raccontare. Qualcuno è rimasto sconvolto, ma io... io non credo più a nulla.
Credo solo che gli uomini sono stupidi e malvagi: ecco tutto».
Il
prete ascoltava in silenzio! L'ufficiale aggiunse:
«Ma
io voglio andare sul posto a La Salette a rendermi conto della vostra storia.
Giunti a Lione, per dove ci si infila?».
Il
cappellano gli descrisse il percorso.
-
«Se ci andrete, rimarrete sconvolto spiritualmente. Ma chissà per quanto
ancora vi toccherà arrugginire qua dentro! ».
-
Cappellano, stasera io mi sgancio. - Che cosa dite?
-
Dico che sono stufo di questa vita. I tedeschi non sono di buona compagnia. Ci
urlano nelle orecchie da mane a sera. Ho mal di stomaco a furia di sentirli.
Adesso vado... Fra due settimane vi mando un rapporto informativo sulla vostra
pia leggenda della Signora della montagna.
Darreberg
sorrise ironico. Diceva sul serio o scherzava? Chi poteva capirlo?
Il
cappellano si sfilò un biglietto da cento marchi e lo mise furtivamente nelle
mani di Darreberg. L'ufficiale, con fare sonnacchioso, si accese una
sigaretta.
Alla
sera, tutti gli ufficiali francesi erano sull'attenti. Il generale tedesco li
passa in rassegna. Darreberg soffia all'orecchio di un colonello francese:
-
Quel tedesco ha la testa di Ramses.
-
Quale Ramses? - domanda il colonnello. - Parbleu! Ramses 2°, quello scemo della
XX dinastia.
E
scatta sull'attenti.
Verso
le 18 arriva un camion carico di sacchi di pane. Gli addetti ne scaricano
trecento pagnotte. Capitano Darreberg osserva fumando una sigaretta e
meditando «il delitto».
Di
soppiatto si allunga sotto i sacchi rimasti. Un amico gli dice piano:
-
In bocca al lupo, vecchio mio. Il camion riparte.
Cala
la notte.
Tra
le baracche circola una voce: «Darreberg è scappato».
Il
capitano Pasquelle commenta: «Non ci riuscirà».
-
A meno di un miracolo - interrompe il tenente Martin.
Nella
baracca IX, il tenente Terrier cambia il suo saccone con quello di Darreberg. Il
tenente Courtet, a sua volta, scambia la sua tenuta con quella dell'evaso.
-
Se domani i tedeschi porteranno qui i loro cani poliziotto, annuseranno me. Ci
sarà da divertirsi assai - commentano.
Per
tutta la notte, gli aerei inglesi sorvolano Stoccarda e bombardano. Le tenebre
sono lacerate dalle esplosioni. Sciabolate di luce sinistra illuminano il
cielo.
L'indomani
mattina, all'appello, capitano Albert risponde «presente» al nome di
Darreberg. Lo scoprono lo stesso. Il generale Hoffmann arriva con il passo di
piombo e urla:
-
Il capitano Darreberg è fuggito. Nessun prigioniero può uscire dal Reich
senza il nostro permesso... A meno che Dio non lo conduca per mano.
-
Oppure la Vergine Santa - corregge il cappellano.
-
Comunque Darreberg sarà riacciuffato e riportato al campo e punito
severamente.
I
cani-poliziotto rifiutano di prendere la pista. Annusano Courtet che porta i
vestiti di Darreberg. E si accosciano immobili.
Il
9 ottobre 1940 viene affisso um manifesto in ogni baracca del campo: «L'ufficiale
Darreberg, evaso, è stato catturato e smistato in un altro campo».
Nessuno
lo crede.
«Giacomo
Pellegrino»
Il
12 novembre il cappellano riceve una lettera. È firmata «Giacomo Pellegrino»
ed è scritta dal santuario della Madonna de La Salette. Con una scrittura
febbrile, Darreberg annuncia di esservi arrivato sano e salvo.
«Ho
preferito viaggiare in compagnia delle stelle con una piccola falce di luna in
cielo... Ci credereste? Al santuario della Madonna ho fatto un gran bucato
nell'anima con la Confessione, cosa che non mi capitava da otto anni, da
quando cioè uscii dal collegio tenuto dai religiosi. Mi sento leggerissimo e,
perché no?, un po' baldanzoso. Tutto ciò vi stupisce? Oh, no, dopo tutto
quello che la Madonna ha fatto per me durante la fuga, ogni cosa diventa
semplice e incantevole». Alcuni giorni dopo, il cappellano riceve un pacchetto
di tabacco. Il nome del mittente è sempre «Giacomo Pellegrina». Stavolta
spiega come è avvenuta la sua fuga. Conclude:
-
Bisogna andare tutti in pellegrinaggio a La Salette senza tardare. Accoglienza
superlativa da parte paesaggio e Regina del luogo.
-
Buon viaggio materiale e spirituale per ognuno...
-
P.S.: La Madonna di La Salette è una splendida organizzatrice di fughe».
Alcuni
giorni dopo, il generale Hoffmann fa venire il cappellano nel suo ufficio e gli
domanda: - Avete ricevuto notizie da parte di Darreberg?
-
Sì, due giorni fa.
-
Lo sapevo, ho letto la sua lettera. Se avete l'occasione, dite a Darreberg che
la sua lettera mi ha molto impressionato.
Segue
un lungo silenzio. Poi Hoffmann mormora:
-
Finita la guerra, andrò anch'io a visitare La Salette.
Maria,
la portatrice di Gesù alle anime, continuava a fare breccia tra gli uomini,
suoi «figli», per donare loro Gesù...
Nel
gennaio 1941, il cappellano viene rimpatriato. Va a cercare il capitano
Darreberg perché ha molte cose da dirgli. Quando si rivedono, provano una
gioia immensa.
-
Che cosa vi ha colpito di più - domanda il sacerdote all'ufficiale, - nella mia
predica sulle apparizioni della Madonna a La Salette?
-
Ecco, che Gesù pianga sulla sua patria e su Gerusalemme, è triste, ma che la
Santa Vergine, sua Madre, pianga a causa della malvagità degli uomini, questo
mi ha fatto male al cuore. Non trovate che ciò sia tragico? Io pensavo alla
mia povera mamma che ha tanto pianto per me. Essa non ha che me. Voi sapete
che mio papà fu ucciso nella battaglia di Verdun, quando io ero appena nato».
La
guerra continuava feroce. A luglio 1941 giungono al Santuario de La Salette,
quattro uomini: il tenente Manduit, fuggito dalla Legione straniera, due
militari inglesi, John Smith ed Eric Payne, guidati dal capitano Darreberg.
Partecipano alla Messa, ricevono la Comunione, pregano a lungo davanti
all'immagine di Maria. Darreberg spiega in tutti i particolari la storia delle
apparizioni sulla montagna.
John
Smith, in seguito, si infiltra in Italia per una missione segreta. Ma
nell'aprile del 1942, viene catturato e condannato a morte. Prima della fucilazione
chiede due cose: di scrivere a casa e di morire col Rosario tra le mani. Glielo
concedono.
Nell'ultima
notte, Smith e il cappellano recitano il Rosario. Alle tre del mattino il
sacerdote celebra la Messa nella cella. Smith, sereno è forte, serve la Messa e
fa la Comunione. Durante la recita del Rosario, ad ogni decina, si fermava per
parlare della Madonna. Ricevuta la Comunione, fa un breve ringraziamento, poi
stringe a tutti la mano e commenta:
-
Tra pochi minuti io incontrerò la Madonna... Pensa che bello! Mi verrà
incontro e mi dirà: allò, John...
Alle
quattro del mattino, la scarica mortale John Smith cade sotto il piombo tenendo
in mano il Rosario, portato con sé da La Salette: l'arma dei santi!
Nell'ottobre
1941 Darreberg, col suo brevetto di pilota civile, scappa in Inghilterra e si
arruola volontario nella R.A.F. Da quel giorno comincia a scrivere il suo
diario. Da quel diario prendiamo, per riassumerle, le pagine più belle. Anche lì,
tra quegli ufficiali, sarà un apostolo di Maria, per portare tutti a Cristo.
Una
volta racconta la storia delle apparizioni a La Salette ad un gruppo di avieri.
Sono impressionatissimi dalle parole di Massimino, uno dei veggenti della
montagna: «Ho pensato, a vederla piangere, che fosse una povera mamma che i
suoi avessero bastonata e che si fosse salvata sulla montagna».
Tra
quella gente, c'è un pilota che ride beffardo. E il capitano Norton, un
guerriero di prima linea, uno spirito volgare e scettico.
-
La vostra storia - gli dice - è come un dolce da pochi centesimi. Vi credevo
meno stupido. Darreberg non risponde. Perdona e prega per Norton. Due ufficiali,
al pomeriggio, vanno a chiedergli scusa per lui e gli spiegano che Norton dà
del «maiale» ai commilitoni irlandesi, perché sono cattolici.
La
guerra infuria feroce. Molto spesso gli avieri britannici si innalzano verso il
cielo con il loro aereo. È guerra contro i tedeschi, anche oltre le nubi,
caroselli infernali, dai quali spesso qualcuno non torna più. La morte miete
vittime, nella sua danza macabra di voli, crepitii e fuoco...
Capitano
Darreberg prega, ama i suoi commilitoni con tutto il cuore, parla di Maria che
è la Mamma di tutti. Ogni giorno, recita il Rosario con il fervore di un
bambino: «Può essere l'ultimo Rosario, su questa terra, prima di vederti, o
Maria! »
«Maria,
ladra delle anime»
Un
giorno una squadriglia di aerei partono per Nantes. Guerra del cielo contro
trenta aerei tedeschi. Darreberg sta per attaccare. Ma guarda verso l'alto. Un
aereo scende in picchiata verso di lui e lo colpisce. Darreberg fa in tempo a
fuggire.
Ha
capito tutto: è stato Norton a mitragliarlo, così, per odio, benché
commilitoni della stessa base aerea.
Sopraggiungono
gli aerei tedeschi. Sventagliate di fuoco attorno all'aereo di Norton. Ma
Darreberg incapace di odiare, col cuore aperto al perdono, tira addosso al
caccia tedesco. Una colonna di fumo nero. Il caccia tedesco precipita. Norton
ha salva la vita.
Tornano
al campo. Il capitano Norton domanda a Darreberg:
-
Che cosa avete pensato?
-
Che neppure voi siete infallibile.
-
Darreberg, io vi ho mitragliato, perché vi odiavo.
-
E adesso?
-
Voi mi avete salvato la vita. Faccio schifo a me stesso. Vi chiedo perdono.
-
Non ci pensiamo più e brindiamo alla nostra amicizia.
Il
19 maggio 1942 Norton si avvicina a Darreberg:
-
Oggi è il giorno che voi amate, per l'anniversario delle «apparizioni ».Volete
fare due passi con me?».
Partono
a piedi verso la campagna. Norton, un po' imbarazzato, domanda al collega:
-
Raccontatemi la storia della Madonna de La Salette.
Darreberg
racconta. L'altro ascolta in silenzio. Poi l'interrompe:
-
Lasciate che io vi racconti la mia vita dalla mia fanciullezza.
Era
una povera vita stupida, senza gioia, senza ideali, senza istruzione, senza
amore. Norton era cresciuto come una pianta selvatica in mezzo alle erbacce.
Darreberg gli parla del Cristo, che, unico al mondo, sa dare significato alla
vita ed elevare a Lui chiunque lo cerchi.
Qualche
giorno dopo, capitano Norton parte col suo aereo. Ritorna alla base, come un
povero uccello ferito, spezzato. All'ospedale gli amputano le gambe e il braccio
destro. È un povero tronco distrutto dalla bufera.
Vuole
Darreberg vicino a sé.
-
Raccontatemi ancora una volta la storia della Madonna.
-
Maria ha detto quel giorno: se gli uomini si convertono, le pietre e le rocce si
cambieranno in montagne di frumento.
-
Anche per me?
-
Soprattutto per voi.
-
Io non ho mai pregato. Non ho mai avuto alcuna religione. Me ne sono sempre
burlato.
-
Siete battezzato?
-
No, ma adesso lo voglio, voglio essere battezzato. Darreberg, io vi ho voluto
uccidere, ma ora vi chiedo perdono.
-
È a Dio che si deve chieder perdono. Lui solo conta.
-
Arriva il cappellano cattolico. Il sacerdote si rivolge a Norton con dolcezza:
-
Dio esiste, ragazzo mio, è il nostro Padre comune. Gesù, suo Figlio, ci ha
salvati dal male. - E Maria, la santa Vergine?
-
La Mamma è qui con noi. Vi darò il battesimo, se esprimerete la vostra fede.
Dite con me: Io credo in Dio, credo in Gesù Cristo, credo nello Spirito
Santo, credo nella Chiesa cattolica...
-
Io credo... io credo... io credo... Voglio credere tutto, come Darreberg, come
Maria, la Signora della montagna.
Norton
è stremato, non ne può più. Il cappellano chiama l'infermiera, che fa da
madrina. Darreberg fa da padrino. Il cappellano versa sul capo di Norton
l'acqua della nuova vita:
-
Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Capitano
Norton, moribondo, comincia a vivere la sua vita vera, la vita di figlio di
Dio e di fratello di Cristo. Quella vita nata dal cuore squarciato di Gesù
crocifisso e dal dolore di sua Madre.
Gli
offrono un po' di morfina per calmargli i dolori terribili. Norton rifiuta:
-
No, grazie, devo soffrire sino alla fine. Devo pagare il male che ho fatto, devo
espiare. Darreberg e il cappellano tornano alla base. Il sacerdote commenta:
-
La Madonna è una stupenda ladra di anime. Avete visto? Ella è più scaltra del
demonio.
-
Ne sono convinto da molti mesi, per esperienza personale.
Qualche
ora dopo, capitano Norton si spegne. Le sue ultime parole: « Ecco la Signora
della montagna. Ella sorride. Ella non piange più».
19
gennaio 1944
Quella
fredda mattina di gennaio, capitano Darreberg decollò col suo aereo. Salutò il
meccanico:
-
Ciao, amico mio.
-
Oggi è il 19 del mese. Avrete fortuna. Avviò il motore. Il meccanico gli gridò
dietro: - Non riportatemi un colabrodo.
L'aereo
si impennò a freccia verso il cielo. Capitano Darreberg non tornò più alla
base. La bianca Signora de La Salette l'aveva preso con sé.
«Non
ho che un sogno: vivere per il Cristo e per sua Madre: l'Immacolata.
Io sono il suo cameriere».
Era
il 15 agosto 1897, solennità di Maria Assunta in cielo, a Castagnole Lanze
(Asti), nacque Giuseppe Rivella, figlio di agricoltori agiati, fu festa grande
per i suoi genitori: era un bel bambino che si dimostrò presto vivace,
simpatico, affettuoso.
La
mamma gli fece conoscere Gesù... e Giuseppe lo scelse, come il compagno di
strada per tutta la sua vita.
Una
giovinezza limpida e laboriosa accanto ai suoi genitori, tra la natia borgata
Rivella e la parrocchia di S. Pietro, dove ogni domenica l'amico Cristo
l'attendeva per l'appuntamento luminoso dell'Eucarestia.
Nella
primavera del 1916 - l'Italia era in guerra dal Garda all'Isonzo - Giuseppe, 19
anni, fu arruolato nel reggimento di cavalleria «Lucca» e mandato prima a
Saluzzo (Cuneo), poi in Albania, in Grecia, ed infine a Mantova.
Finalmente
stabile, gli ufficiali dell'esercito, per i suoi modi distinti, lo chiamarono a
fare il cameriere alla loro mensa. Giuseppe aveva scoperto la sua «strada»
per tutta la vita: sarebbe stato un cameriere di gran classe, raffinatissimo.
Congedato dalla guerra, aprì un «caffè» prima a Savona, poi a Imperia dove
strinse amicizia con i Padri Passionisti della città. Intanto imparava le
lingue straniere con estrema facilità. Dal 1925 al '28 si trasferì a San Remo:
una vita brillante, sempre alla ribalta, in primo piano, ma la sua vita era
tutta aperta all'irruzione di Dio nella sua anima. I primi trent'anni della sua
vita sono limpidi e puri: cerca di realizzare i suoi sogni...
Giuseppe
era solo: aveva sete d'amore, un cuore pieno di nostalgia. Sul suo orizzonte
passarono alcuni volti limpidi di ragazze. Abbozzò un fidanzamento con
Jolanda Favre, ma era insoddisfatto, cercava più in alto: il cuore aveva sete
di infinito, oltre l'amore umano.
«Le
ragazze mi rapivano, incantando il mio cuore, ma io guardavo più in là» -
scrisse nel suo diario.
Genova,
5 febbraio 1929. Giuseppe, passando per la strada, si trovò ad avere tra le
mani l'invito per una giornata di spiritualità mariana, in una chiesa del
centro. Ci andò e fu un'illuminazione: scoprì che poteva consacrarsi tutto al
Cristo, per le mani di Maria, nello spirito della «vera devozione» di S.
Luigi Grignon di Montfort.
E
così, dopo essersi preparato con impegno, Giuseppe Rivella diventò consacrato,
«lo schiavo», come allora si diceva, di Maria. Aveva trovato l'amore che lui
cercava: Gesù, l'unico Amato e sua Madre.
Di
lui non si può parlare di un vero convertito nel senso che la Grazia di Dio
operante nel mondo, lo abbia riportato, per l'intercessione della Madonna, da
una vita di incredulità e di peccato alla fede e alla vita cristiana, perché
Giuseppe era sempre stato in ogni momento della sua giovinezza credente e
praticante. Si deve invece dire che la scoperta di Maria lo portò da una buona
vita cristiana alla santità «eroica», fece di lui, nel suo ambiente di
lavoro, un altro-Gesù, un testimone della fede che, per le strade del mondo,
viveva i «consigli evangelici» con lo spirito di preghiera e di dedizione
a Dio, che i monaci vivono nei loro cenacoli.
Il
«Trattato della vera devozione a Maria» del Montfort, diventò la sua guida
per tutta la vita. Sotto la direzione di Maria, il suo cameriere si sarebbe
fatto santo, continuando a lavorare negli alberghi, come un monaco nella sua
cella. Giuseppe Rivella, anche se qualche amico o compagno di lavoro lo
giudicava uno «scemo», era felice di partire... e di vivere con quello stile
di vita lo stile di Maria che dona al mondo Gesù, che porta nel mondo Gesù.
Cercato
per la sua gentilezza, prestò servizio nei più lussuosi alberghi d'Italia:
l'Hotel Excelsior di Venezia, i più grandi alberghi di Roma.
Tutte
le mattine, prestissimo, partecipava alla Messa e si accostava alla Comunione. E
poi all'albergo a lavorare. Parlava francese, inglese, spagnolo, ungherese,
russo: una capacità di dialogare, la sua; con tutti.
Ed
ogni giorno, con l'ardore di un innamorato, recitava sette volte la corona del
Rosario: ai 15 misteri tradizionali, ne aggiungeva altri cinque, che lui
chiamava «i misteri preludiari»: 1) il concepimento immacolato di Maria, 2)
la nascita di Maria, 3) la presentazione di Maria al tempio, 4) Maria
obbediente a Dio, 5) lo sposalizio di Maria con Giuseppe.
Nell'albergo
lasciava ad ogni tavolino un'Ave Maria: per contare le «Ave», gli serviva bene
la fila dei tavolini. Con la sua delicatezza riusciva a conoscere le anime dei
clienti degli alberghi e dei caffè, spesso in cerca di avventure galanti in cui
ammazzare il tempo e l'anima.
Sulle
orme di Maria, la Madre dell'Amore, Giuseppe Rivella comprese che la grandezza
della vita è soltanto l'Amore. Scriveva: «L'Amore. Amare, essere innamorati
ed essere contraccambiati al cento per cento, ecco la felicità. Quell'Amore che
non domanda che di essere amato... Il contraccambio al cento per cento del
nostro amore si trova solo in Dio: la creatura che lo ha raggiunto, non cerca
un'altra creatura, perché già possiede la gioia».
In
questo amore totale, là, tra le sale da biliardo e il tintinnio dei
bicchieri, tra il suono dei concerti e parlottare dei grossisti e le storie di
peccato di tanti poveri esseri, Giuseppe Rivella si faceva santo.
A
notte alta, quando serviva a Roma presso il Caffè-Colonna, era atteso nella
vicina piazza, da un gruppo di silenziosi dietro le colonne: i suoi poveri.
Tanti.
Tutto
il suo stipendio intero era per loro. Cuore grande, era tutto per i poveri.
Per poter dar loro di più, aveva lasciato il suo piccolo appartamentino ed
era andato a vivere presso una portineria. Ad un collega che non riusciva a
comprarsi il cappotto per mancanza di denaro, un giorno d'inverno, Giuseppe
regalò il suo appena comprato. Un'altra volta, derubato di una somma notevole,
non volle denunciare alcuno: «Mi dispiace per l'anima dei ladri - disse - io
li perdono». C'erano in quegli anni tanti operai in cerca di lavoro a Roma e
che guadagnavano poco. Giuseppe andava a cercarli nelle osterie più misere
della città e condivideva con molti di loro, a sue spese, il pranzo, i vestiti,
il denaro... Fu in uno di questi locali che incontrò il suo migliore amico,
l'operaio Guido Papi.
Era
diventato quasi l'incarnazione della carità, per i più infelici. Nel suo
cuore, sempre, la fiducia senza limiti nel Dio che «sa che ci siamo». Lui
stesso viveva in povertà estrema. Una valigia conteneva tutto il suo corredo di
cameriere di gran classe, « perché - diceva - S. Francesco aveva meno di me
».
Alla
sua vita cristiana intensissima, Giuseppe Rivella aggiungeva le mortificazioni
di un eremita. Mangiava pochissimo, portava continuamente le «catenelle» per
ricordare a se stesso che era «schiavo» di Maria. Gli sarà tolta arrugginita,
poco prima della morte. Durante la malattia l'aveva sempre portata ed era
malato ai polmoni.
Nel
cuore ardeva il suo amore a Cristo e a sua Madre, l'Immacolata. Lui si sentiva
«il cameriere dell'Immacolata». Diceva. «Io non ho che un sogno: vivere per
Gesù e per l'Immacolata. Maria è il mio amore, la mia passione, Maria è tutto
per me».
«Perché
stai nel mondo e non entri in convento?» - gli domandò un giorno, a
bruciapelo, un amico.
Gli
rispose Giuseppe: «Ti dico che è bello vivere nel mondo per testimoniare il
coraggio della lotta... Perciò io sto nell'albergo come potrei stare in
convento, perché è qui che Dio vuole che io svolga la mia opera di bene e
poiché sento che Dio mi vuole qui sento che in convento non sarei a posto».
E
Giuseppe Rivella rimase là, libero apostolo del Signore, felice di amarlo e di
proclamare con la vita, la sua misericordia, là dove Egli spesso è assente dal
cuore degli uomini. Perché dove gli uomini sono più «abbandonati», lì
dev'esserci il Cristo.
Un
giorno non poté reggere alla fatica. Sospeso il suo lavoro, lo ricoverarono
in ospedale. Lo mandarono a godere il riposo in un clima più salubre. Non
servì a nulla.
2
ottobre 1942: il giorno della sua morte. Calmo, sereno, ricevette il suo Gesù.
Era il primo venerdì del mese, sperava di morire di sabato, il giorno
dedicato alla Madonna. Il volto pallidissimo ma non sciupato, appariva
illuminato da una luce tersa di bontà, di chi aveva dato tutto.
Con
un filo di voce salutò il suo amico Guido:
«Addio,
vado in Paradiso».
Poi
reclinò il capo e morì sorridendo, mentre un piccolo fiotto di sangue gli
imporporava le labbra e gli rigava lievemente la guancia sinistra, come
un'ultima offerta d'amore.
Così
era vissuto, così era morto Giuseppe Rivella, un «santo laico», dopo aver
speso tutta la sua giovane vita come un'ostia offerta a Dio vivo e un dono
d'amore ai fratelli. Qualche tempo prima, aveva detto alla sorella Ugolina: «Vedi,
la santità è fatta di tanti granellini di sabbia... Quando io non ci sarò
più, benedite Dio per quanto Egli fa. Ringraziate la Madonna e cantate il
Magnificat per me».
Di
lui disse l'irlandese Mons. Alberto Deane, Generale dei Passionisti a 38 anni, e
poi, dal 1955, primo Vescovo di Villa Maria in Argentina, tuttora vivente:
«Il
cameriere dell'Immacolata, Giuseppe Rivella, con la sua vita angelica, ha
testimoniato che la santità è possibile dappertutto, anche negli ambienti più
difficili. E noi tutti siamo chiamati alla santità. La devozione alla Madonna
è il segreto della riuscita: se Maria ti guida, tu arrivi alla meta».
«Fu la Madonna a prendermi per mano, /al Figlio ardente mi portò pietosa, / al felice patir di Cristo / che trasfigura il viver di quaggiù / in un principio dell'eterno amore... ».
Quando
nacque il 6 gennaio 1885 a Milano, i signori Rebora, suoi illustri genitori, lo
chiamorono Clemente. Da loro ebbe tutto, all'infuori della fede. Il padre era
mazziniano ed aveva combattuto con Garibaldi a Mentana nel 1867 ed era un alto
dignitario della Massoneria. La madre, si preoccupò di farlo battezzare, ma
non gli diede alcuna educazione religiosa.
Una
fanciullezza, un'adolescenza fatta di studi seri, di lunghe ore trascorse al
pianoforte, di interminabili passeggiate attraverso la campagna, alla ricerca
della bellezza e della libertà. Testimonia il fratello Piero: «Ancora
ragazzo, lo tormentava la ricerca angosciosa del senso della vita».
Intelligentissimo,
nel 1903 aveva già terminato il Liceo e si iscriveva alla Facoltà di
Medicina a Pavia. Un anno: fu un fallimento. Si iscrisse a Lettere e
Filosofia: i suoi studi prediletti.
A
vent'anni, nonostante avesse tutto, dichiarava di essere «sepolto nella
morte, come un oggetto guasto che non serve più a nulla».
La
disperazione in agguato. La morte dentro al cuore. Un uomo finito.
Tormentato
da mille problemi, tutti senza risposta, leggeva come un pazzo, alla ricerca
della verità: i Vangeli e Budda, Dante e Giordano Bruno, Vico e Alfieri.
Cercava amici nell'ambiente universitario e fuori. Voleva un ideale per cui
spendere la vita. Si sentiva tremendamente solo. Le tenebre più fitte
incombenti da ogni parte.
«Diogene
senza lanterna, io sto cercando la nuova vita» - scriveva di se stesso.
Nel
cuore egli maturava la poesia. Nel 1910, la laurea in lettere a pieni voti. Poi
l'insegnamento nelle scuole tecniche a Milano, Novara, Como.
Nel
1913, nel cielo tempestoso di Clemente, passava una meteora incandescente di
passione: l'amore per Lydia Natus, una pianista russa, separata dal marito.
Nello stesso anno cominciava a collaborare a «La Voce», la rivista di Papini e
Prezzolini. Intanto viaggiava per l'Italia, inquieto come un vagabondo. Le sue
«domande» interiori più profonde, tutte e sempre senza risposta. Pubblicava
la sua prima raccolta di poesia: «I frammenti lirici».
Quelle
poesie difficili intessute di meditazione, ispireranno Montale e Ungaretti e
faranno pensare a Eliot. Ne emergeva l'immagine di un uomo incatenato, ma aperto
alla speranza:
«Fra
le catene libertà mi ride e vien nell'ore mediocri l'eterno». Scoppiata la
guerra, nel maggio 1915, Clemente Rebora partiva per il fronte. Non era
interventista, anzi odiava la guerra, e lui, ufficiale, fraternizzava con i
soldati. A Natale dello stesso anno veniva ricoverato in ospedale: trauma
nervoso. Ristabilitosi, riprendeva l'insegnamento e, guidato dalla «sua»
Lydia, imparava il russo e traduceva Tolstoi e Gogol, affiancando l'attività
di conferenziere. L'8 dicembre 1919 Lydia partiva per Parigi: l'avventura
d'amore era finita per sempre.
Immerso
nella caligine più tetra, cercava la luce. Unico conforto la poesia. Nel 1922
pubblicava i «Canti anonimi». L'anno prima aveva letto Tagore, le opere di
Mazzini. Cominciava a scoprire i valori dello spirito. Quella sua poesia
aspettava la bruciante attesa di «Qualcuno».
Era
Dio che cominciava a fare irruzione nella sua anima. Scriveva: «Sono come un
cane che fiuta il Divino».
«Per
Maria a Gesù»
Cominciò
a leggere Dante, Manzoni e Fogazzaro, i più grandi sciittori cattolici. Il
Cristo con la sua personalità potente cominciava ad affascinarlo. Il
Cattolicesimo gli appariva la Verità. Vedeva che Dante aveva criticato
aspramente certi fatti compiuti da uomini di Chiesa, ma era rimasto cattolico,
apostolico, romano.
Anche
lui, Clemente, doveva dire «Sì», un «Sì» pieno al Cristo e alla sua
Chiesa.
Da
qualche tempo aveva conosciuto la pedagogista cattolica Adelaide Coari, una
donna tutta dedizione che lo stupiva. Dal 1923, all'inizio di ogni anno
scolastico, Clemente le domandava:
«Da
dove attinge, lei, ispirazione e vigore per la sua opera quotidiana?».
All'inizio
dell'ottobre 1927, la signorina Coari, alla domanda ancora ripetutale, rispose
chiaramente:
«Attingo
l'ispirazione e vigore dalla Messa e dal Rosario».
Clemente
tacque. Un lungo silenzio. Poi, alzandosi disse:
«Arrivederci,
Adelaide». E scoppiò in pianto.
Qualche
giorno dopo, le chiese in lettura il messalino e una vita della Madonna. L'anno
seguente leggeva la Bibbia e gli Atti dei Martiri. Il 1928 fu un anno di
grazia. Il 25 maggio 1928 scriveva al fratello Piero:
«Io
da venti anni ad oggi, ho sperimentato tutte le direzioni e le ho trovate
ingannevoli, all'infuori di quella indicata da Maria e da Gesù».
Era
oramai sulla soglia della Chiesa cattolica. Una sua ex-allieva, Ezilde Carletti,
impressionata dal tormento spirituale del suo maestro, aveva offerto a Dio
la sua vita perché egli potesse trovare la verità e la pace. Rebora ricorderà
un giorno questo fatto:
«Intanto
c'era chi per me invocava, c'era l'offerta di una generosa, salvato a pezzettini
di preghiera».
Durante
l'estate si preparò studiando il Cattolicesimo e decise di commentare un
testo molto antico: gli Atti dei Martiri scillitani. Nell'ottobre di quell'anno
stava commentando un giorno, al Lyceum di Milano, quel testo. Lo afferrò una
commozione fortissima. Non poté più continuare. Si alzò folgorato da Dio:
tutto gli apparve vano, solo il Cristo era la Roccia incrollabile, la luce, il
fuoco. Scriverà:
«E
un giorno - nel salon pieno quant'occhi! - il discorso iniziato venne meno in
una turbazione vicina al pianto, la Parola zittì chiacchiere mie».
Clemente
Rebora, ormai afferrato da Cristo, voleva avere un colloquio con colui che lo
rappresentava a Milano, il Card. Schuster. Adelaide Coari parlò di Rebora,
ormai sulla soglia della Chiesa, a Mons. Angelo Roncalli (il futuro Giovanni
XXIII), che gli procurò un'udienza presso il Cardinale di Milano.
Il
24 ottobre 1929, Clemente, con il biglietto di presentazione redatto da Mons.
Roncalli, era davanti al Card. Schuster. Come Saulo di Tarso, bloccato sulla
via di Damasco, e poi umile e docile davanti ad Anania, gli disse: «Ditemi,
Padre, ciò che io debbo fare e io vi ubbidirò».
Il
Cardinale lo mandò da don Portaluppi: «Vada da lui e si preparerà ad
incontrare Gesù Cristo». Il 24 novembre 1929, dopo un mese di intensa
preparazione, Clemente Rebora, a 44 anni di età, si confessò umilmente come un
bambino e ricevette la prima Comunione dalle mani di Ildefonso Schuster.
Tornò
dalla balaustra, felice come un fanciullo settenne, commosso fino alle
lacrime. Non aveva detto Gesù a Nicodemo: «Bisogna rinascere dall'acqua e
dallo Spirito Santo»?
Ma
era stata Maria, la meravigliosa Condottiera delle anime, che lo aveva portato
a Cristo. Qualche tempo dopo scriverà:
«Fu
la Madonna a prendermi per mano, al Figlio ardente mi portò pietosa, al felice
patir di Cristo che trasfigura il viver quaggiù in un principio dell'eterno
Amore, libero dono, puro: ora, o mai più. Basta ancora meno d'una goccia, a me
bisogna tutto il sangue di Gesù». Iniziava un'intensa vita spirituale. Tutti i
giorni la Comunione e tante ore di preghiera davanti al Tabernacolo. Aveva
incontrato il Dio della gioia ed era morto felice.
Il
23 dicembre 1929 scriveva ad Adelaide Coari: «Maria ci dona àncora e più
che mai Gesù, in questo Natale, per farci con infinita bontà, figli di Dio e
prepararci, uno per uno, e tutti, al secondo avvento, per la gloria di vita
eterna».
Il
1930 fu un anno pieno di intensa fervente vita di amore a Dio.
Le
sue lettere alla mamma, al fratello Piero, ad alcuni amici, sono traboccanti di
fede: Gesù e Maria hanno operato in lui il miracolo della conversione. Non c'è
che da esultare nella lode e nella gioia.
Nell'ottobre
distrusse ogni legame col passato: libri, manoscritti, poesie inedite, lettere
e portò tutto dallo straccivendolo che passava in quel momento per la strada:
«Riamato,
l'Amor vuol tutto.
E
venne il giorno, che il divin furore la Verità di Cristo mi costrinse a
giustiziare libri e scritti e carta:
Oh,
sì, che quello fu un gran bel stracciare! Allor che quanto m'era il più del
male ridotto fu a un lacerato ammasso, mi sentii lieve in libertà felice».
Dove lo voleva ora Iddio?
Nel
marzo del 1930, aveva incontrato i Padri Rosminiani. Nel maggio aveva ricevuto
la Cresima dal Card. Schuster. Poi iniziava un ritiro di sei mesi presso i
Padri Rosminiani di Stresa. Era l'Amore che inondava la sua vita. Poteva
scrivere: «Speravo in me stesso: ma il nulla mi afferra.
Speravo
nel tempo: ma passa e trapassa; In cosa creata: non basta e ci lascia...
Ho
peccato, ho sofferto, cercato, ascoltato La voce d'Amore che chiama e non
langue: Ed ecco la certa speranza: la Croce.
Ho
trovato Chi prima mi ha amato e mi ama e mi lava, nel sangue che è fuoco;
Gesù,
1'Ognibene, l'Amore infinito, l'Amore che dona l'amore».
Il
4 novembre 1930 comunicava ai suoi amici: «Il Signore mi chiama dalla mia
infinita incapacità a servirlo più da vicino nel Sacerdozio».
«L'Ostia
casta attrae i cuori»
Seguì
il noviziato a Domodossola presso i Rosminiani per due anni. Nulla gli fu
risparmiato della dura ascesi allora richiesta, nonostante i suoi 45 anni. Il 13
maggio 1933 emetteva i primi voti religiosi. Poi gli studi teologici. Il 19
settembre 1936 il professore Clemente Rebora, il figlio di un illustre
massone, il passionale di Lydia Natus, il genio dall'anima di fuoco, il poeta
che aveva fatto parlare di sé la cultura d'Italia, era ordinato sacerdote
di Cristo, da Mons. De Giuli. Chi l'avrebbe detto che lui, proprio lui, sarebbe
salito all'altare di Dio? Sintetizzerà questa data impressionante in poesia:
«Senza
Confiteor non si sale Altare, Magnificat conclude il Miserere e il De profundis
nel Te Deum ascende. Nell'omelia della sua prima Messa, un confratello gli
disse:
«Tu
non cesserai di essere chiamato fratello; ma pure ora riceverai anche un altro
nome: sarai chiamato Padre».
Da
quel giorno Dio gli diede ventun'anni di sacerdozio, non molti in verità, ma
furono colmi di santità, fino all'eroismo. Professore nelle scuole dei
Rosminiani, ora a Stresa, ora a Domodossola, ora a Rovereto. Predicatore ambito
in vari centri dell'Alta Italia e ancora poeta e scrittore.
Era
sempre innamorato dell'Euarestia e della Madonna. Scriveva:
«Amor,
dammi l'amore! Un mormorio di gente in pena. L'Ostia, in alto, casta attrae i
cuori: «Sì, vivere è Cristo». Mentre rovina il mondo all'Anticristo, per noi
la donna è la Madonna, e basta a noi Gesù, fratello e tuo e mio».
Il
dolore lo travagliò per tutta la vita. Nel 1939 gli morirono i suoi cari. Negli
anni seguenti, la seconda guerra mondiale lo straziò profondamente.
Sognava
di identificarsi col Cristo Crocifisso e di perdersi in Lui. Sempre più umile,
semplice come un fanciullo, coltissimo, si immergeva nella preghiera come in
un oceano.
La
Messa soprattutto era il suo paradiso sulla terra, poi il ministro della
Confessione e della direzione spirituale: portare Cristo, diffondere la carità
e poi ancora la carità; con la parola, gli scritti, la preghiera. Un giorno,
Padre Pio da Pietrelcina, il celebre cappuccino stigmatizzato di S. Giovanni
Rotondo, ad alcuni venuti a consigliarsi con lui dal Nord-Italia, disse: «Ma
lassù avete Padre Rebora. Perché non andate da lui?».
Comprendeva
che era la Croce che salva il mondo. Dal 18 al 24 giugno 1952 era a Lourdes col
treno dei sacerdoti ammalati. Nel 1955 pubblicava il «Curriculum vitae»,
mirabili pagine di poesia religiosa e mistica, un vero inno a Cristo, semplice
e grandissimo. Il 2 ottobre di quell'anno il terribile attacco del male:
arteriosclerosi, che lo bloccherà a letto per 25 mesi. Seguirono momenti
splendidi di luce e momenti di oscurità interiore.
Era
l'ultima rampa del suo Calvario. Gli uomini si allontanavano e lui era solo
con il Solo: «Gesù, il sempre Fedele, il solo punto fermo nel moto dei tempi,
il solo Santo che non manca mai». Componeva ancora i «Canti dell'infermità»
e riceveva il «Premio Cittadella», mentre l'amico Giuseppe Prezzolini veniva a
fargli visita da Lugano. Erano ancora pagine incandescenti di vita e di
poesia, che il suo infermiere, Padre Ezio Viola, ci ha rivelato nel libro «Mania
dell'Eterno» (La Locusta, Vicenza, 1980).
Il
l ° novembre 1957 Padre Rebora si spelse sereno, dopo il lungo cammino che
l'aveva portato dall'ateismo alla vetta della mistica cattolica e del
sacerdozio. Era la solennità di Tutti i Santi. Nei mesi della sua malattia, non
aveva fatto altro che pregare il suo Cristo tanto amato e rivolgersi a Maria, il
cui volto dolcissimo contemplava spesso, guardando la sua immagine che vedeva
dalla sua finestra nel giardino. Aveva detto spesso a Padre Viola: «Bisogna
lasciare alla Madonna la completa gestione di se stessi». I suoi ultimi versi
in un momento di lucidità poetica, li aveva dedicati alla Madonna, Madre di
Cristo e nostra:
«Così
con Te, Maria, dove Tu sei, si aduna la compagine dei figli di Dio, a Cristo
fedele rimane la sposa».
«Attraverso la Madonna, la Misericordia di Dio vuole richiamare l'umanità. Maria è una Madre che conosce, ama e vive la Verità per farla conoscere, amare e vivere da tutti noi. È una Madre che ci richiama tutti a Dio».
«Voglio
ammazzarlo»
Una
lama lucente di pugnale luccicava sinistra nella tasca sotto la giacca. Bruno
Cornacchiola: reduce dalla guerra di Spagna, nel 1939, l'aveva comprato per
uccidere il Papa Pio XII. Sull'impugnatura aveva scritto: «A morte il Papa».
Aspettava il momento giusto e... avrebbe vibrato il colpo. Così «il mondo
sarebbe stato libero - come lui diceva - da una bestia dell'Apocalisse».
Era
nato nel 1913 da una famiglia di povera gente. Suo padre non aveva un mestiere
preciso ed ogni sera tornava a casa ubriaco. Sua madre faceva la lavandaia.
Avevano cinque figli e vivevano tutti nella stessa stanza. Mangiavano quanto
potevano, se ne avevano. Se la fame era forte, andavano a rubare.
Andò
a scuola un anno - la prima elementare - poi abbandonò la scuola e visse
un'adolescenza da sbandato fino al
servizio militare. Tornato dalla caserma, si sposò... Quando la moglie
aspettava il primo bambino, Bruno decise di arruolarsi nella guerra di Spagna.
In
Spagna, nella truppa, conobbe un tedesco: era un luterano, che ce l'aveva a
morte con la Chiesa cattolica, soprattutto con i preti. Agguerrito nelle sue
idee, fanatico, fece a Bruno un vero lavaggio del cervello così che nella sua
mente, maturò un terribile progetto: «Ucciderò il Papa! ».
Quando
rientrò a Roma, distrusse tutte le immagini sacre che aveva in casa. Calpestò
un quadro della Madonna, fece a pezzi il Crocifisso, costrinse la moglie ad
abbandonare ogni pratica di fede.
Intanto
era nata la sua seconda bambina. E lui aveva trovato lavoro come bigliettaio
dell'azienda tranviaria di Roma. Nacquero altri due figli, Carlo e
Gianfranco. Era sempre iscritto al Partito d'Azione. Ma nella mente sempre
rimuginava il suo progetto: assassinare il Papa.
Non
c'era che da attendere il momento fatale. Per anni andò in giro per Roma con la
lama luccicante, fredda nella tasca, sotto la giacca.
Ai
figli insegnava a sputare addosso ai preti. Lui stava ore ed ore in piazza S.
Pietro, in agguato al Papa.
12
aprile 1947
Era
sabato. Bruno Cornacchiola, tranviere, libero dal lavoro. Prese i suoi figli,
ed uscì di casa. In mano aveva un taccuino e una Bibbia protestante, una
penna: avrebbe approfittato del tempo libero per scrivere il discorso da
pronunciare all'indomani su una piazza ad un gruppo di giovani protestanti.
Qui
lasciamo la parola allo stesso Bruno: «Esco per tempo da casa con i miei figli:
Isola di dieci anni, Carlo di sette e Gianfranco di quattro. Ho intenzione di
portarli ad Ostia per trascorrere qualche ora al mare. Quando arriviamo alla
stazione il treno è già partito. Allora decido di raggiungere con i figli la
zona delle Tre Fontane, dove ci sono grandi distese di prati.
Arrivati
alle Tre Fontane, ci fermiamo su un'altura, accanto ad una grotta. Mi avvicino
alla grotta per accertarmi che non ci siano pericoli, poi lascio che i miei
bambini comincino a giocare e mi apparto all'ombra di un albero per prendere
appunti in vista del discorso che avrei dovuto fare il giorno dopo.
Passa
un po' di tempo e mi sento chiamare dai bambini: la palla con cui stavano
giocando è finita in una scarpata tra i cespugli. Mi alzo e, accompagnato da
Carlo, vado a cercarla. Intanto Isola si è messa a raccoglie i fiori e
Gianfranco se ne sta buono seduto sull'erba.
Carlo
ed io non riusciamo a trovare la palla. Ogni tanto da lontano, chiamo Gianfranco
che dapprima mi risponde, poi tace. Preoccupato sospendo le ricerche e mi
dirigo verso il punto dove il più piccolo dei miei figli stava seduto
sull'erba. Non c'è più. Mi guardo in giro e finalmente lo vedo davanti alla
grotta.
È
in ginocchio: le mani giunte in preghiera. La scena mi stupisce. Nessuno ha mai
insegnato al bambino a pregare... Mi avvicino alla grotta. Gianfranco è lì,
con lo sguardo fisso verso l'imboccatura della grotta e dice:
«Bella
Signora, bella Signora...». Continua a ripetere la stessa frase all'infinito.
Intanto
anche Isola si è avvicinata a noi. Le scivolano i fiori che aveva raccolto. Si
inginocchia e si mette a pronunciare la stessa frase del fratellino: «Bella
Signora, bella Signora... ». Mi volto verso Carlo e vedo che anche lui si è
inginocchiato e ripete le stesse parole.
Mi
assale una rabbia terribile. Cerco di scuotere i bambini, di sollevarli dalla
loro posizione, ma sono pesanti, - quanto pesanti! - e non riesco a muoverli
di un centimetro. Sento una grande confusione nella testa.
Allora
mi volto verso la grotta e grido: «Chiunque tu sia, esci di lì». Nessuno
risponde. Comincio a tremare e a piangere. Sono sconvolto e grido: «Dio,
salvaci tu!» e mi accorgo che quelle parole escono dalla mia bocca come se non
fossi io stesso a pronunciarle.
Improvvisamente
percepisco la forma di due mani bianchissime che mi strappano dagli occhi una
sorta di velo che annebbia il mio sguardo. Attraverso la nebbia comincio a
distinguere una luce sempre più forte, sempre più intensa. Non c'è altro
intorno a me: sparita la grotta, spariti gli alberi, spariti i figli. Ed ecco
che La vedo, è davanti a me, scalza, avvolta in una veste candida, con una
dolcissima espressione negli occhi.
È
proprio la bella Signora che hanno visto i miei figli e che anch'io adesso posso
ammirare. Mi parla:
«Sono
Colei che sono nella Trinità divina, sono la Vergine della Rivelazione. Tu mi
perseguiti, ma d'ora in poi non sarà più così e sarai tu ad adoperarti per
la conversione di tante anime. Quando racconterai la tua esperienza, non ti
crederanno, ma tu dovrai aver fede.
Cercherai
un sacerdote che ti saluterà con queste parole: Ave Maria, figliuolo, che cosa
vuoi?, e ti indicherà un altro sacerdote con queste parole: Quello fa al caso
tuo, raccontagli tutto. Rientra nell'ovile ed obbedisci».
Poi
aggiunse altre cose per il Papa, per la Chiesa, per i sacerdoti e per i
religiosi.
Dopo
più di un'ora di colloquio, la meravigliosa Visione scomparve agli occhi di
Bruno. Rimase davanti alla grotta immobile, senza la forza di muoversi... Gli si
avvicinarono i figli e lo scossero. Tornarono a casa, quella sera del 12 aprile
'47 e raccontarono l'accaduto.
Erano
tutti molto perplessi. La notizia si diffuse e qualcuno cominciò a gridare al
miracolo. «Perdonatemi, Santo Patre! »
Sembrava
sotto choc, sembrava delirare. Andava in giro a cercare i preti. Erano tutti
stupiti di lui. Passarono sette giorni e Bruno non ne poteva più. Decise che se
non avesse incontrato il prete che cercava, avrebbe ammazzato la moglie e figli,
poi si sarebbe ammazzato.
Uscì
di casa. Si diresse verso la parrocchia e lì incontrò un prete che gli parlò
con la frase che attendeva: «Ave Maria, figliolo, che cosa vuoi?». Si sentì
invadere di gioia. Il sacerdote gli indicò un confratello: «Quello fa al caso
tuo, raccontagli tutto».
Si
recò dal sacerdote. Parlò. Riacquistò la pace e riprese il suo lavoro di
tranviere. Alle Tre Fontane cominciò il pellegrinaggio della gente. Bruno si
riconciliò con la Chiesa. Trascorsero due anni. In occasione di un'udienza
concessa da Pio XII ai tranvieri romani, Bruno Cornacchiola riuscì a vedere da
vicino il Papa. Quel Papa che lui aveva giurato di uccidere. Portò con sé il
pugnale e la Bibbia protestante.
Finita
l'udienza, Pio XII disse: «So che qualcuno di voi deve parlarmi... ».
Bruno
si inginocchiò davanti a lui: «Sono io, Santità».
Il
Papa gli si avvicinò. Bruno gli disse: «Debbo chiederti perdono, Santo Padre,
volevo uccidervi, ero come pazzo».
Pio
XII lo guardò sorridendo:
«Tu
volevi uccidermi? Non avresti fatto altro che regalare un nuovo martire alla
Chiesa». «Perdonatemi, Santità» implorò Bruno.
«Il
mio perdono, continuò il Papa, sta nel tuo pentimento».
Bruno
Cornacchiola si alzò e mise nelle mani del Papa la Bibbia e il pugnale.
Uscì
dall'incontro con Pio XII, felice. Iniziava per lui una vita nuova. Meglio, era
già iniziata, due anni prima, il giorno dell'incontro con la Madonna, alla
grotta delle tre Fontane, ma ora il Papa lo inviava nel mondo, per essere «apostolo».
Da
allora dedicò tutto se stesso all'apostolato: quello di far conoscere ed amare
il Cristo ai fratelli che incontrava. Nel 1950 fondò un'associazione laicale
che ha la sua sede a Roma, capace di ospitare, nel nome del Signore, persone
di diversa provenienza. Molti di loro sono chiamati a svolgere missioni in
Italia e all'estero. Dal 1950 ad oggi Bruno e i suoi amici hanno tenuto, su
invito dei Vescovi, migliaia e migliaia di conferenze e di meditazioni, pur
continuando a vivere del loro lavoro.
Una
vita vissuta nel nome di Cristo e per il Cristo.
Oggi
Bruno è un uomo oltre la settantina, dalla barba e dai capelli bianchi. Abita
in una dignitosa villetta alla periferia di Roma. Occhi dolci e buoni, gesti
spontanei e decisi. Parla con convinzione e con umiltà della straordinaria
esperienza che ha vissuto. Impressiona il suo tenero amore alla Vergine,
l'attaccamento alla Chiesa, la devozione al Papa e ai sacerdoti.
Antonio
Ugenti della Rivista «Madre di Dio», è andato ad intervistarlo. Vogliamo
concludere, meditando alcune sue affermazioni.
-
Come hai visto la Madonna, triste o felice, preoccupata o serena?
Talvolta
la Madonna parla con una tristezza sul volto. È triste specialmente quando
parla della Chiesa e dei sacerdoti. È una tristezza materna. Lei dice: «Io
sono la Madre del puro clero, del santo clero, del fedele clero, dell'unico
clero. Desidero che il clero sia veramente come mio Figlio lo vuole».
-
Perché la Madonna è apparsa tante volte in questo nostro secolo?
«La
Vergine appare sempre per richiamare. E come un aiuto, un soccorso, un ausilio
che Lei dà alla Chiesa, Corpo mistico di suo Figlio. Ella non dice cose nuove
ma è una madre che cerca di richiamare con tutti i mezzi i suoi figli a
ritornare sulla via dell'amore, della pace, del perdono, della conversione».
-
Quante volte ti è apparsa la Madonna? «Son già 27 volte che la Vergine si
degna di farsi vedere da questa povera creatura. Quando mi ha parlato, lo ha
fatto prima con me, poi per il mondo. Ed io ogni volta che ho ricevuto qualche
messaggio, l'ho dato alla Chiesa. Non può dirsi cristiano chi non obbedisce
al confessore, al direttore spirituale, alla Chiesa; chi non frequenta i sacramenti,
chi non ama, crede e vive nell'Eucarestia, nella Vergine e nel Papa. Quando
parla, la Vergine dice quello che è Lei, quello che dobbiamo fare noi, o una
singola persona, ma più ancora vuole da tutti noi preghiera e penitenza.
Ricordo queste sue raccomandazioni: «Le Ave Maria che dite con fede e amore
sono tante frecce d'oro che raggiungono il Cuore del mio Figlio Gesù» e «Frequentate
i primi nove venerdì del mese, perché è una promessa del Cuore di mio Figlio».
-
Perché la Madonna si è presentata come la Vergine della Rivelazione?
«Perché
io come protestante cercavo di combatterla con la Bibbia. Invece chi non
obbedisce alla Chiesa, ai dogmi alla tradizione, non obbedisce alla Bibbia. La
Vergine si presentò con la Bibbia in mano, quasi a dirmi: tu puoi scrivere
contro di me, ma io sono quella che è scritta qui: Immacolata, sempre
Vergine, Madre di Dio, Assunta in cielo. Ricordo che mi disse: «La mia carne
non poteva marcire e non marcì. Ed io, presa da mio Figlio e dagli Angeli, fui
portata in cielo. E la Trinità divina mi ha coronata Regina». Era un invito
alla Bibbia, ancor prima che venisse il Concilio. La Vergine cercava di
dirmi: tu mi combatti con la Rivelazione, invece io sono nella Rivelazione».
-
Qual è il messaggio che la Madonna ti ha affidato?
«L'umanità
deve ritornare a Cristo. Dobbiamo ricercare l'unità voluta da Lui. La Barca di
Pietro, l'Ovile di Cristo attendono tutta l'umanità. Aprire il dialogo con
tutti, parlare al mondo, camminare per il mondo dando il buon esempio di una
vita cristiana... Il 23 febbraio 1982, la Vergine apparendomi, mi parlò anche
del Papa Giovanni Paolo II: di quello che deve fare e di come lo deve fare e di
non aver paura degli attentati, perché Lei gli sarà vicino».
-
Subirà ancora degli attentati il Papa?
«Vedi,
io non posso dire niente, però l'attentato al Papa non è solo fisico. Quanti
figli lo attentano spiritualmente! Ascoltano e non fanno quello che dice. Gli
battono le mani, ma non gli obbediscono».
-
Come vedi il rapporto particolare d'amore che c'è tra il Papa e le Madonna?
«La
Vergine Santa mi ha detto che ama in modo speciale Giovanni Paolo II e Lui ci
dà continuamente dimostrazione di amare la Madonna. Però - questo lo devi
scrivere - la Vergine lo attende alle Tre Fontane, perché di lì deve
consacrare il mondo al Cuore Immacolato di Maria».
-
Che ruolo ha la Madonna, secondo te, in questo difficile dialogo tra Cristo e
l'uomo d'oggi?
«Attraverso
la Madonna, la Misericordia di Dio vuole richiamare l'umanità. Maria è una Madre
che conosce, ama e vive la Verità per farla conoscere, amare e vivere da
tutti noi. È una Madre che ci richiama tutti a Dio. ...Se potessi parlare ai
Capi di Stato, direi a tutti: perché non ci amiamo veramante, per fare tutti
una cosa sola, in un solo Dio, sotto un solo Pastore? Perché non amarci ed
aiutarci? Se così faremo, saremo nella pace, nella concordia e nell'unità
voluta dalla Vergine».
Ed
è così che Bruno Cornacchiola, da aspirante-assassino del Pontefice Romano, è
diventato, per una grazia specialissima della Madonna, un apostolo
meraviglioso del Cristo e di sua Madre, un innamorato della Chiesa Cattolica e
del Papa, un costruttore della civiltà dell'amore.
«Dillo
subito alla Madonna»
«Donna,
se' tanto grande e tanto vali che qual vuol grazia ed a Te non ricorre sua
disianza vuol volar senz'ali».
«La
tua benignità non pur soccorre a chi dimanda, ma molte fiate liberamente al
dimandar precorre». (Dante, Par. 33,12-17)
-
La storia che qui raccontiamo è tutta vera, anche nei più piccoli particolari.
Vengono taciuti i nomi dei protagonisti, i quali per ovvi motivi, hanno
chiesto il silenzio. I protagonisti sono un sacerdote, che chiamiamo Padre
Cristoforo, perché è un grande «portatore di Cristo» ai giovani, un ragazzo
molto malato che chiamiamo Giovanni, e due medici non-credenti.
«Padre,
deve andare a Lourdes»,
Fra
Cristoforo era un sacerdote e religioso dall'anima ardente. Innamorato di Gesù,
come pochi lo sono su questa terra, non aveva che un sogno: parlare con Dio
e parlare di Dio ai fratelli.
I
giovani da portare a Cristo erano il suo amore.
Predicatore
e direttore spirituale intelligente ed aperto, nessuno lo poteva fermare nella
sua missione.
Ma
in quegli anni, i suoi Superiori gli avevano affidato un ufficio conventuale che
gli rendeva quasi impossibile assentarsi anche un giorno solo dal suo convento.
Naturalmente anche di là, con la preghiera e con l'azione, portava il Cristo
alle anime.
Non
pensava minimamente ad uscire. Di andare a Lourdes neanche l'idea. Di tentare
altre «avventure», senza il consenso dei Superiori, neppure la tentazione.
La sua «obbedienza» lo voleva là. Punto e basta.
Un
giorno venne chiamato in parlatorio. C'era una signora, che Fra Cristoforo non
conosceva affatto, che voleva parlargli:
-
Reverendo, lei è stato scelto come Padre Spirituale dei malati che vanno a
Lourdes dalla nostra città, nel prossimo pellegrinaggio col «Treno verde».
-
Ma come è possibile? E chi gliel'ha detto? Io non ne so nulla.
-
Padre, non si stupisca troppo, adesso lo sa. - Signora, non scherziamo. Mi
occorre il permesso del Padre Provinciale.
-
È il suo Padre Provinciale che mi manda. - Ma chi mi dà il denaro? È una
spesa notevole!
-
Padre, è già tutto pagato. Deve solo venire. L'aspettiamo solo alla nostra
riunione organizzativa. Cerchi di non nancare.
Fra
Cristoforo era trasognato. Chi l'aveva mandata quella tale? Che cosa c'entrava
lui, povero frate? Possibile che lo volesse il Padre Provinciale? Queste
donne ne combinano sempre una! Domandò, si informò, si accertò...
Il
Padre Provinciale, lui in persona, lo mandava a Lourdes, qualche giorno dopo.
Non
c'era che da ubbidire. Alla data fissata, Fra Cristoforo, con la sua valigetta,
il brevario, la veste e il mantello che svolazzava al vento, col cuore in
festa, salì sul «treno verde» dei malati e partì.
A
Lourdes la Madonna lo aspettava. Un aviere malato Alla stazione, mentre i
barellieri portavano i malati sul treno, una donna in lacrime si avvicinò a Fra
Cristoforo. Accompagnava alla partenza suo figlio molto malato. Si chiamava
Giovanni e faceva, quando era in salute, l'aviere. Il povero ragazzo, in
seguito ad un grave incidente di volo, era caduto atterrando con l'aereo. Si
era fratturato alcune costole che avevano colpito i suoi polmoni riducendolo in
fin di vita. Ora si recava a Lourdes a chiedere alla Madonna la guarigione e la
salute.
Quella
mamma in pianto, pressoché disperata, si rivolgeva al Padre e gli
raccomandava il suo «bambino»: «Gli stia vicino, Padre, la supplico, me lo
aiuti e me lo riporti a casa sano».
Fra
Cristoforo strinse subito amicizia con quel caro giovane.
Aiutato
da Dio, ne avrebbe fatto comunque un capolavoro d'amore.
Il
treno partì.
Lungo
il viaggio si avvicinò al malato, gli parlò a lungo. Lo preparò con la
Confessione a presentarsi alla Madre di misericordia. Giovanni si confessò
come un santo: doveva essere davvero preparato per quell'incontro con la Mamma
del Cielo.
Giunto
a Lourdes, Giovanni era in uno stato pietoso.
La
morte non era più lontana.
Nel
pomeriggio, mentre il Padre stava con gli altri sacerdoti in processione verso
la grotta di Maria, uno degli addetti ai malati che erano allineati sull'esplanade,
in attesa della Benedizione Eucaristica, si avvicinò a lui e gli disse:
-
Venga presto, Padre: Giovanni, uno dei nostri malati, chiede di lei. Sta
morendo sulla carrozzella...
Fra
Cristoforo si affrettò immediatamente. Giovanni non poteva più respirare e
chiedeva con insistanza di essere portato a letto.
-
Gesù - gli disse il Padre - sta arrivando per benerdirti...
-
Padre, mi sento morire...
Viene
portato urgentemente in corsia. Il sacerdote lo segue. Nel letto si riprende e
riposa per quanche ora. Ma al mattino successivo è davvero in agonia. Fra
Cristoforo non lo abbandona più. Otto ore consecutive di assistenza. Gli
amministra tutti i Sacramenti. E Giovanni, pienamente cosciente, è
incamminato verso la sua ultima ora.
-
Padre, sono sereno. Oh, ci fosse anche qui lei la mamma. Ma non fa nulla, non
importa, c'è Gesù con me. Non ho paura. C'è la Madonna che mi sostiene.
Quando tornerà a casa, conforti lei, Padre, la mia mamma. Le dica che sono
morto contento, perché la Madonna mi accoglie in Paradiso».
La
sua calma è meravigliosa: è sereno, completamente rassegnato alla sua ora
suprema. Non c'è che fare l'ultimo passo, il passo della vita che dà sulla
morte, o meglio, sulla Vita che non tramonta.
Il
sacerdote invidia la sua morte: presso quel letto di un giovane che si spegne,
è quasi sensibile la presenza della Madonna.
«Parlane
tu alla Madonna»
-
Giovanni - gli dice il Padre, ora sei tutto puro. Gesù ti ha purificato da
tutte le tue miserie. Il Paradiso è a un passo da te. Presto vi entrerai come
un santo. Pensa, che bello: vedrai il tuo Dio, lo contemplerai per sempre. Non
ci sarà più pericolo di perderti. Coraggio. La Madonna ti introdurra Lei
stessa presso il suo Gesù.
Il
male lo strazia. Gli manca il respiro. Ma in quel mare di sofferenza, Giovanni
sorride. È ormai vicino, vicinissimo, alla Vita. Il volto, già segnato
dalla morte, si fa luminoso, bello, irradia luce e pace.
Non
è già questo un miracolo della Madonna? Giovanni e Fra Cristoforo si
confortano a vicenda. Non era forse Maria apparsa in Lourdes, alla piccola
Bernadette, per portarci tutti in Paradiso? Dunque, ora lo sta facendo, che
sia benedetta in eterno!
-
Padre, consoli la mia mamma. Le dica che non pianga se non mi vedrà più su
questa terra. Ci rivedremo in cielo. Lassù la attendo. Attendo anche lei,
Padre.
-
Si, figlio mio, aspettaci... e aiutaci lungo il cammino che dobbiamo ancora
percorrere. Prega tu la Madonna per noi, assistici, come io ho assistito te,
da quando ci siamo incontrati in treno e come siamo stati vicini in queste
ore...
-
Oh, Padre, grazie di tutto, grazie, mi ricorderò di tutti, di tutti i
pellegrini. Racconti tutto a mia mamma, quando arriverà a casa, senza di me.
-
Certo, bambino mio! E dirò che sei spirato felice!
In
quel momento Fra Cristoforo si sente spinto a confidare al moribondo un
cruccio che aveva in cuore. Era un grosso dispiacere ed ora voleva parlargliene.
-
Permettimi che io chieda a te un favore, non appena giungerai in Paradiso.
Ascoltami. Qui nel nostro pellegrinaggio, ci sono due persone che sono venute a
Lourdes come per un viaggio di piacere. Non pregano. Non si sono accostate ai
Sacramenti. Come io ti ho promesso di parlare di te alla tua mamma, appena la
incontrerò nella nostra città, promettimi anche tu che chiederai alla Mamma
del Cielo che converta queste due anime! Saranno queste due conversioni il segno
che tu sei arrivato in Paradiso e che avrai chiesto la salvezza di quelle
persone che ora non conosci.
-
Sì, Padre, lo farò, stia certo.
-
Ma mi hai capito bene? Voglio che tu chieda la grazia della loro conversione e
che me la faccia conoscere...
-
Ho capito perfettamente. La Madonna mi esaudirà.
Ed
io rimango in attesa.
Non
percepiva più altre parole.
Si
fece silenzio.
Giovanni
chiuse gli occhi, mentre Fra Cristoforo raccomandava la sua anima a Dio. Non
parlava più. Non respirava più. La sua anima era ormai visione di Dio,
condotta a Lui dalla mani della Madonna Santissima.
Fra
Cristoforo gli chiuse gli occhi con una carezza, recitando per lui il primo «requiem».
Il Padre era veramente sfinito, dopo otto ore di assistenza spirituale:
aveva più dato o più ricevuto in quel momento del suo ministero sacerdotale?
Benedisse
la salma di Giovanni, lo guardò a lungo, poi fu costretto dai dirigenti del
pellegrinaggio ad andarsene in cerca di ristoro. Non avrebbe mai più
dimenticato quel caro ragazzo che aveva accompagnato in Paradiso.
Mentre
si allontana da quel letto, giunge verso di lui uno dei due medici in servizio
presso i malati. Chiede notizie di Giovanni:
-
Come sta?
-
È spirato da pochi minuti.
Il
medico continua il cammino per constatare la morte del giovane.
Proprio
in quel momento il Padre si ricorda che era proprio lui uno dei due «fratelli»
affidati a Giovanni, prima che spirasse. Lo chiama:
-
Dottore!
Il
medico torna indietro e Fra Cristoforo gli va incontro, staccandosi da coloro
che lo accompagnavano.
-
Dottore - gli sussura piano - mi permetta una parola: lei è qui nel nostro
pellegrinaggio e fa tanto bene ai nostri malati, ma... mi sembra che non ha
ancora adempiuto i suoi doveri religiosi... Il giovane dottore abbassa gli
occhi, china il capo e confessa umilmente:
-
È vero, Padre, ma stasera vengo da lei: mi confesserò e comincerò una nuova
vita.
-
Grazie, dottore. Stasera le dirò tutto ciò che ho in cuore.
-
Verrò. E s'avvia frettoloso verso il letto dove giace il cadavere di colui
che si è già interessato presso la Madre di misericordia.
Era
la prima conversione, il primo miracolo. Ma le anime che Fra Cristoforo aveva
affidato a Giovanni erano due...
Dopo
il successo strepitoso presso la prima «pecorella smarrita», il Padre si mise
in cerca della seconda.
Non
disse ad alcuno del patto fatto col moribondo. Ma cercò subito l'altro medico
lontano da Dio. Chiese ai colleghi medici. Chiese al gruppo di coloro che
alloggiavano presso il medesimo hotel. Nessuno, quel giorno, l'aveva incontrato.
Seppe poi che, per non annoiarsi in quella cittadina «piena di malati, di preti
e di bigotti», era andato a fare una gita sui monti.
A
tarda sera non l'aveva ancora trovato. Col pensiero fisso a lui che non
conosceva di persona, si rassegnò ad andare a riposare.
L'indomani
mattina alle otto, presso la grotta di Maria.
Veniva
celebrata la Messa, presenti tutti i malati e i pellegrini.
Fra
Cristoforo è là che prega. Ad un tratto alza per caso gli occhi e vede un
signore, non più giovane, che s'avvicina al recinto e gli chiede di accostarsi
a lui.
-
Padre, ieri lei mi cercava? Desiderava di parlarmi? Io sono il dottor X.
-
Oh, sì, desideravo parlarle, ma non qui.
Il
medico lo guardò fisso, con aria di chi interroga. Poi, sorridendo
meravigliosamente, gli disse:
-
Forse ho capito. Oggi, oggi stesso, sono stato a confessarmi e ho ricevuto la
santa Comunione.
Anche
lui si era convertito. Il Cristo ancora una volta era stato, con Maria, sua
Madre, il Vincitore. Il Galileo aveva ancora vinto.
In
quel momento Fra Cristoforo vide i cieli aperti e, nella gloria del Paradiso, la
Madonna, che con voce materna, aveva ottenuto il ritorno all'ovile dell'altra
pecorella smarrita.
L'aviere
Giovanni aveva eseguito pienamente e in maniera mirabile l'incarico che il Padre
gli aveva affidato, presso la Madre della Misericordia... I due peccatori, per
sua intercessione, erano finalmente tornati a vivere nella Grazia di Dio. Maria,
Refugium paccatorum, ora pro nobis. «Coloro che hanno trovato me - dice la Madonna
- hanno trovato la Vita».
A
risentirci, amici ora che hai scoperto l'opera stupenda di Maria in alcuni
nostri fratelli, rendi grazie al Cristo, perché Lui, 1950 anni fa, sulla sua
Croce, patibolo di morte e vessillo di vita, ce l'ha data come Madre, per i
secoli dei secoli.
Rendi
grazie a Lui, perché Maria, la Madre della Chiesa e dell'umanità intera,
cammina ancora sulle strade della nostra terra, alla ricerca dei figli
dispersi di Dio, per radunarli tutti nell'ovile della Chiesa del suo Figlio
divino.
È
il Cristo, il Salvatore soltanto il Cristo, il Mediatore tra Dio e l'uomo, il
Cristo Crocifisso e Risorto per noi, il Cristo che opera nelle Chiesa e porta la
Salvezza per mezzo della sua Parola annunciata e dei segni sacramentali
celebrati dai suoi sacerdoti.
«Dalla
pienezza del Cristo, noi tutti riceviamo grazia su grazia» (Gv 1). A Lui
dobbiamo ritornare, ogni giorno, per avere la Vita che non muore, per scoprire
il significato, profondo della vita e della storia, per ritrovare il gusto di
vivere e di lavorare, di sacrificarsi e di donare, per incontrare Dio. Maria,
accanto al Cristo
e
con Lui coopera alla salvezza del mondo, come solo la Madre del Dio incarnato,
morto e risorto per l'umanità, può fare.
«Assunta
in cielo, Maria, con il suo materno amore si prende cura dei fratelli del Figlio
che sono ancora pellegrini e posti tra tanti pericoli e affanni, fino a che
non siano condotti alla patria beata» (Lumen gentium, 61).
«Maria
diede alla luce il Figlio, costituito da Dio primogenito di una moltitudine di
fratelli, cioè dei fedeli, alla cui nascita e formazione ella coopera con amore
di Madre» (Lumen gentium, 63).
Noi
dobbiamo conoscere Maria;
troppo
poco conosciamo l'opera del Cristo e di sua Madre nelle anime. Se conoscessimo
quest'opera esulteremmo di gioia e non finiremmo di cantarne le lodi e di
crescere nell'amore.
Dobbiamo
studiare il Cristo, dobbiamo studiare Maria, per riempirci il cuore di Lui e
di sua Madre, per essere docili alla loro azione dolce e
potente
nei nostri cuori e ritrovare, se l'abbiamo perduta, la giovinezza e il candore
dell'innocenza prima.
nel
mondo intero - Acta Immaculatae in universo mundo - sono già stati scritti da
Lei, la portatrice di Cristo agli uomini, nelle anime dei suoi figli:
noi
dobbiamo conoscerli e farli conoscere agli altri - per questo ho scritto queste
pagine - «per presentarli alle
anime, nutrirle dell'Immacolata, affinché al più presto possibile si rendano
simili a Lei e si trasformino in Lei per trasformarsi in Cristo».
Era
il sogno di San Massimiliano Kolbe, il martire dell'amore, il cavaliere
dell'Immacolata, «l'apostolo di questo nostro difficile secolo», è il sogno
di tutti i santi, è il mio sogno, - di me che santo non sono, ma che a tutti
voglio dire: Amici, accorrete al Cristo, la Fonte perenne della vita, andate da
Maria perché Ella, la Mamma, vi porti al Cristo.
cantando
il «Magnificat», perché Dio ha fatto grandi cose nella tua anima eletta e
continua a compiere, per mezzo tuo, grandi cose, nelle anime dei tuoi figli.
Ai
giovani che cercano la gioia, o Mamma, diglielo Tu: il Cristo è la gioia, il
Cristo è la giovinezza, il Cristo è la primavera.
Agli
uomini erranti nei poveri labirinti della terra, o Mamma, gridalo Tu: il Cristo
è la strada, il Cristo è la Civiltà, i Cristo è la vita che non muore.
Ai
sacerdoti e agli apostoli, a volte scoraggiati, perché il mondo li rifiuta, o
Mamma, fa' sentire il tuo abbraccio d'amore e parla: «Continuate a generare
il Cristo nelle anime, anche se inchiodati alla croce».
Sii
per noi, uomini del crepuscolo del XX secolo, la Mamma, la Maestra, la Guida.
Ripeti, anche a noi, le parole che un giorno dicesti ai servi degli sposi di
Cana di Galilea:
«Fate
tutto quello che Gesù vi dirà».