INTERVISTA CON SAN GIUSEPPE

Antonio M. Alessi

EDITRICE «I FRATELLI DIMENTICATI» Via Indipendenza, 34 - 35013 Cittadella (PD) - Tel. 049/940.11.05

Caro San Giuseppe

Anzitutto ti chiedo scusa se, dopo tante interviste a perso­naggi celesti e terrestri, mi sono deciso di farne una a te. Forse è stato un po' il timore riverenziale di aprire un colloquio con una persona così schiva da ogni forma di pubblicità, che ha trascorso la vita nel silenzio, nel na­scondimento, ma sempre disponibile a realizzare i piani di Dio ed eseguire quanto ti era comandato.

Solo l'evangelista Matteo dice eri "un uomo giusto" (Mt 1,19), che in termine scritturistico equivale a santo.

Nei Vangeli non compari mai in prima persona, nes­sun evangelista ha riportato una frase, una parola delle molte che sicuramente hai scambiato, durante i tanti anni di convivenza con la tua vergine sposa Maria e il Figlio di Dio che ti è stato affidato e ti chiamava padre.

Eppure sei stato il custode dei tesori più grandi del­l'umanità. La Chiesa, da sempre, ti onora come il più grande dei santi, il patrono di tutto il popolo di Dio. Numerose famiglie religiose, maschili e femminili, han­no in te il loro ispiratore e protettore. Oltre tutto sei an­che il patrono della buona morte verso cui tutti siamo incamminati.

Perdona in anticipo la mia curiosità, il mio deside­rio e quello dei miei lettori di penetrare nel segreto del­la tua vita nascosta, per conoscere qualcuno dei momen­ti più difficili incontrati nel delicato compito che ti è stato affidato.

So che non puoi rivelarmi i sentimenti profondi in­tercorsi tra te e la Madonna, il tuo rapporto con Gesù durante gli anni trascorsi nell'intimità della tua casa. Solo in Paradiso conosceremo il mistero della tua vita. Per ora mi basta solo qualche risposta ai tanti interro­gativi che ti riguardano.

 

L'incontro con Maria

- È vero che sei di stirpe regale, anzi discendente di­retto del re Davide?

- Questo non l'ho mai saputo, lo hanno scritto gli evangelisti Luca e Matteo risalendo l'albero genealogico fino ai nostri capostipiti.

- Matteo partendo da Abramo enumera le 42 gene­razioni fino a Giacobbe, padre di Giuseppe, e risulta che anche Maria discendeva direttamente da Davide.

- Una conferma l'ho avuta quando un Angelo del Si­gnore mi apparve in sogno e mi disse: "Giuseppe, di­scendente di Davide, non avere paura di sposare Ma­ria, la tua fidanzata: il bambino che lei aspetta è ope­ra dello Spirito Santo" (Mt 1,20).

- Sei sempre vissuto a Nazareth?

- La mia famiglia era originaria di Betlemme, anche se poi ci eravamo sparsi un po' dovunque, dalla Galilea alla Giudea.

- Come e quando hai conosciuto Maria, la tua sposa?

- Nel nostro villaggio ci conoscevamo tutti e io sape­vo come Maria era una mia lontana parente.

- Era nata anche lei a Nazareth?

- I suoi antenati possedevano una casa a Gerusa­lemme ed erano venuti qui per sfuggire agli orrori del­la guerra al tempo dei Maccabei. Nella città santa, Ma­ria aveva visto la luce, poi i suoi si erano trasferiti a Seffori, una borgata vicino a Nazareth dove possedeva­no una seconda casa.

Viveva con sua madre Anna, dopo la morte di suo padre Gioacchino. L'avevano avuta in età avanzata. Una incantevole creatura, oggetto di stima e ammira­zione da parte di tutti. La conoscevo fin da bambina e spesso la incontravo quando andava alla fontana o passava davanti alla mia bottega tornando dalla collina.

- Che mestiere facevi?

- Il falegname e il lavoro non mi mancava: tavoli, panieri, manici, attrezzi da lavoro, aggiustare e ripara­re attrezzi vari.

- Eri un benestante, avevi una bella casa?

- Sono sempre stato un lavoratore come tanti altri e la mia casa, ai margini del paese, era una modesta abi­tazione che tenevo con cura.

- Quando è avvenuto il tuo fidanzamento?

- Il tutto avveniva nel pieno accordo tra genitori e parenti. Anna fu ben felice di affidarmi Maria, diven­tata ormai donna e quindi bisognosa di un marito che la proteggesse e ne avesse cura.

 

Fidanzamento e matrimonio

- In che cosa consisteva il fidanzamento?

- Un impegno solenne, con contratto scritto, che im­plicava alcuni doveri, tra cui il deposito di una somma di denaro, che restava a disposizione della donna nel caso il fidanzato non avesse mantenuto il patto o per la morte del marito.

- Quanto durava questo periodo?

- Anche un anno. Durante questo tempo la sposa preparava il corredo e lo sposo adempiva il complicato contratto matrimoniale, dove era stabilita la dote e la proprietà della sposa e diversi doveri giuridici.

- Quindi non abitavano insieme?

- Assolutamento no, anche se si incontravano in casa dei parenti. Solo dopo il rito, celebrato con grande solen­nità, la sposa andava ad abitare nella casa del marito.

- Questo fidanzamento ufficiale creava degli obblighi?

- Molti e anche gravi. Da quel momento la donna veniva chiamata "sposa"; se il fidanzato fosse morto pri­ma del matrimonio era considerata "vedova" e nel caso avesse avuto rapporti con un uomo, era considerata "adultera" e, secondo la legge di Mosè, condannata a morte.

- Quindi una situazione grave, quando Maria si ac­corse di essere incinta, di attendere un figlio?

- Terribile, sconvolgente per lei e per me: non sape­vamo come comportarci.

- Maria ti ha rivelato che attendeva un figlio?

- Non poteva, solo più tardi mi ha fatto conoscere il suo segreto, l'incontro con l'angelo. Chi mai avrebbe po­tuto credere di aver concepito il Figlio di Dio, il Salva­tore del mondo per opera dello Spirito Santo?

- Eppure nella vostra storia esisteva una chiara pro­fezia di Isaia: "Ecco una vergine, sarà incinta, partori­rà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che signifi­ca "Dio con noi" (Is 7,14).

- La conoscevamo tutti, ma nessuno avrebbe potuto pensare che Dio aveva scelto lei, una povera fanciulla di Nazareth, per dare alla luce il Messia promesso, l'at­teso dei secoli!

 

Il segreto di Maria

- Quando ti sei accorto della maternità della tua sposa?

- Al suo ritorno dalla casa di Elisabetta da Ain Ca­ren, due ore da Gerusalemme, dove l'avevo accompa­gnata per aiutare sua cugina Elisabetta, sposa di Zac­caria, che aveva miracolosamente concepito un figlio, malgrado l'età avanzata. Vi era rimasta oltre tre mesi,

fino alla circoncisione del piccolo Giovanni, destinato a diventare il precursore di nostro figlio.

- Che cosa hai fatto quando hai compreso che la tua sposa era rimasta incinta?

- Dapprima mi rifiutai di credere: possibile, la crea­tura più pura, più santa, la mia sposa, attendeva un fi­glio concepito contro la legge, fuori del matrimonio?... Avevo poche soluzioni, tutte inaccettabili: deferirla ai tribunali come adultera, con terribili conseguenze per lei; darle nascostamente, davanti a due testimoni, il li­bello di ripudio, tacendo il vero motivo del mio rifiuto; abbandonarla a sé stessa allontanandomi di nascosto... Tutte soluzioni che l'avrebbero disonorata per sempre. Mi accorsi che anche lei soffriva terribilmente in silen­zio. Non ci rimaneva che pregare, confidare in Dio; ero sicuro che sarebbe intervenuto per difendere l'onore e la vita della mia sposa.

- E Dio intervenne realmente?

- Sì, una notte, mentre dormivo, l'angelo del Signore mi comparve in sogno e mi disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non aver paura di sposare Maria, la tua fidan­zata: il bambino che lei aspetta è opera dello Spirito Santo. Maria partorirà un figlio e tu gli metterai nome Gesù, perchè lui salverà il suo popolo da tutti i pecca­ti" (Mt 1,20-21).

- Che cosa hai provato in quel momento?

- Una gioia immensa, sentimenti di gratitudine pro­fondi che mi accompagneranno durante tutta la vita per avermi dato per sposa la più eletta tra le creature e chiamato me, un povero falegname, a diventare pa­dre del suo figlio divino.

- Ma tu non sei veramente padre di Gesù?

- In forza del matrimonio che ci ha uniti per sem­pre, siamo diventati entrambi genitori di Cristo, davanti alla legge e al comando di Dio, che mi aveva ordina­to di registrarlo e chiamarlo Gesù, anche se non era mio figlio naturale.

 

Dio nasce in una stalla

- Dopo il matrimonio Maria è venuta ad abitare nel­la tua casa?

- Subito e ci preparavamo al grande evento, la na­scita del Salvatore, quando un editto dell'imperatore ro­mano Augusto venne a sconvolgere i nostri piani. Il de­creto ordinava il censimento e tutti i sudditi dovevano andare a fare iscrivere il loro nome nei registri, ciascu­no nel proprio luogo di origine (Le 2,3). Eravamo così costretti a recarci a Betlemme, la città del re Davide di cui eravamo discendenti.

- Ma non eravate obbligati a obbedire a una disposi­zione di un'autorità straniera e per di più pagana.

- Il nostro popolo era allora dominio di Roma e nes­suno avrebbe potuto disobbedire a un preciso ordine dell'imperatore.

- Così avete intrapreso un lungo viaggio?

- Lungo e disagiato, anche perché si avvicinava per Maria l'ora del parto. Fummo costretti a viaggiare lun­go sentieri disagiati, durante cinque lunghi giorni con varie tappe, a Gienin, Naplusa, El-Bire, Gerusalemme. Maria a dorso del nostro asinello, io accanto a lei gui­dando la nostra cavalcatura.

- Passando dalla città santa avete fatto una visita al tempio?

- Non potevamo mancare di ringraziare insieme Dio del gran dono che faceva all'umanità, tanto più che Betlemme distava solo otto chilometri da Gerusalemme.

Abbiamo pregato a lungo perché il Signore ci assistes­se nella grande missione affidataci.

- E a Betlemme nessuno vi ha accolto in casa, pur essendo la vostra terra di origine?

- Non avevamo più alcun parente a cui rivolgerci, e in quei giorni i forestieri, arrivati per il censimento, oc­cupavano tutti i posti disponibili, compreso il caravan­serraglio, una specie di albergo che serviva di sosta e ristoro per le carovane in transito.

Vedendo il volto preoccupato e sofferente della mia sposa, chiesi se vicino si potesse trovare almeno una stalla, un luogo dove trascorrere la notte, molto fredda perché Betlemme sorge su una collina a 850 metri. Ci avviammo lungo un sentiero e trovammo rifugio in una grotta-stalla, scavata nella roccia, dove i contadini cu­stodivano gli animali e deponevano il foraggio. In quel­l'antro Maria diede alla luce il Figlio di Dio, il Creato­re e padrone dell'Universo.

 

Il soggiorno a Betlemme

- Che cosa hai provato quando hai visto il Bambino? - Una emozione profonda; mi sono prostrato ad ado­rarlo, a ringraziare Dio di avere mandato suo Figlio a realizzare le promesse e le attese del nostro popolo.

- Ma non hai dubitato che quella piccola creatura fosse realmente Dio?

- Sì, durante le lunghe ore di attesa accanto a Maria, mi sono chiesto tante volte come era possibile che il re dell'universo potesse nascere in quel tugurio come il più misero dei mortali. Ma scacciavo subito questo pensiero; chi ero io per chiedere conto a Dio del suo operato?

Sia Maria che lo aveva concepito e io stesso nel so­gno ero stato rassicurato che quel bimbo era veramen­te 1'Emmanuele, Dio con noi.

- Poi sono arrivati i pastori...

- Quella stessa notte, mentre erano di guardia ai loro greggi, "un angelo del Signore si presentò loro e la gloria del Signore li avvolse di luce, così che essi abbe­ro una grande paura. L'angelo disse: non temete! Vi porto una grande notizia che procurerà grande gioia a tutto il popolo: oggi nella città di Davide è nato il vo­stro Salvatore, il Cristo Signore" (Le 2,9-11).

Giunsero in fretta recando i loro doni, di cui aveva­mo tanto bisogno, poi se ne andarono divulgando dap­pertutto quanto avevano visto e udito.

- Poi avete potuto trovare una casa più accogliente della grotta?

- Sì, dopo la propaganda dei pastori, che raccontava­no a tutti l'incontro con gli angeli e con il Bambino nel­la grotta, molti ci offrirono ospitalità nelle loro case. Abbiamo accettato quella di un nostro lontano parente. - Non siete tornati subito a Nazareth?

- Non si poteva affrontare quel lungo viaggio con un neonato e la mia sposa ancora sconvolta da quanto ac­caduto. Inoltre bisognava osservare il rito della circon­cisione e quello della purificazione.

- Così vi siete fermati a Betlemme?

- Avevo subito trovato del lavoro, un buon falegna­me non è mai disoccupato. La gente di Betlemme è molto ospitale, ci vennero incontro con generosità, so­prattutto mi procurarono molto lavoro, che mi permise di mantenere la mia famiglia senza difficoltà. Maria era tutta occupata con il bambino e a ricevere anche le molte persone che venivano a visitarci.

 

I riti della legge

- Perché avete fatto circoncidere il Bambino?

- Era una disposizione della legge, Dio aveva detto ad Abramo: "Tu e i tuoi discendenti, dovrete rispettare il mio patto. Vi impegnerete a circoncidere ogni maschio tra voi. Ogni vostro maschio di generazione in generazione, quan­do avrà otto giorni, verrà circonciso" (Gn 17,9-12).

- Che significato aveva?

- Il rito era molto diffuso tra i popoli antichi, ma per noi aveva un significato particolare, era il segno della nostra appartenenza al popolo di Dio: "Così il mio pat­to perpetuo sarà segnato nel vostro corpo" (Gn 17,13).

In questa circostanza si imponeva il nome al bambi­no, compito che toccava al padre. Il nome mi era stato imposto dall'angelo: "Tu gli metterai nome Gesù perché salverà il suo popolo da tutti i peccati" (Mt 1,21).

- In che consisteva il rito della purificazione?

- Lo prescriveva la legge di Mosè; quaranta giorni dopo il parto la madre doveva presentarsi al tempio con il figlio: "per essere purificata dal sangue perduto du­rante il parto", recando in dono un agnello per il riscat­to del figlio. Ogni primogenito veniva offerto al Signore come primizia della famiglia e come affermazione che eravamo proprietà del Signore. Se poveri, al posto del­l'agnello, bastava recare in dono due piccioni o due tor­tore (Lc 2,22-24).

- Ma la tua sposa non doveva sottostare a questi riti, era vergine e madre di Dio?

- Mai ci saremmo permessi di disobbedire a una pre­scrizione della legge, quindi ci siamo recati al tempio nel giorno stabilito, presentandoci ai sacerdoti e facen­do la nostra offerta.

- Qui mi pare avete avuto un duplice incontro.

- Il primo con Simeone, "un uomo retto, pieno di fede in Dio che aspettava con fiducia la liberazione di Israele. Lo Spirito Santo gli aveva rivelato che non sarebbe morto prima di aver veduto il Messia" (Mt 2,25). Ci incontrò al­l'entrata del tempio, prese il bambino tra le braccia e rin­graziò il Signore con una bella preghiera, che i sacerdoti recitano ogni sera a chiusura della giornata.

- L'altra era una donna...

- Una profetessa, Anna, figlia di Zanuele della tribù di Azer. Rimasta vedova, viveva nel tempio e "serviva Dio giorno e notte con digiuni e preghiere. Arrivò in quello stesso momento e si mise a ringraziare il Signo­re, parlando del bambino a tutti coloro che aspettavano la liberazione di Gerusalemme" (Le 2,37-38).

 

L'arrivo dei Magi

- Dopo questi incontri avete fatto ritorno a Bet­lemme?

- Avevo un buon lavoro, d'accordo con Maria deside­ravamo che il bambino si irrobustisse prima di affron­tare il viaggio fino a Nazareth, dove tutti ci attendeva­no. Ma il Signore aveva disposto diversamente, l'arrivo dei Magi sconvolse tutti i nostri piani.

- Chi erano?

- Studiosi, provenienti dalla Persia. Scrutatori degli astri, a conoscenza delle Scritture, una sera videro una nuova stella, più luminosa di tutte e compresero che una luce nuova splendeva nel cielo: l'atteso dei secoli era entrato nel mondo. Raggiunta Gerusalemme, centro della religione ebraica, chiesero dove era nato il Mes­sia, il re dei re: erano venuti ad adorarlo.

L'arrivo di questi dotti mise in allarme il crudele Erode, sospettoso di tutti, fino a far uccidere la sposa Marianne e i suoi due figli, con tutti coloro che temeva gli insidiassero il trono.

- Come mai si rivolsero a lui?

- La voce si era diffusa, anche perché andavano chiedendo: "Dove si trova quel bambino, nato da poco, il re dei Giudei? In oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti qui per onorarlo" (Mt 2,1-2).

Il re molto allarmato "appena lo seppe, radunò tutti i capi dei sacerdoti e i maestri della legge, chiedendo in qual luogo doveva nascere il Messia. Gli risposero: a Betlemme, nella regione della Giudea".

Il profeta Michea lo aveva detto chiaramente: "Tu Betlemme, del paese di Giudea, non sei certo la meno importante tra le città della Giudea, perché da te usci­rà un capo che guiderà il mio popolo, Israele" (Mt 2,4-6). - Che cosa fece Erode?

- Invitò i Magi a cercarlo, tornando poi a riferire ogni cosa, perché anche lui sarebbe andato a onorarlo. Ma ben altro era il disegno del crudele monarca che non aveva esitato a massacrare i suoi stessi familiari. I Magi, intanto, sempre guidati dalla stella misterio­sa, giunsero fino alla casa dove eravamo noi. "Videro il bambino e sua madre Maria. Si inginocchiarono e ado­rarono il Bambino.

Poi aprirono i bagagli e offrirono i loro regali: oro, incenso e mirra. Più tardi, Dio, in sogno, li avvertì di non ripassare dal re Erode, per cui presero un'altra strada e ritornarono ai loro paesi" (Mt 2,11-12).

Si scatenò allora la ferocia del re. Sentendosi ingan­nato, "ordinò di uccidere tutti i bambini di Betlemme e dintorni dai due anni in giù" (Mt 2,16), sicuro così di eliminare un presunto pretendente al trono.

 

Fuga nella notte

- Come siete riusciti a sottrarvi al massacro?

- Durante la notte "l'Angelo di Dio mi apparve e dis­se: alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fug­gi in Egitto. Erode sta cercando il bambino per uccider­lo. Tu devi rimanere là fino a quando io non ti avverti­rò" (Mt 2,13).

- Che cosa hai fatto allora?

- Era notte ed ero terrorizzato. Il crudele Erode non avrebbe certo temuto di uccidere il Figlio di Dio. Sve­gliai subito Maria, raccogliemmo le cose più necessarie per affrontare il viaggio; l'aiutai a salire sull'asinello con il bambino che dormiva ignaro tra le sue braccia e ci allontanammo in fretta, silenziosi senza avvisare nes­suno.

- Una fuga precipitosa...

- Con il terrore di essere inseguiti dagli sgherri del re, il quale aveva sguinzagliato le sue guardie ucciden­do senza pietà tanti innocenti, gettando nella dispera­zione tante famiglie.

- Ma non hai pensato che Dio, con le sue legioni di angeli, avrebbe protetto suo Figlio, senza dover fuggire? - Un pensiero che ci ha accompagnato lungo tutto il viaggio, ma come potevo io, povera creatura, scrutare e tanto meno giudicare i disegni dell'onnipotente Iddio? Il comando dell'angelo era stato perentorio, a me toccava solo obbedire e sentivo tutta la responsabilità di mette­re al sicuro le creature che mi erano state affidate.

- È stato un viaggio lungo e difficile?

- Durato molti giorni, sempre con la paura che le guardie di Erode potessero raggiungerci. Per questo evi­tavamo le strade più frequentate, facendo numerose tappe per non stancare troppo Maria e il bambino, che bisognava portare in braccio, alternandoci. In un gior­no siamo arrivati a Ebron, due giorni dopo a Gaza, di qui abbiamo raggiunto Rinocolura, sull'altra sponda del torrente che segna il confine con l'Egitto. Finalmente eravamo al sicuro.

- Come vi siete trovati in questo paese?

- Una terra ospitale, dove abitavano molti ebrei. Non ci fu difficile, con i risparmi che avevo portato, trovare una casetta. Il mestiere che conoscevo bene mi procurò presto clienti, prima tra i connazionali e poi anche da­gli Egiziani, così potei provvedere con il mio lavoro a tutte le nostre necessità.

- Quando hai saputo della morte di Erode?

- Dalle carovane in transito. Era morto a Gerico al­l'età di 70 anni, dopo mesi di agonia, roso dai vermi, urlando di dolore, avvolto dall'odore spaventoso del suo corpo in decomposizione.

 

Ritorno a casa

- Quando avete deciso di tornare a casa?

- Attendevo un segno del Signore e una notte l'an­gelo mi apparve nuovamente in sogno e mi disse: "Al­zati, prendi il bambino e sua madre e torna con loro nella terra di Israele, perché ormai sono morti quelli che cercavano di farlo morire" (Mt 2,20). Con Maria siamo stati subito d'accordo di rientrare nella nostra casa a Nazareth, ne sentivamo la nostalgia.

- Un viaggio ben diverso dalla fuga notturna?

- Eravamo meglio equipaggiati e non più sospinti dal­la fretta e dalla paura. Ora anche il bambino era cresciu­to e ogni tanto voleva camminare con noi tenendoci per mano, incuriosito da tutto quello che incontravamo.

Abbiamo seguito la via costiera, a brevi tappe, evi­tando Gerusalemme dove regnava Archelao, altro figlio di Erode, che non era migliore del padre. Siamo così giunti a Nazareth in Galilea, accolti festosamente dai parenti e da tutta la gente che avevano conosciuto le peripezie trascorse durante quegli anni.

- Come si è comportato Gesù accanto a voi in questi anni?

- Come tutti i bambini di quel tempo: cresceva in età, robusto, vivace, pieno di vitalità. Partecipava in tutto alla vita dei compagni della sua età.

- Non si notava in lui qualcosa di straordinario?

- Dalla nascita alla morte, ha voluto sempre essere in tutto simile agli altri uomini: giocava, rideva, pian­geva come tutti i fanciulli. Si notava solo una grande sensibilità verso la natura, che ammirava e rispettava come dono del Creatore e verso i poveri, i malati, i sof­ferenti. Con sua mamma era felice di andarli a visita­re e aiutare.

- Che cosa faceva in casa?

- Quando era piccolo andava con Maria ad attingere l'acqua alla fontana, l'aiutava a macinare il grano, im­pastare e cuocere il pane e tanti piccoli servizi che oc­cupano la giornata di una donna. Molto tempo lo pas­sava anche nella mia bottega, giocando con i trucioli, o pezzi di legno che raccattava.

- È andato a scuola?

- Seguiva in tutto la vita della comunità. Alla sina­goga, oltre alla preghiera in comune al sabato, frequen­tava la scuola tenuta dal rabbino, imparando a leggere e scrivere sui testi delle Sacre Scritture.

L'alfabeto ebraico è composto da 22 consonanti, le vocali si imparano dalla viva voce dell'insegnante.

- Vi ha mai dato dispiaceri?

- Era obbedientissimo, ma una volta ci ha procurato un grande dolore.

 

Tre giorni di angoscia

- Racconta, che cosa avvenne?

- La Pasqua per noi ebrei è la più grande solennità dell'anno: ricorda la liberazione dalla schiavitù del­l'Egitto. Dio era intervenuto direttamente per costringe­re il Faraone a lasciarci liberi per tornare alla terra promessa ai nostri padri, sotto la guida di Mosé. Si ce­lebrava il primo mese dell'anno, nel primo plenilunio di primavera, corrispondente a marzo-aprile.

- Dove si celebrava?

- Nella città santa, a Gerusalemme e tutti gli uomi­ni dai 13 anni in su, erano tenuti a recarvisi in pelle­grinaggio. Spesso, se la distanza non era troppa, vi an­davano le famiglie al completo. Generalmente dai vari paesi e villaggi si organizzava insieme il viaggio, aiu­tandoci a vicenda. Io, con Maria, ci andavo ogni anno, lasciando ai parenti in custodia il piccolo Gesù; ma ver­so i 12 anni egli ci chiese con insistenza di partecipar­vi e noi abbiamo voluto accontentarlo. (Le 2,41-50).

- Come era organizzato il viaggio?

- Data la distanza, si faceva in quattro tappe, alla media di 30-35 chilometri al giorno. Si caricavano le provviste sugli asini, dove prendevano anche posto gli anziani e i più deboli, gli altri procedevano a piedi, di­visi in gruppi.

Siamo partiti da Nazareth tutti insieme, pregando e cantando inni religiosi. Generalmente gli uomini prefe­rivano stare da soli, scambiandosi notizie, riguardanti il lavoro, l'economia e la politica; altrettanto le donne; i giovani spesso ci precedevano giocando e rincorrendo­si. Alla sera ci si riuniva tutti per trascorrere la notte nell'accampamento improvvisato. Tutto andò bene, com­presi i giorni trascorsi a Gerusalemme nelle varie pra­tiche di culto prescritte. I guai cominciarono al ritorno. - Che cosa accadde?

- Al ritorno la carovana si ricompose, dividendosi nei vari gruppi, come all'andata. Solo a sera, riunendosi le famiglie, ci siamo accorti che mancava Gesù. Lo abbia­mo cercato affannosamente, nessuno lo aveva visto. Io mi sentivo terribilmente responsabile. Sicuramente era rimasto in città in mezzo alla folla, proveniente da ogni parte della Palestina.

Solo dopo tre giorni di ricerche lo trovammo in una sala del tempio, intento a discutere con i dottori della Scrittura, sbalorditi dalle domande e risposte che dava. - Lo avete rimproverato?

- Maria, che tanto aveva sofferto, gli disse: "Figlio mio, perché ti sei comportato così con noi. Vedi tuo padre e io ti abbiamo tanto cercato e siamo stati molto preoccupati per causa tua". Ci diede una risposta che ci lasciò sbalorditi: "Perché cercarmi tanto? Non sapevate che io devo essere nella casa del Padre mio?" (Le 2,48-49).

 

Il Figlio del falegname

- Che effetto vi hanno fatto queste parole?

- Abbiamo compreso che Gesù non apparteneva a noi. Era il Figlio di Dio, mandato per realizzare il pia­no salvifico del Padre. Noi dovevamo solo proteggerlo, custodirlo, fino al giorno in cui avrebbe dato inizio alla missione per la quale si era fatto uomo.

- Passeranno molti anni prima di dare inizio alla sua attività messianica?

- Sì, molti e io non vidi il giorno, quando, salutata la madre, si avviò per riconquistare il popolo a Dio.

- Come trascorreva Gesù la sua giornata?

- Da piccolo molto tempo con la mamma, poi venne a bottega con me, imparando ben presto il mestiere, di­ventando un abile falegname, capace di sostituirmi in tutto; anzi passavo a lui le commesse più importanti. Tutti lo conoscevano come "il figlio del falegname". Le ore libere le trascorreva per qualche lavoretto in casa o nella famiglia di mio fratello Cleofa, giocando con i cu­gini: Giacomo, Giuseppe, Simone, Giuda. La moglie di mio fratello si chiamava anche lei Maria e le due don­ne andavano perfettamente d'accordo.

- Non ti è mai venuto in mente che Gesù, continuan­do a segare, piallare, inchiodare legno, perdeva tempo? - Il lavoro non è mai perdere tempo, è obbedire al comando di Dio, un servizio alla propria famiglia e al bene degli altri. Certo, tante volte, anche con Maria, ci chiedevamo quando Gesù avrebbe iniziato la missione che il Padre gli aveva affidato. Ma non toccava a noi scrutare i disegni di Dio, tanto meno chiedergli conto del suo modo di agire. Il nostro compito era obbedire, fare in ogni momento quello che il Signore ci chiedeva. - Così non hai potuto essere presente all'inizio della sua missione, assistere a qualcuno dei suoi miracoli?

- No, il Signore mi ha chiamato prima alla gioia del Paradiso. Avevo compiuto quanto mi era stato chiesto, ora potevo ripetere anch'io la preghiera del vecchio Si­meone al tempio, quando accolse Gesù tra le braccia: "Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace, se­condo la tua parola, perché i miei occhi hanno contem­plato il Salvatore promesso" (Lc 2,29-30).

- E hai avuto la fortuna di morire assistito dalla tua sposa e dal Figlio di Dio!

- Certo una grande grazia, un premio oltre ogni me­rito per avere compiuto fedelmente l'impegno affidato­mi: proteggere i due tesori più grandi offerti da Dio al­l'umanità.

 

Il Santo più santo

- Scusami San Giuseppe se oso farti ancora qualche domanda. Che cosa hai fatto per essere il più grande santo del nuovo popolo di Dio. Oltretutto non hai mai fat­to alcun miracolo.

- Anzitutto i miracoli li fa solo il Signore. La santità non consiste nel far miracoli. Io ho semplicemente credu­to in Dio, mi sono fidato di lui, ho cercato di dirgli di sì anche nei momenti più difficili. Ero sicuro che Dio non mi avrebbe mai deluso. La mia vita è stata tutta una pe­regrinazione nella fede, sostenuta dalla preghiera.

- Il matrimonio con Maria ti ha reso modello, protet­tore di ogni famiglia cristiana.

- La famiglia è il fondamento della vita e della socie­tà. Le nozze con Maria hanno consacrato questo impegno sponsale, divinizzato dallo Spirito Santo, che la rese ma­dre pur rimanendo sempre vergine. Tutto questo ha su­blimato tutto ciò che c'è di bello, anzi santo nell'amore tra gli sposi, una comunione di amore sull'esempio del­l'amore infinito che unisce le tre Persone divine in un solo Dio.

- Ma la verginità di Maria non è in contraddizione con gli scopi del matrimonio?

- Anzi presentano meglio il mistero dell'alleanza di Dio con il suo popolo, la comunione di amore di Dio con gli uomini: la Chiesa, vergine sposa e madre feconda, che genera i figli di Dio. Gesù incarnandosi è entrato nella

storia umana e lo ha fatto in una famiglia in cui io vero sposo della Madre, accettavo la paternità umana del Fi­glio di Dio.

- Sei stato proclamato patrono dei lavoratori, per qua­le motivo?

- Per ridare alla fatica dell'uomo, affidata prima agli schiavi, sfruttati senza alcuna dignità e diritto, un valore di redenzione e salvezza.

I lunghi anni della vita nascosta di Gesù lavoratore accanto a me nella mia umile bottega, hanno reso sacra l'attività umana necessaria alla vita e al benessere di tut­ta l'umanità. L'umile lavoro esercitato da me e da Gesù, sono la prova come per farsi santi non occorressero gran­di opere, ma virtù semplici, comuni alla maggior parte degli uomini.

- Quale Papa ti ha dichiarato patrono della Chiesa universale?

- Pio IX, per ottenere il mio particolare aiuto nei tem­pi difficili che attraversava la Chiesa. Come custode del­la divina Famiglia, mi impegnava a difendere questa ma­dre di tutti i credenti dai pericoli che la minacciavano. E Giovanni Paolo II, con la sua Esortazione Apostolica del 30 dicembre 1988 mi chiedeva un particolare aiuto per la rievangelizzazione di quei paesi e nazioni, dove la religio­ne e la vita cristiana non sono più fiorenti come un tem­po, anzi sono messi a dura prova da ostilità e persecu­zioni.

- Grazie, caro San Giueseppe, continua ad assistere e proteggere la Chiesa e ciascuno di noi fino al giorno in cui ci troveremo per sempre uniti nella beata eternità.

FINE

 

Preghiera a San Giuseppe

A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ri­corriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, dopo quello della tua santissima Sposa.

Deh, per quel sacro vincolo di carità che ti strinse all'Immacolata Vergine Madre di Dio, e per l'amore pa­terno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo sangue, e col tuo potere e aiuto sovvieni ai nostri bisogni.

Proteggi, o provvido custode della divina Famiglia, l'eletta prole di Gesù Cristo; cessa da noi, o Padre amantissimo, cotesta peste di errori e di vizi che am­morba il mondo; ci assisti propizio dal cielo in questa lotta col potere delle tenebre, o nostro fortissimo protet­tore; e come un tempo scampasti dalla morte la minac­ciata vita del pargoletto Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità; e stendi sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, acciocchè a tuo esempio, e mercè il tuo soccorso, possiamo virtuo­samente vivere, piamente morire, e conseguire l'eterna beatitudine in cielo. Così sia.

(Papa Leone XIII)

 

Invocazioni

Gesù, Giuseppe, Maria a voi affido la vita mia! Gesù, Giuseppe, Maria assistetemi nell'ultima agonia! Gesù, Giuseppe, Maria,

spiri in pace con voi l'anima mia!

 

A San Giuseppe

O San Giuseppe, custode di Gesù, sposo purissimo di Maria,

che hai trascorso la vita nell'adempimento perfetto del dovere, sostentando col lavoro delle tue mani la sacra Famiglia di Nazareth, proteggi propizio noi che, fiduciosi ci rivolgiamo a te. Tu conosci le nostre aspirazioni, le nostre angustie e le nostre speranze: a te ricorriamo, perché sappiamo di trovare in te chi ci protegge. Anche tu hai sperimentato la prova, la fatica, la stanchezza; ma il tuo animo, ricolmo della più profonda pace, esultò di gioia per l'intimità con il Figlio di Dio a te affidato, e con Maria, sua dolcissima madre. Aiutaci a comprendere che non siamo soli nel nostro lavoro, e saper scoprire Gesù accanto a noi, accoglierlo con la grazia e custodirlo fedelmente come tu hai fatto.

E ottieni che nella nostra famiglia tutto sia santificato nella carità, nella pazienza, nella giustizia e nella ricerca del bene. Amen.

(Papa Giovanni XXIII)