GESÙ BAMBINO E ADOLESCENTE
negli
scritti (tradizioni e leggende) dei primi secoli cristiani
PRESENTAZIONE
Gesù!
È tanto bello parlare e scrivere su Gesù, per farlo
conoscere e amare! Soprattutto su Gesù bambino e adolescente. Su Gesù «
adulto », maestro e salvatore, hanno scritto già molti e non sarebbe facile
trovare un posticino per un libro nuovo.
Allora ci siamo detti: proviamo con Gesù bambino e
adolescente!
« Secondo la tradizione dei primi secoli cristiani
». Tale tradizione si trova soprattutto nei vangeli e altri scritti apocrifi.
Quanto scrivono i vangeli canonici (solo Matteo e Luca, perché Marco e Giovanni
non toccano l'argomento) è già universalmente noto.
Esistono però altri scritti - ordinariamente
chiamati apocrifi - che sono molti e molto spesso poco conosciuti o conosciuti
male. A bella posta però abbiamo evitato di mettere questa parola nel titolo,
perché sinceramente suona male.
Alle nostre orecchie la parola « apocrifo » suona
quasi come « eretico », libro da non mettere in pubblico, da tenere nascosto
(= un po' è il significato del vocabolo); un libro da buttare come contaminato
e contaminante; quasi come ci si tiene lontani da una persona colpita da
malattia infettiva.
Niente di più sbagliato!
È vero: i vangeli apocrifi, più che ricercare la
storia, hanno lavorato di fantasia; talvolta raccontano cose che sono davvero
lontane da quanto è avvenuto; talvolta ci descrivono un Gesù irreale e perfino
in disaccordo con la storia e la verità che noi conosciamo... un Gesù bambino
e adolescente che sembra lasciarsi prendere dall'ira e dalla vendetta, cose
che spiegheremo a suo tempo.
Tuttavia ci fanno conoscere Gesù e quello che si pensava
di lui nei primi secoli cristiani.
In questi libri ci sono pure segni e vestigi delle
prime eresie ormai superate (docetismo, agnosticismo, arianesimo, ecc.) ma,
spiegati, li comprenderemo e ne vedremo il lato positivo... Così saremo nella
gioia.
Quasi sempre i vangeli apocrifi lavorano col desiderio
di colmare il vuoto dei vangeli canonici che dicono molto poco dell'infanzia e
giovinezza di Gesù. A questi infatti interessava l'annuncio della « Buona
novella » (cfr. inizio del vangelo di Marco) iniziando dalla manifestazione
in occasione del battesimo al Giordano fino alla morte-risurrezione e ascensione
al cielo. Per cui, quando si tratta di eleggere un apostolo al posto del
traditore, Pietro dirà: « Bisogna dunque che tra coloro che ci furono
compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi
incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra
noi assunto in cielo... » (Atti 1, 21). A loro non interessa il tempo antecedente
il battesimo. Per questo sembra addirittura che la prima redazione dei vangeli
di Matteo e di Luca mancassero delle narrazioni dell'infanzia.
Il desiderio di « colmare il vuoto » e di conoscere
ciò che non era scritto rodeva l'anima dei primi cristiani, come del resto
non è esente dalla nostra. Per questo la letteratura di ogni secolo e di ogni
paese è piena di racconti e leggende che riguardano soprattutto Gesù bambino,
la Madonna, gli Apostoli, la vita dei santi più antichi... e abbiamo fatto e
facciamo come gli apocrifi, lavorando di fantasia, assai spesso non arrestandoci
di fronte a racconti di cose inverosimili, non corrispondenti a quanto deve
essere stata la verità storica che ignoriamo... Talvolta perfino accettiamo
cose più o meno irriverenti alla persona di Gesù, di Maria, degli apostoli,
soprattutto di s. Pietro.
Così sono certi « leggendari » che narrano vite di
santi, non solo antichi.
Proprio come gli apocrifi!
Di buon animo noi li perdoniamo - sia gli antichi che
i moderni - perché vediamo in loro tanta buona volontà di farci amare Gesù,
la Madonna, i santi.
Questo è veramente bello. Cogliamolo!
Come è questo nostro lavoro? Semplicemente divulgativo,
senza pretese, senza voler essere completo. Presentiamo qualche cosa di una
materia poco conosciuta o conosciuta male.
Ci si comprenda e ci si perdoni!
Riportiamo una fonte sola, dove però si trovano citate
tutte le altre fonti possibili.
Auguriamo a tutti buona lettura e un frutto abbondante
di bene.
Volendo parlare dell'infanzia e fanciullezza di Gesù
ci sembra opportuno iniziare dall'annunciazione a Maria (collocata secondo la
tradizione il 25 marzo, per rispettare il tempo di nove mesi esatti dalla
nascita di Gesù fissata il 25 dicembre). Il fatto è indubbiamente il più
grande e importante di tutta la storia, non tanto per l'apparizione
dell'arcangelo Gabriele e il suo annuncio, ma per il fatto dell'incarnazione (=
unione della natura divina - seconda persona della Santissima Trinità - con
la natura umana) che segue immediatamente l'assenso della Vergine.
È il momento in cui inizia la vita di Gesù (Dio-uomo)
sulla terra!
Prima di narrare questo evento, gli scrittori
primitivi indugiano a parlare dei genitori di Maria (Gioacchino e Anna, nomi che
conosciamo soltanto dalla tradizione) che concepirono questa figlia in tarda età,
dopo una vita sterile, sommamente ignominiosa per gli ebrei del tempo, per cui
lo stesso Gioacchino sarebbe stato allontanato dal tempio e rifiutate le sue
offerte, anche se ricche. Parlano della concezione, della nascita, della sua
presentazione al tempio, dove sarebbe rimasta dall'età di tre anni fino al
periodo della pubertà... e poi data in sposa a Giuseppe, discendente dalla casa
reale di Davide, miracolosamente designato dalla fioritura di una verga
(bastone) per cui san Giuseppe viene sovente raffigurato con una verga fiorita
in mano.
L'annunciazione viene narrata sobriamente, ma in modo
completo, nel capitolo primo del vangelo di Luca (vv. 26-38). Certamente il
fatto avvenne nell'intimità della casa di Maria, come si addice giustamente
alla sua natura e santità. Ma dato che l'inizio sembra lasciare una certa
libertà, alcuni scrittori pongono il primo annunzio alla fontana del paese,
dove Maria si era recata per attingere acqua; ma anche in questo caso il vero
annunzio, il dialogo con l'Angelo e l'incarnazione del Verbo avvengono nella
stanzetta di lavoro di Maria.
Sappiamo che tutta la vita di un paese, non solo in
Palestina ai tempi di Gesù, ma anche nei nostri paesi e per molti secoli, aveva
per centro la fontana. Nessuna meraviglia quindi se alcuni pongono qui il primo
annuncio dell'angelo. Del resto, ancora oggi noi immaginiamo molte cose
intorno a quella fontana: che la Madonna vi si recasse ogni giorno con la brocca
sul capo, come le donne di allora, e magari cantasse sommessamente i salmi
lungo il tragitto.
Il vangelo non dice nulla di tutto ciò.
Il vangelo apocrifo di Bartolomeo pone una prima
annuncíazíone - quasi un preannuncio - nel tempio stesso di Gerusalemme, nel
quadro di una grande teofania durante la quale si spezza il velo del tempio
come durante la passione di Gesù (cfr. Mt. 27, 51) e il significato è
naturalmente lo stesso, cioè la fine dell'antico Testamento e l'inizio del
nuovo. Dio, per mezzo di un angelo direbbe a Maria: « Gioisci, o piena di
grazia e vaso di elezione... Ancora tre anni e ti manderò la mia parola; tu
concepirai un figlio per mezzo del quale sarà salvata tutta la creazione. Tu
sarai il calice del mondo. Pace a te, mia diletta... ».
II
LA
NASCITA DI GESÙ
Tralasciando l'annuncio e la nascita di san Giovanni
Battista, lo sposalizio di Maria con san Giuseppe, la visita a s. Elisabetta, il
dolore di Giuseppe nel vedere Maria incinta e la conseguente apparizione
dell'angelo, cose già narrate nel vangelo di Matteo e di Luca e che non interessano
direttamente l'ambito del nostro lavoro, veniamo alla nascita di Gesù.
Anche questa viene narrata con sobrietà e precisione
nel secondo capitolo del vangelo di Luca.
I vangeli apocrifi hanno dei particolari
interessanti. Sappiamo che la nascita avvenne durante un censimento, ordinato
da Cesare Augusto, e loro aggiungono che era l'anno 309 dell'era dei Greci.
Dalla nascita di Gesù comincia l'era cristiana, o
volgare, che tutti i popoli conoscono, il cui computo è stato fatto da un
certo Dionigi Esiguo (= il piccolo) monaco scita del quinto secolo. Egli
stabilisce la nascita di Cristo nell'anno 754 di Roma. Però ha commesso un
errore perché si sa con certezza che Erode (l'uccisore dei santi Innocenti)
morì nella primavera del 750 di Roma. Quindi lo scarto è di 5-6 anni, che
dovremmo aggiungere nel computo dell'era cristiana. Da qui il detto scherzoso:
quando Gesù è nato (anno primo dell'era volgare) aveva circa 5 o 6 anni!
A titolo di curiosità riportiamo il computo degli
anni secondo il vangelo di Nicodemo (12, 4): « Noi, principi dei sacerdoti
abbiamo aperto questa Bibbia (di Esdra) e abbiamo indagato tutte le generazioni
fino alla generazione di Giuseppe... e abbiamo trovato che dal tempo in cui Dio
fece il cielo e la terra e il primo uomo fino al diluvio vi sono 2.212 anni; dal
diluvio fino alla erezione della torre di Babele vi sono 531 anni;
dall'erezione della torre fino ad Abramo vi sono 606 anni; da Abramo fino
all'uscita dei figli di Israele dall'Egitto vi sono 470 anni; e dall'uscita
dei figli di Israele dall'Egitto fino alla costruzione del Tempio vi sono 511
anni; dalla costruzione del tempio fino alla sua distruzione vi sono 464 anni;
con la Bibbia di Esdra siamo giunti fino a qui; indagando dall'incendio del
tempio fino all'avvento di Cristo e alla sua nascita abbiamo trovato che ci
sono 636 anni. La sommatotale è di 5.500 anni, secondo quanto abbiamo trovato
scritto nella Bibbia, come aveva predetto Michele arcangelo a Set, terzo
figlio di Adamo: dopo 5.500 anni sarebbe venuto Cristo, figlio di Dio ».
Il martirologio romano (edizione 1964) che una volta
si leggeva durante la recita dell'ufficio divino (ora di « Prima ») il 25
dicembre, proclamava: « Nell'anno 5.999 dalla creazione del mondo, quando nel
principio Dio creò il cielo e la terra; dal diluvio l'anno 2.957; dalla nascita
di Abramo l'anno 2.015; da Mosè e dall'uscita del popolo d'Israele dall'Egitto
l'anno 1.510; dalla consacrazione del re Davide, l'anno 1.032; nella settimana
65a secondo la profezia di Daniele; nell'Olimpiade 194 a; l'anno 742 dalla
fondazione di Roma; l'anno 42 dell'impero di Ottaviano Augusto..., nella sesta
età del mondo... Gesù Cristo, eterno Dio e figlio dell'Eterno Padre... in
Betlemme di Giuda nacque da Maria Vergine, fatto uomo ».
Questo annuncio veniva solennemente cantato la
mattina della vigilia di Natale e all'ultima affermazione tutti si mettevano in
ginocchio.
5.999 anni, o 5.500... dalla creazione del mondo!
Questi documenti sono ben lontani dal precisare una data storica - anche se in
antico qualcuno lo pretendeva. L'età del mondo è ben più antica. Si pensi che
la rivista « Famiglia Cristiana » (30 gennaio 2000, p. 29) ha pubblicato che
era stato trovato in Australia il fossile di un pesce che si stima risalire a
400 milioni di anni fa! - Quanto all'esistenza dell'uomo, si hanno dei reperti
archeologici che risalgono almeno a duecentomila anni fa!
Riguardo alla grotta (o stalla, che alla fin fine è
la stessa cosa) il vangelo dice che è stato un ripiego, perché non c'era
posto nell'albergo. Secondo i nostri scritti invece è Maria stessa che la
scorge e la sceglie: « Entriamo in questa grotta, perché è imminente ormai il
tempo di partorire ».
La grotta si illumina di una luce che non si può descrivere:
« Questa luce ha oscurato con lo splendore del suo chiarore la stessa luce del
sole e questa grotta si è riempita di uno splendido chiarore e di un odore
soavissimo ».
Gesù nasce tra lo stupore della natura: « Nel più
grande silenzio. In quel momento si sono fermate tutte le cose: cessarono i
venti, non s'è più mossa alcuna foglia degli alberi, non s'è più udito alcun
rumore di acque, i fiumi fermarono il loro corso e il mare le sue onde; tacquero
tutte le fonti delle acque, non risuonò più alcuna voce umana. Tutto il tempo
si fermò in un grande silenzio nel momento della nascita del Redentore ».
La descrizione sottolinea l'importanza dell'avvenimento
che tutto il creato si ferma a contemplare e ci ricorda una gentile poesia
natalizia, imparata durante il tempo delle scuole elementari... ma si rifà
soprattutto al « magnum silentium » cui accenna la Scrittura. Riguardo alla
grotta, un vangelo apocrifo fa dire a Gesù: « Mia madre mi ha generato in una
grotta che non è lecito nominare né cercare: in tutto il creato non v'è uomo
che la conosca ad eccezione di me, di mio Padre e dello Spirito Santo »
(Storia di S. Giuseppe falegname, 14, 2).
Verrebbe quasi da pensare - per associazione di idee
- al luogo della sepoltura di Mosè che nessuno poté conoscere (Dt. 34, 6). Ma
qui al mistero che nessuno può conoscere non è tanto la grotta, luogo della
nascita, ma la nascita stessa, o meglio il fatto dell'incarnazione, cioè
l'unione della natura divina con quella umana che costituisce uno dei principali
misteri della nostra santa fede.
La verginità di Maria, anche nel parto, è una cosa
misteriosa e bellissima, che brilla come una perla nella sua figura. Noi la
dobbiamo credere.
Gesù nacque nella luce... uscì come un raggio di luce...
lasciando intatto il corpo della Mamma nella sua integrità fisica. Lo provano
l'insegnamento costante della Chiesa e tutta la tradizione; lo si ricava anche
dal Vangelo che dichiara testualmente come Maria stessa, senza aiuto di alcuno,
« lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia » (Lc. 2, 7).
Oggi non manca chi crede e insegna - certamente
contro la dottrina comune della Chiesa - che la verginità fisica non ha
importanza di fronte a quella spirituale... e quindi la lasciano da parte. Non
la negano, ma vedono con piacere le doglie del parto anche nella Madonna,
poiché così è « più donna », più vicina a tutte le donne... Sappiamo
anche che il famoso regista Zeffirelli, nel suo sceneggiato « Gesù di Nazaret
», fa vedere la Madonna nelle doglie del parto... - Certo è lo spirito che
vale, ma anche il fattore fisico, cioè la verginità della carne, ha
significato e importanza.
II Signore Dio, in tutta la Bibbia e in tutta la
tradizione cristiana, ha dimostrato di preferire l'integrità, le cose
intatte, non toccate dalla mano di uomo. Ad esempio le pietre dell'altare: « Se
tu mi fai un altare di pietra, non lo costruirai con pietra tagliata, perché
alzando la tua lama su di essa, tu la renderesti profana » (Es. 20, 25). Per
questo, quando Giuda Maccabeo purifica il tempio profanato dai pagani e
ricostruisce l'altare degli olocausti, comanda che si ricostruisca l'altare «
con pietre grezze secondo la legge » (1 Mac. 4, 47). Possiamo pure ricordare
che Gesù, entrando solennemente a Gerusalemme come messia, volle cavalcare un
asino « sul quale nessuno era mai salito » (Lc. 11, 2)... e per il riposo dopo
la morte volle una « tomba nuova, nella quale nessuno era stato ancora
deposto » (Lc. 23, 43; Gv. 19, 41).
Non sono accostamenti a caso. È il valore dell'integrità.
Ma chi può constatare la verginità fisica di Maria?
La maternità naturalmente porterebbe a dire il contrario. Chi non pensa alla
potenza di Dio si pone la domanda oggi, come se la ponevano i cristiani dei
primi secoli... ed ecco lo scopo dell'episodio, completamente fantastico e
inventato, certamente indelicato ma significativo, delle ostetriche.
La presenza delle ostetriche, evidentemente inventata,
è stata presentata come storica per dimostrare la verginità di Maria anche
nel parto.
Le cose sarebbero andate così. Giuseppe e Maria erano
in viaggio verso Betlemme per obbedire al comando del censimento. Quasi alle
porte della città, la Madonna avrebbe detto a Giuseppe: «Calami giù
dall'asino perché quello che è in me ha fretta di nascere».
Trovata la grotta e sistemata la sposa, Giuseppe, sempre
amorevolmente preoccupato di offrirle ogni servizio, si portò a Betlemme, alla
ricerca di una ostetrica. La Provvidenza gli fece venire incontro subito una
donna che discendeva dalla collina e gli domandò:
- Dove vai, o uomo?
- Cerco una ostetrica ebrea...
La donna, che precisamente era ostetrica, si offrì a
prestare il suo servizio e Giuseppe l'accompagnò alla grotta. Ivi giunti,
videro una nube risplendente avvolgere e riempire tutto il luogo. L'ostetrica
ebbe timore, ma entrò. Vide il bambino già nato, tutto pieno di luce ed
esclamò: « Oggi per me è un gran giorno, perché ho visto un nuovo miracolo
».
Uscita dalla grotta le venne incontro una compagna,
di nome Salome, e le disse tutta meravigliata:
- Salome! Salome! Ho visto un miracolo inaudito. Una
vergine ha partorito un bambino, cosa di cui non è capace la natura!
- Non posso credere - rispose Salome - se io stessa
non avrò visitato la madre...
Entrò quindi nella grotta e chiese il permesso di
visitare la puerpera... (Un testo dichiara addirittura che la Madonna non solo
non fece resistenza a questa visita « indelicata », ma si offerse volentieri,
il che mette maggiormente in risalto la sua verginità). L'ostetrica però, dopo
avere visto, toccato e constatato l'integrità, sentì che la mano bruciava
tutta e si staccava dal corpo. Allora comprese la sua indelicata arditezza e
il castigo di Dio... Ma in seguito fu perdonata e la mano guarì soltanto al
contatto con il corpicino di Gesù.
Ripetiamo che il fatto, variamente raccontato dagli
apocrifi, è evidentemente inventato, ma per gli scrittori valeva la
testimonianza: la Mamma è rimasta vergine anche nel parto!
Delle ostetriche e della loro testimonianza parlano
anche il poeta Prudenzio e s. Zeno, Vescovo di Verona.
San Girolamo - il dottore massimo nella interpretazione
della S. Scrittura - afferma invece: « Non vi fu alcuna ostetrica, nessuna
attenzione di donne. Lei stessa (Maria) avvolse il Bambino in fasce, lei madre
e ostetrica insieme ».
Una trovata stranamente ingegnosa degli apocrifi (=
Protovangelo di Giacomo) per togliere ogni dubbio sulla verginità della
Madonna, è stata quella di metterle vicino un san Giuseppe molto vecchio, che
ormai aveva oltrepassato le soglie dell'attività virile, già vedovo e con
figli. Secondo loro saranno proprio questi figli, avuti da un precedente
matrimonio, ad essere chiamati nel vangelo canonico «fratelli di Gesù ».
Tutto ciò, oltre ad essere poco rispettoso alla santità
di Maria e Giuseppe, è completamente antistorico e inverosimile. Quanto poi
alla espressione «fratelli di Gesù » ne daremo più avanti la spiegazione
sicura.
Per una prova ancora maggiore, un vangelo apocrifo
fa parlare la Madonna e poi san Giuseppe. Maria dice: « Dalla mia infanzia ho
fatto a Dio il voto di restare integra per colui che mi ha creata. Io ho fiducia
di vivere solo per Lui. Fino a quando vivrò rimarrò in lui senza alcuna
macchia » (Vangelo apocrifo dello pseudo Matteo 12, 4). E san Giuseppe sul
letto di morte: « O Signore, io non conosco il mistero della tua nascita miracolosa
e mai avevo sentito che una donna avesse partorito senza il seme umano, né
che una vergine avesse partorito senza che si sciogliesse il sigillo della sua
verginità... » (Storia di Giuseppe falegname 17, 4).
La tradizione mette accanto a Gesù, nella grotta, il
bue e l'asinello. Nessun presepio ne è senza.
Il Vangelo non dice niente. Ne parlano invece gli
apocrifi.
Che ci fosse l'asino è facile, dal momento che il
viaggio da Nazaret a Betlemme, Maria e Giuseppe devono averlo fatto
sull'asinello, necessario soprattutto per Maria che stava per essere madre.
Quanto al bue... se quella era una grotta o una stalla per animali... è sempre
naturale che ci potesse essere anche lui!
Gli scrittori non adducono questi argomenti, ma partono
da un testo del profeta Isaia (1, 3): « Il bue conosce il proprietario e
l'asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non
comprende ».
È evidente che questo testo non ha alcuna relazione
con la nascita di Gesù, soprattutto considerando il suo contesto che parla
della condotta del popolo di Israele.
Un vangelo apocrifo giunge a dire che questi animali
« adoravano » il Signore. Non è esatto poiché l'adorazione (=
riconoscimento della divinità del Bambino) è un atto della volontà libera,
illuminata dalla ragione e dalla grazia, cosa che negli animali non può
avvenire. L'autore vuol dire semplicemente che l'atteggiamento degli animali
« assomigliava » a un atto di adorazione.
Allo stesso modo gli animali non possono volere,
amare, scegliere una cosa invece di un'altra... tutte cose esclusive degli
esseri ragionevoli. A volte sembrano compiere tutto ciò, ma in loro è
semplicemente un istinto naturale.
« C'erano in quella regione alcuni pastori che
vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge ». Così il vangelo di
Luca al capitolo secondo (2, 8).
Vediamo cosa aggiungono gli apocrifi.
Appena nato Gesù, san Giuseppe pensò di recarsi a
Betlemme a procurare del cibo. Qualcosa infatti avevano portato con sé, ma non
era sufficiente. All'entrata della grotta scorse alcuni uomini che avanzavano
discutendo tra di loro.
Era ormai giorno. Giuseppe chiede:
- Avete per caso un agnello da vendere, o qualche
gallina, o delle uova?...
- Vedi, o uomo, che non abbiamo niente con noi...
Siamo alla ricerca di verificare un grande avvenimento che ci è stato
annunciato. Abbiamo fatto il giro di Betlemme senza trovare nulla, e siamo
giunti fino a qui...
- Oh! Venite nel mio ricovero - risponde Giuseppe -
troverete proprio qui quanto cercate... Ma raccontatemi ciò che vi è stato
annunciato...
I pastori presero a narrare: « La notte scorsa,
mentre sedevamo a fare la guardia sul monte, la luna si è levata fulgida come
un giorno sereno. Come d'abitudine noi badavamo alle nostre greggi per via dei
ladri e dei lupi e ci raccontavamo delle storielle; altri cantava, e ci si
distraeva vicendevolmente. In quel momento eravamo molto allegri.
Mentre tra noi le cose andavano così, ci è apparso
un personaggio grande e potente che veniva dall'Oriente. Venne a noi rifulgente
di splendore divino e attorno a lui abbiamo visto una grande moltitudine di
quadrighe. A questa vista fummo presi da grande spavento e siamo caduti a
terra. Ma quel personaggio, con grande voce, ci ha detto: "Non temete,
pastori, perché ecco che io sono venuto ad annunziarvi lo splendore di Dio e
un grande gaudio, non solo per voi, ma per tutti i popoli; perché oggi è
nato Cristo il Signore, che è il salvatore di tutte le potestà dei cieli e
degli uomini. Ecco, si è manifestato oggi in Betlemme, la città di Davide.
Andate dunque e lo troverete avvolto in fasce e posto in una mangiatoia. Egli è
il figlio di Dio venuto a dare la vita eterna alle genti e a tutti coloro che
credono in lui".
Dopo che egli ci disse queste cose, abbiamo udito le
voci di molti angeli che nei cieli cantavano e dicevano: "Gloria a Dio
negli altissimi e pace in terra agli uomini di buona volontà". Cantando,
dicevano queste e molte altre cose. Perciò siamo venuti qui per ammirare questo
e vedere il dono di Dio, secondo quanto ci è stato detto ».
Allora Giuseppe disse:
- Venite; il Bambino annunciato è qui, nella grotta.
I pastori entrarono, videro il Bambino e l'adorarono... Restando a lungo
raccolti in preghiera, videro il bimbo cambiare di aspetto davanti ai loro
occhi. Dapprima apparve giocondissimo, poi austero e tremendo, poi soavissimo
e umano, poi di nuovo piccolo... poi grande... Così Dio volle manifestare loro
ciò che quel bambino era e sarebbe stato.
Gesù quindi aprì gli occhi e la boccuccia: una
grande luce emanò da quel corpo e un soavissimo profumo dalla sua bocca.
Entusiasti, i pastori si congratularono con Giuseppe,
che credevano il vero papà, e lo invitarono a pranzo presso i loro ovili.
Naturalmente Giuseppe non poté accettare per non abbandonare il bambino e la
Madre. Allora i pastori se ne andarono e tornarono alla grotta con abbondanza di
doni: latte, formaggio, qualche agnellino.
Grande fu la loro gioia e glorificavano Dio che aveva
mandato sulla terra il salvatore del mondo.
« Quando furono passati gli otto giorni per la
circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo
prima di essere concepito nel grembo della madre » (Lc. 2, 21).
La circoncisione era per gli ebrei una cerimonia che
teneva il posto del nostro battesimo e aveva luogo otto giorni dopo la nascita.
Si praticava una piccola incisione nella carne del bambino maschio che rimaneva
come segno dell'alleanza stipulata da Dio con Abramo (cfr. Gen. 17; Lv. 12, 3)
e il piccolo entrava a far parte del popolo di Dio, erede delle promesse divine.
Quel giorno era venuta alla grotta una donna anziana,
colpita da paralisi. Entrò mentre Maria dava il latte al suo bambino e subito
una grande luce inondò tutto l'ambiente. La donna, altamente stupita, si
rivolse a Maria dicendo:
- Sei tu la madre di questo bambino? Maria annuì e
la donna aggiunse:
- Tu non assomigli a nessuna delle figlie di Eva. E
Maria:
- È vero. Come nessun fanciullo è simile a mio figlio.
La donna proseguì domandando la guarigione. E la
Madonna:
- Poni le mani sul mio bambino e guarirai!
La donna, subito guarita, esclamò: « D'ora in poi
sarò ancella e serva di questo bambino per tutti i giorni della mia vita ».
Presente alla cerimonia della circoncisione, ella
prese la piccola membrana tolta al corpicino di Gesù (altri parlano del
cordone ombelicale... ma dopo otto giorni poteva esserci ancora?) e la mise in
un'ampolla di profumo di vero nardo, molto prezioso. La donna aveva un figlio
profumiere, gli consegnò l'ampolla e gli disse: « Guardati bene dal vendere
questa ampolla, anche se per essa ti offrissero trecento denari ».
Questa ampolla, in seguito, sarebbe stata acquistata
da Maria Maddalena, la peccatrice, quella che poi versò il profumo sul capo e
sui piedi di Gesù durante la cena in casa di Lazzaro, sei giorni prima della
pasqua (cfr. Gv. 12,3).
Indubbiamente la fantasia dello scrittore era più
che sbrigliata; vagava veramente tra le nuvole, mentre l'accenno ai piedi
potrebbe derivare dal testo dell'Esodo (4, 24-26). - L'episodio mette in
risalto la dignità del Bambino e di sua Madre: Non assomigli a nessuna delle
figlie di Eva!
Il tredicesimo giorno dalla nascita del Bambino, Giuseppe,
uscendo sulla strada vide una folla di viandanti venire verso la grotta... ed
erano guidati da una luce che li precedeva.
Tralasciando ciò che già conosciamo dai vangeli canonici
(cfr. Mt. 2, 1-12) notiamo:
Quando i personaggi con il loro seguito arrivarono
all'ingresso della grotta, Giuseppe li fermò:
- Chi siete? - (Aveva capito che erano forestieri e
venivano da lontano. Portavano infatti ampie vesti, di vario colore e berretti
frigi in capo). Risposero:
- Abbiamo visto in cielo la stella del re degli ebrei
e siamo venuti ad adorarlo, perché sta scritto nei libri antichi a proposito
del segno di questa stella: quando sarà apparsa questa stella, nascerà il re
eterno che darà ai giusti la vita immortale.
I libri della Bibbia (= libri antichi) - come le tradizioni
sulla creazione, il peccato e il diluvio - erano noti, più o meno rettamente,
anche ad altri popoli. Qui si allude certamente alla profezia di Balaam (Libro
dei Numeri 24, 17):
« Io lo vedo, ma non ora io lo contemplo ma non da
vicino: una stella spunta da Giacobbe... ».
Entrati nella grotta, i Magi salutarono prima la
Madonna, dicendo: « Salve, degnissima signora, piena di ogni grazia ». Poi si
accostarono alla mangiatoia, videro il Bambino e lo adorarono. Offrirono i
doni tradizionali (oro, incenso e mirra), ma anche molti altri doni a Maria.
Usciti dalla grotta, incontrarono di nuovo Giuseppe e
gli dissero: « Tu sei beatissimo, essendo degno di nutrire un tale fanciullo.
Infatti sarai chiamato suo padre, perché sarai a sua disposizione, non come a
un figlio ma come al tuo Signore, e perché lo tocchi con le tue mani, con grande
timore e riverenza. Il suo nome è più grande del tuo... A lui serviranno tutte
le tribù della terra e ogni lingua lo proclamerà Signore... ».
Evidentemente l'autore di questi testi intendeva far
risaltare la divinità del Bambino e come san Giuseppe non fosse il vero padre,
ma il custode, a disposizione di ogni necessità della « piena di grazia » e
del figlio.
La fantasia ha provveduto anche a dirci da dove provenivano
i ricchi doni portati dai Magi. All'inizio si trovavano addirittura nel paradiso
terrestre, dove c'era abbondanza di ogni bene. Al momento della cacciata dei
progenitori dopo il peccato, il primo uomo, Adamo, avrebbe avuto la possibilità
di trafugarli, nascondendoli in una grotta. Se ne tramandò la memoria da una
generazione all'altra, in base alle notizie trasmesse da Adamo al figlio Set,
fino ai Magi che li presero per offrirli al Signore (Vangelo arabo apocrifo 64,
32).
Il Vangelo di Matteo (2, 1-7) precisa i doni portati
dai Magi, ma non il numero dei donatori. Nella maggioranza degli scritti
primitivi essi sono tre... ma c'è chi parla di sei, dieci o dodici, tutti di
stirpe regale e addirittura con un seguito di milleduecento uomini. Quest'ultima
notizia non è certamente probabile, poiché una tale moltitudine avrebbe a
ragione messo Erode in apprensione. Il numero di tre si è imposto per il
fatto dei tre doni. I loro nomi sarebbero Gaspare, Melchiorre e Baldassare. Al
primo viene attribuito il dono della mirra, a Melchiorre l'incenso e a
Baldassare l'oro. Un altro scritto ha nomi diversi: Melco, Gaspare e Fadizarda (Sedulius
Scotus). - Una tradizione tardiva li fa martiri per amore di Gesù. I loro
corpi sono venerati nel duomo di Colonia.
I Magi spiegarono a Giuseppe: « L'abbiamo saputo dal
segno di una stella: ci è apparsa infatti più sfolgorante del sole, sul cui
fulgore nessuno ha mai potuto dire nulla. Questa stella, che è sorta, significa
che nello splendore del giorno regnerà la stirpe di Dio ».
Il Vangelo canonico dice semplicemente: « Abbiamo
visto sorgere la sua stella... La stella, che avevano visto nel suo sorgere, li
precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il Bambino
» (Mt. 2, 2.9).
Molti cercarono di spiegare come fosse questa stella
che guidò i Magi alla grotta di Gesù. Certamente non poteva essere una
stella comune, con la sua traiettoria nel cielo come le altre stelle.
Difficilmente infatti avrebbe potuto indicare la strada a gente che camminava
sulla terra e soprattutto fermarsi sulla grotta o sulla « casa ». - Secondo
alcuni apocrifi, non era altro che un angelo che illuminava e seguiva il
cammino. La spiegazione è attraente e non contraddice il vangelo.
Nel vangelo arabo dell'infanzia abbiamo chiara l'idea
della stella-angelo, con l'attestazione esplicita e formale della verginità
di Maria anche nel parto: « ... Vi era al tempo del profeta Mosè, un uomo di
nome Zaradus (= Zoroastro?), colui che inventò la scienza del magismo (= non la
nostra magia ma lo studio delle stelle). Mentre un giorno stava seduto presso
una sorgente, insegnando ai seguaci la scienza del magismo, interrompendo il
suo discorso disse loro: « Una vergine partorirà senza la rottura del sigillo
della verginità... E lo crocifiggeranno gli ebrei nella città santa che fu
costruita da Melchisedek; e risorgerà dai morti e salirà al cielo. Ed ecco
il segno della sua nascita: vedrete in oriente una stella più brillante della
luce del sole e delle stelle che sono nel cielo, poiché essa non è una stella,
ma un angelo di Dio... » e conclude dicendo che questo astrologo non sarebbe
altro che il profeta Balaam, da noi ricordato sopra (= Vangelo apocrifo
dell'infanzia, codice lamenziano, prologo).
Descrizioni fantastiche ce ne sono tante e non solo
nei primi secoli. Il vangelo arabo apocrifo dell'apostolo Giovanni riporta una
delle descrizioni della stella fra le più graziose e fantastiche: « I magi,
che erano dei re in Oriente, videro in cielo una stella la cui luce era simile
alla luce del sole; questa luce si sprigionava come una fascia fissa dal cielo
in terra, e in mezzo a questa luce c'era l'immagine di una vergine adolescente
che reggeva un piccolo fanciullo sul cui corpo vi era una corona di luce » (n.
64).
Questa stella riveste poi un significato simbolico «
... infatti è parola di Dio. Quante sono le stelle, altrettante sono le
parole di Dio ». Certamente la parola di Dio è luce che illumina, ma non si
confonde con le stelle.
Notiamo che alla venuta dei Magi, la sacra Famiglia
doveva avere abbandonato la grotta della natività e trovato una casa in
Betlemme. Il vangelo infatti dice « entrati nella casa » (Mt. 2, I1).
Come poi la stella sia diventata anche « cometa »,
cioè adornata della caratteristica coda, è certamente frutto della fantasia
popolare sbrigliata. Fatto sta che ora la vediamo così in tutti i presepi.
I Magi offrirono i loro doni preziosi, ma anche ricevettero
un dono dalla Madonna: una fascia nella quale era stato avvolto il corpicino di
Gesù. (Secondo altri la Madonna avrebbe dato ai Magi anche un pane d'orzo per
il viaggio di ritorno).
Tornati al loro paese, naturalmente raccontarono le
cose meravigliose che avevano visto, fecero una grande festa e accesero un fuoco
sacro in mezzo alla piazza della città. Tra le fiamme gettarono - per quale
motivo non è detto - la fascia ricevuta in dono dalla Madonna. Le fiamme
l'avvolsero tutta e sembrò che la distruggessero, ma una volta spente la si
trovò completamente intatta. Allora cominciarono a baciarla e venerarla come
una vera reliquia, dicendo: « Il fuoco non ha potuto bruciarla o rovinarla...
È un grande prodigio! » e la riposero tra i loro tesori.
« Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco
di lui, s'infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Bedemme e del suo
territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato
informato dai Magi ».
Cosi il Vangelo di Matteo (2, 16).
Secondo il racconto degli stessi Magi a Maria e a Giuseppe,
riportato dagli apocrifi, al primo incontro Erode si sarebbe mostrato molto
benigno dando a loro perfino la corona che teneva in capo e l'anello munito di
una gemma regale... Ma forse aveva fatto questo per distogliere ogni sospetto.
Poi avvenne tutto come descritto nel Vangelo. Solo
che gli apocrifi raccontano come fu salvato dalla strage anche il piccolo
Giovanni Battista che la mamma avrebbe portato su una montagna, la quale, alla
preghiera di Elisabetta si sarebbe aperta per nascondere il bambino... Anche
oggi, al santuario della Visitazione (Ain-Karim) viene mostrata ai pellegrini
una specie di grotta, con una roccia che ha vagamente la forma di un bambino,
dove sarebbe stato nascosto e salvato il piccolo Giovanni... Ma che il «
territorio » di Betlemme giungesse fino a qui sembra proprio impossibile. Fatto
sta che non trovando il bimbo di Elisabetta gli sgherri di Erode si accanirono
contro il padre, Zaccaria, che prestava servizio al tempio ed è chiamato
addirittura « sommo sacerdote ». Alla fine lo uccisero. Allora si udì una
gran voce: « Oggi, da uomini ingiusti è stato ucciso Zaccaria sacerdote, ma
la sua memoria non sarà cancellata fino a quando non verrà colui che
vendicherà il suo sangue ».
Forse il racconto dell'uccisione di Zaccaria si rifà
ad una interpretazione errata del testo di San Matteo: « Perché ricada su di
voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto
Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che avete ucciso tra il
santuario e l'altare » (Mt. 23, 35). Ma qui si tratta con assoluta probabilità,
di Zaccaria figlio del sacerdote Joiada, lapidato nel cortile del Tempio
(Secondo libro delle Cronache 24, 20-22). Abele e Zaccaria: primo e ultimo
assassinio raccontato dalla Bibbia!
III
Sulla fuga e permanenza in Egitto della Sacra Famiglia,
il Vangelo ci offre solo la brevissima notizia dell'inizio e della fine: « Un
angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: Alzati, prendi con
te il Bambino e sua Madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò,
perché Erode cerca il Bambino per ucciderlo (...). Morto Erode un angelo del
Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: Alzati, prendi con te
il Bambino e sua Madre e va' nel paese di Israele... » (Mt. 2, 12.19-20).
I vangeli apocrifi sono assai ricchi di particolari e
danno all'avvenimento una visione gloriosa e trionfale: Gesù-Dio che entra nel
mondo pagano come dominatore delle nazioni e potente taumaturgo sulle persone,
le malattie, gli animali, le cose. Già, ad esempio, durante il viaggio
abbiamo l'incontro con le bestie del deserto. Maria ha in braccio il Bambino
ed è scortata da Giuseppe. Alla vista delle bestie feroci ha paura, ma Gesù la
rassicura: « Mamma, non temere. Non vengono per farti del male, ma per dare il
loro ossequio a me e a te ».
Così avvenne che le bestie più feroci si
accostavano con mitezza, riconoscendo la maestà del Signore. « I leoni e i
leopardi lo adoravano e si accompagnavano a loro nel deserto. Ovunque andavano,
Giuseppe e Maria erano preceduti da questi animali che chinavano la loro testa,
prestando loro ogni servizio. Facevano le feste dimenando la coda... »
(Vangelo dello pseudo Matteo).
Naturalmente è tutta immaginazione, certo suggerita
dal noto testo messianico del profeta Isaia: « Il lupo e l'agnello
pascoleranno insieme, il leone mangerà la paglia come un bue... non faranno né
male né danno in tutto il mio santo monte » (Isaia 65, 25). « Il lupo dimorerà
insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e
il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guaderà. La vacca e l'orsa
pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si
ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca
dell'aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi... »
(Isaia 11, 6-8).
Sono immagini per descrivere la pace universale del
tempo messianico. Così doveva essere nel paradiso terrestre prima del peccato (cfr.
Gen. 3, 17-19). Ora sono soprattutto un simbolo della pace dell'uomo con Dio.
Durante il viaggio nel deserto per raggiungere l'Egitto,
cammino certamente faticoso, disagevole e difficile per la sacra Famiglia,
secondo i vangeli apocrifi non solo gli animali feroci ossequiarono i tre grandi
personaggi, ma anche le piante offrirono doni e servizi.
Era ormai il terzo giorno di viaggio e Maria,
affaticata dal cammino e dallo sfibrante calore del sole del deserto, scorgendo
a distanza una grande palma, disse a Giuseppe: mi riposerò alquanto all'ombra
di quell'albero...
Sedettero e si riposarono. Maria quindi, alzando gli
occhi, vide come la palma era carica di frutti e sospirò: « Come sarebbe buono
gustare i frutti di questa palma! ».
San Giuseppe, desideroso di soddisfare il desiderio
di Maria, era triste per l'impossibilità di arrivare alla cima della pianta...
e poi era anche preoccupato per l'acqua che ormai mancava...
Allora Gesù bambino, che dormiva in seno alla madre
ma aveva sempre il cuore vigile e attento ai loro bisogni, quasi svegliandosi
disse alla palma: « Albero buono, piega i tuoi rami e ristora la mia mamma con
i tuoi frutti ».
Immediatamente la palma piegò la chioma fino alla
Vergine che poté cogliere i frutti desiderati, senza alcuna fatica.
Dopo che tutti se ne furono saziati, Gesù disse alla
palma: « Alzati, prendi forza ed entrerai ad essere compagna dei grandi
alberi del paradiso di mio padre. Ora apri le tue radici, affinché possa
scaturire la vena d'acqua che è nascosta nella terra...
L'acqua scaturì limpidissima e tutti ne furono
dissetati... anche l'asinello di san Giuseppe.
La sacra Famiglia riposò tutto il giorno all'ombra
della palma « buona » e partì l'indomani. Gesù bambino salutò la palma
dicendo: « Ti dò il privilegio che uno dei tuoi rami sia trasportato dai miei
angeli nel paradiso del padre mio. A tutti coloro che lottano e vincono si dirà:
"Sei giunto alla palma della vittoria" ». Allora apparve un angelo
del Signore, ritto sulla sommità della palma e ne staccò un ramo che portò in
cielo.
Carina la storia della palma « buona »! La ritroveremo,
narrata in modo diverso e più in breve, trattando del buon ladrone.
Durante il viaggio attraverso il deserto, il calore
del sole doveva essere particolarmente forte e sfibrante, per cui un giorno
Giuseppe disse al bambino Gesù: « Signore, questo calore ci brucia. Se
gradisci, seguiamo la strada lungo il mare, così possiamo riposarci nelle città
marittime ». Gesù rispose: « Non temere, Giuseppe, io ti accorcerò la
strada, così percorrerai in un giorno il cammino che avresti dovuto percorrere
in trenta giorni... ».
... E subito, alzando gli occhi, videro le prime case
del territorio egiziano.
La bontà di Gesù! Il vangelo non dice niente. Questo
racconto è inventato, ma afferma una verità: certamente la provvidenza di
Dio ha assistito la sacra Famiglia durante il viaggio e la permanenza in
Egitto.
Appena varcati i confini della nazione egiziana, Maria,
Giuseppe e il Bambino - la sacra famiglia - videro una grande città e vi
entrarono. Vi era in essa un idolo famoso, al quale tutti gli altri idoli
dell'Egitto dovevano offrire doni riconoscendone la superiorità. Il sacerdote
che officiava il tempio aveva un figlio di tre anni, posseduto da parecchi
demoni che parlavano con la sua bocca e il padre-sacerdote comunicava al popolo
i messaggi della divinità, che in realtà venivano dal demonio. Quando i
demoni s'impadronivano del piccolo per farlo parlare, egli si strappava le
vesti, restava nudo e tirava sassi alle persone che incontrava.
Accanto al tempio dell'idolo c'era un ospizio per
viandanti e pellegrini e Giuseppe vi entrò con la sacra Famiglia, mentre una
strana agitazione e tremore coglievano tutti gli abitanti della città.
Pensarono allora di interrogare la divinità e l'idolo-satana rispose per
mezzo del bambino: « È arrivato un Dio nascosto in un bambino. Egli è
veramente Dio. Non c'è alcun Dio degno di un culto divino all'infuori di lui...
Noi abbiamo molta paura della sua grandezza e potenza ».
Pronunciate queste parole, l'idolo cadde a terra e si
frantumò.
Il vangelo dello pseudo Matteo non parla di un idolo
solo, ma della bellezza di 355 idoli venerati in quel tempio. Alla venuta di
Gesù tutti caddero a terra e si frantumarono. Il miracolo servì a convertire
il popolo.
Il fatto della caduta degli idoli trova riscontro
nella Bibbia (primo libro di Samuele), dove si racconta della sorte di Dagon,
il dio dei filistei, davanti all'arca del Dio di Israele (1 Sam. S, 2-4): « I
filistei presero l'arca di Dio e la introdussero nel tempio di Dagon. Il giorno
dopo i cittadini di Asdod si alzarono ed ecco Dagon giaceva con la faccia a
terra davanti all'arca del Signore; essi presero Dagon e lo rimisero al suo
posto. Si alzarono il giorno dopo di buon mattino ed ecco Dagon con la faccia
a terra davanti all'arca del Signore, mentre il capo di Dagon e le palme delle
mani giacevano staccate sulla soglia; solo il tronco era rimasto a Dagon...
».
Altro riscontro lo abbiamo nel libro del profeta
Isaia (46, 1-2): « A terra è Bel, rovesciato è Nebo; i loro idoli sono per
gli animali e le bestie, caricati come loro fardelli... Sono rovesciati, sono a
terra insieme, non hanno potuto salvare chi li portava ».
Gli idoli caddero a terra, ma il miracolo più grande
fu la guarigione del piccolo bambino, figlio del sacerdote, posseduto dal
demonio che parlava con la sua bocca.
Non si sa da quale forza spinto o guidato, il detto
fanciullo entrò nell'ospizio dove era alloggiata la sacra Famiglia. Maria
aveva appena finito di lavare le fasce di Gesù bambino e le aveva stese ad
asciugare su una catasta di legna. Entrò il bambino, prese una delle fasce e se
la pose in capo. Immediatamente i demoni fuggirono dalla sua bocca sotto forma
di corvi e di serpenti.
Entrato il padre - il sacerdote dell'idolo - a
cercare il fanciullo, lo vide trasformato:
- Cosa ti è successo, figlio mio?
Il bambino raccontò. Il padre, tutto lieto, esclamò
ad alta voce: « Può essere che questo fanciullo sia il figlio del Dio vivo,
che creò il cielo e la terra... ».
Il miracolo produce la fede nel padre del bambino,
sacerdote del tempio idolatra. Forse non è ancora perfetta. Dice infatti «
può essere... » ma è già molto che attribuisca al figlio di Maria la
creazione del cielo e della terra.
Dopo il riposo all'ospizio dell'idolo, Maria e Giuseppe
vollero proseguire il cammino. Usciti dalla città, dovettero attraversare un
luogo semideserto, infestato da banditi che spogliavano ogni víandante di averi
e bagagli.
Li incontrarono infatti, ma all'approssimarsi dei tre
viandanti i banditi udirono come un frastuono di un grande esercito: suono di
fanfare e tamburi e calpestio di cavalli. Ebbero paura e stavano per fuggire
lasciando sul terreno quanto avevano e liberando i prigionieri che avevano
catturato.
Osservando poi che solo tre viandanti avanzavano
verso di loro, domandarono, pur sempre impauriti: « Dov'è il grande esercito
e il re che abbiamo sentito avanzare con grande rumore di guerra? ».
San Giuseppe rispose semplicemente: « Verrà dopo di
noi ».
La conclusione sembra strana poiché a seguito della
sacra famiglia non c'era nessuno. Ma intanto i prigionieri dei banditi se ne
vanno liberi. È sempre Gesù che « libera i prigionieri » (cfr. Lc. 4, 18).
Giuseppe, Maria e il Bambino giunsero in un'altra
città, dove viveva una donna indemoniata.
Veramente terribile era questa donna, o meglio il diavolo
che stava in lei.
Non poteva sopportare i vestiti né riusciva a stare
in casa. Legata con cinghie e catene, spezzava tutto e fuggiva senza vestiti
per luoghi selvaggi, rifugiandosi nei sepolcri. Di là tirava sassi ad ogni
persona che passava per quei luoghi.
Bastò però che passasse la Madonna e la guardasse.
Il demonio la lasciò fuggendo sotto l'aspetto di un adolescente ed
esclamando: « Guai a me per causa tua, o Maria, e per causa di tuo figlio! ».
La donna fu completamente libera. Si accorse della
sua nudità, ne ebbe vergogna e si recò in fretta dai suoi familiari, evitando
lo sguardo degli uomini. Quando fu vestita narrò a suo padre e ai familiari
come era stata liberata...
Naturalmente se ne sparse la voce e Maria e Giuseppe
ebbero ospitalità onoratissima in quella città. L'episodio ha un certo
riscontro nel Vangelo con la liberazione dell'indemoniato (o indemoniati) di
Gerasa (cfr. Mt. 8, 28-34; Mc. S, 1-20; Lc. 8, 26-39), ma la conclusione è
diversa.
La sacra Famiglia, provveduta di ogni ben di Dio dagli
abitanti della città dove la donna era stata liberata dal demonio, giunse a una
città dove tutto era pronto per la celebrazione di un matrimonio. Ma la festa
stava andando a monte per opera di Satana (il maledetto!) che ci aveva messo
la coda rendendo la sposa assolutamente muta.
Povera donna! Non poteva dire il suo « sì »
all'uomo che amava!
Ma la Provvidenza fece in modo che arrivasse in tempo
la Madonna con il figlio Gesù. La promessa sposa, resa muta dal demonio, ebbe
la grazia di ricevere il bambino Gesù tra le braccia, lo strinse fortemente e
lo baciò.
Immediatamente si sciolse il nodo della lingua e poté
dire tranquillamente il suo « sì ».
Immaginiamo la grande gioia degli sposi, dei parenti
e di tutti i cittadini i quali « credettero che Dio e i suoi angeli fossero
discesi presso di loro ».
Il fatto non ha riscontro nel Vangelo, a meno che non
si voglia avvicinarlo all'episodio delle nozze di Cana in cui Gesù benedice
con la sua presenza e con un miracolo il matrimonio e i suoi discepoli «
credono » in lui (Gv. 2, 1-11).
Nella città della nuova sposa la sacra Famiglia
rimase per tre giorni, onorata e trattata splendidamente da tutti gli abitanti.
Riprese quindi il cammino verso un'altra città dove sarebbe avvenuto un altro
prodigio.
Una donna, di cui non si dice il nome, un giorno era
andata al fiume a lavare i panni e il diavolo (Satana, il maledetto!) s'era
impadronito di lei uscendo dall'acqua sotto forma di un serpente. Da quel
momento, mentre di giorno le cose andavano abbastanza bene, alla sera e durante
la notte, il demonio la tormentava terribilmente.
Vedendo avvicinarsi la Madonna con san Giuseppe e il
Bambino, ebbe l'ispirazione di chiedere di toccare Gesù. Maria glielo diede
addirittura tra le braccia e la donna lo baciò.
Immediatamente il diavolo fuggì da lei e più non la
molestò.
Tutti gli abitanti della città ne furono lieti,
lodarono il Signore e colmarono la sacra Famiglia di doni.
Il giorno dopo, la donna che era stata posseduta e
tormentata dal demonio preparò dell'acqua profumata affinché la Madonna
potesse lavare il suo bambino. Maria gradì l'offerta, lavò il Bambino,
mentre la donna raccolse tutta l'acqua servita per il lavaggio. Tornata a casa
ne versò parte sul capo di una fanciulla che era tutta bianca per la lebbra.
Subito la fanciulla fu purificata e guarì. I
cittadini commentarono gioiosi: « Non c'è dubbio: Maria, Giuseppe e questo
bambino non sono uomini, ma divinità venute a noi per amore ».
L'autore è preoccupato che venga riconosciuta la
divinità di Gesù Bambino: al fatto è inventato ma l'intenzione è buona.
Il giorno dopo, al momento della partenza, la fanciulla
guarita dalla lebbra si presentò a Maria pregando di essere accolta come
compagna di viaggio, e fu accettata.
Camminando, giunsero a un'altra città, governata da
un principe buono, che aveva un castello con annesso un ospizio per pellegrini.
La fanciulla precedette la sacra Famiglia e si
presentò al castello per chiedere ospitalità. Trovò la moglie del principe e
si meravigliò di vederla tutta triste...
- Cosa succede, signora? Io credevo che i principi
vivessero sempre nella felicità come vivono nella ricchezza...
- La mia storia è lunga, ma la racconterò in breve.
Ho sposato il principe, e mi sembrava di essere felice. Per lungo tempo gli dei
mi negarono un figlio e il nostro matrimonio stava per rovinare. Quando
finalmente ebbi un figlio, già da piccolo fu colpito dalla lebbra. Il marito ne
fu indignato e preso dalla collera mi ordinò di ucciderlo. Io mi ribellai.
Allora finalmente mi disse: « Affidalo a una balia che lo porti in una località
lontana, che io non lo veda più, né abbia più notizie di lui... Anche di te
non voglio più saperne, né ti voglio vedere... Io ho nascosto il figlio e il
marito non lo sa.
La fanciulla ascoltò la storia in silenzio, poi
subito rispose:
- Signora, io ho la medicina per il suo male. Anch'io
fui lebbrosa e sono stata guarita dal figlio di Maria...
- Oh! Tu mi dai un po' di speranza... Ma chi è questa
Maria?... il Bambino?... Dove sono?
- Sono qui. Stanno per chiedere ospitalità al suo
ospizio...
Proprio in quel momento arrivò Maria con Gesù e
Giuseppe. La principessa li accolse con gioia, fiducia e speranza, e preparò
per loro una buona cena. Finito di prendere cibo e lavato il bambino Gesù,
Maria prese un po' dell'acqua usata e la versò sul capo del malato che i servi
si erano affrettati a portare.
Il miracolo fu immediato e naturalmente grande la
gioia di tutti, specialmente della mamma che esclamò: « Beata la madre che ti
partorì, o Gesù. È così che tu purifichi gli uomini che partecipano alla
tua stessa natura... ».
... E ricolmò la sacra Famiglia di magnifici doni e
con grande onore la congedò.
È manifesto che l'autore del racconto vuol celebrare
la maternità divina di Maria e riconoscere in Cristo anche la natura umana.
Forse si può vedere un riscontro evangelico in quella donna del popolo che
esclamò: « Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il
latte! » (Lc. 11, 27).
Sempre durante il viaggio - secondo gli apocrifi
sembra quasi che la permanenza in Egitto sia segnata da un continuo peregrinare
- la sacra Famiglia giunse in una nuova città e trovò la possibilità di
pernottare presso la famiglia di due giovani sposi.
Ohimé! Non erano felici quegli sposi, poiché per
azione del demonio lo sposo non poteva avvicinarsi alla sposa.
Bastò però la presenza di Gesù, Maria e Giuseppe,
perché il diavolo si allontanasse e i due sposi tornassero felici.
Possiamo fare questo commento: Il Signore ama e loda
la castità scelta per il regno dei cieli (cfr. Mt. 19, 12; 1 Cor. 7, 1-16) ma
benedice anche il matrimonio, l'amore e la fecondità degli sposi. - Il
matrimonio è chiamato « il primo sogno di Dio ».
La ragazza guarita dalla lebbra trova uno sposo
Veramente fantastico questo racconto e certamente tutto inventato, ma non manca
di uno scopo e di un insegnamento. Entriamo addirittura nel mondo delle favole
e può ricordare quella a tutti nota che ha per titolo « La bella e la bestia
».
Partì dunque la sacra Famiglia, il giorno appresso,
dopo aver consolato gli sposi, e continuò a seguirla la fanciulla che era
stata liberata dalla lebbra. Alla porta di una nuova città incontrarono tre
donne che tornavano piangendo dal cimitero. La fanciulla che era sempre con Maria
e Giuseppe, invitata dalla Madonna, si avvicinò e chiese:
- Come mai piangete? Quale malanno vi ha colpito? -
Chi siete? - risposero le donne.
- Siamo viandanti in cerca di un rifugio per la notte...
- Se vi degnate, potete venire da noi e pernottare
presso di noi.
Accettarono volentieri, naturalmente, ma, entrati nella
casa ospitale, s'avvidero ben presto di una cosa molto strana. In una bella
stanza, tutta adornata e pulita come una camera nuziale, stava un mulo coperto
di broccato, davanti a una greppia ben fornita di cibo. Meraviglia più grande
fu il vedere quelle donne mettersi a baciare il mulo come fosse stato una
persona umana.
Interrogate, spiegarono: il mulo che vedete era
nostro fratello, nato dalla nostra stessa madre. Nostro padre morì anzitempo e
noi preparammo un matrimonio a questo nostro fratello. .
Il giorno della vigilia, quando tutto era pronto per
la festa, entrate nella stanza di nostro fratello, lo trovammo trasformato in
mulo, per la gelosia di alcune donne che conosciamo e che operano con l'aiuto di
Satana. Abbiamo cercato di tutto per ridare a nostro fratello la forma umana:
consultammo medici, maghi, dotti e incantatori, ma tutto fu inutile... Che
tristezza! Assieme a nostra madre andiamo ogni giorno al cimitero a pregare
per nostro padre e ritorniamo piangendo... come voi ci avete incontrate.
Udite queste parole, la ragazza assicurò:
- State tranquille. È arrivata una medicina che
asciugherà il vostro pianto...
- Magari! Ma come può essere?
- Pensate: io ero lebbrosa e sono guarita... - E qui
raccontò come era stata guarita lavandosi con l'acqua che aveva toccato il
corpo di Gesù. Allora le donne piangenti chiamarono la Madonna e chiesero
misericordia per la loro triste sorte.
Maria prese il bambino e lo collocò sul dorso del mulo
dicendo: « Su, figlio mio, guarisci questo mulo con la tua straordinaria
potenza e fa' di lui un uomo dotato di ragione, come era prima ».
Immediatamente il mulo cambiò aspetto e ridivenne il
bel giovanotto che era prima...
Seguì un grande scoppio di gioia e di giubilo.
Le tre sorelle, finalmente senza lacrime, proposero
alla ragazza che era stata l'intermediaria del miracolo, di sposare il loro
fratello trasformato.
La ragazza fu felice e si prepararono le nozze.
La sacra Famiglia rimase in quella casa dieci giorni,
assai onorata e arricchita di doni.
Al momento della partenza ci furono ancora lacrime,
ma di natura diversa da quelle di prima. Anche la novella sposa piangeva. Il suo
cuore era lieto per avere trovato l'amore e la sistemazione della sua vita, ma
anche un po' triste per non potere più seguire Gesù, Maria e Giuseppe.
L'episodio è davvero fantastico e assolutamente inverosimile, ma l'autore ci
fa capire in qualche modo la « potenza straordinaria di Gesù», la bontà sua
e di Maria verso le nostre sofferenze e la santità del matrimonio e
dell'amore, voluto e benedetto dal Signore. Storia del buon ladrone
Veramente carina la storia del buon ladrone. Pare
quasi vera; certamente più verosimile e anche più nota della leggenda del
mulo.
Rimessisi in cammino - Maria, Giuseppe e il Bambino
- dovettero attraversare una regione deserta, infestata da ladroni. Giuseppe
pensò di attraversarla di notte, supponendo minore il pericolo.
Infatti i ladri - quasi tutti - dormivano. Ma sul ciglio
della strada ne videro due ancora svegli. Il primo disse al compagno:
- Lasciamo passare questi viandanti senza fare loro
del male. Fingiamo di dormire e non facciamo rumore affinché anche i nostri
compagni non si sveglino.
Il secondo non voleva, ma il primo gli offrì la
bellezza di quaranta dragme e una cintura preziosa, affinché non aprisse bocca.
Così la sacra Famiglia passò indisturbata e Maria,
vista la bontà del ladrone, gli disse: « Il Signore ti sosterrà con la sua
destra e ti concederà il perdono dei peccati ».
Allora il Bambino Gesù, miracolosamente parlando
disse: « Di qui a trenta anni, o madre, gli ebrei mi crocifiggeranno a
Gerusalemme. Questi ladroni saranno alla mia destra e alla mia sinistra e il
primo mi precederà in paradiso ».
Questa la leggenda del buon ladrone, passato alla storia
con il nome di Disma e venerato come santo perché canonizzato dallo stesso Gesù
sulla croce. Nel vangelo
apocrifo dell'infanzia viene chiamato con un altro
nome - Tito. - Il vangelo apocrífo di Nicodemo racconta l'incontro con Disma in
altro modo. Quando la sacra Famiglia giunse ai confini con l'Egitto, Maria e
Giuseppe erano stremati dalla sete. Maria rivolse la parola a una palma ricca di
datteri, dicendo: « Chinati, mio albero buono, e concedimi il tuo bellissimo
frutto ». L'albero si chinò, concesse tutti i frutti che desideravano e quindi
ritornò alla sua posizione naturale. Quando Disma, presente in quel luogo
deserto come ladrone, vide Maria con il Bambino, fu colpito dalla sua
straordinaria bellezza ed esclamò: « Se Dio avesse una madre, io direi che sei
tu! ». Poi diede ospitalità alla sacra Famiglia e Gesù gli guarì il figlio
lebbroso. Si incontrarono ancora al ritorno dall'Egitto e Maria gli promise
una ricompensa per la sua bontà... » (Vangelo di Nicodemo 10, 1). Anche san
Pier Damiani attribuisce la conversione del buon ladrone alla intercessione
di Maria.
La narrazione apocrifa di Giuseppe di Arimatea (1, 2)
enumera le sue azioni e i suoi peccati: « Disma era galileo ed aveva un
albergo; ospitava i ricchi, ma faceva anche del bene ai bisognosi e seppelliva
segretamente i morti poveri sull'esempio di Tobia. Si industriava di rubare i
beni degli ebrei; rubò anche i libri della legge a Gerusalemme; depredò la
stessa figlia di Caifa, sacerdotessa del santuario, e sottrasse perfino il
deposito segreto collocatovi da Salomone. Queste le azioni di cui si era reso
colpevole ».
Nel vangelo arabo dell'infanzia leggiamo il seguente
episodio. La santa Famiglia, giunta nella località di Maratea, trovò ristoro
all'ombra di un grande sicomoro. Il bambino Gesù fece scaturire una sorgente e
la Madonna vi lavò i vestiti bagnati dal sudore del figlio di Dio. Quel sudore
diffuse un odore di balsamo in tutta la regione.
Ai tempi in cui l'autore scriveva, il grande albero
di sicomoro esisteva ancora.
Notiamo: Gesù ha un vero corpo umano, soggetto a
tutte le leggi ed esigenze fisiche del nostro corpo. Qui l'autore immagina che
il sudore di Gesù emanasse un profumo di balsamo, ma è un modo di parlare
poetico. Gesù ha voluto un corpo come il nostro, con tutte le sue esigenze,
escluso solo ogni peccato o tendenza disordinata. Quindi era soggetto alla
fame, sete, stanchezza, dolore, freddo, caldo, ecc., a tutto quello che
possiamo avvertire noi nel nostro corpo, anche al sudore... e il suo sudore è
servito alla nostra redenzione... come il suo sangue!
Alcuni episodi non sappiamo come e dove collocarli,
se in Egitto o a Nazaret, anche perché provengono da varie fonti,
indipendenti tra di loro, ma è bello ricordarli, per comune conoscenza ed
edificazione. Così è per il fatto delle spighe e del pesce.
Secondo il vangelo dell'infanzia, detto di s. Tommaso,
quando Gesù entrò in Egitto aveva due anni. Camminando un giorno per un
campo seminato, stese la mano e prese delle spighe, le pose sul fuoco, le triturò
e cominciò a mangiarle. Poi, forse pensando al piccolo danno provocato, volle
premiare il padrone facendo che quel campo producesse ogni anno tante misure di
grano quanti erano stati i chicchi da lui presi.
In Egitto Giuseppe avrebbe preso alloggio nella casa
di una donna vedova, rimanendovi per un anno. Un giorno, vedendo Gesù alcuni
bambini che giocavano si unì al loro gioco. Erano sulla spiaggia del mare ed
egli vide un pesce morto e secco sulla sabbia. Lo prese, lo gettò in un catino
d'acqua e gli comandò di respirare. Gli disse poi: « Allontana il sale che hai
addosso e mettiti a nuotare ». Così avvenne: alla voce del fanciullo il pesce
divenne vivo. Ma coloro che avevano visto andarono a riferire la cosa alla
vedova che ospitava la sacra Famiglia e lei si affrettò a cacciarli da casa.
A prima vista non si comprende il motivo di questa
decisione della donna. Ci si aspetterebbe il contrario. Forse avrà pensato si
trattasse di un'opera magica o diabolica. - Il fatto delle spighe invece ci
ricorda l'episodio evangelico degli apostoli che « ebbero fame e cominciarono
a raccogliere spighe e le mangiavano » (Mt. 12, 1; cfr. Mc. 2, 23-26; Lc. 6,
1-5) per cui Gesù venne rimproverato dai farisei. Succederà molte volte, durante
la vita pubblica, che le azioni buone di Gesù - e perfino i miracoli - saranno
interpretati male dai suoi nemici.
Dopo un viaggio così lungo e fortunoso, la sacra Famiglia
giunse a Menfi (vicina all'odierna Cairo). Vi soggiornò per circa tre anni e
poté vedere il Faraone.
Il bambino Gesù fece altri miracoli. Quelli narrati
sono soltanto un esempio.
IV
Il Vangelo afferma che il primo miracolo operato da
Gesù fu il cambiamento dell'acqua in vino alle nozze di Cana: « Così Gesù
diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i
suoi discepoli credettero in lui » (Gv. 2, 11). Ed è bello e confortevole
pensare che il primo miracolo avviene per intercessione di Maria... Forse però
non sarà sbagliato pensare che qui si tratta del primo miracolo della vita
pubblica, cosa che non esclude qualche « segno » operato prima.
Così, fantasticando, pensarono gli apocrifi e noi
abbiamo potuto narrare i miracoli compiuti da Gesù in Egitto. Ora
consideriamo altri episodi miracolosi, alcuni dei quali sembrano avvenire
durante il viaggio di ritorno, altri in una ipotetica sosta della sacra
Famiglia a Betlemme. Probabilmente si tratta di tradizioni orali che avevano vita
indipendente da ogni inquadratura logistica.
Tornando dall'Egitto in Palestina, il capo della
sacra Famiglia pensò di sostare a Betlemme, ma trovò gli abitanti alle prese
con varie e gravi malattie che colpivano soprattutto gli occhi dei bambini e ne
causavano la morte: una specie di peste.
Subito infatti si presentò una donna con il
figlioletto ammalato, ormai prossimo alla morte. La Madonna stava lavando il
bambino Gesù e alla preghiera di quella mamma rispose:
- Prendi un po' di quest'acqua con cui ho lavato mio
figlio e spruzzala sul corpo di lui.
Eseguito l'ordine con fede, il bambino si addormentò
e al risveglio era perfettamente sano. La Madonna disse semplicemente: «
Ringrazia Dio per il dono che ti ha fatto ».
Tornata a casa, la donna col bambino guarito fu vista
da una vicina che aveva il suo ormai agonizzante, colpito dallo stesso male. Le
domandò:
- Dimmi, amica: come hai fatto a guarirlo?
La donna raccontò di Maria e dell'acqua prodigiosa.
Udito il discorso, quella mamma si affrettò a correre con fede alla fonte della
grazia ed ebbe lo stesso miracolo: il figlio perfettamente guarito.
La Madonna, oltre alla raccomandazione di ringraziare
Dio, le ingiunse di non dire a nessuno quanto era avvenuto.
Può sembrare strano questo invito al silenzio? Si
tratta forse del famoso « segreto messianico » che troviamo spesso
raccomandato nel vangelo, soprattutto in quello di Marco. Gesù domanda sovente
il silenzio, perché la divulgazione dei miracoli favoriva nel popolo l'idea di
un messia terreno, venuto non a liberare dal peccato ma dalle sofferenze della
vita e per un regno sulla terra. Gesù ebbe molto a lottare contro questa
persuasione profondamente radicata nel popolo. Sembra che la rovina di Giuda
abbia le sue radici proprio in questa idea di uno sperato trionfo terreno. La
mentalità degli stessi apostoli ne era talmente impregnata che nel giorno
dell'ascensione di Gesù al cielo, camminando verso il monte degli Ulivi,
domandarono a Gesù: « Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il
regno d'Israele? » (Atti 1, 6). Gesù non rispose, lasciando all'opera dello
Spirito Santo il compito di cambiare la loro mentalità.
Un uomo di Betlemme aveva due mogli - cosa non molto
strana per quei tempi - ciascuna delle quali aveva generato un figlio. Avvenne
che tutti e due furono colpiti da grave malattia.
La prima, di nome Maria, saputo della presenza della
sacra Famiglia, si portò dalla madre di Gesù, le offrì un velo lavorato a
mano e chiese in cambio una fascia che aveva avvolto Gesù Bambino. Tornata a
casa, fece con la fascia una vesticciola per il suo bambino che, appena indossata,
guarì completamente dalla sua malattia.
Il figlio della seconda moglie, invece, morì entro
lo spazio di 24 ore.
Immaginarsi la gelosia e l'invidia tra le due!
Un giorno la madre del figlio guarito dovette accendere
il forno per la cottura del pane. Allontanatasi per prendere la pasta del pane,
lasciò il bambino - che si chiamava Cleofa - seduto accanto al forno acceso.
Passò l'altra donna e vedendo il bambino incustodito, lo gettò nel forno e
scappò.
Tornando la mamma di Cleofa fu sorpresa e spaventata
non scorgendo più il suo bambino al posto dove l'aveva lasciato, ma alzando
gli occhi lo vide tutto sorridente, in mezzo al forno stranamente spento e
raffreddato.
La Madonna lo aveva salvato un'altra volta!
La rivale tuttavia non disarmò. Un giorno, andando
ad attingere acqua, vide il piccolo seduto accanto al pozzo. Le tornò l'idea di
vendicarsi, prese il bambino e lo gettò nell'acqua. Giunsero però alcuni
uomini e con grande meraviglia videro il bambino seduto tranquillamente
sull'acqua. Scesero e lo tirarono su. La madre lo portò dalla Madonna per
ringraziarla e metterlo sotto la sua protezione, temendo che un giorno o l'altro
la rivale lo potesse davvero sopprimere.
La Madonna rispose: « Non temere; Dio è vindice di
ogni male! ».
Quando la seconda moglie dovette tornare al pozzo,
s'impigliò con i piedi in una fune e cadde nell'acqua. Riuscirono a tirarla
fuori, ma aveva le ossa rotte e il capo contuso. Di lì a poco morì.
L'episodio è certamente inventato, ma vuol dimostrare
che Dio punisce il male. Non lo fa certamente come si comportano sovente gli
uomini che agiscono con spirito di punizione e di vendetta, ma perché lo esige
la sua infinita giustizia: ogni male deve essere riparato, ogni peccato
riportato al bene, ogni macchia del nostro vestito spirituale lavata come si
conviene, poiché « non entrerà in essa (nella città di Dio - Paradiso) nulla
di impuro » (Apocalisse 21, 27); « Vi dico che di ogni parola infondata gli
uomini renderanno conto nel giorno del giudizio » (Mt. 12, 36). Il Signore Dio
punisce il corpo affinché sia salva l'anima, come fece s. Paolo con
l'incestuoso di Corinto: « Questo individuo sia dato in balia di Satana per la
rovina della sua carne, affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza nel
giorno del Signore » (1 Cor. 5, 5); e ancora, scrivendo al discepolo Timoteo
a proposito di due individui (Imeneo e Alessandro) che avevano naufragato
nella fede, dice di averli consegnati a Satana « perché imparino a non
bestemmiare » (1 Tim. 1, 20).
Dall'episodio si può ricavare anche che il peccatore
stesso si crea la propria punizione secondo l'affermazione della Scrittura «
Egli scava un pozzo profondo e cade nella fossa che ha fatto; la sua malizia
ricade sul suo capo, la sua violenza gli piomba sulla testa » (Salmo 7, 16-17).
- Forse però l'autore si dimentica di notare che anche alla povera donna
vendicativa Dio ha certamente offerto la misericordia e il perdono.
Un'altra donna del luogo aveva due figli gemelli.
Ambedue colpiti da malattia, improvvisamente il primo morì mentre l'altro
stava agonizzando.
Tutta angosciata, la mamma corse da Maria con il figlio
morente in braccio:
- Aiutami, signora, e soccorrimi! Avevo due figli. Il
primo l'ho sepolto proprio ora; il secondo mi sta morendo tra le braccia...
La Madonna rispose: « Metti tuo figlio sul letto del
figlio mio e ricoprilo con le sue vesti ».
Collocato il figlio nel letto di Gesù Bambino e ricopertolo,
si accorse che era già morto... tuttavia lo lasciò come a dormire... Dopo un
po' di tempo il piccolo aprì gli occhi, cercò il petto della mamma e cominciò
a succhiare avidamente il latte, completamente guarito.
Quale gioia per la mamma! Disse a Maria: « Ora riconosco
che in te e nel figlio tuo risiede la potenza di Dio che guarisce e dà la vita!
».
L'intento dell'autore è sempre la proclamazione
della fede per suscitarla anche nei fedeli, sia pure con episodi inventati. - Il
bambino guarito sarebbe diventato in seguito l'apostolo Tommaso, chiamato
appunto « didimo », cioè gemello (cfr. Gv. 11, 16; 20, 24). Secondo altri
non si tratterebbe di lui ma dell'apostolo Bartolomeo-Natanaele.
L'acqua che lava il corpicino di Gesù è davvero
miracolosa.
Un giorno si presenta all'abitazione della Madonna
una donna lebbrosa e implora:
- Signora Maria, aiutami!
- Che aiuto vuoi da me? Vuoi oro o argento? Non ne
ho. Ma ora vedo... forse vuoi il tuo corpo guarito dalla lebbra!
- Magari potessi avere questo miracolo!
- Aspetta un poco fino a che abbia terminato di lavare
mio figlio e messo a letto... Poi prendi un po' di quest'acqua e versala sul
tuo corpo.
Immediatamente l'acqua santificata dal contatto con
le carni di Cristo risanò perfettamente la donna lebbrosa, che lodò e ringraziò
il Signore.
Ogni contatto con Cristo purifica, risana e santifica.
Possiamo ricordare il miracolo dell'emorroissa che pensava: « Se riuscirò
anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita » (Mt. 9, 21). Quali
miracoli - di salute e soprattutto di salvezza - non potrà produrre il nostro
contatto con Cristo, quando non solo lo tocchiamo ma lo riceviamo vivo dentro
di noi nella santa comunione? Naturalmente la comunione deve essere fatta
bene, osservando le tre condizioni che il catechismo richiede: Essere in grazia
di Dio - Sapere e pensare a chi si va a ricevere - essere digiuni secondo le
disposizioni della Chiesa.
La menzione dell'oro e dell'argento -forse un po'
strana sulla bocca di Maria - può ricordare l'affermazione dell'apostolo
Pietro al paralitico della porta bella del tempio: « Non possiedo né oro né
argento, ma quello che ho te lo dò... » (Atti 3, 6).
In una città - quale non sappiamo - viveva una
coppia di principi da poco sposati, ma il loro matrimonio stava per andare in
rovina per una malattia che aveva colpito la giovane sposa: la lebbra.
Per pudore e riservatezza tenevano nascosto il loro
dolore, non volevano manifestarlo ad alcuno, vivevano ritirati e nella più
grande e inconsolabile tristezza.
Un giorno vennero a sapere della guarigione della
donna lebbrosa di cui abbiamo parlato nel titoletto precedente e la mandarono
a chiamare.
« Anch'io - raccontò la donna - ero inferma della
stessa malattia e vivevo nella medesima vostra tristezza. Un giorno andai a
Betlemme per alcuni affari e seppi di una donna che aveva un figlio di nome Gesù-salvatore...
» e qui narrò tutta la sua avventura.
« O donna - le disse la principessa - non potresti
partire con noi e condurci alla dimora del bambino miracoloso e della sua
madre? ».
Acconsentì volentieri la donna, desiderando lei
stessa di rivedere le persone che l'avevano guarita.
Partirono, naturalmente con doni degni di una famiglia
principesca.
Maria li accolse con bontà e disse:
« La misericordia del Signore Gesù Cristo discenda
sopra di voi. Prendete un po' di quest'acqua con la quale ho lavato il mio
bambino e aspergetene le membra ammalate... ».
Bastò questo perché la principessa fosse risanata
all'istante... e così si ricompose il matrimonio dei due principi, fatti
finalmente felici.
Sempre l'acqua santificata dal contatto con le membra
del Salvatore!... e viene pure riconfermata la dignità e santità del
matrimonio.
Nella stessa città della principessa guarita dalla
lebbra, viveva una ragazza tormentata da Satana. Tutti la dicevano
indemoniata.
Il « maledetto » le appariva sotto forma di un
dragone, minacciando di divorarla. Le si avventava al collo e ne succhiava il
sangue, tanto che la poveretta era ridotta ormai a pelle e ossa.
Quando il mostro le si avvicinava, lei cercava di coprire
il volto con le mani e gridava: « Povera me! Non c'è proprio nessuno che mi
liberi da questo pessimo dragone? ».
I parenti e gli amici - soprattutto i genitori -
erano disperati e non sapevano che santo pregare, mentre la poveretta invocava
e ripeteva: « Non c'è proprio nessuno che mi liberi da questo dragone? ».
Finalmente lo venne a sapere la principessa guarita
dalla lebbra con l'aspersione dell'acqua usata per lavare il bambino Gesù.
Impietosita del caso, mandò a chiamare la madre della ragazza:
- È tua quella figlia così tormentata dal demonio?
- Sì, maestà...
- Forse ho la medicina che la libererà completamente.
Vedi, io ero lebbrosa e ho trovato la guarigione a Betlemme, dalla signora
Maria che ha un figlio, certamente divino, che si chiama Gesù...
Piena di speranza, la donna prese subito con sé la
figlia e si recò al luogo indicato. Vide Maria e il Bambino e ne rimase
estasiata. Con umiltà manifestò lo stato della figlia e presentò la sua
preghiera.
Anche a lei la Madonna diede dell'acqua con cui aveva
lavato il corpo di Gesù e una delle fasce con cui lo aveva avvolto, dicendo:
« Quando verrà il nemico, spruzza l'acqua sul capo della ragazza e coprile il
volto con questa fascia ».
Il diavolo venne quella stessa sera e la ragazza cominciò
a tremare da capo a piedi... ma la madre aveva pronta l'acqua e la fascia, con
la quale avvolse il capo della figlia. Subito dalla fascia cominciarono a
uscire fiamme e carboni ardenti, come da un vulcano. Colpito da questo, il
diavolo fuggì gridando: « Che c'è di comune fra me e te, Gesù, figlio di
Maria? Dove mi potrò nascondere? ».
Non si fece più vedere. La ragazza fu libera; lodò
e ringraziò il Signore, lei con tutti i suoi parenti, gli amici e quanti la
conoscevano.
Forse possiamo riconoscere un certo riscontro nell'episodio
evangelico degli indemoniati di Gerasa, quando i demoni gridano: « Che cosa noi
abbiamo in comune con te, figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a
tormentarci? » (Mt. 8, 29). - Sempre è messa in risalto la potenza di Gesù,
comunicata perfino agli oggetti che hanno toccato la sua carne, non solo contro
le malattie, come negli episodi precedenti, ma anche contro le potenze del male.
Gesù aveva appena tre anni quando avvenne il primo
incontro con Giuda iscariota, il traditore.
Giuda, secondo gli apocrifi, era posseduto da Satana
fin da bambino, tanto che mordeva tutti coloro che gli si avvicinavano. Quando
non aveva nessuno vicino a sé mordeva se stesso, le sue stesse mani.
La mamma lo portò alla casa della Madonna in un
momento in cui Gesù era assente, fuori casa. Rientrato, Gesù sedette sul
muretto del giardino e Giuda venne a mettersi accanto a lui e - come era
abituato - cercò di mordere anche Gesù, ma non vi riuscì. Allora colpì il
suo lato destro, quello che sarebbe stato colpito dalla lancia del centurione
romano sulla croce...
Al contatto con Gesù, il demonio fuggì da Giuda sotto
forma di un cane rabbioso... ma il bambino non fu completamente libero per la
sua cattiva volontà...
Come si vede, nella narrazione - completamente
fantastica - si nasconde l'intenzione di presentare un Giuda cattivo e posseduto
da Satana fin dall'inizio. Vedremo il suo animo cattivo anche nell'episodio
degli uccellini di argilla. Il vangelo dirà più tardi di lui. « Allora,
dopo quel boccone, Satana entrò in lui » (Gv. 13, 27); « Allora Satana entrò
in Giuda, detto iscariota, che era nel numero dei dodici » (Lc. 22, 3).
Oggi si discute sulla salvezza di Giuda, se abbia potuto
evitare la dannazione e salvarsi.
È un problema, ma ricordiamo questi punti sicuri: -
Gesù, con la sua morte ha redento tutti gli uomini, Giuda compreso;
- Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini, nessuno
escluso;
- Certamente Dio offre la sua grazia di salvezza
anche a coloro che muoiono all'improvviso o si uccidono. Uno spazio per
pentirsi viene concesso a ciascuno;
- Naturalmente questa grazia deve essere « liberamente
accettata, non respinta » dall'essere libero e razionale;
- La Chiesa, mentre di molte persone (santi e beati)
ha dichiarato ufficialmente che sono in paradiso, non ha detto di nessuno che si
trova all'inferno, nemmeno di Giuda;
- Certamente il vangelo ha delle parole terribili nei
riguardi del traditore...
... Il resto lo lasciamo nelle mani di Dio...
V
MIRACOLI
A NAZARET
A parte i segni che accompagnarono la nascita di Gesù
(luce nella notte, canto degli angeli, la stella, ecc.) secondo il vangelo egli
non operò nessun miracolo durante la sua vita nascosta. Ed è vero, poiché
dallo stesso vangelo possiamo dedurre che gli abitanti di Nazaret non notarono
nulla di straordinario in quella casa (cfr. Mt. 13, 53-58; Mc. G, 1-3).
L'abbiamo già notato.
Secondo gli apocrifi invece, egli operò il primo miracolo addirittura nella culla, dichiarando a Maria la sua personalità e natura divina: « Io sono Gesù, figlio di Dio, il Logos (= Verbo) da te generato secondo quanto ti aveva annunciato l'Angelo Gabriele. Mio Padre mi ha inviato per la salvezza del mondo » (Vangelo arabo dell'infanzia).
Come l'autore del vangelo, detto di s. Tommaso, noi
riteniamo opportuno far conoscere le gesta compiute da Gesù durante l'infanzia,
quando viveva corporalmente nella città di Nazaret, « dopo avere compiuto il
quinto anno di età ». Sono narrazioni immaginarie e fantastiche, ma hanno
un significato: fanno capire la mentalità del tempo e la preoccupazione di
sostenere e difendere certe verità di fede. Ad esempio - nel brano riportato -
che Gesù era cosciente della sua natura divina fin dalla culla.
Accogliamo tutto con gioia e gratitudine, lasciando
alla fantasia ciò che è fantastico e indotto solo come sostegno di una
dottrina o di una verità.
Cominciamo con questa storia, così simpatica e cara,
nota fin dalla nostra fanciullezza, e riportata in vario modo anche da
antologie moderne per le scuole.
Aveva cinque anni, Gesù, quando giocava come tutti i
bambini di questo mondo, trastullandosi nell'acqua, sul greto di un torrente che
attraversava la sua città di Nazaret. Faceva conche e canaletti, affinché
l'acqua scorresse da un posto all'altro, certamente anche lui non badando - come
fanno sempre i bambini - a sporcarsi di fango e di terra... Poi la mamma avrebbe
lavato lui e le sue vesti!
Un giorno prese dell'argilla e formò delle figurine:
dodici meravigliosi uccellini che pareva aspettassero una parola per diventare
vivi e volare...
Ma ci fu un guaio. Era sabato, giorno in cui si
faceva proibizione assoluta agli ebrei di qualunque lavoro. Tra coloro che
avevano osservato il gioco di Gesù c'era un ebreo rigorosamente osservante, che
andò a riferire tutto a Giuseppe.
Giuseppe - il padre putativo - rimproverò il fanciullo
con una certa severità. Allora Gesù batté le mani e i suoi uccellini
divennero davvero vivi e volarono cantando lontani nel cielo...
Alcune persone presenti - e quelle venute a conoscenza
del fatto - lodarono Dio per la divina potenza del fanciullo... ma altri,
infastiditi per la mancata osservanza del sabato, come lo zelante ebreo che
riferì al padre putativo, andarono a raccontare il fatto ai capi dei giudei.
Carino l'episodio, nonostante la nota negativa finale!
Gesù giocava; lo vedremo anche in altri episodi. Gli scrittori dei primi secoli
erano preoccupati di dimostrare che Gesù, oltre ad essere Dio, era anche veramente
uomo; non aveva assunto una natura umana apparente come dicevano certi eretici
(es. i doceti) ma una natura uguale alla nostra, con la sola esclusione del
peccato (cfr. Eb. 4, 15), come aveva preannunciato il profeta Isaia: « Egli
mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere
il bene » (Is. 7, 15) cioè si ciberà come tutti i bambini per arrivare all'età
della discrezione. Quindi sentiva anche lui il bisogno e la gioia di giocare.
Ma questo bambino, che gioca come tutti i bimbi - ha
la potenza creatrice di Dio: può rendere vivi i suoi passeri e farli volare.
Avendo poi compiuto questo di sabato, dimostra di esserne il padrone (cioè
arbitro e superiore alla legge) come dichiarerà più volte da adulto (cfr.
Mt. 12, 8; Mc. 2, 28; Le. 6, 5).
Le opere meravigliose di Gesù suscitano ammirazione,
lode a Dio e gioia... ma non mancano gli animi invidiosi e indisposti che vanno
a riferire le cose ai capi dei Giudei che durante la vita pubblica cercheranno
di sorprendere Gesù nelle parole e nelle opere per trovare di che accusarlo,
come nota spesso il Vangelo (cfr. Mt. 22, 15; Lc. I1, 54).
Accanto a Gesù che gioca ci sono altri fanciulli.
Tra questi qualcuno pone anche Giuda. Invidioso perché gli uccellini fatti da
Gesù sono più belli e più perfetti dei suoi, in un impeto di rabbia glieli
distrugge... Ma Gesù ne forma degli altri e li fa volare... - Per gli apocrifi
e i primi cristiani era naturale pensare un Giuda con animo cattivo fin da
bambino.
Gesù aveva circa sei anni e già prestava preziosi
servizi alla mamma e a san Giuseppe.
Un giorno la mamma gli diede un'anfora e lo mandò ad
attingere acqua alla fontana. Per causa della molta gente e dei ragazzi
irrequieti, poiché si trattava dell'unica fonte del paese e c'erano sempre
molte persone che convenivano non solo ad attingere acqua, ma anche per conversare
e raccontarsi le novità, e i ragazzi a giocare... la brocca urtò in qualche
parte e si ruppe.
Il fanciullo Gesù non si scompose; spiegò il
mantello che aveva addosso, lo riempì di acqua che portò alla madre senza
perderne una sola goccia per via.
La Madonna, ammirata per il miracolo, diede un bacio
al bambino e poi è detto che « conservava nel cuore ogni cosa riguardante il
figlio suo ».
Anche questo è un episodio gustoso che ci è stato
narrato fin da bambini. - In altra versione è detto che non si tratta
precisamente di Gesù, ma di una ragazza mandata dalla Madonna ad attingere
acqua insieme a lui. Forse la versione è stata introdotta per togliere un
possibile sospetto di disattenzione da parte di Gesù nel portare l'anfora.
L'anfora della ragazza si rompe, Gesù prende l'acqua con il mantello e la porta
alla madre; poi raccoglie i cocci e l'anfora ritorna sana, senza alcun segno di
rottura. La conclusione è la stessa, ricavata certamente dal vangelo del
ritrovamento di Gesù fra i dottori nel tempio, dove è detto che i genitori non
compresero il significato delle sue parole e « sua Madre serbava tutte
queste cose nel suo cuore » (Lc. 2, 51).
Notiamo un particolare. È l'unico caso che un testo
dice espressamente di un bacio dato da Maria a Gesù. Il piede dello spaccalegna
Dalla vita nella città di Nazaret.
Un giorno un ragazzo stava spaccando la legna per il
fornello, sulla pubblica via accanto alla porta di casa. Lavorava con lena e
attenzione, ma a un certo momento la scure gli sfuggì di mano e andò a colpire
il piede destro tagliando di netto tutte le dita.
Immaginiamo le grida di dolore, che attirarono subito
molta gente! Accorse anche Gesù che toccò il piede e lo guarì senza che
restasse alcun segno di ferita. Poi disse al ragazzo: « Alzati, spacca la legna
e ricordati di me ».
« Ricordati di me ». Dopo il miracolo non si deve
dimenticare il benefattore. Forse l'autore pensa con tristezza ai molti
miracolati durante la vita pubblica di Gesù, che si dimenticarono di lui (vedi
il fatto dei dieci lebbrosi in Luca 17, 11-19) e che nessuno di loro si alzò a
difenderlo durante la passione.
L'autore conclude « Vedendo il miracolo la folla
adorò Gesù e lo proclamò il Cristo ». Questo lo scopo della narrazione del
fatto e ne giustifica l'invenzione.
Al tempo della semina san Giuseppe uscì nel giardino
a seminare un po' di grano. Gesù - che allora aveva circa otto anni e già
aveva imparato ad aiutare mamma e papà - ne seminò un po' anche lui in una
piccola parte di terreno. Il suo grano nacque, crebbe e si moltiplicò in forma
straordinaria. Quando maturò, ne raccolse in quantità così grande che ne poté
donare a tutti i poveri di Nazaret: un chicco solo ne aveva prodotto cento misure!...
Un po' ne prese anche san Giuseppe e lo conservò come una benedizione.
Forse lo scrittore intendeva riferirsi alla parabola
del seminatore, dove è detto che il seme della parola di Dio « dà frutto e
produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta » (Mt. 13, 23), o anche al
miracolo della moltiplicazione dei pani, quando Gesù, con cinque pani e due
pesci saziò « circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini » (cfr.
Mt. 14, 13-21; 15, 32-39; Mc. 6, 30-44; Lc. 9, 10-17; Gv. 6, 1-13).
Solitamente Gesù Bambino se ne stava in casa con
mamma e papà; ma a volte usciva per giocare con i compagni. Il gioco, nei
limiti giusti, è una cosa buona e i genitori lasciavano libertà a Gesù.
Avvenne che un giorno stavano parecchi ragazzi a
giocare con Gesù sulla terrazza di una casa. Disgraziatamente, correndo in
quel breve spazio, un ragazzo precipitò nel vuoto e morì. I genitori del
piccolo, subito accorsi, trovarono sulla terrazza il solo Gesù, poiché tutti
gli altri erano fuggiti per lo spavento e nel timore di venire accusati.
Naturalmente, i genitori pensarono che lo stesso Gesù
fosse colpevole del misfatto e lo accusavano. Gesù non solo si difese, ma scese
accanto al corpo del ragazzo morto e lo fece parlare: « No, non sei stato tu.
Tu mi hai dato la vita ». I genitori, riavuto il figlio vivo, rimasero attoniti
e adorarono in Gesù il Dio della vita.
Gesù è capace di risuscitare i morti. Lo poteva
fare fin da bambino. Nel vangelo abbiamo il racconto di tre risurrezioni: la
figlia del capo della Sinagoga, di nome Giairo (Mc. 5,21-24.35-42); il figlio
della vedova di Naim (Lc. 7, 11-17) e soprattutto Lazzaro, il fratello di Marta
e Maria (Gv. 11, 1-44). - Ognuno di questi miracoli suscita un delirante
entusiasmo nella folla che esclama: « Un grande profeta è sorto tra noi e Dio
ha visitato il suo popolo » (Lc. 7, 16). Tutto questo è anche caparra della
nostra risurrezione finale: « Credo nella risurrezione della carne ».
Dal fatto narrato dagli apocrifi possiamo ricavare
anche che l'innocenza, presto o tardi, viene sempre a galla, come si legge
spesso anche nella vita dei santi, ad esempio un episodio simile nella vita di
S. Antonio da Padova.
Il vangelo dello pseudo Matteo pone questo miracolo
del ragazzo caduto dalla terrazza e risuscitato da Gesù, addirittura durante la
permanenza in Egitto, nella città di Sotrina, e la risurrezione avviene su richiesta
della Madonna, alla quale Gesù dice: « Mamma, io farò sempre ciò che tu
vuoi! ». Poi disse al morto: « Alzati, non morire, ma vivi! ». Il ragazzo
si chiamava Zeno. La conclusione da parte della gente è la stessa: « Questo
ragazzo è veramente il salvatore del mondo! ».
Un raggio di sole che da una fessura della finestra
entra in una stanza buia e ne illumina il pulviscolo dell'aria, ha qualcosa di
poetico, di fantastico, ma anche quasi di reale... Da bambini, avete mai sognato
di cavalcarlo volando negli spazi lontani, alla ricerca delle fate o delle
stelle? Naturalmente solo nella fantasia, poiché sapevate bene che non si
sarebbe potuto farlo nella realtà...
Il fanciullo Gesù invece lo poteva fare... e lo
fece, cavalcando il raggio come se fosse stato solido.
Vedendo ciò, gli altri fanciulli cercarono di
imitarlo, ma inevitabilmente cadevano, rompendosi braccia e gambe e
sbucciandosi le ginocchia...
L'episodio fa risaltare la natura sovrumana di Gesù
fanciullo, non soggetta alle leggi della materia, come più tardi gli permetterà
di camminare sulle acque (cfr. Mt. 14, 25) ...e la differenza tra lui e gli
altri fanciulli.
Al Signore Gesù obbediva tutta la natura, comprese
le bestie e gli animali feroci. L'abbiamo già visto, soprattutto durante il
viaggio della fuga in Egitto, ma lo dimostra anche il fatto seguente.
Un giorno - aveva soltanto otto anni - Gesù si trovava
a Gerico e uscì per la strada che conduce al Giordano, verso il guado dove
erano passati gli ebrei all'entrata nella terra promessa (capitolo terzo del
libro di Giosuè). A un certo punto della strada, poco distante dalla via, si
apriva un'ampia caverna, abitata da un'intera famiglia di leoni, con la loro
brava leonessa intenta ad allattare i suoi piccoli.
Naturalmente nessuno poteva passare per quella strada.
Si avvicinò Gesù ed entrò tranquillamente nella caverna.
Vi si trattenne parecchio poiché i leoni e i leoncelli godevano nel giocare con
lui, leccandogli i piedi e agitando la coda per il piacere, come tanti
cagnolini. La gente accorsa, non vedendolo uscire, cominciò a pensare che quel
ragazzo doveva avere molti peccati per essersi dato in preda ai leoni. Ma quando
uscì, accompagnato e quasi scortato da tutte quelle bestie, fatte
improvvisamente mansuete, Gesù stesso prese a dire: « Quanto le bestie sono
migliori di voi uomini! Esse riconoscono il loro padrone e lo glorificano,
mentre voi, che pur siete fatti a immagine e somiglianza di Dio, non siete
capaci di farlo. Le bestie mi riconoscono e si fanno mansuete, mentre gli uomini
mi vedono senza riconoscermi!».
Lo scopo dell'episodio fantastico è chiaro nella predica
messa dall'autore in bocca a Gesù. - Che il Salvatore stesse a contatto con
le fiere c'è un accenno nel racconto del digiuno dei quaranta giorni e delle
tentazioni: « Stava con le fiere e gli angeli lo servivano » (Mc. 1, 13). -
Può essere strano come Gesù bambino si trovasse a Gerico, ma secondo gli
apocrifi la sacra Famiglia non avrebbe abitato sempre a Nazaret, ma anche in
altre città, come per esempio a Cafarnao.
Un giorno, mentre Gesù se ne stava con i coetanei,
intento a un gioco « serio al pari di un lavoro », alcuni uomini gli conducono
un ragazzo agonizzante per la morsicatura di un serpente velenoso.
Si era recato a far legna sui monti che circondano la
cittadina di Nazaret e, avendo scorto un nido di pernici, aveva steso la mano
per coglierne le uova, ma disgraziatamente ne uscì un serpente che gli si
attaccò alla mano. Il ragazzo cominciò a gridare e subito accorsero i compagni,
ma lo trovarono morente a terra.
Quando Gesù li vide, disse: « Andiamo a uccidere il
serpente! ».
Quegli uomini desideravano un miracolo immediato, ma
dovettero compiacere e obbedire a Gesù, il quale si fece condurre al nido delle
pernici. Chiamato dal Signore, il serpente uscì e Gesù gli intimò: « Và a
succhiare tutto il veleno che hai iniettato in questo ragazzo! ».
Il serpente dovette obbedire, divenne grosso, e,
sotto la maledizione di Gesù, scoppiò e morì.
Gesù accarezzò dolcemente il ragazzo che era morto
e lo risuscitò. Poi gli disse: « Non temere; presto sarai mio discepolo... ».
E fu nientemeno che Simone il cananeo!
Il serpente dal cui morso velenoso Gesù è venuto a
guarire gli uomini, è certamente il diavolo. Forse l'autore allude alla
profezia del Paradiso terrestre, dove è il « seme-Cristo » che schiaccia la
testa al serpente (e Maria per mezzo del seme-figlio-Cristo) (cfr. Gen. 3, 15).
- È necessario eliminare il veleno inoculato in noi dal maligno per diventare
discepoli di Cristo!
Un episodio simile al precedente ha per protagonista
Giacomo, cugino di Gesù.
Un giorno egli era andato nell'orto a cogliere della
verdura, ma non si era accorto che tra le foglie di lattuga si nascondeva una
vipera che gli morse la mano. - Per il forte dolore il giovane cominciò a
gridare: « Ohi! Ohi! Una vipera infame mi ha morso la mano! ».
Accorse subito Gesù che se ne stava poco lontano.
Presa la mano del cugino, soffiò su di essa e il veleno sparì, mentre a
terra la vipera « colpevole » moriva.
Accorsero anche Maria e Giuseppe che erano in casa.
Trovarono il serpente già morto e Giacomo perfettamente guarito.
L'apostolo Giacomo (con Joses, Giuda e Simone) è
chiamato « fratello » di Gesù (cfr. Mc. 6, 3; Mt. 12, 4647; Gal. 1, 19) ma
non dobbiamo dimenticare che la lingua ebraica, povera di vocaboli, non avendo
una parola per indicare i cugini, chiamava «fratelli» tutti i parenti
stretti. Sarebbe ora che fosse corretta la traduzione della CEI usata anche
nella liturgia! La cosa ha dato adito ai Testimoni di Geova per negare la verginità
di Maria. È assurdo!
Più volte i vangeli apocrifi affrontano il tema di
Gesù mandato a scuola dei rabbini della sua città. Almeno tre volte. Ogni
tentativo si risolve alla stessa maniera: Gesù ne sa più di qualsiasi maestro
e non ha bisogno che alcuno gli insegni.
Il primo precettore ad avere Gesù come scolaro fu un
certo Zaccheo. - Venuto a conoscenza della bella intelligenza del bambino, si
recò da Giuseppe e gli disse: « Tu hai un ragazzo saggio, dotato di
intelligenza. Sù, affidalo a me, affinché impari le lettere. Gli insegnerò
ogni conoscenza, anche a salutare i vecchi e a riverirli, come gli antenati
e i padri, e ad amare i suoi coetanei ».
Giuseppe acconsentì e gli consegnò il ragazzo.
Al primo incontro il maestro Zaccheo voleva insegnare
a Gesù le lettere dell'alfabeto, iniziando dalla prima che in ebraico è «
alef », fino al Tau.
Le lettere dell'alfabeto erano allora come un
qualcosa di magico, piene di significati nascosti. Anche la scrittura era quasi
un'arte perché le lettere venivano « pitturate » con molti segni, quasi come
i geroglifici egiziani. Gesù però cominciò a manifestare la sua sapienza: «
Ascolta, maestro, la disposizione della prima lettera. Bada come abbia linee e
tratti mediani; vedi le comuni, le trasversali, le congiunte, le ascendenti, le
divergenti... Le linee dell'alef sono di tre segni: omogenei, equilibrati,
proporzionati...».
Alla profondità di tale conoscenza, il maestro
rimase sconcertato e riconsegnò il ragazzo a Giuseppe: « Povero me! Non posso
sopportare l'austerità del suo sguardo; non so proprio spiegarmi il suo
parlare. Questo ragazzo non è un terrestre... Forse è nato prima di Noè,
forse prima della creazione del mondo. Quale ventre l'ha portato e quale seno
l'ha nutrito? Io non lo so. Povero me! Mi sono ingannato. Cercavo un discepolo e
mi sono trovato davanti un maestro... Costui è certamente qualcosa di grande:
un Dio o un angelo... Non so più cosa dire! ».
Gesù ne approfittò per continuare il suo insegnamento
e profetizzare: « Voi dite quello che sapete, ma io ne so di più di voi; sono,
infatti, prima dei secoli. So come furono generati i padri dei nostri padri, e
conosco quanti sono gli anni della vostra vita ». E continuò: « Vi meravigliate
perché vi ho detto che so quanti sono gli anni della vostra vita; in verità io
so quando fu creato il mondo. Ecco, ora voi non mi credete, ma quando vedrete
la mia croce, allora crederete che io dico il vero ».
Evidentemente gli incontri di Gesù con i vari maestri
furono escogitati per dimostrare la sua divina sapienza, superiore a qualunque
scienza umana. Quanto alla conoscenza che verrà dalla croce, ci sono riferimenti
espliciti nel vangelo canonico: « Quando avrete innalzato il figlio dell'uomo
allora saprete che io sono... » (Gv. 8, 28).
Alle parole pronunciate da Gesù e riferite sopra un
autore aggiunge: « Gli spiegò pure quali figure delle lettere erano diritte, e
quali contorte, quali a forma di spirale, quali con il punto e quali senza,
perché una lettera è prima e l'altra dopo; ed ancora spiegò e raccontò
molte altre cose che il maestro non aveva mai sentito né mai letto in alcun
libro ».
In alcuni testi si parla anche di castighi severi a
quei maestri che pretendevano di insegnare a Gesù con mano forte, secondo lo
stile dei tempi. Tutto per dimostrare la superiorità di Gesù, la sua natura
e scienza divina. - Lo scopo è buono anche se i singoli episodi sono
leggendari e inventati.
Tutta la tradizione dice che S. Giuseppe faceva il falegname.
Soltanto qualche voce parla di fabbro ferraio, che cioè lavorasse il ferro
invece del legno, ma tale voce ha poco seguito.
Il suo lavoro era naturalmente artigianale:
fabbricava articoli casalinghi e attrezzi da lavoro per contadini. Più sovente
riparava quelli rotti o guasti.
Gesù bambino lo aiutava.
Un giorno fu richiesto a Giuseppe di fare un letto e
gli furono fornite le assi necessarie. Iniziato il lavoro, ci si accorse che
un'asse era più corta delle altre. Che fare?
Gesù disse a Giuseppe di sistemare le tavole per terra,
facendole combaciare da un lato. Prese poi l'asse troppo corta, la tirò a sé
e subito fu lunga come le altre. Miracolo!
Giuseppe conosceva già la potenza divina del Bambino
e tuttavia esclamò: « Me felice, perché Dio mi ha dato un tale ragazzo! ».
Un altro giorno Giuseppe fu convocato nientemeno che
dal re di Gerusalemme e incaricato di costruirgli un trono.
Egli accettò e per la bellezza di due anni rimase
nella reggia a lavorare.
Passati due anni, il trono era terminato e bellissimo
in ogni sua parte, costruito con la stessa qualità di legno usata da Salomone
per la costruzione del tempio.
Quando il re lo volle vedere, dapprima ne fu ammirato
ed entusiasta, ma poi si accorse che le misure non erano esatte: troppo
stretto di almeno due cubiti!...
Giuseppe ne fu disperato e diceva: « Ho perduto due
anni del mio lavoro!... ». Andò a letto senza gustare nulla e il sonno non
venne a chiudere i suoi occhi...
Se ne accorse Gesù e subito fu da lui. Disse a
Giuseppe di prendere il trono con le mani da una parte mentre egli lo prendeva
dall'altra e le misure furono subito sistemate, con soddisfazione di tutti,
soprattutto del re.
Anche questo episodio è certamente inventato, tanto
più che ai tempi del Signore non esisteva un re a Gerusalemme che avesse
bisogno di un trono... Ma già, tutto poteva servire allo scrittore - anche la
fantasia più sfrenata - per dimostrare la divina onnipotenza di Gesù Bambino.
Era appena morto un uomo in città e giaceva sul suo
letto, esanime. Parenti ed amici alzavano alte grida di pianto e lamenti intorno
al cadavere, secondo l'uso orientale.
Il fanciullo Gesù, venuto a conoscenza
dell'accaduto, disse al padre suo Giuseppe: « Perché non offri l'aiuto della
tua bontà a quest'uomo che porta il tuo stesso nome? ».
Il defunto infatti si chiamava Giuseppe.
Il padre putativo di Gesù si scusò dicendo: « Che
potere ho io e che facoltà per offrire aiuto a costui? ».
Gesù gli disse: « Prendi il velo del tuo capo,
mettilo sulla faccia del morto e digli: "Gesù ti salva!" ».
Obbedì Giuseppe, andò alla casa del defunto e mise
il suo velo sulla faccia di lui. Alle parole « Gesù ti salva! » il morto
tor nò a vivere, si alzò e fu perfettamente sano.
Naturalmente chiese di conoscere Gesù per ringraziarlo.
L'episodio è collocato nella città di Cafarnao,
dove la sacra Famiglia si sarebbe ritirata per alcuni contrasti suscitati a
Nazaret per la presenza di Gesù che operava cose straordinarie. - Forse è
l'unico caso in cui viene attribuito un miracolo a san Giuseppe. Anche la Madonna
pare non averne operato alcuno. È naturale: tutta l'attenzione degli
scrittori dei primi secoli è rivolta a Gesù.
Sappiamo come durante la passione Gesù fu incoronato
e trattato quale re da burla (cfr. Mt. 27, 27-31; Mc. 15, 16-20; Gv. 19, 1-3).
È una cosa che fa male al cuore.
A Nazaret invece, Gesù fanciullo, un giorno venne
incoronato re dai suoi compagni, non per burla, ma perché avevano
riconosciuto le sue qualità superiori e divine. Stesero a terra i loro mantelli
e vi fecero sedere Gesù. Intrecciata una corona di fiori, gliela posero sul
capo e poi si collocarono a destra e a sinistra come guardie di onore. Ogni
persona che passava per la via la fermavano e non la lasciavano andare se prima
non avesse reso omaggio al nuovo re: « Vieni a onorare il re e poi proseguirai
per la tua strada! ».
L'episodio è inventato, ma piace. Forse si ispira al
fatto dei fanciulli che nel giorno dell'ingresso trionfale in Gerusalemme
stendevano i mantelli sulla via al passaggio di Gesù e inneggiavano: «
Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nel più alto dei cieli
» (Liturgia della domenica delle Palme. Cfr. Mt. 21,8-9).
(…)
Abbiamo raccolto e offerto ai lettori quanto fu
scritto intorno a Gesù, bambino e adolescente, dagli scrittori dei primi secoli
del cristianesimo.
Ci siamo tenuti scrupolosamente ai testi. Solo abbiamo
usato le nostre parole, ma la sostanza è rimasta intatta.
Il lettore concluderà con noi che sono cose belle e
utili da sapersi, anche se quasi sempre sono frutto di fantasia e non di
storia reale.
Certo, invece di lavorare di fantasia, avrebbero
fatto meglio a studiare, indagare, cercare documenti e interrogare i
testimoni, per scrivere con scrupolosità storica quanto Gesù aveva realmente
fatto durante i trent'anni della sua vita nascosta... ma forse si sarebbero
ridotti a riassumere tutto con l'affermazione del vangelo canonico riportata
sopra (Lc. 2, 51-52), poiché la vita di Gesù non ebbe nulla di straordinario
fino alla sua manifestazione al Giordano e al primo miracolo alle nozze di Cana.
Certamente la sua vita, nel periodo del nascondimento,
fu intensa e spiritualmente altissima, ma esternamente ordinaria, tanto che i
cittadini di Nazaret non si accorsero di nulla fino al momento del famoso
discorso nella loro sinagoga (Lc. 4, 16-30).
Gesù volle rimanere nascosto.
Noi rispettiamo il suo nascondimento...