LA SACRA BIBBIA ILLUSTRATA E RACCONTATA A BAMBINI E RAGAZZI

Giuseppe, il giovane che i suoi fratelli avevano vendu­to ai mercanti, da questi ul­timi era stato condotto in Egitto e rivenduto a Potifar. Potifar era un uomo importante in Egitto; era il capo delle guardie del Faraone. Egli prese a ben volere Giuseppe, per­ché vedeva che era un giovane serio, attento a svolgere bene il suo lavoro, e allora gli affidò la direzio­ne della sua casa. Giuseppe pensava spesso a casa sua, a suo padre, ora che era schia­vo in un paese straniero. Ma la sua situazione peggiorò ulteriormente quando la moglie di Potifar volle fargli del male e lo accusò, davanti al marito, di essersi comportato in maniera disonesta. Non era vero, ma Potifar credette alla moglie e fece cacciare Giuseppe in prigione. Dopo qualche tempo furono im­prigionati con Giuseppe anche il capo dei coppieri e il capo dei pa­nettieri del Faraone. Questi suoi compagni una notte fecero un so­gno, ma non sapevano interpretar­ne il significato. Fu Giuseppe a dare loro la spiegazione. Il capo dei coppieri raccontò: «Ho sognato una vite con tre tralci sui quali maturavano i grappoli; io presi l'uva, la spremetti nella coppa e la diedi in mano al Faraone». Giusep­pe spiegò: «I tre tralci sono tre gior­ni: fra tre giorni il Faraone ti libererà dalla prigione e ti ridarà la tua cari­ca come prima. E allora, ti prego di ricordarti di me: dì al Faraone che io sono innocente!» lì capo dei panettieri allora rac­contò anch'egli il suo sogno: «Por­tavo sulla testa tre canestri di pane bianco e di dolci per il Faraone, ma gli uccelli calavano sui canestri e ne mangiavano il contenuto». Giusep­pe gli disse: «So che cosa significa. I tre canestri sono tre giorni: fra tre giorni il Faraone deciderà la tua sor­te, e ti farà impiccare». Le cose andarono proprio come Giuseppe aveva detto. Ma il capo dei coppieri si dimenticò di Giusep­pe e non fece nulla per liberarlo. Trascorsero due anni, dopo i quali il Faraone fece un sogno. Gli parve di trovarsi presso il Nilo, il grande fiume da cui dipende la vita dell'Egitto. Dal fiume uscirono pri­ma sette vacche grasse, che si mise­ro a pascolare; poi uscirono sette vacche  magre,  che  divorarono quelle grasse. Sognò ancora sette spighe, belle e piene, che spuntava­no da un unico stelo; ma dopo spuntarono sette spighe vuote, che inghiottirono quelle piene. Quando si svegliò, il Faraone convocò tutti i sapienti del suo re­gno perché gli spiegassero i due so­gni, ma nessuno lo seppe fare. Allo­ra il capo coppiere si ricordò di Giu­seppe, e disse al Faraone: «Ho conosciuto in carcere un giovane ebreo, che interpretò esattamente un mio sogno». Il Faraone mandò a chiamare Giuseppe, gli narrò quello che ave­va sognato e Giuseppe gli disse: «I due sogni hanno uno stesso signifi­cato: Dio ti fa sapere quello che sta per accadere. Il paese d'Egitto co­noscerà sette anni di abbondanza, cui seguiranno sette anni di carestia. Provvedi dunque a trovare un uomo intelligente e capace, che rac­colga tanti viveri durante i primi set­te anni, da distribuire poi nei sette anni di carestia, quando altrimenti non ci sarà nulla da mangiare». Il Faraone rispose: «Hai parlato bene, e Dio è con te perché ti ha rivelato tutte queste cose. Tu dun­que sei l'uomo adatto. Ecco: io ti do ogni potere, e tutti in Egitto do­vranno obbedire a te; dopo di me, tu sarai l'uomo più importante del regno». E così Giuseppe divenne vi­ceré dell'Egitto; il Faraone gli dette il suo anello, lo rivestì di abiti lus­suosi e gli mise intorno al collo un monile d'oro. Durante i sette anni di abbondan­za Giuseppe ammassò ogni quanti­tà di grano e di altri viveri, sicché quando venne la carestia in Egitto nessuno soffriva la fame, anzi veni­vano anche dai paesi vicini a com­perare grano. Lo stesso fecero i fra­telli di Giuseppe, perché la carestia si era abbattuta anche nella terra di Canaan. Essi non sapevano quale sorte era toccata a Giuseppe, e quando si presentarono davanti a lui, poiché egli era vestito all'egizia­na, non lo riconobbero. Li riconobbe però Giuseppe il quale, senza parere, si informò di loro e di come stesse il padre Gia­cobbe e il fratello minore Beniami­no; anzi, con un pretesto, li costrin­se a tornare una seconda volta, portando Beniamino con sé. Quando li ebbe tutti davanti, Giuseppe si commosse profonda­mente e decise che era il momento di farsi riconoscere. Disse: «Io sono Giuseppe, il vostro fratello che voi avete venduto. Ma ora non temete e non rattristatevi, perché è stato il Signore a disporre che io venissi qui prima di voi, per permettere che tutta la nostra famiglia sopravviva alla carestia». I fratelli, a quella rivelazione, fu­rono presi da grande paura perché temevano che Giuseppe si vendicasse di loro. Ma egli li rassicurò di nuovo e disse: «La carestia durerà ancora cinque anni; andate dunque a prendere mio padre, e le vostre mogli e i vostri figli e trasferitevi in Egitto: io vi darò una terra dove po­trete vivere in pace». Genesi 39-45.

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GLI EBREI VANNO IN EGITTO Genesi 46

Giuseppe, il viceré d'Egitto, voleva che tutti i suoi familiari si salvassero dalla carestia; per questo dovevano trasferirsi dalla terra di Canaan, dove abitavano, in Egitto, dove egli poteva assicurare loro il necessario per vivere. Suo padre, il vecchio Giacobbe, si chiese se era bene lasciare la terra di Canaan, quella terra che il Signo­re Dio aveva promesso a lui e ai suoi discendenti. Giacobbe non sapeva come comportarsi; ma il Signore Dio gli venne in aiuto. Una notte, Giacob­be ebbe una visione e Dio gli disse: «Io sono il Signore, Dio di tuo pa­dre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo, e un giorno io farò tornare il tuo grande popolo in que­sta terra di Canaan». Giacobbe allora radunò tutti i suoi figli, le loro mogli e i loro bam­bini, con il bestiame e tutte le altre ricchezze che si erano acquistati nel­la terra di Canaan, e scese in Egitto. Gli Ebrei che scesero in Egitto era­no in tutto settanta persone. Gia­cobbe si fece precedere dal figlio Giuda, il quale si recò da Giuseppe ad annunciargli l'arrivo di tutta la famiglia di Giacobbe, in accordo con i suoi desideri.

 

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GIACOBBE E IL FARAONE Genesi 47

Settanta persone, l'intera famiglia di Giacobbe giunsero in Egitto. Giu­seppe, che non vedeva il padre da molti anni, fece attaccare il suo car­ro e gli andò incontro. Appena Giuseppe vide il padre, gli si gettò al collo e pianse a lungo dalla commozione. Giacobbe era non meno commosso, e gli disse: «Ora posso anche morire, perché ho visto che sei ancora vivo!» Giuseppe annunciò: «Vado ora ad informare il Faraone in persona dell'arrivo di mio padre e dei miei fratelli con le mogli e i figli». Il Faraone disse a Giuseppe: «Il paese d'Egitto è a tua disposizione: fa' risiedere tuo padre e i tuoi fratelli con le loro mogli e i loro figli nella parte migliore del paese, nella fertile terra di Gosen». Poi il vecchio Giacobbe fu intro­dotto alla presenza del Faraone d'Egitto. «Quanti anni hai? » gli chie­se il Faraone. «Centotrenta» rispose Giacobbe «trascorsi in una vita erra­bonda, tra molte difficoltà». Giacobbe e i suoi figli si stabiliro­no nella terra di Gosen, in Egitto, dove poterono continuare la loro attività di pastori e allevatori di be­stiame. E Giuseppe non mancava di provvedere alle loro necessità.

 

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LA VISIONE DI GIACOBBE Genesi 48

Un giorno Giacobbe-Israele mandò a chiamare suo figlio Giuseppe, vi­cerè d'Egitto, e gli riferì una visione che aveva avuto molti anni prima. Gli disse: «Quand'ero nella terra di Canaan, il Signore mi apparve, mi benedisse e mi fece una promes­sa dicendo: tu avrai una numerosa discendenza, i figli dei tuoi figli di­venteranno un popolo, e a quel po­polo io darò questo paese. Ricorda­lo dunque, tu e i tuoi fratelli e i vo­stri figli dopo di voi: il Signore vi ha promesso la terra di Canaan, e là un giorno vi farà tornare!»

 

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GIACOBBE PREDICE IL FUTURO DEI SUOI FIGLI Genesi 49

Il vecchio Giacobbe, chiamato an­che Israele, un giorno chiamò i suoi figli e disse: «Radunatevi, perché io vi annunci quello che accadrà nei tempi futuri. Radunatevi, figli di Giacobbe, e ascoltate Israele vostro padre».  Uno per uno essi passarono davanti a lui, e di ciascuno di loro egli manifestò qualche caratteristica, che sarebbe divenuta evidente nei loro rispettivi discendenti, una volta tornati nella terra di Canaan pro­messa dal Signore. A Issacar disse: «Tu sei robusto come un asino, e ti adatterai a sop­portare la dominazione dei nemici». A Nèftali disse: «Tu sei agile come una cerva, che sarà madre di bei cerbiatti». A Beniamino, l'ultimogenito dei suoi figli, disse: «Tu somigli a un lupo che sbrana la preda». A Zàbulon disse: «Tu abiterai lun­go la riva del mare, dove approde­ranno le navi.» A Aser disse: «Tu abiterai in una regione fertile, ricca di grano con cui si farà un pane degno del re». A Giuseppe disse: «Tu sei come il germoglio di un albero, verdeggian­te perché le sue radici sono presso una fonte d'acqua. Dio onnipotente ti aiuti e ti benedica!»

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GIUDA IL GIOVANE LEONE Genesi 49

Giacobbe-Israele, prima di morire, parlò ai suoi figli del loro futuro. Chiamò insieme Simeone e Levi, per dire loro che sarebbero stati di­visi e dispersi, perché si erano la­sciati prendere dalla collera ed erano stati violenti e crudeli. L'annuncio più sorprendente, però, Giacobbe lo fece a Ruben e a Giuda. A Ruben disse: «Tu sei il mio fi­glio maggiore, fiero e forte, bollente come l'acqua. Ma tu non sarai il più importante tra i tuoi fratelli, perché un giorno hai offeso tuo padre». A Giuda disse: «Sarai tu il più im­portante. Tu sei come un giovane leone: sottometterai i tuoi nemici, e anche i tuoi fratelli si inchineranno a te. Il bastone del comando resterà saldamente nelle tue mani, fino a quando verrà colui al quale esso appartiene, colui al quale tutti i po­poli obbediranno». Molti da allora si sono chiesti chi fosse quel discendente di Giuda, a cui appartiene il bastone del co­mando, colui destinato a guidare tutti i popoli. Molti secoli dopo si è capito che Giacobbe-Israele inten­deva parlare del Messia, il Signore Gesù, mandato da Dio a salvare il mondo intero.

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EFRAIM E MANASSE Genesi 48

Dopo essersi stabilito con tutta la fa­miglia nella terra di Gosen, Giacob­be mandò a chiamare il figlio Giu­seppe, viceré d'Egitto, per ringra­ziarlo ancora una volta del bene che aveva fatto alla sua famiglia, salvata dalla carestia. Come segno di riconoscenza Gia­cobbe volle adottare come propri i due figli di Giuseppe Efraim e Ma­nasse, che erano nati in Egitto e che erano ancora ragazzi. «Essi saranno figli miei» disse «e avranno l'eredità al pari degli altri miei figli: l'eredità della terra che il Signore ha promesso di dare ai miei discendenti». Volle poi che i due ragazzi si avvicinassero: li abbracciò, li baciò e li benedisse. Nella benedi­zione pose le proprie mani sul loro capo: incrociando le braccia, pose la mano destra sul capo di Efraim, che era il figlio minore, e la sinistra, la meno importante, su Manasse, il primogenito. Giuseppe volle correggere il pa­dre, e gli fece notare che doveva scambiare le mani per mettere la destra sul capo del figlio maggiore; ma Giacobbe non volle. «Anche se è il figlio minore, Efraim avrà una discendenza più numerosa, più pro­spera e potente di Manasse».

 

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LA MORTE DI GIACOBBE Genesi 47-50

Giacobbe-Israele si sentiva ormai giunto al termine della sua vita ter­rena. Chiamò Giuseppe e gli disse: «Quando sarò morto, portami via dall'Egitto e seppeliscimi nel sepol­cro dei miei antenati». «Farò come hai detto» rispose Giuseppe; ma Giacobbe voleva es­serne proprio sicuro; per questo ag­giunse: «Giuramelo!» Giuseppe lo giurò. Il sepolcro era la caverna di Ma­cpela, presso Ebron, nella terra di Canaan. Era una caverna che Abra­mo aveva comperato per darvi sepoltura a sua moglie Sara, e là era­no poi stati sepolti lo stesso Abramo, Isacco e sua moglie Rebecca, e la prima moglie di Giacobbe, Lia. Quando Giacobbe-Israele morì, in tutto l'Egitto si fece lutto per set­tanta giorni, perché era morto il pa­dre del viceré. Trascorsi quei giorni, Giuseppe si fece dare il permesso dal Faraone di andare a seppellire suo padre nella terra di Canaan. Con lui andarono i suoi figli e i suoi dipendenti, i suoi fratelli con le loro famiglie, i ministri e i consiglieri del Faraone, con i carri e i cavalieri. Fu una carovana imponente, che accompagnò il corpo di Giacobbe a Ebron, e poi tornò in Egitto.

 

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GIUSEPPE IL GIUSTO E I FRATELLI Genesi 50

Dopo che Giacobbe fu sepolto, i suoi figli furono presi da paura nei confronti del loro fratello Giuseppe. Essi, tanto tempo prima, lo avevano venduto schiavo, ed egli aveva do­vuto molto soffrire per questo: era stato portato in un paese straniero, era stato accusato ingiustamente, era stato messo in carcere. Poi era divenuto un uomo impor­tante: addirittura il viceré d'Egitto, ma certo, essi pensavano, non ave­va dimenticato il male ricevuto da loro. Se non li aveva puniti, anzi li aveva salvati dalla carestia, era stato, pensavano, per riguardo al loro comune padre. Ma ora che egli era morto, nulla lo avrebbe più tratte­nuto dal vendicarsi su di loro per il male ricevuto. Per questo i fratelli mandarono a dirgli: «Prima di morire, nostro pa­dre ti ha chiesto di perdonarci»; Poi andarono a gettarsi ai suoi piedi di­cendo: «Siamo tuoi schiavi!» Giuseppe si commosse profonda­mente e disse loro: «Non abbiate paura. Spetta a Dio distribuire pre­mi e castighi: sono io forse al posto di Dio? Anzi, il Signore nostro Dio dal male ha ricavato il bene, perché per mezzo mio vi ha mantenuto in vita e vi ha fatto crescere!»

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UN BIMBO FRA I GIUNCHI Esodo 1-2

Molti, molti anni erano trascorsi da quando gli Ebrei si trovavano in Egitto. Essi si erano accresciuti di numero, divenendo un popolo, e si erano fatti molto potenti nel paese che li ospitava. Tanto potenti che il re d'Egitto, il Faraone, cominciò a preoccuparsi. «Questi figli di Israele possono met­tersi a combattere contro di noi» pensava; «bisogna impedire che crescano ancora di numero». E per fare questo, dapprima il Fa­raone ridusse tutti gli Ebrei in schia­vitù, obbligandoli a lavorare duramente per lui; poi diede ordine che ogni bambino che nasceva in una famiglia ebrea, se era maschio, do­veva essere immediatamente fatto morire, gettandolo nel Nilo. Qualche tempo dopo quest'ordi­ne crudele, in una famiglia nacque un bimbo maschio, e i suoi genitori cercarono in ogni modo di salvargli la vita; per questo lo tennero nasco­sto per tre mesi. Quando non poté più tenerlo na­scosto, la madre prese un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece per impedire all'acqua di pe­netrarvi, vi mise dentro il bambino e lo depose tra i giunchi sulla riva del fiume Nilo.

 

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MOSE SALVATO DALLE ACQUE Esodo 1- 2

Per salvare il suo bambino dalla morte ordinata dal Faraone, una mamma ebrea pose il suo piccolo entro un cestello e lo affidò alle ac­que del Nilo. La sorella del bambi­no, che era già grandicella, si fermò a distanza per vedere che cosa sa­rebbe accaduto. Poco dopo la figlia del Faraone scese al fiume con le ancelle per fare il bagno; vide il cestello, lo mandò a prendere e vi trovò il bambino che piangeva. «E’ un figlio degli Ebrei» comprese, e ne ebbe compassione. La sorella del bimbo si avvicinò e le disse: «Vuoi che vada a chiamare una balia ebrea, perché si prenda cura del bambino al posto tuo?» La figlia del Faraone acconsentì: così la sorella andò a chiamare la madre, e la principessa le affidò il bimbo da allevare. Fu così che il bambino fu allevato senza pericolo dalla sua stessa ma­dre. Quando fu cresciuto, ella lo condusse alla principessa, la quale lo adottò come figlio e gli mise nome Mosè, che significa "salvato dalle acque". Mosè rimase alla cor­te del Faraone, dove poté studiare e diventare un uomo molto impor­tante e rispettato: il Signore Dio lo preparava così a svolgere i grandi compiti che intendeva affidargli.

 

11

MOSE’ FUGGE NEL DESERTO Esodo 2

Gli Ebrei, il popolo d'Israele, si la­mentavano fortemente della loro condizione di schiavi in Egitto. Mosè era molto addolorato al vede­re il suo popolo oppresso. Un giorno vide un egiziano che picchiava un ebreo; si guardò attor­no, vide che non c'era nessuno, e allora uccise l'egiziano e nascose il suo corpo nella sabbia. Il giorno dopo vide due ebrei che litigavano tra loro; Mosè cercò di farli smettere, ma uno dei due gli disse: «Tu non sei nostro giudice. Vuoi forse uccidermi, come hai già ucciso l'egiziano?» Mosè ebbe pau­ra perché pensò: «Il mio segreto è ormai noto a molti!» Anche il Faraone, infatti, venne a saperlo, e cercò di catturare Mosè per metterlo a morte. Allora Mosè si allontanò dall'Egit­to e fuggì nel deserto. Fu così che Mosè capitò presso un pozzo, dove difese sette sorelle, che venivano ad abbeverare il loro gregge, dai soprusi di altri pastori. Riconoscenti, le sorelle lo condusse­ro a casa del loro padre Ietro, che accolse con gratitudine Mosè e gli diede in sposa una delle sue figlie. Mosè rimase dunque con letro, e si dedicò a pascolare il suo gregge.

 

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UNA FIAMMA CHE NON BRUCIA Esodo 3-4

Mosè stava pascolando il gregge di letro, suo suocero, nel deserto, quando lo colpi un fatto insolito: un roveto, cioè un cespuglio di rovo, era in fiamme: bruciava, ma non si consumava. «Voglio avvicinarmi ad osservare come mai» si disse con stupore Mosè. Quando si fu avvicinato, sentì una voce provenire dalle fiamme: «Mosè, Mosè!» «Eccomi!» rispose Mosè. «Non avvicinarti oltre» disse la voce. «Togliti i sandali, perché il luogo dove stai è terra santa.» Mosè si tolse i sandali, e la voce proseguì: «Io sono il Signore Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Gia­cobbe. Ho visto le sventure del mio popolo schiavo in Egitto e ho scelto te per liberarlo. Ti recherai dal Fa­raone a dirgli di liberare il mio po­polo e lasciarlo partire». Mosè si copri il volto, perché ave­va paura di guardare verso Dio; poi disse: «Chi sono mai io, Signore, perché il Faraone mi dia retta?» «Io sarò con te» lo assicurò il Signore. E Mosè: «Oltre tutto io faccio fatica a parlare, non ho la lingua sciolta». Il Signore gli disse allora: «Tu istruirai tuo fratello Aronne, ed egli parlerà al tuo posto».

 

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IL NOME DI DIO Esodo 3

In ginocchio di fronte al roveto ar­dente disse Mose al Signore: «Tu mi ordini di andare dal mio popolo a dire che lo vuoi liberare dalla schia­vitù, ma essi non mi crederanno e h mi chiederanno chi e che mi man­da dimmi qual è il tuo nome!» il Signore rispose: «Dirai: mi manda a voi Iahvè, Dio dei vostri padri, di Abramo, di Isacco, di Gia­cobbe; mi manda a condurvi fuori dall'Egitto, nel paese che io ho pro­messo a loro e ai loro discendenti».  Iahvè vuol dire COLUI CHE È, il Dio vero, l'unico Dio.

 

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LE PIAGHE D’EGITTO Esodo 4-12

Mosè si avviò verso l'Egitto, a com­piere la difficile missione che Dio gli aveva affidato. Lungo il cammino gli venne incontro suo fratello Aron­ne, e con lui si presentò al popolo d'Israele per annunciare che il Si­gnore aveva avuto pietà delle loro tribolazioni, e aveva deciso di ricon­durre il suo popolo nella terra di Canaan, la terra promessa, tanto fertile e ricca che era come se vi scorressero a fiumi il latte e il miele. Ma bisognava convincere il Fa­raone; egli non voleva lasciar parti­re gli Ebrei, che gli servivano come schiavi per costruire le sue città. Per bocca di Aronne, Mosè annunciò al Faraone molti castighi mandati da Dio per indurlo a liberare il popolo d'Israele. I castighi, le famose "piaghe d'E­gitto", puntualmente si verificarono: l'acqua di tutto l'Egitto fu cambiata in sangue, il paese fu invaso dalle rane, dalle zanzare, dai mosconi, ci fu una grande morìa nel bestiame, gli Egiziani furono colpiti da ulcere, i campi furono devastati prima dalla grandine e poi dalle cavallette, e per tre giorni tutto il paese d'Egitto fu immerso nel buio. Ad ogni castigo, il Faraone man­dava a chiamare Mosè e gli promet­teva che avrebbe lasciato partire il popolo d'Israele; ma appena il ca­stigo cessava, cambiava idea. Allora il Signore annunciò la piaga più grave: la morte di ogni figlio primo­genito degli Egiziani, dal figlio del Faraone al figlio dell'ultimo servo. Così accadde: nella notte annun­ciata, morirono tutti i primogeniti degli Egiziani, mentre nessuno fu colpito del popolo d'Israele. Il Faraone allora convocò in tutta fretta Mosè e gli diede l'ordine di andarsene via subito, lui e tutto il suo popolo, e lasciare per sempre il paese d'Egitto.«Andatevene tutti, voi Israeliti!» urlò il Faraone. «Anda­tevene dove volete, ma partite!»

    

15

IL SEGNO DEL SANGUE Esodo 11-12

Per liberare il suo popolo dalla schiavitù, il Signore aveva dovuto far morire i primogeniti degli Egizia­ni. I primogeniti degli Ebrei invece si salvarono, perché il Signore ave­va ordinato al suo popolo di segna­re le porte delle proprie case con il sangue di un agnello. L'agnello poi doveva essere arro­stito al fuoco e mangiato in fretta, insieme con erbe amare, in piedi, con il bastone in mano, pronti tutti a partire perché il Faraone stava per dare il permesso. Quella cena fu detta Pasqua, pa­rola che vuol dire "passaggio", e il Signore diede l'ordine di ripeterla anche in seguito, per ricordare i prodigi da lui compiuti a favore del suo popolo: per ricordare il "pas­saggio" del Signore che, vedendo il segno del sangue dell'agnello sulle porte delle case, ha risparmiato dal­la morte i suoi amici; e per ricordare anche il" passaggio" che il Signore ha fatto compiere al popolo d'Israe­le dalla schiavitù dell'Egitto alla li­bertà nella terra promessa. E infatti, appena consumata la Pasqua, il popolo di Dio lasciò defi­nitivamente l'Egitto e si avviò, con l'aiuto di Dio e sotto la guida di Mosè, verso la sua nuova patria.

 

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E IL MARE SI APRI’ Esodo 14-15

Il popolo d'Israele era in cammino nel deserto; dopo una lunga schia­vitù in Egitto, finalmente Mosè, mandato da Dio, lo stava condu­cendo verso la terra che Dio stesso aveva promesso di dare ai discen­denti di Abramo, Isacco e Giacob­be. Il Faraone re d'Egitto aveva dato agli Ebrei il permesso di partire; ma ben presto se ne pentì, e al­lora radunò i suoi carri da guerra e si lanciò al loro inseguimento, per riportarli indietro. Li raggiunse in prossimità del Mar Rosso. Mosè e i suoi si trovavano in una situazione drammatica: il mare da­vanti e l'esercito del Faraone alle spalle. Tutto sembrava perduto, quando Dio intervenne con uno dei suoi più strepitosi prodigi. Per tutta la notte il Signore Dio fece soffiare un vento gagliardo che sospinse le onde, e il mare si aprì, lasciando un passaggio dove il po­polo d'Israele poté camminare sicu­ro e a piedi asciutti fino a raggiun­gere la sponda opposta. I carri del Faraone si lanciarono all'inseguimento lungo lo stesso passaggio, ma mentre lo stavano percorrendo le acque tornarono al loro posto, travolgendo gli insegui­tori. Gli Ebrei erano salvi, e tutti in­sieme ringraziarono il Signore.

 

17

I PRODIGI NEL DESERTO Esodo 15-17

Con mano potente il Signore aveva liberato il suo popolo dalla schiavitù dell'Egitto, facendogli attraversare il mare a piedi asciutti. Ma molti altri prodigi il Signore compì per il suo popolo, in cammi­no attraverso il deserto per giungere alla terra promessa. Quando, dopo tre giorni di cam­mino, giunsero alle acque di Mara, gli Ebrei sperarono di potersi disse­tare, ma scoprirono che quelle ac­que erano salate, come il mare: il Signore però, attraverso Mosè, le rese buone da bere. Più avanti temettero di morire di fame, e si lamentarono con Mosè. Ma ecco che il giorno dopo essi tro­varono intorno all'accampamento un grande stormo di quaglie, che poterono prendere con le mani, e sul terreno una sostanza granulosa, bianca e dolce, buona da mangiare e molto nutriente: era la manna, che accompagnò il cammino del popolo di Dio fino a quando esso giunse nella terra promessa. Un'altra volta il Signore dissetò il popolo facendo scaturire acqua dal­la roccia; e quando gli Amaleciti at­taccarono Israele, Dio gli diede la vittoria, per amore di Mosè che aveva pregato per questo.

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I DIECI COMANDAMENTI Esodo 19-20

Il popolo d'Israele era da tempo in cammino nel deserto verso la terra promessa, quando piantò le tende ai piedi di un'alta montagna, il Monte Sinai. Là, Dio chiamò Mosè sul monte per quaranta giorni, poi gli diede due tavole di pietra su cui erano scritte dieci leggi, i dieci co­mandamenti. Disse il Signore a Mosè: «Io faccio un'alleanza con il mio popolo. Se esso osserverà que­ste dieci leggi, io sarò il suo Dio, lo guiderò e lo proteggerò». Questi sono i comandamenti:

«Io sono il Signore Dio tuo!

1. Non  avrai altro Dio all'infuori di me.

2. Non pronuncerai invano il nome del Signore tuo Dio.

3. Ricordati di santificare la festa;

                   sei giorni lavorerai, il settimo è sacro al Signore.

4. Onora tuo padre e tua madre, e avrai lunga vita.

5. Non uccidere.

6. Non portare via a nessuno la moglie o il marito.

7. Non rubare.

8. Non dire il falso a danno del tuo prossimo.

9. Non desiderare le cose del tuo prossimo.

10. Non desiderare la moglie o il marito del tuo prossimo».

 

19

IL VITELLO D’ORO Esodo 32-34

Quando scese dal monte, Mosè vide che il popolo non aveva sapu­to attenderlo. Anzi, aveva commes­so una grave mancanza, raffiguran­do Dio sotto forma di un vitello d'oro, e tutti lo adoravano dicendo: «Ecco il nostro Dio che ci ha con­dotti fuori dall'Egitto!» Mosè si indignò, e nell'ira gettò a terra le due tavole della legge, che si spezzarono. Poi distrusse il vitello d'oro e castigò chi l'aveva fatto. In­fatti nessuno ha mai visto Dio, e ai tempi di Mosé era proibito raffigu­rarlo in qualunque modo. Il giorno dopo Mosè tornò sul monte, e per prima cosa supplicò il Signore di perdonare il grave pec­cato del suo popolo. Nella sua bon­tà il Signore concesse il perdono e diede a Mosè altre due tavole della legge insieme con molte istruzioni su come il popolo di Dio doveva vivere, per piacere a Dio. Dopo altri quaranta giorni Mosè scese all'accampamento. Alla pre­senza di tutto il popolo parlò del patto che il Signore proponeva, e lesse la legge che il popolo doveva impegnarsi a rispettare in cambio del potente aiuto di Dio. Tutti ascol­tarono e si impegnarono, anche per i propri discendenti.

 

20

ASCOLTA ISRAELE Deuteronomio 6

Nel deserto Mosè spiegò al popolo tutti i comandamenti e i precetti del Signore; poi disse queste parole, che da allora molti ripetono come una preghiera: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti siano fissi nel cuo­re; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quan­do ti coricherai e quando ti alzerai.»

 

21

LA DIMORA DI DIO Esodo 35

I dieci comandamenti che Dio ave­va dato a Mosè sul monte Sinai era­no scritti su due tavole di pietra. Mosè fece costruire per loro una cassetta di legno di acacia rivestita d'oro e ve le pose al suo interno. Questa cassetta contenente le tavo­le si chiamò Arca dell'Alleanza. L'Arca aveva un coperchio d'oro sormontato da due cherubini: essi costituivano il trono di Dio, invisibi­le ma presente in mezzo al suo po­polo. Mosè diede disposizioni per­ché la presenza di Dio sull'Arca fos­se rispettata e venerata da tutti. Nel deserto non vi era un tempio in cui il popolo potesse recarsi ad adorare il Signore: per questo Mosè eresse una tenda speciale, da smontare e rimontare ad ogni tappa del viaggio. Questa tenda era di lino finissimo tinto di porpora ed era di­visa in due ambienti: uno contene­va l'Arca, l'altro oggetti preziosi tra cui un candelabro d'oro a sette bracci e un altare d'oro su cui si bruciava l'incenso profumato. Al di fuori della tenda, di volta in volta veniva montato un recinto con il grande altare dei sacrifici, dove venivano bruciati gli animali scelti e le primizie dei raccolti che il popolo d'Israele offriva al Signore.

 

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ESPLORATORI IN CAANAN Numeri 13

Prima di entrare con tutto il popolo nella terra promessa, Mosè mandò un gruppo di uomini ad esplorarla. Erano uno per tribù, e tra loro vi era il braccio destro di Mosè, che si chiamava Giosuè. Dopo quaranta giorni gli esplora­tori fecero ritorno e riferirono così: «Abbiamo trovato una terra ricca e fertile, tanto che pare vi scorrano latte e miele: guardate alcuni dei suoi frutti!» E mostrarono al popolo un grappolo d'uva tanto grosso, che dovevano portarlo in due so­speso ad una stanga.

 

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QUARANT’ANNI NEL DESERTO Numeri 14

«La terra di Canaan è fertilissima» dissero gli esploratori al popolo d'I-sraele «e questi frutti meravigliosi che vi abbiamo portato lo dimostrano. Però questa terra è abitata da popoli potenti, che hanno costruito grandi città fortificate. Inoltre alcuni di loro sono grandi come giganti!» Al sentire quelle parole molti Israeliti si spaventarono e dissero; «Non potremo mai conquistare quella terra. È meglio per noi torna­re in Egitto, altrimenti moriremo in questo deserto!» Mosè e Giosuè cercarono di cal­mare il popolo e dissero: «Quella è la terra che il Signore ci ha promes­so. Egli è con noi e di certo ci darà la forza di conquistarla». Ma il po­polo ribelle non voleva sentire ra­gioni e riprese a lamentarsi. Allora, al di sopra della tenda che conteneva l'Arca dell'Alleanza, luo­go della presenza invisibile di Dio, apparve a tutto il popolo d'Israele la gloria del Signore. E il Signore dis­se: «Ecco, voi non entrerete in quel­la terra: la darò ai vostri figli!» E tu così che il popolo d'Israele rimase nel deserto per quaranta anni, e solo i figli di quegli uomini che ave­vano dubitato del Signore poterono entrare nella terra promessa.

 

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LA CONQUISTA DELLA TERRA PROMESSA Deuteronomio34

Mosè, l'amico di Dio, colui che par­lò con il Signore faccia a faccia, non poté guidare il popolo d'Israele alla conquista della terra promessa. Aveva centoventi anni quando il Si­gnore, dalla vetta del Monte Nebo, gli concesse di vedere la terra promessa in tutta la sua estensione: da Dan a Bersabea, dal fiume Giorda­no al mare Mediterraneo. Poi Mosè morì, e il suo posto alla guida del popolo fu preso da Gio­suè. Il Signore gli disse: «Sii forte e coraggioso, perché tu dovrai guida­re il mio popolo alla conquista della terra che ho promesso di dargli. Se voi osserverete tutti i precetti che vi ho dato per mezzo del mio servo Mosè, non abbiate timore, perché io sarò con voi!» Giosuè guidò i guerrieri del po­polo in numerose spedizioni e bat­taglie vittoriose, e conquistò la terra di Canaan. Poi divise il territorio in tante parti, e le assegnò ciascuna a una delle tribù che componevano il popolo d'Israele. Alla tribù di Levi però non assegnò un territorio, per­ché quella tribù era addetta al servi­zio del Signore presso la tenda della sua dimora, la tenda che conteneva l'Arca dell'Alleanza. La tribù di Levi non aveva terra, perché la sua ric­chezza era il Signore.

 

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RAAB E LE SPIE Giosuè 2

Per entrare nella terra promessa, la prima città che Giosuè doveva con­quistare era Gerico, una città temi­bile con le sue mura possenti. Per conoscere meglio la sua forza, Gio­suè mandò due uomini a spiare al­l'interno della città. Il re di Gerico se ne accorse, e allora fece chiudere le porte e ordi­nò di cercare le spie e di catturarle. I due uomini erano entrati in casa di una donna, che li fece salire sulla terrazza e li nascose sotto una cata­sta di steli di lino. Quando le guar­die del re vennero a cercarli, la donna, che si chiamava Raab, dis­se: «Sono fuggiti: correte e li rag­giungerete!» Salita sulla terrazza, ella disse ai due Israeliti: «So che il Signore è con voi, e certo prenderete questa città. Quando vi entrerete, usate be­nevolenza a me e alla mia famiglia!» I due le assicurarono: «Quando arri­veremo, tieni la tua famiglia in casa con te lega una cordicella rossa alla finestra, perché i nostri guerrieri possano riconoscere la tua casa e salvare tutti coloro che vi abitano». La casa di Raab era posta sopra le mura; la donna allora calò i due uomini dalla finestra con una corda, ed essi tornarono sani e salvi all'ac­campamento di Israele.

 

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ATTRAVERSO IL GIORDANO Giosuè 3

Giosuè tolse l'accampamento da ol­tre il fiume Giordano, per attraver­sarlo e così entrare nella terra pro­messa. Tutto il popolo si mosse, preceduto dall'Arca dell'Alleanza, portata a spalla dai sacerdoti. Non appena i piedi dei sacerdoti toccarono l'acqua, il fiume interrup­pe il suo corso: le acque si fermaro­no a monte, lasciando il greto asciutto. Tutti poterono passare al­l'altra riva, dopo di che il fiume ri­prese a scorrere. Fu questo un altro grande prodi­gio, che Dio fece per il suo popolo.

 

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LE MURA DI GERICO Giosuè 6

Giosuè e i suoi guerrieri erano giun­ti sotto le mura di Gerico. La città aveva chiuso le porte delle sue mura possenti davanti a loro: come conquistarla? Ancora una volta il Signore inter­venne in aiuto del suo popolo, che seguì le sue disposizioni e così con­quistò la città. Ecco come avvenne. Per sei giorni, mantenendo un assoluto silenzio una processione fece il giro intorno alle mura: in te­sta camminavano sette sacerdoti con la tromba in mano, quindi veni­va l'Arca dell'Alleanza e infine Gio­suè con i guerrieri. Il settimo giorno tutti si alzarono all'alba, e girarono intorno alla città sette volte: a quel punto i sacerdoti suonarono le trombe e tutti i guer­rieri lanciarono un forte grido. A quel suono, senza neppure toccarle, le mura di Gerico crollarono e i guerrieri, disposti tutt'intorno ad essa, entrarono nella città e la con­quistarono. Da quella città per la quale non avevano combattuto, per volontà del Signore gli Israeliti non presero bottino. L'oro, l'argento, il bronzo e il ferro che vi trovarono furono ri­servati e dedicati al Signore Dio e furono posti nel tesoro che stava presso la sua dimora.

 

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QUEL GIORNO IN CUI IL SOLE SI FERMO’ Giosuè 10

Gli Israeliti conquistavano una dopo l'altra le città della terra promessa. Allora gli abitanti di Gabaon si dis­sero: «Meglio cercare pace con il popolo d'Israele, piuttosto che com­batterlo ed essere anche noi sconfit­ti». E stipularono un'alleanza con Giosuè. Cinque re delle città vicine allora decisero di muovere guerra a Ga­baon; radunarono i loro eserciti e assediarono la città. I suoi abitanti mandarono messaggeri a Giosuè, per invocare il suo aiuto. Giosuè accorse con i suoi guerrieri, e ingaggiò battaglia con gli eserciti dei cinque re. Piombò su di loro all'improvviso, e gettò lo scom­piglio fra i loro soldati; ma si avvici­nava la sera e la battaglia non era ancora decisa. Allora Giosuè invocò l'aiuto del Signore, e disse: «Sole, fermati su Gabaon!» E, con grande meraviglia, quel giorno il sole non tramontò prima che il popolo d'Israele avesse riportato completa vittoria su tutti i nemici. Non era mai accaduta e non accadde mai più una cosa simi­le, che il sole si fermasse nel cielo. E Giosuè divenne famoso in tutta la regione, come grande condottiero e come amico del Signore.

 

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GIOSUE’ PARLA NELLA VALLE DI SICHEM Giosuè 24

Quando ebbe conquistato la terra promessa e l'ebbe divisa tra le tribù del popolo d'Israele, Giosuè convo­cò a Sichem i rappresentanti di tutte le tribù. Essi accorsero numerosi, e Giosuè parlò loro. Egli ricordò la storia dei loro an­tenati, di Abramo, Isacco; Giacob­be; ricordò la schiavitù dell'Egitto e le grandi gesta compiute da Dio per liberare il suo popolo; ricordò la legge che Dio aveva dato per mez­zo di Mosè; ricordò la bontà del Si­gnore che si era manifestata anche nel dare loro la terra che ora abitavano. Parlando a nome del Signore Giosuè aggiunse: «Vi ho dato una terra, che non avete lavorato; abitate in città, che non avete costruito; mangiate i frutti delle vigne e degli oliveti, che non avete piantato. Ricordatevi di tutto questo. Dunque, temete il Signore e servitelo con sincerità e fedeltà. Rispettate la sua volontà, obbedite a lui solo e non lasciatevi andare ad adorare i falsi dèi degli altri popoli!» «Orbene» disse ancora Giosuè «decidete oggi se volete servire il Si­gnore, o se preferite le divinità degli altri popoli. Quanto a me e a tutta la mia famiglia, noi vogliamo servire per sempre il Signore!»

 

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ISRAELE SCEGLIE IL SIGNORE Giosuè 24

Grande era la folla che si era riunita nella valle di Sichem, e grande era l'attenzione con cui aveva ascoltato il discorso di Giosuè suo capo. Gio­suè aveva invitato il popolo d'Israe­le a scegliere: o servire per sempre il Signore Dio, o allontanarsi da lui per onorare gli dèi stranieri che ave­vano trovato nella terra di Canaan. Così il popolo d'Israele rispose a Giosuè: «Noi serviremo per sempre il Signore nostro Dio e obbediremo alla sua voce». Così essi giurarono, per sé e per i propri discendenti poi fecero ritorno alle loro case.

 

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DEBORA E I CARRI DI FERRO Giudici 4-5

Il popolo d'Israele viveva in pace nella terra promessa, ma spesso do­veva far fronte ai popoli vicini che gli muovevano guerra. Allora i capi d'Israele, che si chiamavano giudici, invocavano l'aiuto del Signore e ra­dunavano i guerrieri per difendersi dai nemici. Una volta era giudice d'Israele una donna, Debora, quando il terri­torio del nord fu attaccato dal po­tente esercito di Sisara. Gli uomini d'Israele avevano molta paura, per­ché erano tutti a piedi, e ben poco potevano fare contro il nemico, che aveva novecento carri di ferro. Ma Debora radunò i guerrieri vicino alla pianura e li incoraggiò: «Il Signore ci darà la vittoria, perché avanza in battaglia davanti a noi» disse. I nemici sui carri di ferro correvano per la pianura, quando cominciò a piovere: e scese tanta acqua da allagare tutta la pianura; i carri di ferro si impantanarono e rimasero bloccati; i nemici si diedero alla fuga, inseguiti dai guerrieri d'Israele, che riportarono così una strepitosa vittoria. Debora cantò allora un inno di ringraziamento al Signore, che combatté per il suo popolo mandando la pioggia provvidenziale.