LA SACRA BIBBIA ILLUSTRATA E RACCONTATA A BAMBINI E RAGAZZI

Tanto, tanto tempo fa il cielo, la terra e tutti gli abitanti non c'erano. Non c'era nulla di quello che noi vediamo: c'era però Dio, e tutto quello che vediamo l’ha fatto lui. Le cose andarono così. Dapprima Dio disse: «Ci sia la luce!» E la luce cominciò a sfolgora­re. Dio vide che la luce era cosa buona; allora separò la luce dalle tenebre, e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e poi mattina: e questo fu il primo giorno. Poi Dio fece il firmamento sopra le acque, e fu come una grande volta trasparente e tersa. Dio chia­mò il firmamento cielo. E fu sera e poi mattina: secondo giorno. Dio disse ancora: «Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano tutte insieme, e appaia l'asciutto». Così avvenne; Dio chiamò l'asciutto ter­ra, e le acque mare, e vide che era cosa buona. Aggiunse: «La terra produca germogli, erbe, fiori e albe­ri che diano frutto, ciascuno secon­do la sua specie». E così avvenne: sulla terra spuntarono germogli e crebbero erbe e fiori e alberi da frutto, ciascuno secondo la sua spe­cie. Dio vide che tutto questo era cosa buona. E fu sera e poi mattina: terzo giorno.  Dio disse: «Ci siano luci nel firma­mento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano a segna­re il passare dei giorni, delle stagioni e degli anni, e servano anche a illu­minare la terra». Così avvenne: Dio fece due luci più grandi, la maggio­re per illuminare il giorno e la mino­re per rischiarare la terra, insieme con tante luci piccole; cioè creò il sole, la luna e le stelle, e li pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra, regolare il giorno e la notte e separare la luce dalle tenebre. Dio vide che tutto questo era cosa buo­na. E fu sera e poi mattina: quarto giorno. Dio disse: «Le acque del mare si popolino di esseri viventi, e al di so­pra della terra, nel cielo, volino tan­te specie di uccelli». E così avvenne: Dio creò tutti gli abitanti dei mari, dalle grandi balene ai più minuscoli pesciolini, i coralli, le meduse e ogni altra creatura che vive nelle acque. Con esse creò anche tutte le creatu­re con le ali, ciascuna secondo la sua specie, e le mise a popolare il cielo. Dio vide che tutto questo era cosa buona. E fu sera e poi mattina: quinto giorno. Mancavano ancora gli abitanti della terra. Dio disse: «La terra si popoli di esseri viventi delle diverse specie: animali buoni da mangiare, bestie selvatiche, rettili e ogni altra specie che si muova sopra il suolo». Così avvenne: Dio creò le diverse specie di animali che vivono nelle foreste e nei campi, nei deserti e tra i ghiacci: vide che era cosa buona. A questo punto Dio aggiunse: «Facciamo l'uomo!» Ma non come le altre creature; infatti aggiunse: «Facciamolo a nostra immagine, a nostra somiglianza, ed egli domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sulle bestie che si muovono sulla terra». E Dio creò l'uomo a sua immagi­ne e somiglianza, e lo creò distinto in maschio e femmina. Dopo avere fatto ciò, li benedisse dicendo: «Date vita ad altri uomini e popola­te la terra; sottomettete a voi la ter­ra e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni esse­re vivente che popola la terra». Dio aggiunse: «Ecco, vi do anche tutte le piante che crescono sulla terra e ogni albero da frutto, perché vi servano da cibo. A tutti gli animali della terra e agli uccelli del cielo, io do come cibo ogni erba verde». Così avvenne: dopo aver creato l'uomo simile a sé e averlo reso pa­drone di tutta la terra, Dio vide quello che aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e poi mattina: sesto giorno. Così furono completati il cielo e la terra con tutti i loro abitanti. Allora Dio nel settimo giorno cessò da ogni lavoro, lo benedisse e lo rese sacro. Per questo il settimo giorno, che noi chiamiamo domenica, gli uomini cessano da ogni lavoro, a somiglian­za di quello che ha fatto Dio. Dio, dunque, creò il mondo e i suoi abitanti e pose l'uomo come re della sua creazione. Ci fu un re d’Israele, che si chiamava Davide, che compose questa poesia per ringra­ziare il Signore di avere creato con l'uomo il suo capolavoro: «O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza. Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, e la luna e le stelle da te create, che cosa è mai l'uomo perché te ne ricordi e te ne prendi cura? Eppure l’hai  fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato; gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto gli hai posto sotto i suoi piedi: tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci che percorrono le vie del mare. O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!» Genesi 1-2; Salmo8

 

1. UN NOME PER OGNI ANIMALE. Genesi 2

Quando il Signore creò l'uomo, fece così: prese polvere dalla terra, la plasmò per darle la forma di un uomo, soffiò nelle sue narici un ali­to di vita, e l'uomo divenne un es­sere vivente. Dio lo chiamò Adamo. Poi il Signore piantò in Eden un meraviglioso giardino, ricco di alberi belli da vedere che producevano frutti buoni da mangiare. Un grande fiume irrigava tutto il giardino: poi di lì si divideva e for­mava quattro bracci che scorrevano per tutta la terra. E là, nel giardino di Eden, il Si­gnore pose l'uomo che aveva crea­to perché lo coltivasse e lo custo­disse. Il Signore voleva che l'uomo che aveva creato fosse felice. Davanti ad Adamo il Signore fece sfilare tutte le bestie della terra e tutti gli uccelli del cielo, per vedere quale nome l'uomo intendeva dare a ciascuno di essi: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato gli esseri viventi, quello sarebbe stato il loro nome. Così Adamo diede il nome a ogni specie di bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvati­che: e quello rimase il nome usato anche da tutti gli uomini che venne­ro dopo Adamo.

 

2. DIO CREA LA DONNA. Genesi 2

Dio aveva collocato Adamo nel meraviglioso giardino di Eden. Ma questo non bastava, perché Dio voleva che l’uomo fosse felice. Per questo disse: «Non è bene che l’uomo sia solo; gli voglio fare un aiuto che sia simile a lui». Allora fece scendere il sonno sull’uomo, poi gli tolse una costola, e con essa plasmò la donna. Condusse poi la donna all’uomo, il quale l’accolse con gioia dicendo: «Questa è carne della mia carne, e osso delle mie ossa; è proprio simile a me». E la chiamò Eva.

 

 3. IL SERPENTE NEL GIARDINO. Genesi 2-3

Adamo ed Eva vivevano felici nel giardino di Eden. Tutto là era bello da vedere, e senza dovere lavorare gli alberi davano ogni sorta di buoni frutti da mangiare. Il Signore Dio aveva dato tutto ad Adamo ed Eva, con una sola ec­cezione. Disse: «Potete mangiare tutti i frutti degli alberi del giardino. Ma in mezzo al giardino c'è un al­bero speciale, l'albero della cono­scenza del bene e del male: dei suoi frutti non dovete mangiare, altrimenti morirete». Così aveva detto il Signore. Ora, il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche. Esso non voleva bene all'uomo e alla donna, anzi cercava la loro rovina, perché quel serpente in realtà era il demonio, il nemico degli uomini. Così un giorno, là nel giardino di Eden, il serpente si rivolse alla don­na e le disse: «E’ vero che Dio vi ha proibito di mangiare i frutti degli al­beri del giardino?» «No» rispose Eva. «Possiamo mangiare tutti i frutti, tranne quelli dell'albero della conoscenza del bene e del male. Dio ha detto che non lo dobbiamo neppure toccare, altrimenti moriremo!» «Non è vero che morireste» mentì il serpente. «Anzi, Dio vi ha proibito quei frutti perché sa che se ne man­giate diventerete come lui, perché conoscerete il bene e il male.» Allo­ra Eva guardò i frutti dell'albero proibito, e li trovò desiderabili. Ne prese uno, ne mangiò una parte, poi diede l'altra ad Adamo, il quale ne mangiò lui pure. In quel momento si aprirono i loro occhi, si accorsero di essere nudi e subito intrecciarono foglie di fico per coprirsi. Adamo e Eva pro­varono una grande vergogna, e compresero allora il male che ave­vano commesso. Il Signore aveva dato loro tanti benefici, e loro in cambio gli avevano disobbedito.

 

4. LA DISOBBEDIENZA SCOPERTA. Genesi 3

Adamo ed Eva, nel giardino di Eden, avevano disobbedito al Si­gnore Dio, mangiando i frutti dell’albero che egli aveva proibito di mangiare. Essi udirono, a un certo punto, il Signore Dio che passeggiava nel giardino; allora si nascosero in mez­zo agli alberi. Il Signore chiamò l'uomo: «Dove sei?» e Adamo rispose: «Ho udito i tuoi passi e mi sono nascosto dalla paura, perché sono nudo». «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo?» osservò il Signore: «tu hai mangiato i frutti che ti avevo co­mandato di non mangiare!» «Me ne ha dato da mangiare la donna che tu hai creato e mi hai posto accanto» disse l'uomo. «Che hai fatto?» chiese Dio ad Eva. «È stato il serpente a darne a me» rispose la donna; «egli mi ha ingannata e io ho mangiato!» Allora Dio pronunciò il castigo. Al serpente disse: «Tu dovrai per sem­pre strisciare sul ventre». E a Ada­mo e Eva disse: «Non potete più stare qui nel giardino. Andrete fuori e vi guadagnerete da mangiare con la fatica del lavoro». Pose poi un angelo dalla spada fiammeggiante a custodire l'ingresso del giardino.

 

5. CAINO E ABELE. Genesi 4

Adamo e Eva ebbero due figli, di nome Caino e Abele, Caino faceva l’agricoltore e Abele il pastore. Un giorno i due fratelli offrirono un sacrificio a Dio: Caino gli offrì i migliori frutti dei campi, Abele il più bell’agnello del suo gregge. Abele presentò la sua offerta con cuore sincero: per questo il Signore gradì il suo dono, e non gradì invece quello di Caino. Quest’ultimo si adirò molto e divenne geloso di suo fratello. Dio disse a Caino: «Perché sei irritato? Perché sei scuro in volto? Domina la tua gelosia».

 

6. CAINO UCCIDE ABELE. Genesi 4

Caino era geloso di suo fratello Abele perché il Signore gradiva i suoi doni, che egli offriva con cuore sincero, e mostrava di non gradire quelli di Caino stesso. La gelosia e l'ira di Caino crebbero al punto che un giorno egli invitò Abele nei cam­pi, e là lo uccise. Dio, che vede tutto, gli chiese: «Dov'è tuo fratello?» e Caino, ag­giungendo anche la menzogna al suo delitto, rispose: «Che ne so io? Sono forse io il custode di mio fra­tello, così che debba sempre sapere dove si trova?» «La voce del sangue di tuo fratel­lo grida verso di me» disse il Signo­re; «per questo tu dovrai fuggire di qui e andare ramingo per il resto della tua vita». Caino allora si impaurì. Temette che qualcuno, vedendolo fuggiasco, lo uccidesse. Ma il Signore non vuole la morte di nessuno, neppure di chi si comporta male come Caino. Per questo mise su di lui un se­gno di avvertimento, perché nessu­no gli facesse del male. Così Caino si allontanò dal Signore, e andò ad abitare nella terra di Nod. Dopo che Caino ebbe ucciso Abele, il Signore concesse un altro figlio ad Adamo e Eva, e lo chiamarono Set.

 

7. TRE ABILI FRATELLI. Genesi 4-5

In quei giorni vissero tre fratelli, Iabal, Iubal e Tubalkain. Essi divennero famosi perché insegnarono il loro lavoro ad altri uomini che vennero dopo di loro. Iabal faceva l’allevatore di bestiame, Iubal era un abile suonatore di cetra e di flauto; Tubalkain era fabbro, maestro nel lavorare il rame e il ferro. I primi uomini si comportavano male, dimostrando di somigliare più a Caino , che ad Abele. Uno di loro, di nome Lamech, era tanto cattivo e violento che si vendicava di ogni piccolo torto ricevuto.   

 

8. L’ARCA DI NOE’. Genesi 6-7

Tutti gli uomini che vivevano sulla terra erano cattivi, perché facevano quello che è male agli occhi del Si­gnore. Tutti, tranne i componenti della famiglia di Noè. Dio si stancò di tanto male che vedeva commettere di continuo, e decise di eliminare tutti i cattivi. Per questo si presentò a Noè e gli disse: «Io manderò un diluvio, una grande alluvione che spazzerà via ogni vita sulla terra, tranne coloro che voglio salvare». E gli diede un ordine: «Co­struisci un'arca, una grande nave. Deve essere a tre piani, col tetto e le finestre, lunga 150 metri, larga 25 e alta 15». Noè si mise al lavoro, insieme con i suoi tre figli Sem, Cam Iafet, mentre sua moglie e le mogli dei suoi figli raccoglievano cibo e ve­stiario per vivere dentro l'arca. I vicini di casa di Noè lo prende­vano in giro, perché pensavano che fosse matto a costruire una nave in mezzo alla pianura, lontano dal mare. Ma Noè non si lasciava im­pressionare, e continuava il lavoro. Quando ebbe finito la costruzione, raccolse da tutta la regione due ani­mali per ogni specie e li fece entrare nell'arca, dove infine si trasferì an­che lui con tutta la sua famiglia.

  

9. DOPO IL DILUVIO. Genesi 8-9

Seguendo il comando del Signore Noè aveva costruito l'arca e vi era entrato con la sua famiglia e con una coppia di animali per ogni spe­cie. Dopo una settimana cominciò a piovere: piovve tanto ma tanto, per quaranta giorni, da provocare un'immensa alluvione che coprì tut­to, case, alberi e montagne. Solo l'arca galleggiava sulle acque, pro­prio come il Signore aveva annun­ciato. Finalmente cominciarono a soffiare i venti, e l'acqua prese a ca­lare. Apparvero le cime dei monti, e l'arca si posò sul monte Ararat. Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatto nell’arca e disse: «Voglio far uscire una colomba, per sapere se da qualche parte vi è terra asciutta». Ma la co­lomba tornò nell'arca, poiché non trovò dove posarsi. Noè attese altri sette giorni, poi fece uscire di nuovo la colomba; ma anche quella volta essa tornò, tenendo però nel becco un ramo­scello di olivo: segno che le acque si erano ritirate. Dopo altri sette giorni Noè lasciò andare di nuovo la colomba, che questa volta non tornò più. Passarono altre quattro settima­ne, e Dio ordinò a Noè: «Esci dall'arca tu e tua moglie, i tuoi figli e le loro mogli, e tutti gli animali d'ogni specie che hai con te: uccelli, rettili, bestiame domestico. Falli uscire dall’arca, perché si spandano sulla ter­ra e si moltiplichino». Obbediente al Signore che aveva voluto salvare lui e la sua famiglia, Noè uscì dall'arca con tutte le per­sone e gli animali che essa contene­va, e subito innalzò un altare per of­frire un sacrificio di ringraziamento al Signore. Il Signore Dio gradì il sacrificio di Noè; benedisse lui e i suoi figli e disse loro: «Ecco: la vita torna sulla terra, e tutto quello che si trova sul­la terra io lo do a voi».

 

10. IL SEGNO DELL’ARCOBALENO. Genesi 8-9

Quando Noè, salvato dal diluvio insieme con la sua famiglia e gli animali dell’arca, mise piede sulla terra asciutta, per prima cosa ringraziò il Signore che era stato così buono con lui. Allora il Signore gli disse: «Da oggi in poi, fino a quando durerà la terra, non vi sarà più un diluvio come questo; vi saranno sempre semina e mietitura, freddo e caldo, estate e inverno. Faccio questa promessa a te e ai tuoi discendenti, e come segno della promessa pongo tra le nubi l’arcobaleno».

 

11. LA TORRE DI BABELE. Genesi 11

Dopo i giorni del diluvio, gli uomini erano tornati a moltiplicarsi sulla terra, ed erano come una grande famiglia; tutti parlavano la stessa lin­gua. Abitavano nella pianura di Sennaar, e si sentivano molto im­portanti. «Costruiamo una città» si dissero «con una torre tanto alta che arrivi a toccare il cielo. Essa ci terrà sempre uniti, e anche in futuro tutti si ricorderanno di noi». Com'erano orgogliosi della loro idea! Ma essi stavano dimenticando Dio; non si chiesero se il loro pro­getto era secondo la volontà del Si­gnore: pensavano di poter fare a meno di lui. Per questo il Signore Dio inter­venne. Quando la costruzione era già molto avanzata, egli cambiò il loro linguaggio, sicché tutti quegli uomini orgogliosi non riuscivano più a intendersi tra loro e dovettero interrompere il lavoro di costruzione - della grande torre. Gli uomini che riuscivano a capir­si tra loro si unirono in gruppi: tutti si allontanarono dalla città e anda­rono ad abitare paesi diversi, di­sperdendosi su tutta la terra. La città che lasciarono interrotta, dove presero a parlare lingue diver­se, fu chiamata Babele, nome che in effetti significa confusione.

 

  12. DIO CHIAMA ABRAMO. Genesi 12

Abramo era un uomo nato a Ur, una città della Mesopotamia; insie­me con suo padre e tutta la famiglia si era trasferito a Carran, una città del nord, dove si guadagnava da vivere facendo il pastore e l'allevatore di bestiame. Abramo si trovava dunque a Car­ran, quando gli accadde una cosa straordinaria: il Signore Dio gli rivol­se la sua parola. A quel tempo tutti gli uomini avevano dimenticato il Signore, e adoravano tante divinità diverse che si erano inventati e si tramandavano di padre in figlio. Ma Abramo riconobbe la voce dell'uni­co vero Dio, il Signore, quando egli rivolse a lui. Gli disse: «Parti di qui, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedi­rò; renderò grande il tuo nome e at­traverso di te darò grandi benefici agli uomini di tutta la terra». Abramo si fidò della parola del Signore, e per quanto gli dispiaces­se di lasciare Carran subito si mise in cammino verso sud, verso il pae­se di Canaan, portando con sé sua moglie Sara, suo nipote Lot, i servi e le greggi, con i pastori incaricati di condurle al pascolo.

 

13. LA NUOVA PATRIA DI ABRAMO. Genesi 12

Seguendo l’invito di Dio, Abramo giunse nella terra di Caanan, quella che poi si chiamò Palestina. Qui giunto, udì di nuovo la voce del Signore che gli promise: «Io darò questa terra ai tuoi discendenti!» Allora Abramo, in segno di ringraziamento e di fiducia, eresse sul posto un altare al Signore. Si mise poi a percorrere tutto il paese che era ormai divenuto la sua nuova patria. Da Sichem dove il Signore gli parlò, si spostò a Betel, dove innalzò un altro altare, e andò infine ad accamparsi nel Neghev.

 

14. LA PROMESSA DELLA DISCENDENZA. Genesi 14-17

Abramo aveva gran numero di be­stiame, e altrettanto ne aveva suo nipote Lot. Poiché il paese dove abitavano non bastava per entram­bi, decisero di dividersi. Lot andò ad accamparsi con le sue greggi e i suoi pastori presso Sodoma, mentre Abramo rimase in Canaan. Poco tempo dopo, nel corso di una guerra condotta da quattro re contro la regione di Sodoma, Lot con i suoi familiari e i servi fu fatto prigioniero e condotto via. Quando Abramo lo seppe, radunò tutti i suoi dipendenti e partì all'inseguimento dei quattro re. Li raggiunse, piombò sul loro accampamento di notte, li sconfisse e liberò Lot, recuperando anche le ricchezze di cui i quattro re avevano fatto bottino. Al ritorno in­contrò Melchisedek, re di Salem e sacerdote del Dio altissimo, il quale lo benedisse. Il Signore Dio aveva promesso di dare la terra di Canaan ai discen­denti di Abramo. Ma Abramo e sua moglie Sara erano già vecchi, e non avevano figli: dov'erano i discen­denti? Abramo non capiva; ma Dio insisteva. «Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci» gli disse una volta; «ebbene, altrettanto numerosa sarà la tua discendenza».

 

15. TRE MISTERIOSI VISITATORI. Genesi 21

Abramo aveva piantato le sue ten­de alle querce di Mamre. Un gior­no, nell'ora più calda, egli se ne sta­va seduto all'ingresso della sua ten­da quando, alzando gli occhi, vide tre uomini davanti a sé. Subito, se­condo le buone usanze dell'ospitali­tà, egli fece portare loro acqua per lavarsi i piedi; poi entrò nella tenda e disse a Sara di affrettarsi a prepa­rare le focacce, corse al bestiame, scelse un vitello tenero e lo fece cu­cinare, e quando tutto fu pronto of­frì da mangiare ai suoi tre misteriosi visitatori. Quando essi ebbero mangiato, annunciarono: «Torneremo tra un anno, e allora tu e Sara tua moglie avrete un figlio». Sara, che stava ad origliare da dentro la tenda, quando sentì quel­le parole rise dentro di sé, pensan­do che ormai, vecchia com'era, ri­sultava impossibile avere un bambino. Ma il Signore - perché quei tre visitatori altri non erano se non il Si­gnore - disse ad Abramo: «Perché Sara ha riso? C'è forse qualcosa di impossibile per Dio?» E infatti tutto avvenne come il Si­gnore aveva annunciato. Abramo e Sara, benché vecchi, ebbero un bambino, a cui fu posto nome Isacco, che significa “Dio ha sorriso”.

 

16. FUOCO DAL CIELO SU SODOMA. Genesi 18-19

Gli abitanti di Sodoma e delle città vicine si comportavano molto male agli occhi del Signore: tutti, ad ec­cezione di Lot, il nipote di Abramo. Il Signore si stancò di tutto quel male, e manifestò al suo amico Abramo il proposito di distruggere quelle città. Ma Abramo osservò: «Forse a Sodoma ci sono cinquanta uomini onesti, che si comportano come piace a te: vuoi tu, Signore, farli morire insieme con i cattivi? Non sarebbe giusto». Rispose il Si­gnore: «Se troverò a Sodoma cin­quanta giusti, per riguardo a loro ri­sparmierò tutta la città». «Forse i giusti non saranno proprio cinquan­ta... forse saranno solo quaranta» ri­prese Abramo. E il Signore: «Per amore di quei quaranta, non di­struggerò la città». «Non arrabbiarti, Signore» disse ancora Abramo: «forse non saranno quaranta, ma trenta... venti... dieci!» E ad ogni cifra il Signore promette­va che, per riguardo a quei pochi, non avrebbe distrutto la città. Ma a Sodoma non si trovarono neppure dieci giusti; il Signore mandò i suoi angeli ad avvertire Lot di mettersi in salvo con la sua famiglia, e fece pio­vere fuoco dal cielo; Sodoma e le città vicine andarono distrutte.

17. ABRAMO MESSO ALLA PROVA DA DIO. Genesi 22

Un giorno Dio disse ad Abramo: «Offrimi in sacrificio il tuo unico fi­glio, Isacco». A quel tempo non era raro che gli uomini uccidessero i propri figli per rendere omaggio ai loro dèi: Abramo forse pensò che il Signore non era diverso dagli altri dèi. Ma si meravigliò ugualmente: Dio gli aveva promesso una nume­rosa discendenza, ed ora gli chiede­va di sacrificare il suo unico figlio. Egli era molto vecchio, altri figli non avrebbe potuto averne: come dun­que si sarebbero realizzate le pro­messe annunciate dal Signore? Abramo non capiva: ma se quella era la volontà di Dio, bisognava obbedire. Una mattina caricò l'asino con della legna, e partì con Isacco che era ormai un ragazzo. Giunto al monte Moria, lasciato l'asino caricò la legna sulle spalle di Isacco e con lui salì il monte. Sulla cima preparò un altare, vi dispose la legna e so­pra la legna mise il ragazzo; estrasse il coltello, e stava per vibrare il col­po quando un angelo di Dio gli fer­mò la mano e gli disse: «Non ucci­dere il ragazzo, non fargli alcun male! Ora Dio sa che tu lo ami so­pra ogni cosa, tanto che non gli hai rifiutato il tuo unico figlio». Dio ave­va messo Abramo alla prova.

 

18. UNA SPOSA PER ISACCO. Genesi 24

Quando Isacco ebbe l'età adatta a prendere moglie, suo padre Abra­mo chiamò il più fidato dei suoi di­pendenti e lo mandò a Carran a cercare la sposa. Carran era la città dalla quale Abramo stesso era sceso nella terra di Canaan, e dove vive­vano ancora i suoi parenti. Il servo prese dieci cammelli e molti gioielli, e partì. Giunto a Car­ran, si fermò fuori città, presso il pozzo dove al tramonto le donne venivano ad attingere acqua, e pre­gò il Signore: «Signore, non so come riconoscere la fanciulla che hai destinato ad Isacco. Fa' che sia colei alla quale chiederò da bere e che me ne darà e ne darà anche ai cammelli». A un certo punto vide avvicinarsi con la brocca in testa una bella fan­ciulla. «Dammi da bere» le chiese, ed ella subito rispose: «Certo, quan­to ne vuoi; e anche i tuoi cammelli avranno sete». La fanciulla si chiamava Rebecca, ed era proprio della famiglia dei pa­renti di Abramo. Quando il servo espose al padre di lei le ragioni del suo viaggio, egli chiese alla giovane se intendeva divenire la sposa di Isacco. Ella acconsentì, e il servo la condusse nella terra di Canaan.

19. LA SPOSA VELATA. Genesi 24-25

La carovana era ormai giunta nella terra di Canaan. Circondata dalle sue ancelle, la giovane Rebecca guardava la terra che ora diveniva la sua patria. Verso sera, alzando gli occhi vide un giovane venire verso la carovana. Quando seppe che era Isacco, il suo promesso sposo, Rebecca sceso dal cammello e si coprì il volto con un velo: lo sposo doveva vedere il suo viso soltanto il giorno delle nozze. Isacco e Rebecca celebrarono le nozze, e qualche anno dopo ebbero due figli gemelli, Esaù e Giacobbe.  

 

20. PER UN PIATTO DI LENTICCHIE. Genesi 25

Il Signore Dio aveva stipulato un patto con Abramo. Quest'ultimo si impegnava a scegliere il Signore come suo unico Dio, e in cambio il Signore si impegnava a dargli il possesso della terra di Canaan e una discendenza numerosa come le stelle del cielo e la sabbia del mare. Dopo Abramo, il patto valeva per suo figlio Isacco, e dopo di lui per il suo figlio primogenito, cioè Esaù. Ma il fratello gemello di Esaù, Giacobbe, voleva per sé i diritti del figlio primogenito. Un giorno Esaù tornò stanco e affamato dalla caccia, e trovò Gia­cobbe che aveva cucinato un piatto di lenticchie rosse. «Dalle a me, ché ho fame» disse Esaù a Giacobbe. E Giacobbe, pronto: «Cedimi in cambio la tua primogenitura». «Sto morendo di fame: a che cosa mi serve la primogenitura? Prenditela pure» gli rispose il fratello. «Giuramelo subito!» insistette Giacobbe. Esaù giurò, mangiò il piatto di lenticchie, poi si alzò e se ne andò. Egli dimostrò in questo modo di di­sprezzare le promesse del Signore Dio, e soltanto in seguito si rese conto di quanto aveva perduto agendo in modo così sciocco.

 

21. GIACOBBE INGANNA IL PADRE. Genesi 27

Esaù aveva ceduto i suoi diritti di primogenito a suo fratello Giacob­be. Ma perché la cosa avesse pieno valore, era necessaria la benedizio­ne del loro padre Isacco. Ora, Isacco non avrebbe mai concesso la benedizione a Giacob­be, perché il primogenito era Esaù, che era anche il suo figlio prediletto. Rebecca invece preferiva tra i suoi due figli Giacobbe, e gli suggerì il modo di ottenere con l'inganno la benedizione del padre. Accadde un giorno, quando Isac­co, ormai vecchio e quasi cieco, chiamò Esaù e gli disse: «Tu sei un cacciatore: esci a catturare della sel­vaggina, preparami un buon piatto e io ti benedirò prima di morire». Quando Esaù si fu allontanato per cercare la selvaggina, Rebecca chiamò il figlio Giacobbe e gli riferì le intenzioni di Isacco; poi aggiunse: «Portami subito due bei capretti del nostro gregge; io preparerò con essi un piatto gustoso per tuo padre, ed egli benedirà te». «Sai che mio fratello è molto pe­loso» osservò Giacobbe: «se mio padre mi tocca, si accorge che non sono Esaù, e invece di benedirmi mi maledirà!» Rispose Rebecca: «Tu fa' come ti dico». Poi con i due ca­pretti preparò un buon piatto, fece indossare a Giacobbe gli abiti di Esaù e avvolse le pelli dei capretti intorno al collo e alle braccia del fi­glio prediletto. Giacobbe si presentò al padre con la vivanda, e fingendo di essere Esaù gli chiese di benedirlo. «Hai fatto presto a trovare la sel­vaggina» osservò il vecchio Isacco; poi aggiunse: «Avvicinati e lasciati toccare; voglio sapere se sei proprio il mio figlio Esaù». Giacobbe si avvicinò; Isacco lo toccò, e disse: «La voce mi sembra quella di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù!» e gli dette la benedizione dei primogeniti.

 

22. ISACCO BENEDICE IL FIGLIO. Genesi 27

«Avvicinati e baciami, figlio mio!» Disse il vecchio Isacco. Giacobbe obbedì. Isacco aspirò l’odore dei suoi abiti, e gli diede la benedizione. Con essa il patto, stipulato dal Signore prima con Abramo e poi con Isacco, passava a Giacobbe. Disse Isacco: «Ecco: l’odore di mio figlio è come l’odore che sale da un campo fertile e ricco di frutti, un campo benedetto dal Signore. Il Signore ti concede la rugiada del cielo e abbondanza di frumento e di mosto. E tutti ti onorino e si inchinino davanti a te». 

 

23. L’INGANNO SCOPERTO. Genesi 27-28

Aiutato dalla madre Rebecca, Gia­cobbe aveva ingannato il padre: fa­cendosi passare per il fratello Esaù, si era fatto dare la benedizione ri­servata ai primogeniti, quella benedizione che portava con sé l'amici­zia del Signore Dio. Quando Esaù, che era uscito a caccia come il padre gli aveva chie­sto, tornò a casa, con la selvaggina catturata preparò una vivanda e la portò al vecchio Isacco. Questi, che era ormai quasi cieco, gli chiese: «Chi sei tu?» «Sono il tuo figlio pri­mogenito» rispose Esaù. «Chi era dunque colui che si è presentato prima di te» riprese Isacco «e che io ho già benedetto?» L'inganno fu così scoperto. Esaù si adirò molto e disse: «Quando no­stra madre sarà morta, ucciderò mio fratello!» Rebecca si preoccupò di questa minaccia; chiamò Giacob­be e gli disse: «Fuggi, fino a quando tuo fratello non si sarà calmato. Va' per qualche tempo a Carran, da mio fratello Labano. Diremo a tuo padre che vai dai nostri parenti a cercarti una sposa». Il vecchio Isacco fu d'accordo: come aveva fatto lui stesso, così Giacobbe non doveva prendere moglie tra le donne di Canaan.

 

24. UNA SCALA FRA TERRA E CIELO. Genesi 28

Giacobbe era in fuga da suo fratello Esaù, al quale aveva carpito con l'inganno la benedizione del primo­genito e quindi le promesse di Dio. Esaù era molto adirato con lui; chis­sà se almeno il Signore aveva per­donato il suo inganno? Una sera si coricò per terra a dor­mire, usando una pietra come guanciale. Addormentatosi, vide in sogno una scala che dalla terra rag­giungeva il cielo, e gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. E il Signore stesso gli si fece davanti e gli disse: «Io sono il Signore, Dio di Abramo e Dio di Isacco, io ti darò una discendenza numerosa come le stelle del cielo e ad essa darò la ter­ra sulla quale tu stai. Ti proteggerò dovunque andrai, e ti farò tornare in questo paese». Giacobbe si svegliò tutto pieno di timore dicendo tra sé: «Il Signore è in questo luogo, e io non lo sapevo! Questa è la casa di Dio, questa è la porta del cielo». Giacobbe prese allora la pietra che gli era servita da guanciale, la drizzò come una stele, la rese sacra versandovi sopra dell'olio e chiamò quel luogo Betel, nome che signifi­ca "casa di Dio". Poi fece voto di rimanere sempre fedele a Dio.

 

25. GIACOBBE INGANNATO. Genesi 29

Labano, zio di Giacobbe, aveva due figlie: Lia, la maggiore, e Rachele. Giacobbe chiese a Labano quest’ultima in sposa e Labano acconsentì a patto che prima Giacobbe lavorasse per lui sette anni. Ma al termine Labano, invece, gli dette Lia, dicendo: «Da noi non si usa che la figlia minore vada sposa prima della maggiore. Se vuoi anche Rachele, lavora per me altri sette anni». A quei tempi era lecito che un uomo avesse diverse mogli. Così Giacobbe lavorò per Rachele altri sette anni, perché l’amava molto.  

 

26. PACE TRA I FRATELLI. Genesi 32-33

Giacobbe rimase presso lo zio La­bano quattordici anni, durante i quali aveva lavorato per lui ma anche per sé, ed era divenuto molto ricco in bestiame di varia specie. Decise allora di tornare nella terra di Canaan, che Dio aveva promes­so di dare alla sua discendenza; rac­colse le mogli, i figli e tutte le sue proprietà, e partì. Lungo il cammino fu preso però da grande timore a motivo di suo fratello Esaù, che egli aveva ingan­nato e del quale temeva la vendet­ta. Allora gli mandò in dono duecento capre e venti capri, duecento pecore e venti montoni, trenta cammelle con i loro piccoli, quaranta giovenche e dieci torelli, venti asine e dieci asini. Il giorno dopo egli vide venire verso di lui Esaù con quattrocento uomini: non sapeva se suo fratello aveva gradito il suo dono, e con timore si prostrò sette volte fino a terra davanti a lui, per dimostrargli il massimo rispetto. Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò e lo baciò, ed entrambi si misero a piangere dalla commozione. Giacobbe gli presentò poi le sue mogli e i suoi figli, e quindi riprese­ro ciascuno il proprio cammino.

 

27. GIACOBBE CAMBIA NOME. Genesi 32

Una volta accadde a Giacobbe un episodio misterioso. Era in cammi­no con la sua famiglia e le sue greg­gi, ma si ritrovò solo sulla riva del fiume Iabbok. Era notte, quando un uomo gli si avvicinò e lottò con lui fino all'aurora. A quel punto lo sco­nosciuto stava per allontanarsi, ma Giacobbe comprese che forse il suo avversario era un inviato di Dio. Per questo gli disse: «Non ti lascerò an­dare, se prima non mi avrai bene­detto». Allora quegli lo benedisse e aggiunse: «D'ora in poi non ti chia­merai più Giacobbe, ma Israele».

 

28. I DODICI FIGLI DI GIACOBBE. Genesi 35

Mentre era stato lontano dalla terra di Canaan, Giacobbe, che si chia­mava anche Israele, divenne padre di numerosi figli; altri figli, poi, egli ebbe una volta tornato nella terra che il Signore aveva promesso di dare ai suoi discendenti. Questi sono i nomi dei dodici figli maschi di Giacobbe-Israele: il pri­mogenito, Ruben, poi Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Zàbulon, Dan, Nèftali, Gad, Aser, Giuseppe e Be­niamino. Tutti insieme, con le loro mogli e i loro figli, si stabilirono in Canaan come pastori nomadi.

 

29. GIUSEPPE IL SOGNATORE. Genesi 37

Giacobbe amava Giuseppe più di tutti gli altri suoi figli, perché era il figlio che egli aveva avuto in vec­chiaia dalla sua amata moglie Ra­chele. Era dunque, Giuseppe, il suo figlio più piccolo, perché al tempo in cui si verificarono questi avveni­menti Beniamino, l'ultimo figlio di Giacobbe, non era ancora nato. Giacobbe aveva donato a Giu­seppe una veste con le maniche lunghe, che, in confronto con le corte vesti degli altri, era un abito principesco. I fratelli, vedendo la predilezione di Giacobbe per Giu­seppe, ne divennero invidiosi e non erano più capaci di trattarlo amiche­volmente. Una volta Giuseppe, che era allora un giovanetto e andava a pascolare il gregge con i fratelli, fece un sogno e lo raccontò ai fratelli: «Ho sognato che stavamo nei cam­pi a legare i covoni di grano, quan­d'ecco che il mio covone rimase dritto, mentre i vostri tutt'attorno si inchinavano davanti al mio». Quelle parole resero i fratelli fu­renti, perché a quei tempi i sogni erano considerati un'anticipazione di quello che sarebbe accaduto. Così, tutti adirati, gli risposero: «Pre­tendi forse di diventare più impor­tante di tutti noi, e che noi ci inchi­niamo davanti a te?»

 

30. GIUSEPPE SOGNA ANCORA. Genesi 37

Giuseppe, che aveva allora diciassette anni, fece un altro sogno e questa volta lo raccontò a suo padre e ai suoi fratelli. «Sentite» disse: Ho sognato che il sole la luna e undici stelle si inchinavano davanti a me. Anche il significati di questo nuovo sogno era chiaro. Quella volta fu il padre Giacobbe a parlare: «Che sogno è mai questo? Dovremmo forse io, tua madre e i tuoi fratelli inchinarci davanti a te? Credi forse di diventare tu, il più giovane, più importante di tutti noi? » 

 

31. GIUSEPPE VENDUTO DAI SUOI FRATELLI. Genesi 37

Giuseppe aveva diciassette anni, quando un giorno il padre lo man­dò a vedere come stavano i suoi fratelli, che erano a pascolare le greggi lontano da casa. I fratelli non amavano Giuseppe, perché era il prediletto del padre ed erano con­vinti che egli si ritenesse più impor­tante di loro. Giuseppe camminò a lungo, e finalmente trovò i fratelli a Dotan. Essi lo videro da lontano e, mentre si avvicinava, complottaro­no tra loro: quella doveva essere la volta buona per sbarazzarsi di lui, e decisero di farlo morire. «Lo getteremo in una cisterna» dissero. «Poi racconteremo a nostro padre che una bestia feroce l'ha sbranato!» Ma Ruben, il fratello maggiore tentò di salvarlo. Disse agli altri: «E’ nostro fratello, non uccidiamolo! Gettiamolo in una cisterna, ma non togliamogli la vita». Ruben intende­va infatti tornare poi di nascosto a liberarlo. Quando Giuseppe arrivò, gli tol­sero la bella veste con le maniche lunghe che il padre gli aveva regala­to, lo gettarono in una cisterna vuo­ta e sedettero a mangiare. Alzando gli occhi, i fratelli videro passare una carovana di mercanti. Allora pensarono: «Che guadagno c'è ad ucciderlo? Vendiamolo piut­tosto a quei mercanti». Così fecero: vendettero Giuseppe come schiavo ai mercanti per venti monete d'argento. Poi presero la sua veste, uccisero una capra, ne spruzzarono il sangue sulla veste e la presentarono al padre dicendo: «L'abbiamo trovata; guarda se è la veste di Giuseppe». Il padre Gia­cobbe prese la veste e la riconobbe: allora pianse a lungo, pensando che suo figlio fosse stato sbranato da una bestia feroce. Quella carovana di mercanti era diretta in Egitto. E fu così che Giu­seppe fu condotto in Egitto.

 

 

 

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GIUSEPPE IN EGITTO