LA SACRA BIBBIA ILLUSTRATA E RACCONTATA A BAMBINI E RAGAZZI

Nel palazzo di Assuero, re di Babilonia, viveva un israelita di nome Mardocheo. Egli apparteneva a quegli israeliti che da Gerusalemme erano stati portati in esilio a Oriente, e ora prestava ser­vizio alla corte del re. Mardocheo aveva allevato come se fosse sua figlia una giovane, figlia di suo fratello, di nome Ester; ella era rimasta senza i genitori, e lo zio si prese cura di lei. Accadde che Assuero preferì Ester a tutte le altre donne del suo regno: la sposò, le mise in capo la corona reale e la nominò regina. Un giorno Mardocheo udì il com­plotto di due ministri che progetta­vano di uccidere il re. Mardocheo lo disse a Ester, e Ester lo disse al re. Fu fatta un'indagine, il complotto si rivelò vero e i due ministri furono entrambi giudicati colpevoli e meri­tevoli di morte. Dopo qualche tempo, il re mise un uomo di nome Aman a capo di tutti i principi che governavano il re­gno. Aman odiava Mardocheo e tutto il popolo d'Israele; per questo un giorno si presentò ad Assuero e gli disse: «C'è un popolo sparso per tutte le province del tuo regno. Le sue leggi sono differenti da quelle degli altri popoli, e non osserva le leggi che tu hai emanato. Se così ti piace, dà ordine che sia sterminato e le sue proprietà siano requisite. Io stesso verserò gran parte delle loro ricchezze nel tesoro reale». Assuero si tolse l'anello con il si­gillo e lo consegnò ad Aman, per dire che gli dava pieni poteri in quella questione, e precisò: «Il da­naro tienilo per te; e di quel popolo fa' come ti piace: è tuo». Aman scrisse ai principi di tutto il regno una lettera con il sigillo del re, per annunciare che in un certo giorno, il tredici del mese di Adar, tutti gli Israeliti dovevano essere sterminati, e tutti i loro beni dove­vano essere confiscati. Quando seppe di quella decisio­ne, Mardocheo si stracciò gli abiti, si vestì di sacco in segno di grande dolore e con il capo cosparso di ce­nere andò per la città, levando gri­da di dolore. In quel modo egli intendeva an­che richiamare l'attenzione di Ester. Non poteva andare da lei, perché nessuno sapeva che Ester, la regi­na, apparteneva anch'ella al popolo d'Israele. Quando riferirono a Ester che Mardocheo si comportava in quello strano modo che indicava un grande dolore, Ester chiamò un fidato funzionario del re e lo mandò na­scostamente da Mardocheo a vede­re che cosa era accaduto. Mardocheo informò il funzionario del progetto di Aman, e fece pregare Ester di presentarsi al re a difen­dere il suo popolo. Ma questo era molto rischioso, Ester lo sapeva bene: se qualcuno, non importa se uomo o donna, se sconosciuto o amico, e compresi i ministri e la stessa regina, si fosse presentato al re senza essere stato chiamato, sa­rebbe stato messo a morte; a meno che il re avesse puntato lo scettro contro quella persona, conceden­dole di parlare e di restare in vita. Mardocheo tuttavia pregò ancora Ester di intervenire, e tentare di sal­vare il suo stesso popolo anche a rischio della vita. La regina gli man­dò questa risposta: «Va', raduna tutti gli Israeliti che abitano in que­ sta città e digiunate per me per tre giorni; anch'io, con le mie ancelle, digiunerò per chiedere l'aiuto di Dio. Poi mi presenterò al re e, se dovrò morire, morirò». Il terzo giorno, dopo una lunga preghiera al Signore, Ester indossò le vesti regali e così adornata si pre­sentò al re. Ella piacque al re, il quale puntò lo scettro verso di lei e le chiese: «Che cosa desideri, regina Ester? Qualunque cosa mi chiedi te la con­cederò, fosse anche la metà del mio regno». «Ti chiedo di intervenire oggi al banchetto che ho preparato per te e per Aman» rispose la regina. Il re e Aman andarono al ban­chetto, e Assuero disse ancora: «Che cosa desideri, regina Ester? Qualunque sarà la tua richiesta, sarà soddisfatta». Ester allora disse: «Se ho trovato favore ai tuoi occhi, o re, come pri­mo desiderio concedimi la vita, e come secondo desiderio sia rispar­miato il mio popolo. Poiché io e il mio popolo siamo condannati ad essere distrutti, uccisi e annientati». «Chi è, dov'è colui che osa pro­gettare ciò?» chiese il re, sorpreso e adirato. «L'oppressore, il nemico è quel malvagio di Aman» disse coraggio­samente Ester, puntando il dito contro il ministro del re. Aman fu preso da paura; tentò di implorare perdono per quello che aveva fatto, ma Assuero non volle sentire altro e lo condannò a morte. Poi diede ordine a tutto il regno di salvare la vita a tutti gli appartenenti al popolo d'Israele. In seguito Mardocheo si presentò al re, perché Ester gli aveva detto chi era Mardocheo per lei. Assuero prese l'anello con il sigillo reale, che aveva tolto ad Aman, e lo diede a Mardocheo, ordinando che il suo nuovo ministro avesse onori regali. Tutti gli Israeliti ebbero in quei gior­ni gioia e onore, grazie a Ester, la regina che salvò il suo popolo. Ester 1-8

 

1

SUI FIUMI DI BABILONIA Salmo 137; Ezechiele 11

Deportati in terra straniera, il re e gli abitanti della terra di Israele ebbero molto a soffrire. In seguito essi lo ricordarono con questo canto: «Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Gerusalemme. Là ci chiedevano di cantare, coloro che ci avevano deportato: di cantare canzoni di gioia, per loro, i nostri oppressori. "Cantateci i canti di Sion" dicevano. Ma come cantare i canti del Signore in terra straniera? Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre.» Là, in terra straniera, essi com­presero come si sta male lontani dal Signore. E compresero che egli aveva permesso la loro rovina per meglio richiamarli a sé. Gli Israeliti compresero di avere fatto tanto male, abbandonando il Signore: e allora, proprio come il Si­gnore voleva, ripresero a rivolgersi a lui. Gli chiedevano perdono per i peccati commessi, e lo supplicavano di concedere di nuovo il suo amore. E il Signore, che è buono e vo­lentieri perdona, mandò loro i pro­feti, a far loro coraggio e dire che egli non li aveva dimenticati.

 

2

LE VISIONI DEL PROFETA EZECHIELE Ezechiele 11; 37

Al suo popolo che soffriva nella ter­ra d'esilio e che si era pentito dei suoi peccati, il Signore mandò i profeti a rincuorarlo. Uno di loro, Ezechiele, trascorse con gli esuli quasi tutta la sua vita. Egli ricordava bene il tempio di Ge­rusalemme, e annunciò al popolo del Signore che un giorno il Signore avrebbe concesso ai suoi fedeli di tornare a pregare nel tempio. Il Signore anzi avrebbe fatto di più, assicurava Ezechiele: avrebbe cambiato il loro cuore, e invece del loro cuore cattivo, come di pietra, gliene avrebbe dato uno capace di amare il Signore. Ezechiele esponeva al popolo le visioni che Dio gli mandava. Una ri­guardava la ricostruzione del popo­lo di Dio. Narrò il profeta che Dio lo aveva condotto in una valle, piena di ossa aride, e gli aveva detto: «Parla a queste ossa: dì loro che sto per ri­portarle in vita, e tutti di nuovo sa­pranno che io sono il Signore!» Appena ebbe detto ciò, si sentì un gran rumore: erano le ossa che si ricomponevano. Ezechiele aguzzò la vista, ed ecco notò che le ossa si ricoprivano di muscoli, i muscoli si coprivano di pelle, e poi si mettevano in piedi: i morti erano tornati in vita, ed erano numerosi come un esercito. Dio spiegò al profeta: «Queste ossa sono tutti i figli d'Israele. Ora essi sono come morti, come ossa aride. Nell’esilio in cui si trovano, essi pensano che non vi sia speran­za per loro. Ma tu và, e riferisci loro che io, il Signore, li richiamerà in vita e li riporterò nella loro terra, quella terra d' Israele che io ho pro­messo di dare ad Abramo e alla sua discendenza». «Farò entrare in loro il mio spirito ed essi rivivranno»,  disse ancora il Si­gnore. «Così sapranno che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò».

3

RITORNO DALL’ESILIO  Esdra 1-6

Il popolo d'Israele dovette trascor­rere molti anni in esilio. Ma per la tribù di Giuda, i Giudei, esso ebbe fine quando in Oriente, là dove si trovavano, divenne re Ciro. il re Ciro nel primo anno del suo regno emanò questo proclama: «Il Signore Dio del cielo mi ha incari­cato di costruirgli un tempio in Ge­rusalemme. Tutto il popolo del Si­gnore che si trova nel mio regno sia rilasciato, e torni a Gerusalemme a costruire il tempio. E io ordino che il popolo di Dio abbia oro e argento e beni e bestiame, oltre che offerte per la casa di Dio da costruire a Ge­rusalemme». I Giudei dunque tornarono a Ge­rusalemme a ricostruire il tempio: si realizzavano così le promesse che il Signore aveva fatto al suo popolo per mezzo dei profeti. La ricostruzione del tempio durò a lungo, perché comportava nume­rose difficoltà; ma alla fine essa fu condotta a termine, e fu festeggiata con grande gioia da tutto il popolo. Tutti celebrarono solennemente la festività della Pasqua; da allora nel tempio si riprese a offrire sacrifici al Signore, e canti di lode a lui che è potente e buono, tanto da far tor­nare il suo popolo dall'esilio.

4

LA GIOIA DEL RITORNO Samo 125

Coloro che tornarono in patria dall'esilio in Babilonia ricordarono l'av­venimento con questo canto: «Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Gerusalemme, ci sembrava di sognare! La nostra bocca si aprì al sorriso, la lingua cantò canzoni di gioia. Lo dicevano anche gli stranieri: "Dio ha fatto cose grandi per loro!" Sì, grandi cose ha fatto il Signore per noi; ci ha colmati di gioia, come quando si miete e si portano a casa i covoni».

 

5

NEEMIA E IL RE CIRO Neemia 1-2

I Giudei, cioè coloro che nel popolo d'Israele appartenevano alla tribù di Giuda, appena tornati dall'esilio ri­costruirono il tempio. Ma la città di Gerusalemme, che i nemici tanto tempo prima avevano distrutto, si trovava ancora in cattive condizioni, e le sue mura erano di­strutte e inservibili. Neemia, uno dei giudei rimasti in Persia, venne a conoscere le condi­zioni in cui si trovava la città. Allora, tutto triste, si presentò al re. «Per­ché sei tanto infelice?» gli chiese il re, e Neemia rispose: «Perché Gerusalemme, la città dei miei padri, è desolata. Permettimi di andare a ri­pararla!» Il re acconsentì, e Neemia partì. Giunto a Gerusalemme, riposò tre giorni; poi si alzò e di notte andò con pochi uomini a ispezionare le mura. Vide che in molti punti vi erano state aperte brecce, e le porte erano state divorate dal fuoco. Andò allora dai capi del popolo e disse: «Vedete bene in che situazio­ne ci troviamo: Gerusalemme è di­strutta, le mura inservibili. Dobbia­mo farci coraggio e metterci al lavo­ro per ricostruirle!» Tutti risposero: «Ci metteremo subito all'opera e le ricostruiremo!»

 

6

NEEMIA E LE MURA RICOSTRUITE Neemia 2-7

Sotto la guida di Neemia, i Giudei decisero di ricostruire le mura di Gerusalemme. Alcuni si facevano beffe di loro; ma Neemia disse: «Noi ci metteremo all'opera, ma chi ci farà riuscire è il Signore!» Fu suddiviso il lavoro tra gli uo­mini, e l'opera incominciò. I nemici che abitavano la regione circostante non volevano, però, che i Giudei tornassero ad essere un popolo po­tente: essi si riunirono con l'inten­zione di attaccare la città, impedire la ricostruzione e sottomettere il po­polo di Dio. Ma Neemia venne a saperlo. Egli divise gli uomini in due gruppi: metà lavorava alla ricostruzione, e l'altra metà stava di guardia, in armi. Anche quelli che lavoravano tenevano le armi a portata di mano ed erano pronti alla difesa. Il lavoro procedeva spedito dal­l'alba al tramonto, e dopo cinquan­ta giorni l'opera fu terminata. Neemia stabilì: «Le porte della città si aprano quando il sole è già alto, e si chiudano quando ancora gli abitanti sono in piedi. Scegliamo tra gli abitanti le sentinelle e le guar­die, e ognuna sia sempre vigile al suo posto». Il Signore aveva dato molta sag­gezza al suo servo Neemia.

 

7

L'ALLEANZA RINNOVATA Neemia 7-13

Nella città di Gerusalemme i Giudei vivevano sicuri, ora che le mura erano state ricostruite ed erano ben sorvegliate dalle sentinelle. Allora tutti pensarono di ringra­ziare il Signore di questo. Si radu­narono tutti, uomini e donne, e dis­sero a Esdra di portare il libro della legge di Mosè, che il Signore aveva dato al suo popolo. Esdra era uno scriba, cioè un esperto nella spiega­zione della legge. Esdra dunque portò il libro della legge del Signore davanti a tutto il popolo radunato, e salì su una tri­buna di legno costruita per l'occa­sione. Benedisse il Signore, tutti in piedi risposero «Amen», poi ascolta­rono la lettura e la spiegazione della legge del Signore. Tutti riconobbero di averla tante volte trasgredita, e dicevano: «Tu, Signore, non ci hai trattato secondo le nostre colpe, ma ci hai sempre colmato di favori! Ecco, ora noi promettiamo di osservare ogni co­mandamento della tua legge». Poi con gran gioia, tra inni e can­ti, si fecero due processioni che gi­rarono lungo le mura della città e si ricongiunsero nel tempio; là furono offerti sacrifici al Signore, e si fece una festa grande.

 

8

GIOBBE MESSO ALLA PROVA Giobbe 1-42

Oramai tutti avevano ben compreso che chi non è fedele al Signore va incontro a tante difficoltà. Ma è solo per questo motivo che bisogna es­sere fedeli? Bisogna forse evitare di commettere il male soltanto per evi­tare i castighi di Dio? O bisogna comportarsi bene sempre, qualun­que cosa accada? La storia di Giobbe dà la risposta a questa domanda. Viveva nella terra di Uz un uomo giusto e irreprensibile, che temeva Dio ed evitava il male. Egli aveva sette figli e tre figlie, e possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinque­cento asine; aveva alle proprie di­pendenze una servitù molto nume­rosa, ed era il più importante degli uomini d'Oriente. Il suo nome era Giobbe. Un giorno il Signore disse a Sata­na: «Hai visto il mio servo Giobbe? Nessuno sulla terra è retto come lui». Ma Satana rispose: «Prova a togliergli qualche suo possedimen­to, e vedrai che ti maledirà!» Il Si­gnore allora disse a Satana: «Tutto quello che ha è in tuo potere; ma non danneggiare il suo corpo». Ed ecco che un giorno venne da Giobbe un messaggero ad annun­ciargli: «I predoni hanno fatto un'in­cursione e hanno portato via i tuoi buoi e le tue asine, uccidendo i guardiani!» Stava ancora parlando, quando giunse un altro messaggero a dirgli: «Un fuoco ha bruciato le pecore e i loro guardiani!» E un altro ancora annunciò: «I nemici ti hanno porta­to via tutti i cammelli!» Infine un altro messaggero disse: «I tuoi figli e le tue figlie erano in festa, quando la casa è crollata so­pra di loro e tutti sono morti!» Allora Giobbe si gettò a terra e disse: «Tutto quello che avevo era dono del Signore. Ora egli me l'ha tolto: sia fatta la sua volontà».

  9

GIOBBE E’ COLPITO ANCORA Gobbe 1-42

Per volontà del Signore, Giobbe era stato duramente colpito nei suoi affetti e nelle sue ricchezze: tutti i suoi figli e tutte le sue figlie erano morti, e aveva perduto anche tutti i suoi averi. Eppure Giobbe si era sottomesso alla volontà del Signore: molto si era addolorato, ma non aveva odiato Dio. Ma Satana non era soddisfatto: voleva che Giobbe si allontanasse da Dio. Allora Satana disse al Si­gnore: «Io so perché Giobbe conti­nua a benedirti: è ancora vivo e in buona salute. Prova a colpire il suo corpo, e ti maledirà!» E il Signore disse a Satana: «E’ in tuo potere, ma risparmiagli la vita. Vedremo se mi ama davvero!» Satana allora colpì Giobbe con piaghe in tutto il corpo, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. Giobbe, in segno di lutto, andò a sedersi su un mucchio di cenere. Molto grande davvero era la sua sofferenza! Sua moglie gli disse: «Insisti anco­ra ad accettare la volontà di Dio? Ormai devi maledirlo, dopo tutto quello che ti è successo!» «Tu parli come una sciocca» ri­spose Giobbe. «Se da Dio accettia­mo il bene, perché non dovremmo accettare il male?»

 

10

GIOBBE E I TRE AMICI Gobbe 1-42

Giobbe era stato colpito da ogni male: aveva perso i figli, non aveva più alcuna ricchezza e il suo corpo era tutto piagato. Eppure egli rima­neva fedele al Signore. Un giorno vennero tre suoi amici: essi commiserarono Giobbe e mo­strarono comprensione per lui, ma non poterono fare a meno di dirgli che se soffriva tanto, doveva avere commesso qualche male. A questi discorsi Giobbe replica­va che quello non era il suo caso. Egli non aveva commesso alcun male: soffriva senza saper il perché.

 

11

GIOBBE INTERROGA DIO Gobbe 1-42

Giobbe, provato da tante sofferen­ze, levò infine la sua voce a Dio, chiedendogli la causa della sua grande tribolazione. Ma il Signore da un turbine gli ri­spose che non tutto possono capire gli uomini. Soltanto Dio sa il perché di tante cose, lui che è il creatore del cielo e della terra. Disse il Signore: «Chi è costui che vuole insegnare a me? Dov'eri tu quando io ponevo le fondamenta della terra? Dillo, se sei tanto intelli­gente! Chi decise le sue dimensio­ni? Chi l'ha resa salda, mentre can­tavano in coro le stelle del mattino e applaudivano tutti gli angeli? «Da quando vivi, hai mai coman­dato al mattino di avanzare, hai mai detto al sole dove sorgere? Sei mai arrivato dove comincia il mare, hai mai passeggiato sul fondo degli abissi? Qual è la strada per andare dove abita la luce? Sei mai giunto ai serbatoi della neve e della grandi­ne? Puoi tu alzare la voce fino alle nubi, e ordinare che piova?» Allora Giobbe rispose al Signore e disse: «Si tratta di cose troppo grandi per me. Perciò mi pento di avere osato chiederti conto, e non dirò altro né replicherò, ma farò pe­nitenza sulla cenere!»

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GIOBBE PREMIATO Giobbe 1-42

Benché colpito da tante sventure, Giobbe non si ribellò al Signore, né pretese di capire quello che soltanto il Signore conosce. E il Signore apprezzò la pazienza e l'umiltà di Giobbe, e gli ridiede la salute e la ricchezza: anzi, gli diede il doppio di quello che aveva prima. Tutti gli amici vennero a far festa con lui, e lo consolarono di tutte le sue disgrazie. Così il Signore benedisse gli ulti­mi giorni di Giobbe più dei primi. Egli vide figli e nipoti, fino alla quar­ta generazione.

13

NELL’ATTESA DEL MESSIA Daniele 7

Colui che i profeti avevano prean­nunciato, il Messia lungamente atte­so da quella parte del popolo d'I­sraele che era rimasta fedele al Si­gnore, nel tempo stabilito da Dio finalmente giunse. Si avverava così la profezia di Daniele. Essa è nota come «la visio­ne del Figlio dell'uomo» e ci presen­ta un Anziano attorniato da angeli di fronte a cui, sulle nubi del cielo, giunge un Figlio di uomo: e a lui l'Anziano conferisce potere eterno e un regno che non avrà mai fine. Così parlò Daniele.

14

LA VISIONE DEL FIGLIO DELL’UOMO Daniele 7

«Guardavo, quand'ecco furono portati dei troni, e un Anziano di nobile aspetto sedette: la sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana. Il suo trono era come una vampa di fuoco. «Guardavo, quand'ecco apparve sulle nubi del cielo uno, simile a un Figlio di uomo. Giunto fino all'An­ziano fu presentato a lui ed egli gli diede potere, gloria e regno. Tutti i popoli serviranno il Figlio dell'uo­mo. Il suo potere è eterno, e il suo regno non sarà mai distrutto».

15

L'ATTESO E’ QUI Daniele 7

Quando il profeta Daniele scrisse la visione del Figlio dell'uomo, era come se proponesse un enigma: che cosa mai voleva dire? Quando però Gesù, riferendosi alla sua vita terrena e alla sua mis­sione, varie volte ha chiamato se stesso Figlio dell'uomo, allora tutto è diventato chiaro. Egli, Gesù, è Dio perché viene dal cielo. E’ uomo, e infatti ha l'a­spetto di un figlio di uomo. Dio Pa­dre, l'Anziano, lo ha reso re dell'u­niverso, e re che regna per sempre: infatti è Dio, e perciò vive in eterno.

16

ZACCARIA E ELISABETTA Luca 1

Al tempo in cui sulla Palestina re­gnava Erode, tra i sacerdoti che a turno prestavano servizio nel tem­pio di Gerusalemme c'era un uomo di nome Zaccaria. Egli era ormai molto avanti negli anni, e così era anche sua moglie Elisabetta. Zaccaria e Elisabetta erano buo­ni, preoccupati di osservare in tutto la legge del Signore; ma avevano un dispiacere: il Signore non aveva concesso loro di avere un figlio, benché lo avessero pregato tanto. Ora erano vecchi, e avevano per­so la speranza di averne uno. Un giorno in cui era di servizio nel tempio, toccò a Zaccaria entrare nel Santo, la stanza dove soltanto i sacerdoti potevano entrare, ad offri­re al Signore l'incenso, mentre fuori il popolo attendeva pregando. Era dunque intento a mettere l'incenso sul braciere, collocato so­pra l'altare d'oro, quando Zaccaria vide un angelo del Signore, in piedi alla destra dell'altare. A quella apparizione egli fu preso da timore; ma l'angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria! Il Signore ha ascoltato le tue preghiere, e con­cede a te e a tua moglie Elisabetta di avere un figlio, al quale metterai nome Giovanni».

17

ZACCARIA E L’ANGELO Luca 1

L'angelo, là nel tempio, aveva par­lato a Zaccaria: gli aveva annuncia­to che lui e sua moglie Elisabetta, benché vecchi, avrebbero avuto un figlio. Zaccaria non riusciva a cre­derci, ma l'angelo gli disse: «Tu sa­rai molto felice della sua nascita; e molti saranno a rallegrarsi. Egli pre­parerà un popolo ben disposto ad accogliere il Signore che sta per ve­nire. Io sono Gabriele, e sto al co­spetto di Dio. E lui che mi ha man­dato a parlarti. Poiché tu non credi, ecco: resterai muto fino a quando queste cose si realizzeranno».

 

18

ZACCARIA TORNA A CASA Luca 1

Il sacerdote Zaccaria aveva dubitato di poter divenire padre di un bam­bino; per questo l'angelo Gabriele gli aveva detto: «Come segno che dico la verità, resterai muto fino a quando quello che ti ho annunciato si avvererà». E difatti Zaccaria, uscito dal tem­pio, non riusciva più a parlare, e con la folla che lo stava attendendo dovette cercare di spiegarsi a gesti. Allora tutti compresero che nel tem­pio egli aveva avuto una visione. Concluso il suo servizio, Zaccaria tornò a casa, e dopo qualche tempo sua moglie Elisabetta si accorse che l'annuncio del Signore stava per realizzarsi: ella sarebbe diventa­ta madre di un bambino. Si rese conto che questo era dovuto a un grande favore da parte di Dio, e al­lora ringraziò con tutto il cuore il Si­gnore, che aveva esaudito la sua preghiera. Quel bambino, di cui lo stesso angelo Gabriele aveva indicato il nome, era Giovanni, che significa "Dio è favorevole". In seguito egli fu anche chiamato Giovanni Batti­sta. A lui il Signore affidò il grande compito di preparare il popolo d'I­sraele ad accogliere Gesù, il Messia annunciato dai profeti.

  19

UNA GIOVANE DI NOME MARIA Luca 1

L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in un villaggio della Palestina chiamato Nazaret. Là viveva una giovane donna di nome Maria: Dio conosceva il suo cuore, che era col­mo di fede e di amore per lui. Per questo il Signore aveva già fatto per Maria una cosa straordinaria: l'ave­va ricolmata della sua grazia, cioè l'aveva come riempita, da sempre, di tutto il suo amore. Dio aveva fatto questo, perché aveva visto che, fra tutte le donne, Maria era la più degna di divenire la madre del suo Figlio.

 

 

20

MARIA MADRE DI DIO Luca 1

Un giorno l'angelo Gabriele fu in­viato da Dio nel villaggio di Nazaret. Egli entrò nella casa di Maria e le disse: «Ave, piena di grazia, il Si­gnore è con te». Quello era un saluto insolito, e Maria si chiese che cosa significasse­ro quelle parole. L'angelo proseguì: «Non temere, Maria: tu hai tutto il favore di Dio. Per questo diverrai la madre di un bimbo, al quale mette­rai nome Gesù. Egli sarà grande! L'Altissimo Signore Dio lo chiamerà suo Figlio, e gli darà il trono di Davi­de suo antenato. Egli regnerà sul suo popolo, e il suo regno non avrà mai fine». Maria allora chiese: «Come posso avere un bimbo, se non sono anco­ra sposata?» L'angelo Gabriele le spiegò: «Lo Spirito Santo scenderà su di te; la potenza dell'Altissimo Dio ti avvol­gerà come una nube: e il bimbo che nascerà sarà santo, sarà il Figlio di Dio. Ti do una prova che dico il vero: sta per avere un bimbo anche la tua parente Elisabetta, benché vecchia, perché nulla è impossibile al Signore Dio». Allora Maria disse: «Eccomi: sono la serva del Signore. Voglio fare la sua volontà: accada pure quello che tu hai detto!»

21

MARIA VA A TROVARE ELISABETTA Luca 1

Maria aveva saputo dall'angelo Ga­briele che la sua anziana parente Elisabetta era in attesa di un figlio, quel figlio che aveva tanto atteso e che ora giungeva come un segno: Dio aveva ascoltato le preghiere sue e del suo sposo Zaccaria. Decise allora di andare a trovare Elisabetta, per darle la bella notizia che anche lei, Maria, attendeva un bimbo, il cui padre era Dio. Ma Elisabetta già lo sapeva, perché quan­do Maria giunse nella sua casa e la salutò, ella si sentì come ispirata da Dio e rispose: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno! Quale grande grazia, che la madre del mio Signore venga da me!» Elisabetta ricordò poi il suo sposo Zaccaria, che in cuor suo aveva du­bitato delle parole con le quali gli era stato annunciato il dono di un figlio, e per il suo dubbio era rima­sto muto. La giovane Maria, invece, non aveva dubitato. Per questo, Elisa­betta aggiunse: «Beata te, Maria, perché hai creduto che il Signore avrebbe realizzato tutto quello che ti ha fatto annunciare». Allora Maria rispose con un inno di lode al Signore Dio.

22

IL SUO NOME E’ GIOVANNI Luca 1

Maria, che stava per divenire la ma­dre di Gesù, rimase con la sua pa­rente Elisabetta fino a quando a quest'ultima nacque il bimbo an­nunciato dall'angelo al padre incre­dulo, Zaccaria. Proprio perché ave­va dubitato delle parole dell'inviato di Dio, Zaccaria era rimasto muto. Otto giorni dopo la nascita, secon­do l'usanza, bisognava dare il nome al bambino. Poiché il padre non poteva parla­re, i parenti pensarono che il bambi­no dovesse essere chiamato Zacca­ria. Ma Elisabetta intervenne e disse: «No, si chiamerà Giovanni!» «Giovanni?» chiesero gli amici e i parenti. «Perché? Nessuno nella tua famiglia porta questo nome». Poi fecero segni al padre del bambino, che non poteva parlare, per sapere come voleva che lo si chiamasse. Zaccaria, spiegandosi a segni, si fece dare una tavoletta e vi scrisse sopra: «Giovanni è il suo nome». E non appena ebbe scritto il nome del bambino, proprio come l'angelo Gabriele aveva annunciato, Zacca­ria recuperò l'uso della parola, e in­nalzò un inno di lode al Signore. Parenti e vicini si meravigliarono delle cose insolite che accadevano, e si domandavano: «Che cosa di­venterà questo bambino?»

23

GIUSEPPE IL FALEGNAME Matteo 1

Maria stava per diventare la madre del Figlio di Dio. Ella era fidanzata a Giuseppe, un umile falegname di Nazaret che era però un discenden­te del grande re Davide. Quando seppe che Maria, la sua promessa sposa, stava per diventa­re la madre di un bimbo, Giuseppe pensò di liberarla dalla promessa. Ma un angelo gli apparve, e gli spiegò: «Giuseppe, non esitare a prendere come tua sposa Maria: il suo bimbo è Figlio di Dio!» L'angelo gli disse anche il nome del bambino: Gesù, che significa "Dio è Salvatore", e aggiunse: «E’ proprio il nome giusto, perché quel bambino, Figlio di Dio, salverà il suo popolo dai suoi peccati». Allora Giuseppe ricordò tante cose dette dai profeti e scritte nei li­bri sacri che si leggevano ogni saba­to nella sinagoga. Ricordò in parti­colare che il profeta Isaia aveva par­lato di una donna non sposata che avrebbe avuto un figlio, chiamato Emmanuele, nome che significa “Dio è con noi”. Il bambino di Maria era dunque lui l'Emmanuele, Dio che si faceva uomo come noi per stare con noi! Giuseppe si sentì il cuore pieno di amore per Dio, che realizza cose meravigliose e adempie alle pro­messe, e si rese conto di quale grande incarico riceveva in quel momento da Dio: essere il custode, il protettore del Figlio di Dio, tenere in terra il posto del padre. Allora Giuseppe non ruppe il fi­danzamento, e prese Maria come sua sposa, ed ebbe cura di lei. Gli altri non sapevano come stavano le cose; così, quando il bimbo nacque, tutti pensarono che fosse figlio di Giuseppe. Per la legge egli era figlio di Giuseppe, e poiché Giuseppe era un discendente di Davide, anche Gesù fu considerato un discendente dell'antico re. Anche questo, come avevano detto i profeti.

 

24

DA NAZARET A BETLEMME Luca 2

Cesare Augusto, l'imperatore di Roma che comandava anche in Pa­lestina, ordinò che si facesse un censimento: voleva cioè che si con­tassero quanti abitanti vivevano nel­l'Impero romano. Il censimento doveva svolgersi così: ognuno doveva andare a farsi registrare nel luogo d'origine della sua famiglia. Poiché Giuseppe era discendente di Davide, e Davide era di Betlemme, dovette andare da Nazaret, dove abitava, a Betlemme: egli prese un somarello, gli fece sali­re In groppa Maria, e partì.

 

25

E’ NATO GESU’ Luca 2

Giuseppe e Maria, la sua sposa, erano in viaggio da Nazaret a Betlemme. Era questo un viaggio piut­tosto lungo e disagevole, specie per Maria, la quale stava per dare alla luce il suo bambino. Ma bisognava andare, perché l'imperatore di Roma, che comandava anche in Palestina, aveva ordinato che cia­scuno si recasse nel suo luogo d'ori­gine per il censimento. I viaggi allora si facevano così: si camminava durante il giorno, e la notte ci si fermava nelle locande che si trovavano lungo la strada. Per alleviare la fatica di Maria Giu­seppe la faceva viaggiare in groppa a un asinello. Dopo parecchi giorni di cammino Giuseppe e Maria arrivarono a Be­tlemme, la città di Davide, affollata di forestieri anch'essi venuti per il censimento. Giuseppe cercò alloggio nella lo­canda, ma la trovò tutta piena. Ma­ria stava per dare alla luce il bambi­no, e bisognava trovare un riparo. Giuseppe trovò una grotta, di quel­le che i pastori e i contadini usava­no come stalla. E là, in quella grot­ta, Maria diede alla luce il suo bam­bino, il Figlio di Dio. Con cura ella lo avvolse in fasce, e lo depose nella mangiatoia.

 

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IL CANTO DEGLI ANGELI Luca 2

Nei campi intorno a Betlemme c'e­rano dei pastori, i quali passavano la notte all'aperto per fare la guar­dia al loro gregge. Una notte accadde una cosa stra­ordinaria: d'improvviso essi furono tutti avvolti e rischiarati da una grande luce, e nella luce videro un angelo del Signore. I pastori furono presi da timore, ma l'angelo disse loro: «Non teme­te: vi porto una bella notizia, una notizia che procurerà grande gioia a voi e a tutto il popolo. Oggi a Be­tlemme, la città di Davide, è nato il Salvatore, il Messia annunciato dai profeti, il Signore! Andate a veder­lo; lo riconoscerete quando trovere­te un bambino avvolto in fasce, de­posto in una mangiatoia». E subito si unirono a quello che aveva parlato altri angeli, che si mi­sero a lodare Dio dicendo: «Gloria a Dio nell'alto dei cieli, e pace in terra agli uomini che egli ama». Concluso il loro canto di lode, gli angeli si allontanarono dai pastori ri­salendo verso il cielo. I pastori, an­cora tutti stupiti per quello che ave­vano visto e sentito, si dissero l'un l'altro: «Andiamo fino a Betlemme, per vedere quello che è successo e che il Signore ci ha fatto conoscere».

 

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L’ANNUNCIO AI PASTORI Luca 2

L'angelo del Signore aveva dato un annuncio straordinario ai pastori che stavano a guardia delle loro greggi nei campi intorno a Betlem­me: a Betlemme era nato un bam­bino, il Cristo Signore, cioè il Mes­sia, di cui avevano parlato tante volte i profeti. Ed ora i pastori avevano la possi­bilità di vederlo, e avevano il privi­legio, loro così poveri e disprezzati da tutti, di vederlo per primi. Davvero Dio non fa differenza di persone: anzi, i poveri e gli umili sono i suoi prediletti!  

 

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MARIA LODA IL SIGNORE Luca 1

Maria, chiamata da Dio a divenire la madre del suo Figlio Gesù, lodò il Signore con un grande inno, che molti ripetono tuttora come una preghiera. Maria così disse: «L'anima mia loda il Signore ed esulta, piena di gioia, in Dio mio salvatore, poiché egli ha guardato me, sua umile serva. D'ora in poi gli uomini che verranno mi chiameranno beata. Dio onnipotente ha fatto in me cose meravigliose. Santo è il suo nome: di padre in figlio sarà misericordioso verso tutti coloro che lo amano. Egli ha mostrato la sua potenza: ha fatto fallire i progetti dei superbi, ha mandato in rovina i potenti, mentre ha dato aiuto agli umili. Ha colmato di beni gli affamati, mentre ha mandato via i ricchi a mani vuote. Si è ricordato di essere misericordioso e perciò ha mandato un soccorso a Israele suo popolo, secondo la promessa che aveva fatto ad Abramo e ai suoi discendenti, per sempre».

 

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L'OMAGGIO DEI PASTORI Luca 2

I pastori avevano ricevuto dall'angelo l'annuncio che a Betlemme era nato il bambino Gesù. Andarono dunque in fretta a Betlemme, e nel­la stalla dove Giuseppe e Maria avevano trovato riparo videro il bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia. Allora i pastori ringraziarono Dio, perché quel bambino era la prova dell'amore che Dio aveva per gli uomini. I pa­stori, poi, non tennero la loro gioia tutta per sé, ma a tutti quelli che in­contravano raccontavano l'evento meraviglioso che si era verificato.

 

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ZACCARIA RINGRAZIA IL SIGNORE Luca 1

Quando nacque il suo bambino Giovanni, il padre Zaccaria innalzò un canto di lode al Signore per le meraviglie che si andavano com­piendo. «Benedetto il Signore Dio d'Israele, perché ha fatto visita e ha liberato il suo popolo. Tra i discendenti di Davide ha fatto nascere un Salvatore, come aveva promesso per bocca dei santi profeti. Egli è stato misericordioso. Ora possiamo servirlo senza paura, fedeli a lui per tutta la vita. E tu, figlio mio, diventerai profeta dell'Altissimo Dio: camminerai davanti al Signore a preparargli la strada. Annuncerai al suo popolo che Dio lo salva nella sua bontà e perdona tutti i suoi peccati. Il Signore brillerà per noi come il sole nelle tenebre e guiderà i nostri passi sulla strada della pace». E così fu: Giovanni, il bambino che era nato, crebbe nel corpo e nello spirito preparandosi alla mis­sione che lo attendeva. Egli sarebbe stato l'ultimo dei profeti, incaricato di indicare che Gesù, il Messia, era arrivato tra gli uomini.

  

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UN BAMBINO E’ NATO PER NOI Isaia 9; 11; 35; 62

Il bambino nato a Betlemme era il Messia, cioè il Salvatore tanto atte­so dai profeti e dal popolo di Israe­le. Così il profeta Isaia aveva an­nunciato la sua venuta: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce. «Un bambino è nato per noi! Sul­le sue spalle egli porta gli emblemi del Re. «Grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine, nel regno che egli viene a rendere saldo e forte: nel suo regno tutti faranno ciò che è buono e giusto davanti a Dio. «Egli, discendente di Davide, por­terà con sé lo Spirito di Dio. Non giudicherà secondo le apparenze, ma con giustizia, senza ri­guardo per i potenti e i violenti. «Nel suo regno, il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitellino e il leone pascoleranno assieme, e ba­sterà un fanciullo a guidarli. Insieme al pascolo andranno anche la muc­ca e l'orsa, con i loro piccoli. Il leo­ne si ciberà di paglia, senza uccide­re più; il bimbo giocherà senza peri­colo con i serpenti. «In tutto il regno di Dio nessuno più si comporterà male; tutti vivran­no in armonia e in pace. «Ecco: arriva il Salvatore».