CECILIA
E L’ANGELO
Antologia dal libro "Devo narrare la mia vita", di Cecilia Cony, compilata dai coniugi Signorile. Tutta la nostra riconoscenza a fra' Damaso cappuccino per la grafica della copertina, a Ivano Bullo per le figure e inoltre a don Massimo Astrua, Annamaria, Gloria e Miguel per consigli ed aiuti preziosi.
Alla
memoria del salesiano don Umberto Maria Pasquale, che nella sua intensa e
preziosa attività tanto si adoperò per l'educazione dei giovani, nel decimo
anniversario della sua nascita al Cielo dedichiamo con affettuosa riconoscenza,
coniugi Signorile
"Devo
narrare la mia vita" è l'Autobiografia di una giovane brasiliana, CECILIA
CONY (4.4.1900 - 24.4.1939), scritta per ordine del suo direttore spirituale e
tradotta in italiano dal salesiano don Umberto Maria Pasquale, che la fece
stampare nel 1954, dalla Casa Editrice L.D.C.
Quando,
nel lontano 1976, ci capitò tra le mani questo "fiore portato in dono alla
gioventù italiana" da don Pasquale al suo ritorno da un viaggio apostolico
in Brasile, lo leggemmo tutto in un fiato col piacere di chi, assetato, beve
acqua pura ad una fonte cristallina scintillante al sole.
Restammo
subito affascinati da questa storia di un'anima singolarmente innocente e del
suo Angelo Custode, storia che si svolge dall'infanzia alla giovinezza.
Ma
cogliemmo anche il grande valore educativo di queste pagine che stimolano alla
imitazione, attirando i cuori che si stanno aprendo alla vita a percorrere
quella Via, che sola porta alla vera saggezza e alla gioia profonda e senza
fine.
Ci
nacque il desiderio di una ristampa. Ma altri lavori ci occuparono il cuore e la
mente... Arrivati al 1995, decimo anniversario della dipartita di don Pasquale,
col cuore sempre traboccante di riconoscenza per l'opera da lui svolta attorno
alla Causa della Serva di Dio Alexandrina Maria da Costa (è avviato lo studio
per 1' eroicità delle virtù), e (oggi: 2005, Beata) anche per la sua attività
- da vero salesiano - in favore della gioventù, sentiamo il bisogno di far
rivivere le esperienze narrate in questa Autobiografia offrendole ai giovani
d'oggi, in ricordo di quell'appassionato e infaticabile educatore.
Dall'intera
opera abbiamo stralciato i quadri più significativi, evitando di ripetere
esperienze analoghe, e li abbiamo esposti in ordine cronologico, limitandoci
alla soglia dei 18 anni.
Ci
si è presentato il problema: a quale pubblico indirizzare?
Sono
esperienze che riguardano l'infanzia, la fanciullezza, la giovinezza: lettori di
queste età sono dunque quelli che dovrebbero succhiare questo nettare,
salutare per la loro crescita.
Ma
la ingenuità, la bellezza di alcune scene e la freschezza con cui sono
descritte possono essere colte meglio da adulti che, immersi nella nostra
società attuale, hanno nostalgia di certi valori trascurati, di certe purezze
perdute, o almeno smarrite.
Tuttavia
il nostro scopo è principalmente educativo - pensiamo così di interpretare
anche il desiderio di don Pasquale. -
Quindi
il nostro destinatario non è l'adulto. Perciò ogni capitoletto è introdotto
da alcune frasi, in carattere corsivo che ne evidenziano i preziosi
insegnamenti. Il giovane lettore può essere così aiutato a trarre maggior
profitto. Ma auspichiamo che sia la mamma, la maestra o la catechista,
comunque un educatore, a guidarlo nella meditazione sulla lettura, facendogli
fare utili raffronti con sue esperienze personali. La nostra Cecilia è dotata
di una sensibilità eccezionale e di una grande capacità di amare, per cui
soffre e gode anche per situazioni od eventi che comunemente vengono
sottovalutati. Possiede inoltre lo speciale dono di avvertire la presenza del
suo Angelo Custode. Ma tiene solo per sé, chiuso nel suo cuoricino, ben nel
profondo, il segreto della presenza del suo grande Amico.
Questi,
ora la difende in situazioni pericolose, ora la stimola a fare cose buone.
Sono due interventi in forme diverse.
Quando
Cecilia non sa del male a cui va incontro o del pericolo in cui sta per
cadere, l'Angelo interviene come una forza che agisce in modo sensibile
("lo sentivo realmente, senza vederlo, ma come se lo vedessi");
l'azione in questi casi è risolutiva e indipendente dalla volontà della
fanciulla.
Quando
invece si tratta di, suggerirle un comportamento buono, di stimolarla ad un'opera
costosa di carità, ad una penosa rinuncia, la presenza dell'Angelo è molto
discreta, delicata: la fanciulla avverte come una mano che si posa su una sua
spalla... allora lei si fa attenta per comprendere, e sempre vi riesce
("Egli mi parlava senza farmi udire la sua voce e io lo intendevo").
Qui interviene la sua volontà, che è libera di acconsentire o di rifiutarsi.
Ed
è molto educativa la descrizione della lotta che deve fare in se stessa: lotta
tra la sua volontà di bene - sia pure stimolata dall'Angelo - e la sua natura
umana che rifugge da certi sacrifici. Ma dalla lotta esce sempre vittoriosa.
E'
bello e stimola all'imitazione il vedere alla fine la gioia per la vittoria
ottenuta, la consolazione che sente per il bene compiuto e, soprattutto, per
il sentirsi amata e approvata dal suo Gesù, oltre che dal suo grande amico Angelo.
L'aver agito per amore, e il sentirsi quindi in sintonia con Gesù, la
ricompensa largamente della sofferenza provata.
E
queste non sono parole astratte, ma realtà vissuta!
"Cecilia
ha il suo Angelo Custode che l'aiuta tanto... ma io non sono Cecilia,
dunque..." potrebbe concludere il giovane lettore.
"Dunque,
tu pure hai il tuo Angelo Custode, anche se non ne avverti la presenza".
Ecco qui l'opera dell'educatore, che dall'esempio di questa Cecilia può
essere aiutato a far sviluppare i germi buoni nascosti nella giovane
coscienza. Infatti la piccola protagonista vive in modo concreto e nella forma
più genuina ed elevata l'insegnamento di Gesù: in ogni suo atteggiamento si
vede il Vangelo vissuto in pienezza.
Qualche
esempio. Accusata ingiustamente, non accusa la vera colpevole che lei conosce,
ma subisce in silenzio l'ingiustizia, le ingiurie, gli scherni, il castigo...
Questo ricorda il comportamento di S. Domenico Savio. Ha la forza di non svelare
le azioni buone da lei compiute, anche quando la giustificherebbero; e di questo
silenzio subisce le conseguenze dolorose, le umiliazioni, le incomprensioni...
E' un microesempio di quanto accade a tutti coloro che hanno il coraggio di
vivere fino in fondo il Vangelo e di proclamarlo a questo mondo tanto diverso:
devono affrontare la incomprensione, le derisioni, devono soffrire molto.
Ma
la gioia soprannaturale che li infiamma e li sostiene, è tale che
"intender non la può chi non la prova". (Dante)
Questo
lavoretto si presenta come una successione di 36 flaches, i 36 capitoletti.
Nei
primi due non compare ancora l'Angelo Custode; sono stati riportati perchè dànno
un'idea dell'atmosfera spirituale respirata dalla nostra Cecilia quando
cominciava appena ad aprirsi alla vita.
In
ciascuno degli altri è palese la presenza dell'Angelo.
coniugi
Signorile
5
marzo 1995
Don
Pasquale, nella sua Presentazione, ha messo il seguente giudizio del vescovo di
Bonfini, che ci è parso bene riportare.
«La
semplicità, anzi l'ingenuità, nel raccontare queste memorie è una delle
prove della loro veridicità: uno stile come questo non si inventa. Pare il
linguaggio dei "Fioretti" di San Francesco.
Anche
l'umile ruscello senza pretese che scorre tra campi e boschi, sussurra:
"Mi
cerchi chi vuole, mi contempli, si avvicini a me e beva della mia acqua chi
vuole; mi creda chi vuole. Io sono un nulla: sono un ruscelletto accarezzato
soltanto dagli angeli, illuminato dal sole del buon Dio"...
Il
mondo carico, saturo di crimini e di peccati, si immerge in abissi profondi.
Soltanto anime amanti della Croce, serafiche nell'amore, potranno ridargli il
suo equilibrio.
Il
mondo orgoglioso e saccente, si complica ogni giorno di più. Soltanto la
semplicità del Vangelo, lo spirito d'infanzia spirituale insegnato da S.
Teresina, vissuto da suor Maria Antonietta (al secolo Cecilia Cony) lo
potranno salvare.
Demoni
visibili e invisibili infestano città e campagne, focolari e scuole, fabbriche
e palazzi. Soltanto gli angeli di Dio, così ignorati e dimenticati, li
potranno debellare.
Ci
pare sia questa la triplice missione di colei che ha vissuto e tracciato queste
memorie.»
CAPITOLO
1 °
Già
questo capitolo offre spunti di grande valore educativo:
1
- abitudine all'esame di coscienza ("trovavo in me la causa della sua
tristezza");,
2
- pentimento ("mi assaliva un forte dispiacere per aver rattristato il buon
Dio ");
3
- fiducia nell'amore del Padre ("appena gli prometto di esser buona, Egli
mi vuole nuovamente bene").
Devo
narrare la mia vita! Lo farò con semplicità, per ubbidire, per glorificare
Dio al quale devo tutto ciò che sono.
Nacqui
il 4 aprile 1900.
Il
più lontano ricordo della mia infanzia risale ai miei quattro anni. Ho ben
presente la mia cittadina natale, S.Vittoria di Palmar, la casa paterna, i bimbi
con i quali mi trastullavo e persino quel pomeriggio del 2 febbraio 1904 in
cui, mentre ero seduta sulla scala esterna che dava nel cortiletto e mi
divertivo col mio orsacchiotto di feltro, papà venne a chiamarmi per dirmi:
"Cecilia, vieni a vedere un bel fratellino che mamma ti ha portato... E' un
regalo del Signore!"
A
quell'epoca io avevo già una nozione di Dio; nozione legata ad immagini
materiali, ma incancellabile.
Ricordo
il crocifisso col piedestallo, posto su di un armadio e che Acacia, la
governante, mi mostrava alzandomi con le sue braccia nere; ricordo pure il
grande quadro della Santissima Trinità nella camera della mamma e 1'acquasantino
su cui era scolpita una Immacolata.
Conoscevo
Dio col nome di "buon Papà del Cielo". Chi mi parlò di Lui, fu mio
padre.
In
un giorno di temporale, mio padre stava leggendo disteso su di una sedia a
sdraio. Spaventata dai tuoni e dai lampi, mi rifugiai tra le sue ginocchia.
Allora egli mi disse: "Senti? È il buon Papà del Cielo che è triste ed
irato con i bimbi e con i grandi che non vogliono esser buoni. Quando i bimbi
sono buoni, Egli è contento e manda il sole."
Da
allora fino ai sei anni, ogni mattina allo svegliarmi il mio primo pensiero era
di sapere se c'era il sole o se pioveva. Se pioveva, ma senza tuoni, pensavo tra
me e me che il buon Papà del Cielo era triste, ma non irato.
Quasi
sempre trovavo in me stessa la causa della sua tristezza: o perchè avevo
strillato per lasciarmi pettinare, o avevo fatto i capricci per ottenere che mi
portassero a vedere il cavallo di papà, o avevo fatto smorfie e la testarda per
mangiare. Un giorno in cui buttai per terra il cucchiaio e battei i piedi,
piovve con tuoni spaventosi.
Avveniva
però che, dopo tali biricchinate, mi assaliva un forte dispiacere per aver
rattristato il buon Dio ... Mi rifugiavo di corsa nella camera della mamma,
fissavo il grande quadro della SS. Trinità per vedere se l'Eterno Padre, dalla
barba bianca come neve, era ancora triste ed irato. Mai, proprio mai durante tre
anni, il Volto santo del buon Papà del Cielo mi parve irato.
Così
mi abituai ad amare il Signore e pensavo: il buon Papà è tanto buono e mi
vuol bene; quando faccio la cattiva a Lui non piace, ma appena gli prometto di
essere buona, Egli mi vuol nuovamente bene.
Queste
cose non le raccontai mai a nessuno. Poche volte udii allora parlare di Dio,
anzi, a cinque anni non sapevo ancora pregare. Imparai solo più tardi, in
collegio.
Sapevo
che il buon Dio abita in Cielo e che tutto ciò che è bello e buono fu fatto da
Lui.
CAPITOLO
2°
IL
FRATELLO CROCIFISSO E LA SUA MAMMA
Qui è descritta l'intensa sensibilità
affettiva per Gesù, con il grande dolore nel vederlo crocifisso.
Questo
stimola a sviluppare sentimenti salutari, preziosi...
Fino
ad allora (ha circa 4 anni) conoscevo soltanto il buon "Papà del
Cielo", dalla barba bianca come la bambagia. Non avevo ancora sentito
parlare del Crocifisso.
In
quel tempo abitava a Santa Vittoria una signora chiamata Gloria che aveva un
collegio frequentato dalle mie sorelle. Da qui, le sue relazioni con la mia
famiglia. Mi affezionai subito a lei.
Un giorno me ne stavo seduta sulle sue ginocchia quando, ad un certo momento, mi portò vicino al mobile su cui era il Crocifisso e mi chiese: "Chi è?'. Non seppi rispondere. Mi domandò pure se sapevo chi rappresentava 1'immaginetta dell'acquasantino. Nulla. Ma quando mi interrogò sul quadro della Santissima Trinità, risposi subito: "È il buon Papà del Cielo!"
Allora
lei mi spiegò, indicandomi il Crocifisso: "Questo è il nostro
Fratellino, il Figlio del buon Papà del Cielo. Tu ti chiami Cecilia e Lui si
chiama Gesù. Abita in Cielo ed ha fatto tutte le cose belle e buone che hai qui
in casa.
Gesù
disse: «Porterò in Cielo tutte le persone, ma se saranno buone». Però le
persone non vollero essere buone e invece di andare in Cielo andavano quasi
tutte sotto terra, dove abita il demonio e dove c'è fuoco che brucia i
cattivi.
Gesù,
che è tanto buono, rimase così addolorato per quella gente che voleva essere
cattiva, che è venuto giù dal Cielo a chiedere a tutti di essere buoni.
Ma
la gente non volle ascoltare Gesù, lo percosse, mandò dei soldati a legarlo e
lo fece morire, inchiodandolo su di una grande croce.
Gesù
morì, ma poi è diventato vivo un'altra volta ed è ritornato in Cielo.
Siccome Gesù è buono e voleva molto bene a quei cattivi, ha detto: «Non
importa; tutti coloro che, come Cecilia, vógliono essere buoni, io li porterò
ugualmente in Cielo, dove vi sono tanti angeli che volano come farfalle»".
La
signora, prendendo in mano l'acquasantino, continuò: “E questa bella
fanciulla è la Mamma del buon Gesù. E' buona come suo Figlio ed è andata con
Lui in Cielo.”
Così
terminò quella lezione di catechismo che si scolpì nella mia anima infatile e
che, per tre anni, mi fu guida nelle mie azioni.
Il
buon Dio ricompensi la buona signora per la bella e salutare lezione!
Sentivo
una grande pena per il Fratellino Gesù, che appresi ad amare ed a cui mi
sforzai di piacere, sebbene cadessi poi in tanti difetti che mi pare non fossero
volontari.
Il
povero Fratellino Gesù, inchiodato su quella croce nera, ebbe da quel giorno su
di me una grande attrattiva e una profonda influenza.
Sentivo
di volergli tanto bene e, parecchie volte al giorno, ma soprattutto
sull'imbrunire, andavo a prostrarmi davanti a quel mobile affinche Gesù non
rimanesse solo e non avesse paura dei soldati che lo avevano trattato così
male.
CAPITOLO
3°
CARNEVALE
DEL 1905
Il suo Angelo Custode la libera da una mschera "orribile dagli occhi fulminanti", che fugge squagliandosi tra la folla.
E' questo il primo ricordo della
presenza attiva del suo Angelo, del quale non sapeva ancora nulla, non avendo
allora neppure cinque anni: solo a scuola, dopo i sei anni, sentirà parlare
dell'Angelo che si chiama Custode.
Per
il carnevale del 1905 la mamma ci aveva preparato un bel costume; un pomeriggio,
io ed altre bimbe, guidate dalle due governanti, uscimmo a fare un giro per le
vie.
Io
avevo un vero terrore delle maschere: pensavo che fossero esseri soprannaturali
che abitavano sottoterra, in quel luogo pieno di fuoco. ! Credo che fosse quella
la prima volta che accompagnai le mie sorelle ad una festa di carnevale. Lo
schiamazzo della piazza, le maschere danzanti, mi impressionarono troppo. Penso
che sia stata una grazia se la paura non mi fu fatale. Mi aggrappavo alle
compagne le quali, al contrario, pareva godessero un mondo per lo spettacolo. Le
governanti non si interessavano affatto di noi, assorbite dal divertimento.
Ad
un certo momento mi impressionai a tal punto da risolvermi a fuggire. Non
riflettei che non conoscevo la strada per ritornare a casa: andarmene era
l'unica preoccupazione.
Mi
lanciai di corsa verso la piazza che, essendo io tanto piccola, era per me un
mondo sconfinato. Ricordo che piansi, ma solo per la paura che mi
assassinassero...
In
quella angoscia, mi ricordai del Fratellino Gesù che avevo lasciato solo e mi
spiacque di non averlo portato con me. Però sapevo che Egli vede tutto e mi
vedeva così sola.
Fu
proprio allora che una maschera orribile, dagli occhi fulminanti, il cui
ricordo ancor oggi mi sta nell'immaginazione, mi si avvicinò e mi prese per
mano.
Mi
parve di morire! Feci alcuni passi condotta da quella mano e senza veder
nulla, quando sentii, come sentivo la maschera, l'Angelo che avevo veduto in
casa del capitano Bezzerra, e che il Fratellino Gesù mi inviava per condurmi a
casa e farmi rimanere con Lui.
Sentivo
l'Angelo realmente, senza vederlo, ma come se lo vedessi. La maschera mi lasciò
libera bruscamete; si squagliò tra la folla e non la vidi più. Al terrore seguì
una tranquillità dolce e serena con un atteggiamento di abbandono assoluto al
mio Angelo. Stavo allo sbocco della piazza quando vidi la governante venirmi
incontro. Se l'avessi vista prima di sentire l'Angelo, le sarei andata incontro
con la stessa ansia che mostrava lei sul viso. Ma la mia calma, forse, la
rasserenò. Nessuno seppe mai nulla di quanto era accaduto. Da quel giorno di
febbraio o marzo del 1905, il mio buon Angelo mi accompagnò sempre; e con me
faceva la guardia d'onore al Fratellino Gesù posto sul mobile.
Grazie
a questa presenza, non mi faceva più paura il buio, poiché sentivo l'amabile e
tranquillizzante compagnia del caro Amico. Ai miei sei anni seppi che si
chiama Angelo Custode.
Egli
mi parlava senza farmi udire la sua voce ed io lo intendevo.
Caro
Amico! Fa' che, ricordando quanto hai fatto per me, io ti ami sempre più. Se
non ci fossi stato tu, mio custode fedele, chissà quante volte io avrei offeso
volontariamente, gravemente forse, il mio Dio!
Infatti
molto spesso, trascinata dai miei capricci e dalle mie tendenze, mi vidi sul
punto di fare il male; ma proprio allora mi arrivava in tempo il tuo consiglio
che mi impediva di errare.
CAPITOLO
4°
IL
SEGRETO DEL MIO CESTINO
Commovente affetto, tenerezza verso Gesù,
il suo Fratellino crocifisso, che riconosce inconsciamente come Colui che le
ha mandato l'Angelo Custode: "che mi aveva dato il mio Angelo" dice
infatti.
Un pomeriggio, subito dopo quel famoso carnevale, udii da papà che saremmo partiti per il mare. Il giorno dopo, la mamma e la governerete cominciarono i preparativi per il viaggio. Al mare! Il solo pensiero mi entusiasmava. Sarebbe venuto anche il mio Angelo con me, lo sapevo. Sarebbero venuti tutti quelli di famiglia, eccetto papà, occupato nella caserma; e la casa sarebbe rimasta chiusa.
Io
pensavo a questo mentre componevo nel mio cestino l'orsacchiotto di feltro e la
bambola, che non vi stava se non seduta.
Improvvisamente
la mia grande gioia si cambiò in amara tristezza perchè persino l'orso sarebbe
venuto mentre il Fratellino Gesù, che mi aveva dato il mio Angelo, sarebbe
rimasto chiuso in casa solo e al buio.
A
quel pensiero decisi dentro di me di rimanere con Lui. Ma la mamma l'avrebbe
consentito? No, certamente!
"E
se invece dell'orso e della bambola portassi Gesù, il Fratellino?" mi
domandai allora. Veramente la governante mi aveva consegnato il cestino per
l'orso e la bambola, ma non era poi necessario che io svelassi quanto facevo.
Neppure lo si esigeva.
Andai
senz'altro in camera, trascinai una sedia presso l'armadio e presi il
crocifisso. Tolsi dall' attaccapanni il mio mantello e avvolsi quella croce
che mi piaceva tanto.
Così
il Fratellino Gesù partì anche Lui per il mare. Nel viaggio non mi separai mai
dal cestino. Appena giunti, lo posi vicino al mio letto, dove rimase sino alla
fine.
La
mamma e la governante non seppero mai ciò che avevo fatto.
CAPITOLO
5°
A
SCUOLA
Descrizione viva, con pennellate
essenziali, di quanto la colpisce all'entrare nel nuovo ambiente: le suore con
una croce sul petto, ma senza il Fratellino Gesù, un grande crocifisso appeso
ad una parete, che le suscita molta pena; poi, nella sua aula, la gioia di
trovare "un quadro grande con un bell'Angelo Custode".
Ricordo ancora il mio primo giorno di scuola. Vi erano con me le mie due sorelle. Ci accompagnò nell' aula suor Eugenia e ci mise nel primo banco. Quante domande ci fece!
Io
ero ammiratissima perchè non avevo mai visto una suora. Credo che non mi sfuggì
nulla di quanto disse e fece. Ciò che più attirò la mia attenzione fu la
croce nera di stoffa che essa aveva sul petto, ma senza il Fratellino Gesù.
Vi
era però, appeso ad una parete di quella sala, un Gesù della mia grandezza.
Ah, le sue mani e i suoi piedi erano inchiodati e sul petto rosseggiava una
larga ferita!
Sentii
una grande pena e non potei trattenere il pianto. Eugenia attribuì quelle
lacrime alla lontananza della mamma e del papà e cercò di consolarmi. Intanto
giunsero molte bambine e i banchi si riempirono. Tutte facce sconosciute.
Ad
un certo momento suor Eugenia mi accompagnò in un'altra aula, mentre le sorelle
se ne rimasero nella prima.
Alla
cattedra stava seduta una suora molto giovane, con la croce di stoffa sul petto.
Sulla parete pendeva pure un grande Gesù crocifisso. In più (oh, la gioia che
ne provai!) un quadro grande con un bell'Angelo Custode.
La
mia maestra si chiamava madre Raffaella. Mi fece sedere nel primo banco.
L'Angioletto Custode era al mio fianco: non era necessario che lo cercassi.
Timida
per natura, rimasi quieta per tutto il tempo. In verità la scuola mi piacque e
mi piacquero anche quelle signorine che papà mi aveva detto di chiamare
"suore".
In
poco tempo imparai 1e orazioni ed anche quella all'Angelo. Fu suor Paolina ad
insegnarci che il nostro Angelo si chi
"Custode."
Madre
Raffaella ci parlò anche di Gesù, il cui nome io conoscevo già. Ci parlò
dell'anima, del peccato, del cielo e dell'inferno.
Fissai
tutto ciò che la mia mente piccina poteva fissare; del resto, si sarebbe
incaricato il mio buon Angelo.
CAPITOLO
6°
PICCOLA
OSTIA BIANCA CHE INCANTA
Comincia a sentire la sete di Gesù
Eucaristia, sete che si fa sempre più ardente, mentre cresce l'orrore al
peccato, anche alla più piccola mancanza.
Ciò che mi impressionò molto (a scuola) fu l'udire la buona Madre parlarci della "santa, piccola Ostia bianca", che è il buon Dio, lo stesso Gesù che visse e morì qui in terra.
Pensai
subito: "Oh, se potessi avere Gesù nascosto nell' Ostia! Come lo cambierei
con il crocifisso che è solo un suo ritratto, per avere con me Gesù vivo
nell'Ostia!"
Da
allora sentii di amare tanto la santa Ostia bianca. Attendevo solo i giorni
festivi per andare a pregare davanti all'Ostia bianca dell'altare, insieme
alle suore e alle altre bambine.
Dopo
alcuni mesi (di scuola) io sapevo già leggere da sola.
Un
giorno venne nella nostra aula suor Irene e disse: "Chi non ha fatto la
prima Comunione alzi la manina."
Ebbi
un tuffo di gioia al cuore. Avevo già sentito parlare di prima Comunione. Il
buon Gesù nel mio cuore... sarebbe stato mio... sempre con me! Fu ciò che mi
passò allora per la mente. Nient'altro. Alzai anch'io la mano. Madre Raffaella
me la prese stretta nella sua... la agitò un poco con tenerezza... e parlò con
suor Irene.
"Cecilia
è ancor tanto piccola; aspetterà ancora un anno; anche papà non permetterebbe!"
Quindi, rivolta a me, la buona Madre disse: "Però puoi andare anche tu con
suor Irene e le altre bambine". Con ciò mi dava solo il permesso di
assistere alle lezioni.
Che
delusione sentii nel cuore! Rimasi tanto triste che per la prima volta mi sentii
infelice.
Io
pensai tra me: "Suor Irene consentiva che io ricevessi Gesù, tanto è vero
che mi aveva detto di chiedere il permesso a papà. Però madre Raffaella, che
mi vuole assai più bene, non consente che io faccia la Comunione!" Che
dolore grande io provai per questa constatazione!
Mi
lamentai subito nel cuore col mio Angelo Custode, che era là vicino a me;
egli ascoltava tutto, silenzioso, quieto, impassibile.
Mia
cara madre Raffaella! E' questo l'unico lamento che posso fare di lei durante
gli undici anni che l'avvicinai. Lamento ingiusto, forse, perché allora non
comprendeva le sue sante intenzioni questo cuoricino che già voleva tanto bene
all'Ostia bianca che ella mi insegnò ad amare.
Andai
sempre alle lezioni di catechismo di suor Irene. Giorno dopo giorno sentivo più
forte il desiderio di ricevere Gesù.
Avevo
sempre più orrore per il peccato che offende e rattrista il buon Dio.
Da
allora, ogni giorno nell'alzarmi al mattino, incominciavo a pregare così il
mio buon Angelo Custode: "mio santo e caro Angelo Custode, custodiscimi in
questa giornata affinchè io non faccia rattristare il buon Dio. Così
sia."
Questa
orazione composta da me la recitai per tutta la mia vita dal giorno in cui suor
Irene ci raccontò come Gesù morì per i peccati di tutti. Ricordo che in
quella occasione si stampò nella mia anima questo pensiero:
"Ogni
peccato che noi facciamo è una grande spina che si infigge nel capo di Gesù."
E quest'altro: "Riceviamo Gesù e poi, se commettiamo un peccato, Lo
cacciamo a spintoni fuori dal nostro cuore e permettiamo che il demonio prenda
il Suo posto."
Chissà
quante volte fui sul punto di configgere spine nel capo santo del Signore! Però
il mio buon Angelo Custode giunse sempre in tempo per impedirmelo. Per questo
motivo nacque in me una dolce confidenza, con una grande sicurezza nella sua
assistenza e nel suo aiuto.
CAPITOLO
7°
LE
PESCHE
L'intervento
sensibile del suo Angelo le impedisce di rubare delle pesche.
Subito, amaro pentimento per la
"acuta spina" che stava per configgere nel capo di Gesù. Ogni cosa
cattiva fa soffrire Gesù.
Un pomeriggio, in compagnia delle mie sorelle, di alcune amiche e delle governanti, uscii per fare una passeggiata in campagna. Acacia aveva il denaro per comprare delle pesche e noi portavamo i cestini. Ci guidava un appuntato di papà.
Arrivammo
ad una casa colonica. Ci ricevette un uomo con la zappa sulle spalle. Mentre
questi, deposta la zappa, raccoglieva la frutta e parlava con i più adulti, le
mie amiche raccoglievano per conto loro pesche e susine sino a riempire i loro
cestini. Solo il mio era vuoto. Quando mi avvidi del loro bel raccolto, mi
accorsi pure che dietro di me vi era un pesco dai rami talmente carichi che, per
il peso, scendevano quasi a terra.
Perchè
non coglierne anch'io?
Stesi
la mano... Le mie dita sfioravano già la frutta vellutata, quando sentii
l'avvertimento soavissimo del mio Angelo Custode. Il mio braccio alzato fu
trattenuto e obbligato ad abbassarsi da una "mano invisibile";
invisibile sì, ma realmente sentita, come se una persona presente mi avesse
toccato. Comprendevo meglio e più chiaramente la voce del mio bell'Angelo
Custode che non quella delle suore che io vedevo e che mi parlavano.
Mi
pentii subito vivamente del brutto peccato che ero stata sul punto di
commettere e mi assalì una grande pena per il buon Gesù, nel capo del quale
stavo per configgere una acuta spina.
Alla
notte, a letto, piansi amaramente e chiesi perdono a Gesù, alla Madonna e al
mio buon Angelo Custode.
CAPITOLO
8°
COSA
E' UNA BUGIA
Subisce
un danno da parte di una compagna.
Viene accusata ingiustamente; non
accusa la vera colpevole e, per l'intervento dell'Angelo, reprime il desiderio
di vendetta, che pure le nasce veemente.
Ogni pomeriggio, con Acacia, le sorelle e le fanciulle del vicinato, si andava alla latteria a comprare il latte per la merenda. Ognuno di noi portava il suo bicchiere avvolto in un tovagliolo. Il mio bicchiere era di color verde, con un manico dorato e costellato di stelline.
Franceschina,
una delle compagne a cui piaceva il mio bicchierino, mi disse: "Dammi il
tuo bicchiere e prendi il latte nel mio". Intervenne Acacia dicendo:
"No, bambina, ciascuno deve usare il proprio".
Franceschina
non aprì bocca e parve persuasa.
Si
andò oltre... e, dopo aver sorpassato quasi un isolato di case, Franceschina si
voltò verso di me e, con uno strappo improvviso al mio tovagliolo, me lo buttò
a terra col bicchiere che andò in pezzi.
Con
la stessa rapidità corse da Acacia che ci seguiva da lontano e disse: "Ha
visto? Cecilia, furiosa perchè non le ha concesso di scambiare il bicchiere
col mio, lo ha buttato per terra e l'ha fatto a pezzi".
La
governante, naturalmente, si indignò contro di me e mi rimproverò:
"Brava! Belle cose si fanno! Per castigo non prenderai il latte; mentre le
altre faranno merenda, tu rimarrai a guardarle con i cocci in mano". Lì
per lì non seppi spiegarmi la mossa di Franceschina, tanto era stata rapida;
ma, istantaneamente, si sprigionò in me un moto di indignazione col desiderio
veemente di fare a lei quello che aveva fatto a me.
Intervenne
il mio buon Angelo Custode che mi impedì di muovermi, proprio come aveva
fatto per impedirmi il furto delle pesche. Nello stesso tempo udii chiaramente,
ma dentro l'anima, l'insegnamento del mio buon Angelo. Allora capii. La povera
Franceschina aveva fatto due cose cattive: la prima, l'avermi rotto il
bicchiere; la seconda, l' aver detto una bugia. Aveva mentito ad Acacia e questa
aveva creduto che le cose si fossero svolte proprio così come Franceschina le
aveva raccontate. Compresi bene cosa significa dire una bugia: io rompo un
bicchiere e dico alla mamma che non sono stata io.
Giunte
alla latteria, mi dimenticai di dire alla governante che non ero stata io a
rompere il bicchiere; non so perchè non lo dissi. Ma là vicino c'era il mio
buon Angelo Custode e io rispettavo la sua presenza più di quella delle suore
stesse, che erano per me l'autorità suprema.
Acacia
però, che mi voleva bene, mi fece prendere il latte nel bicchiere di mia
sorella.
In
questo modo, come narrai, il mio buon Angelo Custode mi impedì di commettere il
brutto atto della vendetta.
Mio
santo e fedele Custode, se volessi narrare tutto quello che facesti, non
basterebbe un libro voluminoso.
CAPITOLO
9°
ROSE
BIANCHE PER LA MADONNA
Ansiose invocazioni all'Angelo Custode e
un voto alla Madonna, per ottenere di fare la prima Comunione, sebbene troppo
piccola. Aggiunge anche un sacrificio.
È un bell'esempio di preghiera di supplica. Era alle porte l'ottobre e io non avevo altro pensiero che la mia Comunione.
Varie
volte suor Irene mi aveva detto di parlare alla Madre, ma la risposta era sempre
stata evasiva: nè un sì, nè un no.
E'
vero che il mio fisico era di una bimba di quattro o cinque anni, ma credo che
la ragione dell'impedimento fosse piuttosto la mia infantilità di spirito.
Tuttavia
io sapevo benissimo che cosa fosse la piccola Ostia Santa e l'amavo tanto: la
piccola Ostia era Gesù; come non avrei dovuto amarlo?
Se
la mia buona madre Raffaella avesse saputo che ogni notte sprofondavo il mio
volto nel guanciale per singhiozzare dal dolore! Se l'avesse saputo! Invece
dovevo rimuginarmi quel desiderio insoddisfatto.
Il
mio buon Angelo Custode era il mio unico confidente. Egli era sempre lì vicino
a me, sempre sveglio perché non aveva mai sonno, e io lo sapevo bene: a
qualsiasi ora della notte io mi svegliassi, egli era sempre al mio fianco.
Mi
sedetti molte volte sul mio letto per raccontargli il motivo del mio pianto e
concludevo sempre supplicandolo di chiedere egli stesso a madre Raffaella il
gran favore per me... "Certamente - gli dicevo - se tu chiedi, lei non
dice di no." E così, con la speranza che la Madre mi desse il permesso
desiderato, mi addormentavo. Una notte, piangendo, mi sedetti sul letto per
ripetere al mio buon Angelo Custode le mie lamentele, ma affiorò improvvisa
un'idea: perchè non chiederò la grazia alla Mamma Santa di Gesù, alla Mamma
del Cielo, come dice suor Irene? Lei darà ordini certamente anche a madre
Raffaella. Il giorno seguente, appena mi svegliai, balzai dal letto e corsi
presso il cassettone che, dalla camera della mamma, era stato spostato in quella
vicina alla mia.
Non
ero ancora cresciuta abbastanza per arrivare al suo piano levigato, però, anche
da terra, vedevo bene 1'acquasantino su cui era l'immagine dell'Immacolata.
Ricordo
ancora oggi l'orazione che improvvisai: "Mia cara e buona Madonna, ho
tanto desiderio che il tuo Figlio Gesù venga ad abitare anche nel mio cuore.
Però madre Raffaella non mi vuol dare il permesso di riceverlo perchè, come
dice, io sono troppo piccola. Fammi Tu crescere un poco, oggi stesso e dà
ordini alla Madre che guardi bene la mia statura. Io ho un salvadanaio con
alcune monete d'argento per comprare il bambolotto della vetrina della bottega
dei bambini. Con quel denaro, invece del bambolotto, comprerò per Te un
grosso mazzo di rose bianche che porterò sul tuo altare della chiesa... ma a
condizione che madre Raffaella mi accontenti. Così sia."
Il
mio buon Angelo Custode era al mio fianco e io capivo benissimo che egli pure
voleva che Gesù venisse nel mio cuore. Dopo quella preghiera ritornai nella
mia camera. Arrivò quasi subito la governante e mi preparai per andare a
scuola.
Mi
parve che in quel giorno madre Raffaella non vedesse che ìo "ero
cresciuta". Infatti non disse nulla (mi ero persuasa che la Madonna, dopo
la mia orazione, mi avesse fatta crescere davvero).
Per
alcuni giorni madre Raffaella non entrò in quell'argomento e ciò mi faceva
meraviglia; allora risolvetti di ripeterle io la richiesta.
Dopo
la lezione mi fermai alla porta dove lei doveva passare. Il mio cuore batteva
forte! Mi pareva che non avrei potuto parlare. Ma il mio buon Angelo Custode era
là con me e mi avrebbe insegnato a chiedere tanto favore.
Non
fu necessario dir nulla perchè la Madre mi prevenne dicendo: "So già
quello che Cecilia vuole. Facciamo così: se il papà permette, anch'io ne sarò
ben contenta."
Se
il grande rispetto che sentivo per la buona Madre non mi avesse trattenuta,
avrei fatto con lei come ero abituata a fare con papà e mamma: l'avrei
abbracciata e accarezzata con tanto affetto.
Ma
le dissi solo: "Va bene, Madre! Tante grazie!"
Quanto
a papà, sapevo benissimo che avrebbe fatto e permesso tutto per me. Contento
papà, anche la mamma sarebbe stata contenta. In verità, avvenne proprio così.
Siccome
quel pomeriggio non potevo ormai più recarmi dalla fioraia perchè troppo tardi,
corsi subito dalla Madonna a dirle che avesse pazienza fino al giorno dopo per
avere i fiori.
Presi
l'acquasantino e baciai ripetutamente l'immagine della Madonnina per dirle il
mio grazie per avermi fatta crescere un poco (Non so davvero se fossi
cresciuta o no; ma io ne ero convinta e attribuivo a ciò il permesso di madre
Raffaella). Il giorno seguente compii il mio voto. Acacia mi accompagnò dalla
fioraia. Le dissi soltanto che volevo rose bianche da deporre in chiesa davanti
alla Madonna. Ella voleva mettere nel mazzo altre rose molto belle ma di colore,
con la scusa che avrebbero figurato meglio. Dovetti insistere, ma vinsi. Nelle
mani della fioraia lasciai tutti i denari che formavano la mia fortuna.
Un
sacerdote che trovai nella chiesa pose il bel mazzo bianco sull'altare. Mi
sentivo felice, troppo felice.
Quella
notte, seduta sul mio letto, non mi lamentai più col mio buon Angelo Custode,
ma gli domandai se la Madonna era rimasta contenta delle belle rose.
Intanto
il mio salvadanaio era vuoto, e io sarei rimasta senza il bambolotto che
desideravo tanto. "Pazienza! - pensai - comincerò a mettere insieme tutto
il denaro che papà mi darà e servirà per la compera del giocattolo."
Quella
stessa notte pregai il mio buon Angelo Custode che non permettesse a nessun'altra
bambina di comprare quel bambolotto, finchè non avessi il denaro per comprarlo
io.
Quando
il mio salvadanaio conteneva già un bel gruzzolo di monetine d'argento, lo
svuotai di nuovo; ma non fu già per comprare il bambolotto: servì per
un'altra spesa che mi portò tanta gioia, come quella delle rose bianche. Ne
parlerò più avanti.
CAPITOLO
10°
LA
PRIMA CONFESSIONE
Grande emozione e zelo per fare bene,
molto bene e in modo completo la sua prima confessione; invocazione di aiuto
all'Angelo Custode.
Passarono
alcuni giorni ancora.
Grazie alle spiegazioni di suor Irene, sapevo benissimo quello che dovevamo fare per preparare il nostro cuoricino alla visita di Gesù.
Aspettavo
ansiosamente la prima confessione per far più bianca la mia anima; più
bianca del vestito candido che la mamma aveva già ordinato.
Giunse
finalmente il grande giorno.
Già
alla vigilia, suor Irene, molto zelante, ci radunò in un'aula e ci distribuì
un foglio di carta. Insegnatoci il modo di cercare i peccati (da scrivere sul
foglio) servendoci del formulario che vi era nell'appendice del
"Catechismo", ci lasciò pensare, mentre ella se ne stava seduta alla
cattedra.
Il
mio buon Angelo Custode era lui pure vicino a me, ma non diceva nulla. Io
pensavo: "Almeno potessi trovarmi sola con lui!"
Lidia,
una delle mie compagne che era al mio fianco, non stava quieta. Sovente,
puntando col dito un peccato elencato nel Catechismo, mi domandava:
"Cecilia, e questo peccato tu lo scrivi?" Io le rispondevo a mia
volta: "Suor Irene spiegò che i peccati li dobbiamo dire solo al confessore.
"Ma - soggiungeva Lidia - io lo scrivo, così la lista è più
completa."
Mi
pare che suor Irene avesse notato l'irrequietezza di Lidia, perchè ad un
certo momento la tolse da vicino a me e la mise in un altro banco.
Ne
fui felice, perchè sarei rimasta sola con il mio buon Angelo Custode. Pensai,
ripensai; chiesi al mio buon Angelo che mi aiutasse a fare una buona
confessione.
Dopo
di aver letto i peccati contro ogni Comandamento, riflettei: "Qui vi sono
tanti peccati che io ho fatto, altri non so, alcuni non li comprendo
neppure... Ma quante spine nel capo di Gesù!"
Sentii
una grande compassione per Lui e, nel desiderio santo di consolarlo, gli promisi
facendo grande sforzo per non piangere: "Mai, mai più! Non voglio più
esser cattiva! Non voglio più fare nemmeno un peccato; dentro di me sento
qualche volta la voglia di far peccati, ma il buon Angelo Custode non mi lascia
cadere. Voglio essergli sempre ubbidiente."
Suor
Irene che ci assisteva si avvicinò a me e mi disse: "Cecilia, le altre
sono quasi pronte e tu non hai ancora cominciato."
Allora
cominciai, ma con la risoluzione di trascrivere tutti i peccati del
"Catechismo", come la pensava Lidia: "Il Signore sa i miei
peccati e anche quelli che non ho fatto. Così nel mio cuore non rimarrà più
nulla, neppure un'ombra e la mia anima diventerà bianca come la Santa Ostia che
riceverò."
Terminato
di scrivere, suor Irene piegò i nostri fogli poi li ripose in altrettante buste
che sigillò bene. Sopra ad ognuna ci fece scrivere il nostro nome e le ritirò
per restituirle prima della confessione.
Andai
a casa, ansiosa per il giorno seguente. Finalmente giunse il grande momento. Non
so dire tutti i sentimenti che provai.
Ci
si avvicinava al confessionale in modo ordinato e al cenno di suor Irene. Il mio
buon Angelo Custode era lì vicino a me e mi avrebbe accompagnata ai piedi del
confessore.
Ripetei
varie volte l'atto di contrizione con grande, con grandissima pena per essere
stata tanto cattiva con il Fratellino Gesù.
Venne
il mio turno. Tenevo nelle mani il foglio pieno zeppo di peccati, che erano le
grandi spine con cui avevo trafitto il capo di Gesù.
Mi
accostai al confessionale con il cuore che batteva affannosamente. Desideravo
tanto confessarmi! Cominciai a leggere, a leggere senza tregua.
Improvvisamente il sacerdote mi interruppe e mi chiese il foglio. Glielo
consegnai e non lo vidi mai più. Feci il resto della confessione senza il
foglio; il sacerdote interrogava e io rispondevo.
Anche
senza foglio, che prima mi pareva indispensabile, so che feci un'ottima
confessione perchè sentii nel cuore una gioia così grande come mai avevo
provato prima di allora.
Uscendo
dal confessionale capii che il sacerdote rideva e io mi rallegrai maggiormente
perchè pensai: "Anche lui gode della mia gioia." Solamente più
avanti negli anni capii che ero stata sempliciona.
Giunta
a casa, non andai a giocare sul marciapiede come ero solita e neppure volli
recarmi alla latteria dove mi piaceva tanto trovarmi (con le amiche). Temevo di
macchiarmi l'anima anche solo leggermente... Macchiarla, ora che era bella come
il velo, candida come il vestito e la corona di fiori che avevo? Mai più!
Passai
il resto del pomeriggio seduta sulla sedia a sdraio, vicina all'armadio, a
ripetere tante volte l'atto di dolore.
Nessuno
si interessò di me, eccetto il mio buon Angelo Custode. Neppure lui in quel
giorno andò alla latteria.
Acacia
mi servì ugualmente il latte in una tazza azzurra, su cui era dipinto un
agnellino; tazza che la mamma mi aveva comprato dopo l'incidente del bicchiere
infranto.
CAPITOLO
11 °
LA
PRIMA COMUNIONE
Giorno
della prima Comunione: giorno "infinitamente bello!"
Sperimenta in sé "realmente e
vivamente "la presenza di Gesù. Lo sente, ma "non come sentivo il
mio Angelo"...
L'unione è più profonda, più intima, completa: "due anime in una, due cuori in un sol cuore". Fa poi il suo primo ed unico giuramento: "Mio caro e buon Gesù, Ti giuro che non voglio commettere mai più nessun peccato".
Il
17 ottobre! La grande data si avvicinava. Ci confessammo una seconda volta; ma
suor Irene quel giorno mi fece questa raccomandazione: "Guarda,
Cecilia, che dobbiamo confessare soltanto i peccati che abbiamo commessi e non
tutti quelli del Catechismo". In verità io lo sapevo, ma credevo che
fosse meglio confessare tutto; tuttavia a suor Irene non dissi nulla.
La
suora si prese di noi la maggior cura. Quando rientrai in casa, rimasi sempre
sulla sedia a sdraio a prepararmi sulla preghiera da pregare in comune prima e
dopo la visita del Signore.
Non
sapevo ancora leggere speditamente nè senza accompagnare le parole del libro
col ditino; questo la suora non lo voleva, ma io volevo pregare bene senza
alcun errore, per piacere a Gesù.
Il
libro era intitolato: "La chiave del Cielo". Aveva il labbro dorato;
era stato il dono della mia buona madre Raffaella. Ella stessa aveva scritto in
prima pagina: "Ricordo della tua amica madre Raffaella".
Lo
conservai per parecchi anni, finchè lo donai alla mia sorella Adele, dopo aver
incollato le pagine dove era scritta la dedica che stimavo tanto. Me ne privai
con sacrificio.
Come
se la buona Madre avesse indovinato la gioia che mi avevano procurato quelle
parole, quando compii i miei 18 anni mi offrì un'immaginetta su cui le
riscrisse. Le conservo ancor oggi come gradito ricordo.
Finalmente
giunse il 17 ottobre, il giorno infinitamente bello, il giorno in cui conobbi da
vicino, anzi dentro di me, il mio buon Gesù, il Fratellino che avevo conosciuto
nel quadro della stanza della mamma e nel caro Crocifisso sul grande armadio.
Fu
la prima volta, mio Dio, che sentii realmente e vivamente in me stessa la tua
santissima Presenza!
Era
così che io Ti aspettavo, proprio come Ti sei fatto conoscere all'anima mia, o
mio Gesù! Non mi ero ingannata. Sapevo che Ti avrei sentito in me stessa, non
come sentivo il mio buon Angelo Custode, ma come se Tu, mio Dio, fossi me stessa
e come se io fossi Te. Tu in me e io in Te. La tua Anima nella mia anima, il tuo
Cuore nel mio cuore! Due anime in una! Due cuori in un sol cuore!
Il
grande Dio onnipotente e la sua piccola e debole creatura!
Come
Ti abbia amato in quel momento e come Tu mi abbia amata, non lo so descrivere.
Soltanto noi: Gesù e la sua piccola Cecilia, lo possiamo sapere.
Nel
santo giorno della prima Comunione, 17 ottobre 1906, appena ritornata a casa,
avendo con me il mio buon Angelo Custode e portando nel modo più intimo il
Grande e Divino Ospite, desiderai ardentemente chiudermi nella mia cameretta e
rimanere lì sola col mio Dio. Avevo tante cose da dirgli, da chiedergli !
Volevo stringerlo al mio cuore e fargli tante promesse, tante proteste d'amore.
Ah!
Ma Acacia mi attendeva già per condurmi a casa della nonna e della madrina.
Dovetti ubbidire; ma ritornai assai in fretta, il più presto che mi fu
possibile.
Dopo
che la governante mi ebbe tolto il velo ed il vestito, me ne mise un altro delle
feste, dietro mia richiesta, perchè pensavo: "Io porto con me un Grande
Ospite."
Poi
corsi subito in camera; mi misi grave e quieta sulla seggiola ad amare, ad amare
molto il mio Dio.
Mi
abbracciavo da me stessa, perchè in me abbracciavo Gesù. Con linguaggio
infantile gli feci mille promesse di amore e di fedeltà. Sapevo bene che Gesù
mi comprendeva, tanto meglio di mamma e papà.
Io
Lo sentivo in me, ma non conce l'Angelo Custode. Era come se io stessa fossi
Gesù. Egli, il mio Divino Ospite, mi ascoltava senza stancarsi. Senza udire la
sua voce, ascoltavo attentamente e con molto amore quello che Gesù voleva dalla
sua piccola ancella: "Non far mai, mai, neppure un solo peccato, affinchè
Gesù neppure una volta, neppure per un istante si separi da te".
Ad
un tratto mi alzai e, postami in ginocchio, feci coi due indici una croce e la
baciai dicendo con fermezza:
"Mio
caro e buon Gesù,Ti giuro che non voglio commettere mai più nessun
peccato".
Fu
il primo e l'unico giuramento che feci nella mia vita. Non so se comprendevo il
grande obbligo che mi assumevo. So unicamente che giurai, mossa da un
incontenibile desiderio di non offendere il mio Dio.
Non
svelai mai fino ad oggi questo segreto. Lo feci con Gesù dentro di me e col
mio buon Angelo Custode al fianco.
Gesù
accettò e racchiuse nel suo Cuore divino il giuramento di una debole creaturina.
CAPITOLO
12°
I
suoi primi slanci d'amore alla "Mamma del Cielo" si manifestano con
l'entusiasmo col quale prega il suo primo Rosario, usando una collana in
mancanza della corona (collana che prima benedice); dimostra così di cogliere
la sostanza delle cose, non preoccupandosi della forma esteriore.
Sino
allora conoscevo ben poco la Mamma di Gesù. Però, dopo il fatto delle rose
bianche e di aver ottenuto da Lei la gioia della prima Comunione, per una
grazia grande del buon Dio, incominciai ad amarla di più, molto di più. Dopo
la preghiera "Ave Maria" imparai da madre Raffaella quest'altra:
"Ricordati
che ti appartengo, o dolce Madre, o Signora nostra! Ah, vegliami e difendimi
come
cosa proprio tua."
Pregai
sempre questa orazione, al mattino e alla sera, sino a quando entrai in
Convento. Imparai anche a fare piccoli fioretti in suo onore. Provai poi una
grande gioia quando madre Raffaella ci insegnò a pregare il Rosario. Il
libretto "La chiave del Cielo" spiegava il modo di meditare sui
misteri.
"Che
bellezza! - pensavo durante la lezione di religione - appena sarò a casa
pregherò il Rosario e insegnerò a pregarlo anche a Cipriano", il buon
vecchietto del Ricovero dei poveri, che visitavo sovente.
Tornata
a casa, la governante avrebbe dovuto farmi il bagno e papà – che - fu
sempre il mio buon aiutante fino ai dieci anni - avrebbe dovuto aiutarmi nei
miei compiti. Invece, sia l'una che l'altro, in quel giorno non erano in casa.
Decisi allora di pregare il Rosario.
Presi
"La chiave del Cielo" e mi misi presso il grande armadio, davanti
alla statuetta della Madonna. Solo quando ero già in posizione di preghiera, mi
ricordai che non avevo la corona. Fu una scoperta amara.
Mi
venne in mente però subito che Acacia aveva una collana di coralli azzurri che
pareva un Rosario. Non esitai un istante e corsi a prenderla; le mancava solo
il crocifisso, ma la Madonna sapeva tutto e non doveva farci caso.
Il
mio buon Angelo Custode era là; lo sentivo che osservava tutti i miei
movimenti e pensieri; e c'era anche Gesù.
Mi
ricordai di aver sentito spiegare che tutti gli oggetti, come immagini, corone e
medaglie devono esser benedetti prima dell'uso; ma la collana di Acacia non
era ancora sacra perchè non era benedetta.
Subito
mi misi in ginocchio molto devotamente e, con la collana nella palma della
mano sinistra, tracciai su di essa con la destra un segno di croce, pronunciando
con tutto il cuore le parole: "Io ti benedico in nome del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo. Così sia".
Questa
è la storia del mio primo Rosario. Mi pare ancora oggi che la Madonna abbia gradito
quell'orazione che le è tanto cara, sebbene detta su di una collana.
Il
mio buon Angelo Custode rimase presso di me e Gesù pure; non si opposero per
nulla: è segno che non disapprovarono.
Devo
anche dire che poi trattai con rispetto quella collana. Anzi, siccome l'avevo
benedetta, pensai che Acacia non dovesse più metterla al collo per ambizione e
gliela chiesi in cambio delle monete del mio salvadanaio. Rifiutò lo scambio:
mi diede senza compenso la collana e accettò solo un pacchetto di sigarette di
cioccolata che mi era costato pochi soldi.
Alla
fine dell'anno scolastico ricevetti, in premio della mia applicazione nello
studio, una borsetta di seta che conteneva una bella corona bianca. Ma quella,
mi disse madre Raffaella, era già stata benedetta. Fu la mia prima vera corona
del Rosario.
Nel
primo giorno di vacanza corsi ad insegnare la preghiera del Rosario al caro
vecchietto del Ricovero. Avevo tentato due volte di andare al Ricovero per
insegnarglielo, ma, siccome portavo la collana, il mio buon Angelo Custode si
oppose entrambe le volte.
Con
la bella corona bianca invece il mio buon Angelo non si oppose, anzi, mi accompagnò.
CAPITOLO
13°
CIPRIANO
DEL RICOVERO
Con la grazia e l'ingenuità di una bimba
di sei anni, compie un'opera grande nei riguardi di un vecchio del Ricovero dei
Poveri: la Provvidenza l'ha scelta come suo strumento perchè quel vecchio non
muoia senza il battesimo. Penso di dover dire qualcosa del vecchio paralitico della Casa dei
Poveri.
Al nostro arrivo a Santa Vittoria 5 andammo ad abitare in una casa di fronte al Ricovero di mendicità. Era una grande costruzione ad un solo piano, con un buon numero di camerette, in massima parte con la finestra sulla strada.
In
una di queste camere, davanti alla nostra casa, abitava un vecchietto
paralitico, che muoveva solo la testa e il braccio sinistro. Da casa nostra
potevamo vedere il povero ricoverato semi-seduto, appoggiato a dei guanciali;
il suo letto era presso la finestra sempre aperta.
La
mamma, presa da compassione per lui, si incaricò di mandargli giornalmente la
refezione.
Un
giorno io accompagnai Acacia al Ricovero. Io conoscevo il vecchietto da
lontano. Lo vedevo dalla finestra di casa nostra, con la testa e la barba
bianca, sempre nella stessa posizione. Ma in quel giorno lo vidi da vicino.
Acacia però non mi lasciò entrare nella stanza: dovetti attenderla alla
porta, a pochi passi dal lettuccio. Lo osservai attentamente.
La
lunga barba, bianca come la bambagia, mi ricordava il mio "Papà del
Cielo" del quadro della SS. Trinità, che non mi guardò mai triste,
neppure quando, commessa qualche cattiveria, andavo a rifugiarmi nella stanza
della mamma. Ah! Ma ecco ciò che dovevo ancora scoprire nel povero
vecchietto: aveva un crocifisso di metallo bianco, più lungo di un palmo della
mia mano, appeso al collo con un cordoncino. Quella scoperta mi affezionò a lui
e decisi di prendermi cura di lui per rendergli l'anima bianca bianca.
In
quella prima visita mi causò pena il vedere che Acacia, posto il cibo sul
comodino, rivolse all'ammalato ben poche parole e se ne uscì presto prendendo
anche me per mano per ricondurmi a casa.
Durante
la giornata il mio pensiero corse parecchie volte al poveretto. Di notte, mentre
pregavo, dissi al mio buon Angelo Custode: "Mio caro Angelo, domani io
voglio ritornare da quel vecchietto e voglio parlargli del Papà del Cielo. Ti
chiedo la carità di accompagnarmi là. Non voglio andare con Acacia, perchè ha
sempre tanta premura di andarsene via."
Il
mio buon Angelo Custode ascoltò attentamente e mi fece provare nel cuore una
grande dolcezza.
Ero
in vacanza da due giorni.
Di
buon mattino, dopo che Acacia era tornata dal Ricovero, corsi alla finestra
del salotto e da là vidi il vecchietto. Provai un'onda di gioia: egli era là,
come sempre, con la finestra aperta.
Infilai
la strada e mi diressi al Ricovero. Mi arrampicai con fatica sul davanzale e mi
misi a sedere. Il vecchietto mi osservò sorpreso per la mia strana apparizione
dalla finestra. Pensai si fosse spaventato e gli dissi: "Non si spaventi:
io sono la bambina che ieri venne con Acacia. Abito lì di fronte".
Il
vecchietto ne fu contento. Gli chiesi che mi mostrasse la bella crocetta che
aveva sul petto ed egli se la staccò e me la porse.
A
questo punto gli ripetei alla lettera quella prima lezione che, due anni prima,
avevo avuta. Il vecchietto ascoltò, ascoltò senza interrompermi mai.
Quando
terminai, mi accorsi che l'ammalato piangeva come la piccola Cecilia aveva
pianto abbracciata alla signora. Poi gli chiesi che baciasse il Gesù della
piccola croce ed egli obbedì, poi se la appese nuovamente al collo.
Gli
promisi quindi che sarei tornata il giorno dopo e che avrei portato con me il
piccolo acquasantino di ceramica con l'immagine della Mamma di Gesù.
Il
mio buon Angelo Custode era stato sempre vicino a me, ma non seduto sul
davanzale come me. Non ho mai sentito il mio buon Angelo Custode seduto. Credo
che stesse in piedi, perchè molte volte alzai il capo, anche quando ero assai
piccola, quasi per osservarlo in faccia, senza tuttavia averlo mai visto con
gli occhi del corpo.
Il
giorno seguente mantenni la mia promessa. Alle prime ore del mattino, subito
dopo il caffè, con l'acquasantino in mano, corsi a sedermi sulla finestra della
stanzetta di Cipriano.
Gli
mostrai la Madonnina e gli spiegai che era la Mamma di Gesù. Fu in quella
occasione che insegnai al paralitico 1' "Ave Maria".
Ci
vollero parecchi giorni per fargliela imparare. Ogni pomeriggio, dopo la scuola,
verso le quattro ero là al mio posto sul davanzale. Non mancai più alla mia
visita che, lo vedevo, dava tanta gioia al vecchietto.
Nelle
giornate di pioggia o di freddo non mi permettevano di uscire da casa; ed allora
dalla finestra del salotto spiavo da lontano il mio ormai inseparabile amico.
Sentivo di volergli proprio bene ed avevo la certezza che egli pure me ne
voleva tanto.
Passarono
parecchi mesi. Il buon Cipriano aveva imparato il "Padre nostro", 1'
"Ave Maria", 1' "Angelo di Dio" e il "Ricordatevi o
piissima Vergine" alla Madonna. Quando poi, alla fine dell'anno
scolastico, ricevetti in premio una bella corona del Rosario bianca, la mia
prima corona, andai subito a fargliela vedere, a insegnargli il modo di
pregarla.
Cipriano
diceva già bene 1' "Ave Maria", il "Padre nostro" e il
"Gloria", ma i misteri no, perchè neppure la sua piccola catechista
li sapeva. Io li leggevo sul libretto (non so in che modo, poichè ero ancora
tanto impacciata) e lui sgranava la corona.
Parecchie
volte la mamma mi scoprì seduta sulla famosa finestra e mi chiamò in casa.
Quanto ne soffrivo! Ubbidivo subito alla voce della mamma, ma lasciavo la corona
al vecchietto dopo aver combinato con lui: "Stasera, appena si accendono le
luci nelle strade, lei cominci a pregare sulla corona e io da là, da casa,
leggerò ne "La chiave del Cielo" quello che deve pensare (meditare).
La Madonna sa tutto, ode tutto e vede tutto, come il suo Figlio Gesù.
Il
giorno dopo, di buon mattino, andavo a riprendere la mia corona senza la quale
non potevo stare un giorno.
Una
sera, mentre presso la finestra della saletta leggevo i misteri del Rosario e
Cipriano nella sua stanzetta pregava con la mia corona bianca, mi assalì un
pensiero che per poco, come un'ombra, mi velò l'anima: Madre Raffaella disse a
scuola che chi non è battezzato non può entrare in Cielo.
Mi
sgorgarono dagli occhi cocenti lacrime, perchè un'altra certezza mi si affacciò
alla mente: Cipriano, il mio povero amico, non potrà andare lassù con Gesù
e la Madonna, perchè non è battezzato!
In
tale perplessità alzai il mio sguardo per vedere il santo volto del mio buon
Angelo Custode. Egli era là, presso di me e, senza udire con le mie orecchie la
sua santa voce, lo udivo e lo comprendevo meglio di quanto comprendessi papà,
mamma, madre Raffaella e Acacia.
Improvvisamente
le mie lacrime cessarono, perchè un nuovo pensiero illuminò l'anima mia: io
posso battezzare Cipriano; so come si battezza perchè madre Raffaella ce lo ha
insegnato. So battezzare perfettamente. Nella mia fantasia riprodussi l'atto
del battezzare.
"Peccato
che si faccia notte!" pensai tra me. Avrei desiderato che fosse già
l'indomani per poter portare al caro vecchietto la buona notizia del suo
prossimo battesimo.
Il
giorno dopo andai a scuola e al pomeriggio, compiuti i miei doveri scolastici,
corsi al Ricovero, mi arrampicai frettolosamente sulla finestra ed esposi a
Cipriano ciò che volevo fargli.
Il
buon ammalato era molto docile ed obbediente alla sua piccola
"catechista" e si mostrava sempre pronto e contento per tutto ciò
che gli chiedevo.
Quando
gli dissi che per andare in Paradiso a vedere Gesù e la Madonna era
necessario che lo battezzassi, egli si rallegrò tanto che dai suoi occhi,
sempre velati da un'espressione di tristezza, forse per l'età e per la
sofferenza, caddero in quel momento due grosse lacrime.
Lo
consolai come potei e gli promisi un'immaginetta della Madonna che suor
Eugenia mi aveva dato, se non avesse più pianto. Subito prese da sotto il
guanciale un grande fazzoletto a righe rosse e si asciugò le lacrime.
Allora
cominciai subito la "mia istruzione" sul Battesimo: "Caro
Cipriano, ha detto madre Raffaella che il Battesimo cancella tutti i peccati
delle persone adulte. Lei è adulto. La sua anima diventerà bianca come la mia
nel giorno della prima Comunione".
A
questo punto, il vecchietto ricominciò a piangere.
Siccome
le sue lacrime mi facevano compassione e mi rattristavano molto, mi sforzai
subito di consolarlo, anche perchè non avrei voluto mettermi a piangere
anch'io. Gli dissi subito: "Se lei piange, non guadagna l'immaginetta".
Alle mie parole, riprese il fazzoletto dalle righe rosse per asciugarsi il
pianto.
Fissai,
per il Battesimo, un giorno festivo. "perchè - dissi a Cipriano - la
domenica è il giorno del Signore; io vado a Messa e rimango, così, col
vestito bello per la sua cerimonia. In giorni feriali Acacia non mi mette mai i
vestiti migliori e le scarpette belle".
Oggi
non ricordo più il giorno nè il mese che fissai; ricordo unicamente che fu una
domenica. Incominciai a darmi da fare a preparare la festa del mio poverello.
Gli invitati sarebbero stati soltanto il mio buon Angelo Custode ed io. Alla
vigilia, sabato, avevo scuola solo al mattino. Andai al salvadanaio e lo apersi.
Oh! mancavano solo due monete d'argento a formare la somma necessaria per
comprare il bambolotto nero. In quel momento sentii dentro di me la ribellione
del mio egoismo e provai una grande pena a vuotare nuovamente il salvadanaio.
Però vi era lì il mio buon Angelo Custode.
Alzai
lo sguardo per osservarlo in volto e, senza vederlo, lo sentii e compresi subito
che Egli disapprovava la mia "pena"; il suo occhio mi fissava con
molta tristezza.
Risolutamente
vuotai nel mio grembo le dieci monete luccicanti, nuove di zecca, che papà
sceglieva apposta e conservava per me.
Mi
parve allora che nulla al mondo mi avrebbe fatta pentire e retrocedere. Se
qualcuno, in quel momento, mi avesse detto: "Conserva le tue monete,
tienile, che avrai quel bambolotto tanto desiderato" io non avrei ceduto
perchè il mio buon Angelo Custode aveva sulla mia volontà una influenza
maggiore che tutto il mondo. Dovevo privarmene, e basta.
Senza
dir nulla ad alcuno, neppure ad Acacia, con le monete in tasca andai
speditamente alla pasticceria.
Il
mio buon Angelo Custode non era più triste. Al ritorno, portando un bel
pacchetto di dolci, confetti e cioccolato, mi sentii felice come il giorno in
cui con Acacia ero passata per le vie con il mazzo di rose bianche.
Più
di una volta alzai lo sguardo per osservare il volto del mio Angelo Custode:
era ormai contento. Cammin facendo, gli ripetei più volte: "E' tutto per
Cipriano! Non prenderò neppure un confetto per me. E' per festeggiare domani il
Battesimo di Cipriano!"
In
casa nessuno si era accorto della mia assenza. Questo non perchè io facessi
qualcosa con sotterfugi, oh, no! Grazie a Dio, ho sempre fatto tutto con
naturalezza; ma intendo dire che mai nessuno seppe di questi fatti.
"Cosa
mancherà ancora?'', rimuginavo. Ah! ecco! "Io ho tutto nuovo e bello...
Invece Cipriano per il suo Battesimo non ha nulla di nuovo e di bello".
Rimasi pensosa ma per un solo istante, perchè trovai facilmente la soluzione.
"Siccome Cipriano è sempre a letto, gli porterò una camicia nuova di
papà, una blusetta e acqua di colonia per profumarsi bene".
Feci
tutto quanto avevo pensato con la semplicità più spontanea. Solo più tardi,
in Convento, interrogata se avevo allora chiesto il permesso a papà, rientrai
in me stessa e riconobbi di aver proceduto male. Forse agii così perchè mi
giudicavo padrona di ciò che apparteneva a papà, perche egli mi dava tutto
quello che gli chiedevo. Ero abituata a fare così; e inoltre nessuno mi aveva
mai fatto osservazioni in proposito.
Insomma:
gira e rigira affannosamente, mi parve infine che tutto fosse pronto. Dopo il bagno,
feci una scappata al Ricovero con due involti. Non mi occultai a nessuno, ma
nessuno mi vide.
Salii
sul davanzale a stento a causa dei due pacchi e consegnai tutto a Cipriano,
raccomandandogli ciò che doveva fare: "Domani metterà la camicia nuova
e la blusa. In questa bottiglietta vi è dell'acqua di colonia per profumarsi
bene la faccia e le mani".
Il
povero vecchio incominciò a piangere. Per consolarlo gli consegnai subito il
pacco dei dolci. Con mia grande meraviglia vidi che il vecchio piangeva ancor più.
Io
non capivo che quelle lacrime erano di commozione e di gratitudine; tagliai
corto comandandogli in questi termini: "Adesso non si piange più, perché
dobbiamo pregare per domani".
Ed
egli, ubbidiente, non pianse più.
Pregai
con lui tutto ciò che sapeva à memoria: il "Credo", il
"Pater", l’Ave Maria", 1' "Angelo di Dio", il
"Ricordatevi" alla Madonna e l'atto di dolore.
Prima
di lasciarlo gli raccomandai anche di essere buono e di non guardare sulla
strada. Avevo imparato questo dalle suore. Cipriano mi promise che avrebbe
ubbidito.
Il
giorno seguente, domenica, mi recai a Messa e pregai per il vecchietto: lessi
quasi tutto il libretto dal titolo "La chiave del Cielo". Senza dubbio
il Signore avrà sorriso della mia semplicità. Giunta a casa, chiesi ad Acacia
che non mi togliesse il vestito bello; mi voleva tanto bene che non fece
difficoltà.
Mi
sentivo tanto compresa del grande atto che stavo per compiere che il cuore mi
sussultava in petto. Presi la tazza che la mamma usava per il caffé-latte e,
sebbene già pulita, volli lavarla ancora; la riempii d'acqua e uscii avviandomi
verso il Ricovero.
Avrei
voluto correre, ma la tazza piena d'acqua me lo impediva. La misi sulla
finestra e mi arrampicai al mio posto solito.
Contrattempo!
Speravo di trovare Cipriano tutto messo a nuovo, invece era come sempre. Non
avevo riflettuto che non si poteva muovere; e quel mattino, per disdetta, non
era apparso ancora nessuno per aiutarlo.
Pazienza!
Guardai il mio buon Angelo Custode: era contento. Perciò pensai che potevo
battezzare Cipriano anche se aveva la sua camicia vecchia; in fin dei conti
non era poi tanto sporca!
Recitai
con lui, di nuovo, l'atto di contrizione. Ambedue, il vecchietto e io, eravamo
ben compresi di ciò che stavamo per fare. Il mio buon Angelo Custode era lì
anche lui.
Dissi
a Cipriano di abbassare la testa; ubbidì subito. In ginocchio sul davanzale
della finestra, col cuore che mi martellava, versai tutta l'acqua della tazza
sul capo del vecchietto, preoccupandomi che arrivasse sino alla pelle e
pronunciai contemporaneamente le parole che madre Raffaella ci aveva insegnato:
"Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo".
Poi
dissi a Cipriano: "Da questo momento lei si chiamerà Giuseppe, in onore di
San Giuseppe". Il motivo che mi aveva suggerito la scelta di quel nome era
questo: che il vecchietto, con la sua lunga barba, assomigliava al grande santo.
Il
povero ammalato si mise nuovamente a piangere e, stringendo con la sua mano sana
il crocifisso che aveva sul petto, sospirò varie volte: "Signore! Signore
buono! Buon Dio!".
Non
disse altro: lo ricordo perfettamente. Io mi sentivo felice, di una felicità
uguale a quella della mia prima Comunione.
Osservai
che il mio buon Angelo Custode era contento anche lui, molto contento.
Mi
separai infine dal mio caro vecchietto dopo avergli parlato così: "La sua
anima e il suo cuore sono candidi come era la mia anima nel giorno della mia
prima Comunione.". Era questa l'espressione che usavo quando volevo parlare
di una cosa molto bianca.
Non
sognavo neppure, in quel momento, ciò che sarebbe accaduto il giorno dopo. Riconosco
oggi, soltanto oggi, che per Cipriano Giuseppe fu una grazia suprema; allora
invece, bambina, provai solo dolore.
Come
sempre, di buon mattino, Acacia andò il giorno seguente a portare il caffé al
ricoverato. Noi eravamo ancora a tavola per la colazione quando essa ritornò
con l'involto intatto e molto triste: "Signora Antonietta - disse con voce
commossa - è morto Cipriano! E' morto questa notte!"
La
mamma uscì in una esclamazione di compassione... E io?... Solo il buon Dio sa
il grande dolore che provai. Mi ritirai in camera e piansi la sua scomparsa; per
molto tempo sentii il vuoto lasciato da quella morte.
Non
mi permisero di andare al Ricovero. Non lo vidi più e non so neppure come lo
portarono via. A mezzogiorno, di ritorno dalla scuola, non osai neppure
volgere il mio sguardo alla finestra della stanzetta amica. Essa rimase chiusa
per molti giorni finchè un altro povero andò a prendere il posto del mio
caro Cipriano Giuseppe.
Per
un lungo periodo di tempo, con molta nostalgia, sgranai la mia corona bianca del
Rosario per l'anima del vecchietto.
"Buon
Cipriano Giuseppe, sono certa che tu godi già il tuo e mio Dio e conosci adesso
la sua Santissima Madre. La tua piccola "catechista" è ancora qui,
in questo mondo tanto brutto, ma per il giorno della sua «Grande Festa» tu,
fin da ora sei uno dei suoi invitati.
Verrai
col mio Gesù!".
CAPITOLO
14°
ASSALTO
AI DOLCI
Impedita
dall'Angelo di sottrarre dei dolci, sente forte il pentimento per la sua
cattiva intenzione.
Poi
viene accusata ingiustamente del furto fatto da una compagna e l’Angelo le
impedisce di accusare la colpevole, come vorrebbe la ribellione della sua
natura.
Durante
l'estate, al pomeriggio, Acacia ci accompagnava spesso a passeggio in campagna.
Invitavo con noi i bambini del vicinato. Quella volta venne anche Nina.
Giunti
in un bel prato, Acacia organizzò una corsa. Secondo il solito, ella aveva
portato con sé un cestino di ghiottonerie; prima della gara ce le mostrò e
promise ad alta voce: "Chi vince avrà un premio". E' facile
immaginare l'allegria.
Nina corse con ognuna del gruppo, ma fu vinta da tutte. A me successe altrettanto per un dolore improvviso alla milza.
Terminata
la gara, Acacia disse, aprendo il cestino misterioso: "Ecco: ho qui una
quantità di dolci al latte. Andiamo a visitare Emanuela e poi faremo le parti:
chi vinse riceverà due dolci e chi perse ne avrà uno soltanto."
Emanuela
era una vecchietta negra, molto ben voluta da tutti; abitava in una casupola
vicina. In piccoli gruppi ci dirigemmo là. Alla porta di Emanuela, Acacia
depose il cestino sulla soglia, mentre noi entravamo a chiedere alla vecchietta
che ci lasciasse cogliere fiori nel suo giardinetto.
Nel
frattempo Nina mi si avvicinò per sussurrarmi: "Vedi, Cecilia, come è
cattiva Acacia? I dolci sono di casa tua e vuol dartene uno solo. Diamole una
lezione: andiamo al cestino e prendiamone due per ciascuna".
Mi
pareva che Nina avesse proprio ragione e che, dopo tutto, io potessi vantare
diritti su tutti i dolci. Ci staccammo dal gruppo e fummo al cesto quasi pieno.
"Che
storie - disse Nina - approfittiamo e prendiamone otto: quattro per te e quattro
per me". Nina si servì disinvolta e mise i dolci in tasca. Stavo per fare
altrettanto quando, già curva sul cestino, sentii sulle mie spalle una mano
soave, tenera, amica.
Mano
santa, assai conosciuta!
Mi
alzo immediatamente e giro il capo per cercare il volto santo del mio buon
Angelo Custode. Mi fissava triste, triste. Lo vedevo, ma non con gli occhi del
corpo, non come vedevo le persone: lo vedevo in altro modo.
Nina
mi incitò a sbrigarmi: "In fretta, perchè arrivano le altre!".
Intanto masticava i dolci con piacere; aveva appena messo in bocca l'ultimo
quando apparvero le amiche. Acacia vide subito che il cestino era stato
manomesso.
Io
ero rimasta sul posto del reato, come inchiodata, mentre Nina se l'era data a
gambe. Acacia, stizzita, mi afferrò per una mano e mi gridò: "Brutta
golosa affamata! Hai messo il naso nel cestino, eh? Sta bene: le altre avranno
il loro dovuto e tu rimarrai senza".
Il
castigo non mi costò nulla, perchè mi sentivo davvero pentita; sinceramente
pentita per l'azione che ero stata sul punto di commettere.
Mi
si presentò subito alla fantasia la spina con cui avevo tentato di ferire il
capo divino di Gesù. Guardai più volte il mio buon Angelo Custode: ma, se
mentre stavo per introdurre le mani nel cestino egli era triste, ora non lo era
più. Questa sua grande, immensa bontà, mi commosse ancor più e aumentò il
mio pentimento.
Ritornate
al prato, Acacia divise i dolci. Io me ne stetti isolata dal gruppo delle
amiche, umiliata per la mia brutta azione.
Nessuna
sapeva ciò che Nina aveva fatto: se ne stava tranquilla insieme alle altre.
Quando io vidi Acacia metterle in mano i dolci come a tutte le altre, sentii
dentro di me una scintilla di indignazione, di ribellione, pensando nello stesso
tempo: "Acacia è ingiusta; Nina ha già preso i dolci, se li è mangiati e
Acacia gliene dona degli altri". Non riflettevo che Acacia, sempre così
giusta, ignorava la colpa di Nina.
Indignata
e ribelle, mi sentii violentemente spinta a precipitarmi da Acacia ad accusare
la colpevole che faceva coro con le altre nel ridersi di me.
Però,
con la stessa rapidità dei miei movimenti, la santa mano del mio buon Angelo
Custode mi impedì di avanzare e di parlare. Il suo volto era triste. Il mio
dolore si fece allora così forte e vivo, che ruppi in un pianto dirotto.
Acacia,
evidentemente, pensò che io piangessi per il castigo inflittomi e, con mia
pena, mi invitò ad avvicinarmi.
Guardai
il mio buon Angelo Custode: era tornato contento! La mia commozione fu così
grande che corsi da Acacia, mi buttai tra le sue braccia, mi strinsi a lei e
piansi, piansi per sincero pentimento. Acacia mi offrì i dolci che erano
avanzati, ma non li assaggiai. Non ne ebbi la forza: sentivo di non meritarli.
Per
molto tempo, credo per due anni, non misi più in bocca nessun dolce di latte,
che pure mi piacevano tanto.
CAPITOLO
15°
LA
BAMBOLA DALLE ORBITE VUOTE
L'Angelo le impedisce di sfogare la sua
stizza sulla sorellina che le ha rotto la bambola a lei più cara.
In
un banco di beneficenza avevo vinto una bambola così grande che quasi non la
potevo portare... La mamma, per il timore che la rompessi, l'aveva messa in
sala sul divano e non mi permetteva di trastullarmi con essa se non quando vi
fosse presente Acacia.
Quella
bambola era il mio incanto: apriva e chiudeva gli occhi e, tirandole un nastro
che aveva appeso alle spalle, chiamava papà e mamma.
Mia
sorella Adele, a quel tempo, era ancora piccolina e comminava appena.
Un
giorno Adele, trovata la porta aperta, entrò nel salotto, andò al divano e
trascinò a sé la bambola. Non so come non l'abbia rotta; so appena che la
bimba fu trovata là a trastullarsi con essa.
Al
mio ritorno da scuola, Concetta mi disse: "Cecilia, va a vedere la tua
bambola. Adele è stata in salotto."
Mi
precipito in salotto e trovo la bambola non più seduta ma coricata... Al posto
dei begli occhi azzurri dalle lunghe ciglia, due buchi vuoti ...e brutti! Adele
aveva premuto col suo ditino gli occhi, che erano scomparsi nell'interno del
collo.
Davanti
a quel misfatto, in un primo momento rimasi impietrita; poi reagii e, per la
forte indignazione, mi sgorgarono grosse lacrime.
Pensai:
"Vado a chiamare quella birba, le mostro la bambola e le dò una scarica di
schiaffi sulle mani!" Adele era in fondo al corridoio e si trascinava da un
muro all'altro come un gattino. Corro per prenderla, piangendo adirata. Non
arrivo però nemmeno alla porta, che sento la santa mano del mio buon Angelo
Custode impedirmi di camminare. Alzo il capo, come al solito, e vedo il suo
santo volto atteggiato a tristezza, mentre un'idea subito mi illumina, quasi
fosse per una voce distinta: "Adele ha fatto un male inconsciamente, e io
voglio picchiarla perchè sono stizzita."
Io
rimasi vinta e piansi assai, non per stizza, ma perchè avevo rattristato
nuovamente il mio buon Angelo Custode e sentivo che, se era triste lui, anche
Gesù lo era.
Sull'istante
mi accorsi che il suo santo volto si era subito illuminato! La mia gioia allora
fu più grande, molto più grande del dolore che avevo provato nel vedere la mia
bambola accecata.
CAPITOLO
16°
IL
FURTO DELLE IMMAGINI
Accusata per un furto fatto da una
compagna, subisce l'umiliazione, freme per giusta indignazione, ma l'Angelo le
impedisce di difendersi accusando la vera colpevole.
Si
era al principio dell'anno scolastico 1908.
Era
venuto di moda tra le alunne avere una scatola per collezionarvi immaginette
sacre. Si andava a gara nel possedere la scatola più artistica e il maggior
numero di immagini. Una immagine di più rappresentava per noi una vittoria,
tanta era l'emulazione; quando a scuola se ne riceveva una in premio era per
noi una giornata degna di memoria.
Di
tanto in tanto le esterne portavano la loro scatola a scuola e, nelle
ricreazioni, mostravano alle compagne le loro collezioni. Allora si
approfittava per reciproci scambi, che servivano a completare le nostre
raccolte. Un giorno Lilì, la mia vicina di banco, portò anch'essa la sua
scatola; già durante le lezioni ce l'aveva presentata di sfuggita; in cortile
potemmo contemplare meglio le sue immagini rare.
Ritornate
in classe per l'ultima ora di scuola, ella dovette uscire per la lezione di
piano. In sua assenza, vidi la sua vicina di posto mettere nella propria
cartella la scatola di Lilì. Non mi ero ingannata davvero, ma, occupata nel mio
lavoro, non pensai male, anzi dimenticai l'accaduto. A mezzogiorno ritornammo a
casa.
Nella
ricreazione del pomeriggio notai tra le alunne un grande mormorio: Lilì non
aveva più trovata la scatola e mi accusava come autrice del furto. Fu proprio
allora che ricordai quanto era avvenuto al mattino e mi resi conto della brutta
azione della mia compagna: aveva rubato!
Un
folto gruppo di alunne circondava Lilì ed io, umiliata e addolorata
profondamente, lasciata sola in un canto, mi sentivo ferita dallo sguardo di
tutte.
Ad
un certo punto, quasi istintivamente, si scatenò in me il sentimento della
indignazione e della rivolta. Là nel gruppo vi era anche la colpevole, ed
essa pure mi guardava! Le suore non avevano saputo il fatto. Nel rapido moto di
indignazione pensai di farne io l'accusa: "Dirò a madre Raffaella che è
stata N.N. a rubare; l'ho vista io; e per di più incolpa me presso le compagne."
Ma
anche quel giorno non potei fare un passo, perchè sentii subito il mio buon
Angelo Custode che me lo impediva. Osservai il suo volto e lo vidi triste. Non
compresi come mai si opponesse alla mia legittima difesa. Ora comprendo: io
volevo difendermi con un'accusa, accusa vera, ma sempre accusa.
Il
mio buon Angelo Custode vinse anche quella volta.
Rientrammo
a scuola, ma non si era fatta luce sul caso; io ero ancora sotto il peso della
vergogna: tutte pensavano che io davvero fossi stata la ladra.
Il
santo volto del mio buon Angelo Custode, però, era sereno. Solo questo mi
poteva consolare, ma quanto grande era la ferita e quanta la vergogna che
sentivo nel cuore! Mi costò assai quel silenzio.
Anche
in casa non dissi nulla...
Qualche
tempo dopo, al posto di Lilì riapparve la scatola delle immagini e io pensai
solamente così:
"Certamente
il buon Angelo Custode di N.N. le comandò la restituzione perchè lei potesse
confessarsi veramente bene e ridiventare amica del buon Gesù".
CAPITOLO
17°
IN
GIOSTRA
Evita di dire alla mamma una bugia, che
la giustificherebbe, perchè l'Angelo disapprova, col suo atteggiamento di
tristezza.
Subisce
il rimprovero meritato, ma è felice perchè sente l'Angelo contento.
Un
pomeriggio, all'uscita dalla scuola, le alunne di suor Eugenia avevano con sé
del denaro: l'avevano portato per 1' adunanza della Congregazione Mariana,
che poi non ebbe luogo.
Emilia, una delle nostre compagne, ebbe un'idea: "Andiamo tutte in giostra e poi faremo una buona merenda nel bar del giardino; i quattrini li abbiamo."
La
proposta fu accettata ed applaudita. Ci mettemmo subito in cammino. La piazza
dove si trovava la giostra era assai lontana dal collegio e più ancora da casa
mia. Strada facendo, mi si presentò alla mente questo scrupolo: "Arriverò
tardi a casa e la mamma non sarà contenta. In più dovrò alla fine tornarmene
sola."
Esposi
la mia difficoltà alla compagna Lidia, che tentò di tranquillizzarmi col
dirmi: "Anche noi arriveremo tardi, ma diremo che siamo rimaste a
scuola." Tutte le mie compagne approvarono. Veramente mi attirava il
desiderio di andare in giostra e più ancora la prospettiva della merenda, e la
seguii.
Sulla
giostra ci divertimmo assai, quantunque vi fossero lunghi intervalli di attesa
per la ressa dei bambini.
Infine
si fece la merenda e poi Lidia ed Elsa mi accompagnarono fino all'angolo della
via più prossima alla casa.
Fin
qui tutto era andato bene e io ritornavo svelta e spensierata con la mia
cartella sotto il braccio, quando, improvvisamente, un pensiero mi turbò:
"Come scusarmi? Dirò che sono stata a scuola; la mamma ci crederà e non
ci farà caso".
Sarebbe
stata la prima volta, nei miei otto anni, che avrei mentito. Ma nella mia mente
si ingaggiò un contrasto di pensieri: "Se tutte le compagne diranno la
stessa cosa, non potrò anch'io fare come loro?..."
In
quella lotta interna tra me e me, il mio buon Angelo Custode, che mi aveva
accompagnata alla giostra senza opposizioni, mi obbligava ora ad alzare il
capo per fissarlo in volto: era velato di tristezza perchè io volevo configgere
una spina nel capo santo di Gesù. Immediatamente la decisione che io stavo per
prendere di mentire alla mamma si cambiò nel proposito di dirle francamente
dove ero stata.
Andai
a casa trafelata per la corsa. Acacia era già uscita a cercarmi.
Raccontai
tutto alla mamma. Non approvò e mi rimproverò come meritavo. Il mio buon
Angelo Custode però era di nuovo contento e io mi sentii felice.
CAPITOLO
18°
IL
PADRONE DEL CIRCO
L'Angelo la libera, con una forza sensibile, dal pericolo di essere in balia del padrone del circo.
Nel
1908, quando noi abitavamo a Giaguarào, arrivò un circo assai famoso che
impiantò le sue baracche a due isolati da casa nostra. Per andare a scuola
dovevamo passare necessariamente di là.
Una
sera papà ci condusse allo spettacolo. Papà e mamma non lo reputarono gran
cosa, ma io ne rimasi entusiasta e sarei ritornata ogni sera. Mi piacquero i
cagnolini che salivano lungo una scala di corda e, dall'alto, si lasciavano cadere
su di un gran lenzuolo che alcuni uomini tenevano spiegato; mi divertì pure una
giovane che rimaneva sospesa, con i piedi, ad un trapezio. Ma più di tutto mi
incantò un pagliaccio dalla faccia rotonda, incipriata, che faceva capriole
con tanta destrezza e velocità da sembrare una palla in movimento.
Mi
ero creata l'illusione che i saltimbanchi fossero gente molto differente da noi:
me ne feci un alto concetto perchè non riuscivo a spiegarmi come potessero fare
quegli esercizi, tanto più che tra di essi vi erano parecchi fanciulli.
Ogni
volta che andavo e tornavo da scuola mi sentivo attratta dal circo e mi
soffermavo a lungo a spiare tra le assi del grande portone; le mie sorelle
dovevano strapparmi a forza via di là. A occhi aperti sognavo così: "Oh,
se là mamma mi lasciasse giocare con le fanciulle del circo, quante cose
farebbero forse per divertirmi!.. E poi, potrei vedere da vicino il pagliaccio".
Sogni inutili, perché la mamma non l'avrebbe mai consentito e Acacia non mi
avrebbe accompagnata.
Ebbi
un giorno un'idea: "Nei pomeriggi in cui le sorelle non hanno lezione io
ritorno a casa da sola. Perchè non approfittarne per andare al circo?" Così
feci.
Un
giorno, alle 15.30, eccomi là al portone dei miei sogni. Vi trovai un gran
numero di persone di varie età. Io credevo che non fossero del circo perchè
non erano vestiti come li avevo visti durante lo spettacolo. Mi rivolsi ad un
uomo dalla pipa in bocca, appoggiato ad uno stipite del portone e gli domandai:
"E' lei il padrone del circo?"
Alla
sua risposta affermativa aggiunsi: "Mi sono piaciuti tanto il pagliaccio e
le bambine
che
sono venuta a vedere e, se fosse possibile, vorrei giocare con loro."
L'uomo
sorrise, mi prese senz'altro per mano e disse: "Vieni pure, che ti
accompagno io stesso." Non avevo ancora messo piede nel recinto, che fui
impedita nei miei passi dal mio buon Angelo Custode, ma in modo così energico,
che mi sentii come trascinata, nella mano destra dall'uomo della pipa e, nella
sinistra con cui tenevo la cartella, dal mio buon Angelo Custode.
Non
so cosa abbia fatto l'Angelo; so soltanto che l'uomo mi lasciò bruscamente e
mi digrignò rabbioso: "Vattene via, fanciulla!"
Mi
prese un grande spavento e fuggii di là a rotta di collo. Giunta all'angolo di
casa, guardai il mio buon Angelo Custode e, non vedendolo triste, si dileguò
il mio spavento.
Da
quel giorno, il grande circo mi incute paura. Quando vi passavo davanti mi
tenevo a debita distanza e non volli più ritornare allo spettacolo, neppure
se accompagnata.
CAPITOLO
19°
UNA
SPILLA PERDUTA
L'Angelo
la difende, occultandola ad un ubriaco che sta per andarle addosso.
Il fatto che narrerò ora avvenne nel giorno onomastico di un maggiore (amico di papà). Questi diede un banchetto con danze per gli amici. Papà volle che andassi io pure e, nella festa, mi affidò a un gruppo di signore. Avevo solo 8 anni.
Fui
vestita in modo che sembravo una damigella. Sul mio bell' abito mi avevano
fissato, al petto, una bellissima spilla d'oro col mio nome.
Quando
uscimmo da casa, la strada era affollata e vi si camminava a stento. Improvvisamente
mi accorsi che mi era caduta la spilla.
Scesi
dal marciapiede e mi misi a cercarla, mentre la folla passava senza far conto
della mia piccola persona curva nella ricerca del gioiello.
Le
signore a cui papà mi aveva affidata si allontanarono senza preoccuparsi di me,
nè io mi preoccupai di loro.
Dopo
aver cercato per un bel po' senza risultato, tornai in me e, soltanto allora, mi
accorsi che ero sola nella strada; si udiva ancora il vocìo della gente che si
allontanava sempre più.
Impressionata,
mi misi a correre senza saper dove. Avevo passati forse due isolati quando,
stanca e con un forte dolore al fianco, mi fermai accostandomi al muro di un
crocicchio.
Non
si vedeva anima viva. Poco dopo, intravvidi che qualcuno dal fondo dell'isolato
avanzava verso di me. Pensando che fosse papà alla mia ricerca, mi mossi per
andargli incontro, ma il mio buon Angelo Custode, fino allora quieto, me lo
impedì come aveva fatto col padrone del circo.
Abituata
ad obbedirgli, mi appoggiai di nuovo al muro, tranquillizzata e attesi quell'individuo
che si avvicinava sempre più. Incominciai a distinguerlo: non era papà,
perché aveva un'altra andatura. Infatti era un uomo ubriaco, che dondolava di
qua e di là e strascinava i piedi, inciampando ad ogni momento.
Non
ebbi neppure paura perchè il mio buon Angelo Custode era con me, non al mio
fianco come sempre, ma davanti a me: lo sentivo senza volerlo. Me ne stetti
ferma quasi senza respirare; l'uomo mi passò davanti e il mio buon Angelo
Custode mi impose di non muovermi. L'ubriaco passò brontolando parole che io
non compresi; passò battendomi il suo bastone sulle gambe, ma non mi vide.
Quando
l'uomo si fu allontanato, io, accompagnata dal mio buon Angelo Custode, mi
diressi verso la casa del maggiore che non era lontana. Entrai nel giardino.
L'orchestra stava suonando davanti alla casa e la via era zeppa di curiosi.
Nessuno si preoccupò di me. Cercai papà che, per fortuna, non si era nemmeno
accorto della mia assenza.
Riguardo
all'ubriaco e alla vicenda di quella notte, devo ancora riconoscere che il mio
fedelissimo e buon Angelo Custode mi salvò da un male che sino ad oggi ignoro
per sola grazia di Dio.
CAPITOLO
20°
IL
GAMBERO
Fa tenerezza la sua ingenuità, credulità, propria di una che è cresciuta (ha quasi 10 anni) senza aver mai conosciuto bugie o inganni.
Poi,
da rilevare come molto educativo, il suo bisogno di confessione.
Segue
una generosa riparazione e, infine, la più grande pace nel cuore.
Racconterò ora un fatto che dice quanto io fossi ingenua. In questo caso, come in altri, il Signore e il mio buon Angelo Custode avrebbero potuto intervenire a difendermi illuminandomi ma invece mi abbandonarono al mio debole raziocinio affinchè toccassi con mano che io dovevo tutto a loro.
Era
l'anno 1910. Un pomeriggio mi trastullavo con Isaura, di due o tre anni
maggiore di me. Scorrazzavamo saltando con la corda e giungemmo sino all'angolo
della casa di Isaura e qui ci fermammo per una breve sosta. Dall'angolo opposto
veniva verso di noi un giovanetto sui 14 anni; uno di quei ragazzetti che il
popolo chiama "monelli". Lo conoscevo di vista perchè ogni giorno
passava di là: era il garzone di qualche bottega.
Isaura,
al vederlo, mi disse: "Lo vedi quel ragazzo? Orbene, se noi gli gridiamo «gambero»
egli si trasforma in un gambero; se gli gridiamo «coccodrillo», si trasforma
in un coccodrillo."
Intanto
il giovanetto passò oltre; ma sarebbe ripassato per le sue commissioni...
Aveva infatti sulle spalle un gran cesto con pacchetti di generi alimentari.
Pensierosa,
domandai a Isaura: "Ma poi... si trasforma nuovamente in un ragazzo?"
"Oh, sicuro – rispose - perchè i suoi amici chiamano ogni momento. Fanne
la prova: quando ritorna digli: «gambero», «coccodrillo» e vedrai."
"Gli
dirò solo «gambero» perchè è un animale piccolo; coccodrillo no, non
glielo dico: è un animale troppo feroce, ne avrei paura. E poi gli costerebbe
troppo trasformarsi in coccodrillo. Il fenomeno mi interessava assai; la mia
fantasia ne era incatenata.
Dopo
breve riflessione insistetti: "Ma il poveretto non soffre con quella
trasformazione?" "Niente affatto, anzi pare che ci trovi un certo
gusto" mi rispose Isaura.
Aspettammo
alquanto e, finalmente, il garzoncello fu di ritorno. Isaura mi disse:
"Io rimango qui sulla porta mentre tu lo vai ad aspettare allo spigolo
della casa: se ci sono persone che lo vedono, non si trasforma".
Curiosa
di vedere un ragazzo trasformarsi in animale, io andai di filato al luogo
strategico. Quando il monello mi fu proprio davanti, gli gridai ripetutamente:
"gambero! gambero!"
Non
so dire quale fu la mia delusione quando vidi che il giovanetto, invece di
trasformarsi in un bel gambero, si infuriò contro di me. Rallentò la corsa
della bicicletta, ma per fortuna non scese a terra. Però mentre si allontanava
mi gridò minaccioso: "Me la pagherai ben cara!".
Io
rimasi come intontita. Isaura si era nascosta nell'atrio di casa sua e rideva
a più non posso. Io non capivo perchè ridesse tanto. Ella sapeva benissimo che
il ragazzetto si sarebbe indispettito.
Passarono
alcuni giorni. Un pomeriggio andavo da sola verso la scuola quando mi incontrai
col giovanetto che, al riconoscermi, mi disse venendomi incontro: "Adesso
vedrai chi è il gambero!" Senza cerimonie mi diede un pugno in un braccio
e scappò via.
Timida
come ero, invece di proseguire verso la scuola, ritornai a casa e raccontai
tutto alla mamma. Lei si incolleri, non con me ma col ragazzo e mi disse:
"Doveva venire a fare le sue lamentele a me e non picchiarti. Le cose non
finiranno qui."
Non
ricordo quanto tempo trascorse. Noi abitavamo presso il comandante del
reggimento ed ogni giovedì c'era concerto di banda davanti alla sua casa.
Seduto sul marciapiede tra gli altri ragazzi stava un giorno quel garzoncello ad
ascoltare la musica. La mamma lo vide é mandò l'attendente di papà a
prenderlo per un braccio.
Quando
i due arrivarono nell'atrio di casa, l'attendente gli diede una batosta a suon
di ciabatta. Il ragazzo si mise a piangere disperatamente. Acacia, che era
con me sulla terrazza, mi disse: "E' il garzone che sta prendendo la paga
di ciò che ti ha fatto".
Stavo
per dire: "ben data!", ma il mio buon Angelo Custode mi troncò la
prima sillaba in bocca. Lo guardai in volto e lo vidi triste. Contemporaneamente
mi invase l'anima una profonda compassione per il ragazzo. Corsi verso l'atrio
per intercedere per lui, ma l'attendente l'aveva già spedito.
Ritornai
sulla terrazza e mi misi a piangere di pena per lui e di pentimento per averlo
accusato. Chiesi perdono a Gesù e al mio buon Angelo Custode, riconoscendo la
mia colpa: se io non lo avessi accusato alla mamma, non lo avrebbero picchiato.
E pensavo tra me: "infine, egli mi diede solo un pugno con la sua forza di
fanciullo e prese in cambio parecchie busse dall'attendente che è un
uomo."
Se
avessi potuto confessarmi subito lo avrei fatto, ma sino al sabato non era
possibile. Questo pensiero aggiunse un altro dispiacere nella mia anima. Poi,
anche se avessi potuto confessarmi, a quell'ora era già troppo tardi:
incominciava ad imbrunire; Acacia, l'unica che avrebbe potuto accompagnarmi, si
disponeva già a preparare la cena.
In
quella lotta di spirito, pensai persino di fuggire da sola fino al Collegio, da
padre Goffredo... ma improvvisamente alzai gli occhi verso il mio buon Angelo
Custode e - oh, gioia! - vidi che non era più triste. Certo, il buon Gesù e
lui mi avevano già perdonata.
Benchè
sentissi subito una grande pace, rimase nella mia anima una profonda pena e un
vivo pentimento. Se fosse stato li il ragazzo, non so quali prove di amicizia
gli avrei dato.
Mi
venne in mente, quasi fosse un'ispirazione, che nel salvadanaio avevo ancora
una moneta d'argento. Corsi a prenderla e andai alla pasticceria a comprare
dieci sigarette di cioccolato.
Il
giorno seguente mi misi in vedetta ad aspettare che il ragazzo passasse.
Putroppo non
apparve
per vario tempo. Forse aveva paura a passare per di lì. Io però mi ero
convinta che l'attendente l'avesse picchiato troppo e che il poveretto si fosse
ammalato, o addirittura fosse morto! Questa convinzione mi martirizzava senza
tregua.
Finalmente
un giorno, dopo molto tempo, vidi il ragazzo attraversare la strada. Senza titubanza,
corro verso di lui e gli dico: "Ho una cosa da darti; aspetta che io la
vada a prendere. Ho sofferto tanto quando ti hanno picchiato. Aspettami,
sai?"
Il
ragazzo mi guardò meravigliato e non oppose difficoltà ad aspettarmi. Le
sigarette di cioccolata non le avevo più, ma avevo alcune monete d'argento nel
salvadanaio. Andai a prenderle in fretta nel timore che mi fuggisse. Fortunatamente,
al mio ritorno, era ancora là. Gli consegnai salvadanaio e monete, tutto.
Rimase felice e se ne andò scuotendo il suo tesoro, mentre io, con la più
grande pace nel cuore, mi soffermai ancora all'angolo, con il mio buon Angelo
Custode, seguendolo con lo sguardo fino a quando scomparve nella svolta della
via.
CAPITOLO
21 °
LO
STENDARDO DELLO SPIRITO SANTO
Cecilia sente dal suo Angelo
l'ispirazione ad andare lei stessa a chiedere ad ogni soldato che incontrerà
per la strada un'offerta per la festa dello Spirito Santo, in cambio del bacio
ad una sua medaglietta, poichè la caserma non aveva accolto gli zelatori.
Vince
la forte e ben comprensibile ritrosia (non ha ancora 11 anni) e raccoglie una
somma che completa con i suoi risparmi, facendo una dolorosa rinuncia.
Ma
ha la gioia di leggere poi, nella lista degli offerenti, "un gruppo di
soldati "e, soprattutto, può (nella Comunione durante la festa)
"godere più sensibilmente la presenza dolcissima del Signore, che si mostrò
soddisfatto della sua piccola amica".
Ogni
anno, in prossimità della festa dello Spirito Santo, titolare della parrocchia,
un gruppo di zelatori portando uno stendardo andava a questuare offerte per la
solennità. Non vi era casa o edificio pubblico in cui essi non entrassero per
raccogliere le offerte.
In
casa nostra ero io stessa che ricevevo gli zelatori. Papà dava la sua
elemosina, ma io, di nascosto, davo la mia. Lo stendardo, nello spazio di tre
giorni, faceva il giro della città e dintorni.
In quell'anno (prima del 1911) accadde che, quando gli zelatori si presentarono come al solito alla caserma, il soldato di picchetto non li lasciò entrare, per ordine del colonnello.
La
notizia dell'avvenimento si sparse in un baleno e fu assai commentata. Anche papà
ebbe parole di disapprovazione sul conto del suo amico (il colonnello Giuseppe
Costa).
Io
pure ne rimasi stupefatta e non mi spiegavo come mai il colonnello fosse
diventato così cattivo. Ne provai tanto dispiacere che mi tormentai la mente
per ore intere cercando di trovare il modo di riparare quell'affronto al Divino
Spirito. Per questa intenzione pregai fervorosamente. Mi amareggiava la
constatazione di tanto ardimento. "Scacciato dalla caserma - dicevo tra
me - scacciato da chi mai avrei creduto capace di tale cosa!"...
Un
mattino, mentre prendevo il caffè, la santa mano del mio buon Angelo Custode si
posò carezzevole sulla mia testa e una voce segreta mi sussurrò (era un
pensiero, ma molto differente da quelli che avevo comunemente; mi pareva più
una voce che un semplice pensiero): "I poveri soldati, dalla fede semplice,
sono stati privati del piacere di dare la loro offerta e di ricevere, con la
visita dello stendardo sacro, la benedizione del Divino Spirito".
A
quella voce, proposi subito di andare io stessa a chiedere l'offerta ai soldati;
invece dello stendardo, pensai, darò da baciare la medaglietta dello Spirito
Santo che porto sempre al collo.
Il
mio amor proprio non mancò di insinuarmi che era poco decoroso per una
fanciulla chiedere loro l'offerta, fermando dei soldati per la strada; ma vinsi
quella insinuazione protestando a me stessa: "Anche se mi costa molto,
devo riparare, devo rallegrare il Divino Spirito Santo nella sua festa".
Siccome
papà mi aveva promesso un paio di scarpe bianche per il giorno della festa,
chiesi alla mamma il permesso di andare al negozio per sceglierle. Così,
pensavo tra me, potrò incontrarmi con molti soldati. Avvenne infatti come avevo
previsto.
Appena
fui all'incrocio della via, ecco venire verso di me il primo soldato. Il mio
cuore batteva così forte che pareva volesse sfuggirmi. Che vergogna provai in
quel momento! Desiderai persino che il soldato sparisse.
Sentii
però sulla spalla la santa mano del mio buon Angelo e mi calmai; anzi, mi
rallegrai dell'incontro. Era il primo militare che lo Spirito Santo mi
mandava.
Lo
avvicinai e gli dissi: "Soldato, mi scusi... Io sono rimasta molto male
impressionata perché il colonnello non lasciò entrare lo stendardo in
caserma. I soldati non hanno potuto dare la loro offerta per onorare il Divino
Spirito Santo... E io la vado chiedendo a quelli che incontro".
"Ma
certo, fai bene, fanciulla mia: eccoti la mia offerta". Mi rispose così
estraendo una moneta e mettendomela in mano.
Respirai
profondamente e piena di entusiasmo porsi istantaneamente al caritatevole
soldato la mia medaglietta da baciare. Solo dopo mi ricordai che ai soldati è
proibito fare atti simili per la strada.
Per
concludere, devo dire che la colletta fruttò 30 cruzeiros e centesimi: un
capitale! A onor del vero devo confessare che nessun soldato mi negò la sua
offerta, anzi, furono tutti generosi.
Giunta
a casa, chiusi il mucchio di monete nel cassetto del mio tavolo da studio. Poi,
pensandoci su, mi parve molto meglio cambiarle in un bel biglietto di banca;
ma sarebbe stato necessario arrivare a 50 cruzeiros. Come fare? La soluzione
non era difficile: bastava rinunciare alle scarpette bianche che avevo deciso di
acquistare.
L'idea
non garbava però alla mia vanità che mi dissuadeva con questa insinuazione:
"che figura farai con le scarpe nere e il vestito e le calze bianche? Lo
Spirito Santo sarà contento ugualmente per l'offerta dei soldati."
Il
giorno dopo, nell'aprire il cassettino per impacchettare le monete, ecco sulla
mia spalla la santa mano dell'Angelo; l'espressione del suo volto mi rivela il
desiderio di un mio sacrificio: "Devo rinunciare alle scarpe!", mi
proposi all' istante.
Andai
da papà e gli dissi che non volevo più le scarpe, ma che avrei preferito il
denaro. Egli mi accontentò senza reticenze. Da lui stesso mi feci cambiare il
mucchio di monete con un biglietto bancario nuovissimo; lo chiusi trionfante in
una busta, sulla quale scrissi questa spiegazione: "Un gruppo di soldati
offre per la festa del Divino Spirito Santo".
Mi
recai quindi alla parrocchia e, approfittando dell'assenza del parroco e del
sacrestano, deposi la busta sul tavolo della sacrestia.
Alla
vigilia della solennità ebbi il piacere di leggere nella lista degli offerenti
esposta alla porta della chiesa: "Un gruppo di soldati: 50 cruzeiros".
Nessuno seppe mai la vera storia di quella offerta.
Andai
alla festa con le scarpe nere, ma in compenso potei godere più sensibilmente la
presenza dolcissima del Signore che si mostrò tanto soddisfatto della sua
piccola amica.
Per
tutta l'ottava della festa mi consolò la dolcezza del mio buon Angelo Custode.
CAPITOLO
22°
LE
OCHE
Un
primo moto di egoismo orgoglioso, vinto poi da una generosa riparazione.
Segue
una confessione, poi ancora una riparazione che supera il consiglio del confessore.
Alla fine, la grande gioia per la dolce
approvazione dell'Angelo.
Nel
1911, in una della sue licenze, papà mi aveva portato un bel giocattolo in
legno: una contadina che guidava un gruppo di oche.
Il giocattolo aveva le ruote, una specie di carretto. Quando le ruote si mettevano in movimento, la contadina muoveva le braccia e le oche muovevano le ali. Ottenuto dalla governante un pezzo di cordicella, lo legai al giocattolo e, quasi giornalmente, mi divertivo a farlo correre sul marciapiede della strada, da uno spigolo all'altro della casa. Era il mio passatempo nelle ore di svago.
Un
giorno mi accorsi che un negretto di sette od otto anni stava guardandomi
estasiato, ed ogni volta che nella corsa il giocattolo si rovesciava, egli
correva a rimetterlo in piedi. Sentivo una specie di soddisfazione nel constatare
che il giocattolo attirava l'ammirazione del bambino.
Passati
due o tre giorni, il negretto, dopo avermi accompagnata con lo sguardo per
alcuni giri, si avvicinò con un'arancia in mano e mi domandò: "La
signorina vuol scambiare il suo giocattolo con questa arancia?"
La
proposta mi sorprese e risposi un po' orgogliosa: "Il mio giocattolo vale
più di un sacco di arance! E poi, di arance ne ho quante ne voglio." Il
negretto non aggiunse nulla.
Avevo
appena pronunciate queste parole, quando sentii la santa mano del mio buon Angelo
Custode. Voleva sussurrarmi qualcosa. Udii nell'anima la sua voce. Lo ascoltai
perplessa: dovevo dare al negretto il mio giocattolo, il mio bel giocattolo
regalatomi da papà e che mi piaceva tanto! Come un lampo mi passò per la
mente questo pensiero: "Non glielo posso dare: me lo ha dato papà!"
Ma con la stessa rapidità ne seguì un altro: "Il buon Gesù vuole che
glielo doni". Guardai il mio buon Angelo Custode: il suo volto non era
triste, ma grave come di chi attende una decisione.
Mi
dirigo risoluta al bambino dall'arancia in mano, desideroso del giocattolo, e
gli dico:
"Prendilo,
te lo dono volontieri, è tuo". Raccolgo in un gomitolo il filo e gli
consegno tutto. Quegli rimase trasognato a guardarmi; non si risolveva ad
allungare la mano, ma io lo convinsi che dicevo sul serio ed egli lo prese.
Guardai il mio buon Angelo Custode: ora aveva il volto pieno di dolcezza; quella
dolcezza mi diceva che Gesù era soddisfatto della sua Cecilia.
Non
sapevo chi fosse più felice in quel momento, se il negretto o io. Mentre
scrivo riconosco che la più felice ero io, immensamente di più.
Subito
dopo, il mio buon Angelo Custode mi fece capire che io ero stata dura col
poveretto. Piansi il mio peccato e il sabato seguente lo confessai. Per
consiglio di padre Gofferedo (il confessore), l'indomani, domenica, portai al
parroco il mio giocattolo preferito da sorteggiare fra i bambini poveri che
seguivano le lezioni di catechismo.
Veramente
il confessore mi aveva chiesto di portare i giocattoli vecchi, che per caso avessi;
ma mentre componevo in una scatola bambole senza braccia o senza gambe,
tazzine senza manico, lo zuffolo stonato, la palla scolorita, il mio buon Angelo
Custode mi mise la sua mano sulla testa.
Interruppi
il mio lavoro di confezione e ascoltai la sua voce soave e insistente :
"Da' il tuo servizio da the che il colonnello ti portò da Rio de
Janeiro". Era nuovo fiammante, non l'avevo ancora usato neppure una volta!
Ma a quel consiglio così categorico, misi senz'altro in un angolo l'involto
dei giocattoli vecchi e portai al parroco quella bella scatola con una grande
figura a colori, dove era chiuso il servizio delle dodici tazzine.
La
dolcezza del mio buon Angelo Custode, che contemplai anche quella volta, valeva
bene tutti i giocattoli di questo mondo.
CAPITOLO
23°
AL
CINEMA "CHIC"
Durante gli spettacoli, al
cinematografo o al teatro, l'Angelo Custode le occulta le scene non buone che le
farebbero del male.
Senza
svelare il segreto di tale occultamento, Cecilia sopporta con fortezza ironici
rimproveri di incapacità a descrivere quanto ha visto, cioè che avrebbe dovuto
vedere.
Già nell'anno 1912 i cinema della nostra città erano affollatissimi. Le sale si moltiplicavano. Nelle domeniche vi erano "matinées" ad ogni ora. I proprietari delle sale, più che farsi una concorrenza accanita, si osteggiavano apertamente. Oltre alle già esistenti, fu inaugurata da una Società una sala veramente lussuosa, con poltroncine, ventilatori, sale d' aspetto, ecc. e con i biglietti al prezzo delle altre sale.
Le
famiglie vi accorrevano al completo. Le "matinées" della domenica
erano riservate ai bambini, ai quali venivano distribuiti gratuitamente
sacchetti di dolciumi e biglietti per la estrazione di un premio che era
sorteggiato ad ogni spettacolo: bambole, giocattoli, pattini, ecc.
L'iniziativa attirava al nuovo edificio tutti i fanciulli della città.
Non
saprei dire il male morale che cagionavano quei divertimenti; so però che i
padri Premonstratensi vi opposero un altro cinema, con prezzi molto ridotti, per
sviare dal pericolo almeno una parte della gente.
Di
tutti i films a cui assistetti nel salone popolare dei Padri, ricordo ancora
l'intreccio e persino il titolo. Non posso dire lo stesso degli spettacoli a cui
assistetti in altre sale, perchè le ali sante del mio buon Angelo Custode mi
impedivano di vedere...
La
seconda volta che il mio buon Angelo Custode mi coperse con le sue ali fu al
cinema "Chic". Il fatto si svolse così: era stata annunziata una
serata straordinaria; non si può immaginare quale fu il concorso; io vi
partecipai con la famiglia.
Era
in programma la proiezione del film "La cella numero 13".
Dopo
le prime due o tre scene, sentii sulle mie spalle la santa mano del mio buon
Angelo Custode e le sue ali si distesero davanti a me coprendomi completamente
lo schermo luminoso della sala. L'Angelo rimase in quella posizione durante
tutto lo spettacolo, di modo che io non vidi nulla di ciò che si proiettò
sullo schermo.
In
altre occasioni, le sante ali mi si stendevano davanti solo a intervalli, poi
si chiudevano e mi permettevano di vedere.
Devo
dire però che, siccome la sua mano rimaneva sulla mia spalla, io mi interessavo
più di Lui, che era la mia delizia, di quanto non mi interessassi delle scene
che si svolgevano davanti a me.
In
molte altre circostanze, durante i films, le sante ali mi passavano davanti più
rapidamente, permettendomi così di vedere quasi tutto. Spesso il mio buon
Angelo agiva in quel modo anche durante le rappresentazioni drammatiche. Quante
volte la mamma mi diede della "stupidina" perchè non sapevo
spiegare l'intreccio di un dramma o di un film! E il papà mi diceva: "Cara
figliola, devi abituarti a saper descrivere ciò che vedi e a raccontare ciò
che odi". Ma io non dissi mai che era il mio buon Angelo Custode che mi
impediva di vedere. Da quanti e quanti pericoli a cui fui esposta mi liberò,
per grazia speciale di Dio, questo fedele Amico!
CAPITOLO
24°
"FANCIULLA,
UN' ELEMOSINA!"
Una generosa elemosina. Poi, bella
descrizione della lotta intima nell'affrontare le beffe delle compagne; forza
d'animo nel non svelare l'opera buona compiuta, cosa che le eviterebbe la
crudele incomprensione.
Alla
fine, anche una vittoria sull'amor proprio: l'Angelo la invita ad accettare un
po' di refezione da una compagna, mentre, per la cocente offesa, vorrebbe
rifiutare.
Correva l'anno 1913. Era tradizione della nostra scuola organizzare una scampagnata con merenda nel giorno di S. Raffaele, festa onomastica della nostra Madre. L'avvenimento era atteso da tutte. Ogni alunna, sia interna che esterna, doveva portare il cestino con la refezione. In quell'anno le sorelle non vennero con me: Dulcea era morta da quattro anni, Giselda aveva terminato la scuola e non frequentava più il Collegio.
Acacia
mi preparò il cestino con tutto ciò che io preferivo. All'ora sospirata, mi
diressi al Collegio molto lieta. In una mano tenevo il cestino, nell'altra una
borsa con la frutta.
A
due isolati dal Collegio, all'angolo della via, mi imbattei in una mendicante
che mi fece questa preghiera: "Signorina, un'elemosina alla vecchia negra
che ha tanta fame; oggi non ho ancora mangiato nulla, neppure il caffé".
Per
caso avevo, nella tasca del grembiulino, il denaro che mi era rimasto dalla
compera della frutta; lo passai senz'altro nelle mani della vecchietta che mi
ringraziò con: "Il buon Dio la ricompensi!"
Ripresi
il mio passo; ma non avevo ancor fatto dieci metri di strada, che mi dovetti
fermare: il mio buon Angelo Custode mi aveva messo la sua santa mano sulla
spalla. Compresi che voleva qualcosa da me. Lo fissai in volto: era triste, ma
non severo. All'istante rividi nella mia mente la vecchietta. Mi voltai: la
poveretta era ancora là, al suo posto. Mi affiorò spontanea una domanda:
"Come potrà, quella poveretta, togliersi la fame con i cinquanta
centesimi? Devo darle tutto quello che ho nel cestino. Solo così, dal volto del
mio buo Angelo Custode scomparirà la tristezza".
Ritornai
presso la povera donna e, con una sveltezza che non mi era abituale, vuotai il
cestino e la borsa nel suo grembo dicendole: "È quanto avevo per la
passeggiata, ma è tutto per voi che siete ancora digiuna".
Non
so quello che la vecchietta disse; notai però il suo gesto di meraviglia.
Poi
mi lanciai di corsa verso il Collegio, temendo di non avere la forza necessaria
per eseguire fedelmente, cioè senza rimpianti, i desideri del mio buon Angelo
Custode.
Presso
la scuola mi fermai per scrutare il suo santo volto. Spirava da esso quella
dolcezza che mi mostrava l'approvazione del Signore per quanto facevo di bene.
In
quella breve sosta nascosi la borsa vuota nel cestino vuoto, chiedendo a me
stessa: "Ché farò adesso? Potrò andare alla passeggiata senza la mia
merenda?".
In
quella indecisione fui sul punto di ritornare a casa per rifornirmi
nuovamente, ma il mio buon Angelo Custode me lo impediva. "Non vuole che io
ritorni, ma vuole che prosegua", dissi a me stessa.
Ubbidii,
ma assai tormentata da una ridda di pensieri: "Che diranno le compagne al
vedere il mio cestino vuoto? Mi scherniranno senza dubbio". Questo timore
mi feriva l'anima. Ma la dolcezza del mio buon Angelo Custode venne a dissipare
la tempesta ed entrai allegra nella scuola, come se avessi avuto il cestino
ripieno dei cibi più gustosi.
Il
cortile rigurgitava di fanciulle equipaggiate e con i loro cestini. Nel vederle,
avrei voluto almeno un pezzo di pane per dare peso al mio cestino; si notava
benissimo che era vuoto, mentre quelli delle compagne stavano chiusi a mala
pena. In quel benedetto cortile trascorsi momenti penosi anche per questo
pensiero: "Come me la caverò poi quando si formeranno i gruppetti per la
merenda?".
Finalmente,
o disgraziatamente, venne il momento della partenza. Nel mio gruppo vi erano
Emma, Maria, Ida, Lidia ed altre. Cammin facendo ciascuna enumerava le vivande
di cui si era provveduta per la refezione; io invece ero molto confusa, in un
mutismo perfetto.
Arrivate
al prato, ci divertimmo fino al momento di formare i circoli per la merenda. Vi
erano gruppi per tutta la estensione del prato.
Io
ferma, senza decidermi ad unirmi al mio gruppo, cercai il volto del mio buon
Angelo Custode, come a chiedergli aiuto; la dolcezza che notai in lui e che mi
deliziava tanto, dissipò il mio malessere. Comprendo adesso quello che allora
non sapevo distinguere: ciò che tanto mi dava pena era il timore di vedermi
umiliata dalle compagne.
Mi
diressi infine verso le mie compagne che mi reclamavano. Anche il mio buon
Angelo Custode voleva che andassi. Le amiche, già con i cestini aperti, stavano
servendosi, mangiando con appetito.
Lidia
si aggrappò al mio cestino e - delusione e sorpresa per loro, umiliazione per
me! - apparve in pubblico la cruda realtà: il cestino non conteneva che una
borsa vuota. Per il prato risuonò una risata che contagiò tutte e divenne
generale.
A
mala pena io potei trattenere i singhiozzi. Avrei voluto giustificarmi perchè
non mi schernissero; invece mi soffocarono con mille domande e frizzi: "Hai
nascosto in qualche parte le tue cose per il timore che te le chiedessimo".
"Hai mangiato tutto per approfittare anche del nostro?". "Mi
accorsi già nel cortile della scuola che avevi il tuo cestino vuoto".
"Dunque, non avevi proprio nulla da prendere a casa tua?".
La
misura era colma. Nel mio interno maturava la ribellione: "racconterò
tutto a madre Raffaella... Che animo cattivo hanno queste fanciulle!"
Stavo
per scoppiare, per andare dalla Madre, ma il mio buon Angelo Custode mi fermò
il passo e le parole.
Ah,
come sarei volata via, o almeno, come mi sarei allontanata da là volontieri per
unirmi ad un altro gruppo! Ma, per allora, il mio buon Angelo non voleva. Dovevo
rimanere là.
Tornai
a sedermi tra le compagne, ma con una violenza enorme su me stessa. Lidia mi
offrì formaggio e pane. Istintivamente l'amor proprio si ribellò. "No,
non accetterò nulla! Non ho bisogno delle tue cose!". Ma fu un attimo
solo. Non ebbi neppure il tempo di tradurre il pensiero in parole perchè con
maggior rapidità sentii sulla mia spalla la solita mano. Compresi tutto:
"Devo accettare; il mio buon Angelo lo vuole."
Nella
lotta tra volontà e amor proprio, la prima riportò vittoria. Accettai quello
che le amiche mi offrivano, ma di ogni boccone non sentii neppure il gusto,
tanta era la violenza che mi facevo. Però la dolcezza del santo volto vinse
ogni resistenza.
La
passeggiata terminò. Nessuno seppe mai la verità di quanto era avvenuto, nè
papà, nè mamma, nè madre Raffaella, nè le amiche, nè Acacia, nessuno.
CAPITOLO
25°
LA
SCATOLA PER LA SCUOLA
Un sacrificio, suggerito dall'Angelo, in
onore della "Mamma del Cielo, per prepararsi degnamente ad entrare tra le
"Figlie di Maria".
All'inizio dell'anno scolastico 1914, padre Goffredo, nella confessione, mi diede questo consiglio: "Devi cominciare a lavorarti spiritualmente per meritare, a dicembre, di essere ammessa tra le Figlie di Maria. Non ti sfugga nessuna occasione per fare sacrifici in onore della Madonna" (l'anno prima, nel dicembre 1913, avevo ricevuto il nastro verde di Aspirante).
In
quello stesso giorno, nel pomeriggio, la Mamma del Cielo chiedeva alla sua
piccola figlia il primo sacrificio.
Di
ritorno dal Collegio trovai, sul mio tavolino da studio, un pacco che papà mi
aveva portato da Artigas. Era una bella scatola di legno verniciato, con
matita, riga, penna, temperino, gomma, tagliacarte, ecc. Insomma, conteneva
tutto quanto uno studente adopera nella scuola. L'avevo desiderata tanto da
quando, un anno prima, l'avevo vista usare dalle compagne. L’avevo anche
chiesta parecchie volte. Adesso, finalmente, mi era giunta! Mi sentivo tanto
felice che non cessavo di contemplarla.
Anzi,
quella sera mi affrettai a fare i compiti per il piacere di usare la mia
scatola senza pari. In suo confronto, come mi parve brutta, inutile, antiquata
quella che avevo usata fino allora! "Domani - dicevo a me stessa - porterò
al parroco la scatola usata con tutto il contenuto, affinchè se ne serva nella
scuola serale, per i giovanetti e i bambini poveri".
Eseguiti
i miei compiti, mi misi subito a pulire e a riordinare la vecchia scatola, che
avvolsi in un bel foglio di carta.
Quando,
avvolto nella stessa carta e legato con lo stesso spago che avevano servito per
la nuova, il pacchetto fu confezionato, mi alzai dal tavolino.
Ma
ecco che mi assalì un pensiero improvviso: "Il parroco ha sempre chiesto
libri e oggetti scolastici di cui vogliamo disfarci... è vero; ma perchè non
gli darò io la scatola nuova?"
Mi
trovai così in una vera lotta. Questa idea mi urtava non poco, perciò
continuavo a trovar scuse. "Ho bisogno di una scatola nuova perché, in fin
dei conti, frequento la scuola superiore ... Le compagne hanno una scatola come
questa ... Papà me l'ha donata perchè io la usi". Pensai di aver risolto
la questione con la decisione di portare al parroco la vecchia scatola.
La
presi in mano per andare a deporla in camera presso il libro da Messa che avrei
dovuto usare il giorno dopo; era quasi come un voler confermare la decisione
presa.
Ma,
per quanto facessi, non riuscii ad arrivare alla porta. La santa mano del mio
buon Angelo Custode posava soavemente sulla mia spalla e mi venne un altro
pensiero: "sarebbe questo il primo sacrificio in onore della Madonna, per
meritare il nastro di Figlia di Maria."
L'agitazione
si dileguò. Guardai il santo volto dell'Angelo: era soffuso di quella severità
con cui soleva attendere dalla sua piccola Cecilia un atto di bontà.
Compresi
e decisi: "Non la vecchia, ma la scatola nuova io darò, affinchè il
parroco la dia al fanciullo più povero e più diligente della scuola.".
Ritornai
al tavolino e, in pochi minuti, era pronto il nuovo pacco, proprio così come lo
avevo ricevuto.
Però
prima di portarlo in camera guardai il santo volto del mio buon Angelo: la sua
dolcezza mi ripagò centuplicato il piccolo sacrificio.
Il
giorno seguente, dopo la S.Messa, non uscii in fila con le collegiali perchè
avevo biso-
gno
di parlare col parroco. Sembrava che egli avesse indovinato il mio sacrificio,
perchè mi consegnò in cambio della scatola una bella immagine della Madonna,
con un "grazie" che diceva tutto.
Mi
fece molto piacere davvero: l'aspetto soave della Madonna pareva mi dicesse che
aveva accettato volontieri il primo sacrificio che avevo fatto in suo onore.
CAPITOLO
26°
IL
SACRIFICIO DEI PATTINI
Ancora un sacrificio, seguito dal pentimento
di aver tentennato nel decidersi a farlo. "Mamma del Cielo, Ti chiedo
perdono. Non meriti Tu forse il sacrificio dei pattini? Lo giudicai un
sacrificio troppo grande. Perdonami!"
Il
fatto che ora racconterò avvenne pure nel 1914.
All'inizio
dell'inverno si inaugurava una spianata per pattinaggio presso il cinema
"Chic". Armanda venne ad invitarmi alla testa. Il gruppo dei
pattinatori, per destrezza, celerità e arte, mi entusiasmò.
Quanto
mi sarebbe piaciuto essere come loro! Decisi di non spendere più un centesimo
senza essermi prima provveduta di un paio di pattini...
Ogni
domenica Armanda veniva ad invitarmi per assistere a quello sport. Una volta
mi apparve in casa con un bel paio di pattini nuovi fiammanti, appena comprati.
In
poco tempo arrivai anch’io a mettere insieme la somma necessaria per
acquistarmeli. "Quando li avrò in mano - pensavo - mi pare che nessuno in
questo mondo sarà più felice di me".
La
compera avrei potuto farla solo in giorno di sabato, in cui non avevo lezione
al pomeriggio. Armanda mi avrebbe accompagnata al negozio e poi, alla
domenica, li avrei usati per la prima volta nella sezione traino.
Alle
ore due di un incantevole sabato invernale, Armanda e io ci trovammo su un
battello che ci avrebbe portate ad Artigas. Sognavo già il mio ritorno.
Vi
era sul battello un passeggero, molto conosciuto, che quel mattino stesso mi
aveva assolta da tutti i peccati commessi in settimana: padre Goffredo.
Lo
salutai col "sia lodato Gesù Cristo" e avrei voluto anche mettermi in
piedi davanti a lui per rispetto, ma il dondolare del battello non me lo consentì.
Egli rispose al saluto e aggiunse: "Come? Anche Cecilia in viaggio?" E
io, nel mio entusiasmo esuberante: "Sì, signor Padre, vado a comprarmi i
pattini". Il sacerdote si mise quasi subito a leggere un libro di preghiere
e non aggiunse altro.
Però,
appena sbarcati ad Artigas, padre Goffredo, passandomi davanti, mi disse:
"La Madonna aspetta da te un fioretto".
Il
suo consiglio così inaspettato ebbe su di me l'effetto di una bomba scoppiata
ai miei piedi. Entrai ugualmente nel porto, ma in una lotta tale che mi fermai
quasi attonita senza saper decidere se andare avanti o ritornare sui miei
passi. Armanda, senza poter capire nulla, dapprima mi guardò e poi si
impazientì; io non potei dirle altro che: "Aspetta un poco!"
Quando
mi assalivano quelle lotte di pensiero mi pareva di essere in balìa di un
mulinello: "Ah, no! E' impossibile! La Madonna non vuole certamente il
sacrificio dei pattini. Le ho già dato la scatola di scuola che mi piaceva
tanto. Invece di rinunciare ai pattini, di cui sono troppo appassionata, farò
un altro sacrificio."
Mi
decisi e dissi: "In fretta, Armanda, andiamo!"
Giunta
però a poca distanza dal negozio, mi ricordai di guardare il santo volto del
mio buon Angelo Custode. Era soffuso di quella "severità"
compassionevole che mi faceva subito capire che cosa aspettava da me. Una grande
pena mi inondò il cuore, mentre istintivamente traducevo in preghiera questi
pensieri:
"Mamma
del Cielo, Ti chiedo perdono. Non meriti Tu forse il sacrificio dei pattini? Lo
giudicai un sacrificio troppo grande. Perdonami!"
Alcune
lagrime mi sfuggirono dagli occhi.
Intanto
Armanda, vedendomi nuovamente ferma, mi tirò per un braccio e borbottò tra i
denti: "Cecilia! Che ragazza indecisa; cammini o no? Sembri
addormentata!"
"Armanda,
ritorniamo al fiume; non voglio più comprare i pattini - la supplicai - ho
deciso di fare diversamente".
Armanda
scattò: "Ma tu sei pazza! Non fare storie, via! Siamo venute apposta per i
pattini e dobbiamo comprarli!"
"No,
Armanda, non li voglio. Ti comprerò una bella scatola di dolci e ritorneremo a
casa." Armanda si rasserenò. Entrammo in una pasticceria a comprare dolci
e riprendemmo la via del ritorno. La bella somma che mi era rimasta nella
borsa sapevo come usarla per riparare la mia mancanza di generosità.
Separatami
da Armanda, già presso casa, entrai in una Casa Commerciale e mi feci cambiare
in spiccioli tutto il denaro. Andai poi al Ricovero e distribuii una moneta a
tutti i poveri che abitavano nel padiglione in cui era morto Cipriano-Giuseppe,
il vecchietto che avevo conosciuto.
La
mia gioia fu più grande di quella che provò ogni povero e di quella che i
pattini stessi mi avrebbero procurata: il mio buon Angelo Custode mi guardò con
tutta la sua dolcezza.
CAPITOLO
27°
LA
MIA PENSIONE MENSILE
E'
il terzo sacrificio descritto fra i tanti offerti alla Madonna nell'anno 1914.
Va
notato che si svolge in due fasi: nella seconda, per l'intervento dell'Angelo,
la generosità è maggiore che nella prima.
Quando papà riceveva il suo stipendio, donava a ciascuno di noi una piccola somma che potevamo spendere come volevamo. Confesso che io sentivo un certo piacere nel potermi comprare personalmente il necessario con "il mio denaro"....
Attendevo con piacere il quindici del mese ed avevo sempre qualche voglietta da soddisfare con, la mia "pensione mensile". In quell'anno 1914 accadde questo.
Avevo
sospirato per molto tempo un gioco veduto in casa di Armanda, e un giorno decisi
di acquistarlo.
Uscii
di casa col mio denaro facendo i miei conti: 7 cruzeiros per il gioco e 3 per il
cioccolato (perchè noi giocavamo a cioccolattini). Ma ecco che cosa doveva
succedere.
Incontrai
per via una ragazzetta, più o meno della mia età, ma sporca e cenciosa, che
piangeva davanti ad una bottiglia in cocci e in un lago di petrolio. Mi
soffermai a guardare quella scena, con un senso di compassione.
La
negretta per la prima ruppe il silenzio, spiegandomi il motivo delle sue
lagrime: "Avevo comprato una bottiglia di petrolio per la mia vicina, per
guadagnare qualche soldo, ed ora non ho che da pagare. Non guadagnerò nulla e
prenderò le busse dalla mamma".
Rattristata
per la poverina, pensai che avrei potuto rinunciare in suo favore ai tre
cruzeiros destinati ai cioccolatini. Entrai senz'altro in una bottega a
scambiarli in spiccioli e con un pugno di monete tornai dalla piccola negra.
Ella ebbe un sussulto di gioia; asciugò le lacrime con l'orlo del vestito e mi
fece un bel sorriso, mostrando i suoi dentini bianchi.
"Questo
è per pagare la bottiglia alla vicina - le dissi - , questo è per il
petrolio e questo per te." Le consegnai in tutto un cruzeiro e cinquanta.
Ella se ne andò.
Ma
in quel momento io sentii posarsi sulla mia spalla la mano amica. "Aspetta,
vieni qua!", gridai subito alla fanciulla. Avevo capito che il mio buon
Angelo Custode mi chiedeva qualcosa.
La
negretta si fermò sorpresa e, forse timorosa per la mia chiamata, mi guardò
un poco e mi si avvicinò di nuovo.
Non
era per me novità ciò che mi avveniva in questi momenti. Sentii questa
imposizione: "Devi dare tutti gli altri spiccioli alla negretta: avrà una
gioia in più. Ti priverai completamente del cioccolato e sarà un nuovo
sacrificio offerto alla Madonna."
"Prendi:
anche questo è per te", dissi tosto alla negretta, mettendole in mano il
resto dei tre cruzeiros. La fanciulla esultò e mi ringraziò.
Guardai
il mio buon Angelo Custode, ma non vidi sul suo volto la dolcezza che speravo.
"Che cosa vorrà allora il mio buon Angelo?"
Io
non sapevo che fare. Ma ecco, istantaneamente, un pensiero, quasi suggeritomi
da qualcuno: "Non solo gli spiccioli, ma la rinunzia al gioco."
Si
sollevò in me la solita lotta: "Già tante volte mi sono privata di cose
che desideravo!...Eppure, se non faccio questo sacrificio, non meriterò il
nastro di Figlia di Maria!"
Come
un raggio di grazia, nasce subito in me un grandissimo dispiacere per il mio
egoismo e, davanti alla negretta stupita, mi scoppia dal cuore un singhiozzo.
Volli
nascondere, per quanto mi fosse possibile, le mie lacrime e perciò sviai la sua
meraviglia dicendole: "Voglio darti tutto il denaro che ho qui: è la
pensione che papà mi dà ogni mese".
Le
indicai infine la mia casa e la invitai a passare da me il giorno quattro di
ogni mese per prendere i cinque cruzeiros che le avrei sempre riservato. Così,
durante tutto il 1914 fino a dicembre, donai alla negretta la mia "ambita
pensione".
Ma
in verità ne ricevetti ogni volta un'altra di maggior valore: la dolcezza del
mio buon Angelo Custode e, a fine d'anno, il "nastro azzurro" tanto
desiderato.
CAPITOLO
28°
LA
"BATTIBECCO"
Per
fare un'opera di carità, affronta con coraggio un gruppo di monelli
schiamazzanti, sollecitata ed aiutata dall'Angelo. In un primo momento deve
anche soffrire per l'incomprensione della donna che sta aiutando.
Alla fine, sente l'Angelo sussurrarle:
"Gesù è contento della sua piccola": ne viene inondata di gioia,
gioia che le fa dimenticare la ferita fattasi durante la sua opera di carità.
Eravamo
nel 1915. Viveva a Giaguarào una mendicante, sui cinquant'anni, che era
divenuta popolare per le sue fattezze marcatamente brutte.
I
bambini la credevano una strega e ne avevano paura. Era soprannominata
"Battibecco", perchè molto ciarliera e bisticciona.
Nei
pomeriggi estivi, quando io di solito studiavo in giardino, udivo spesso i
ragazzi gridarle: "Battibecco, Battibecco!" La mendicante si
infuriava, lanciava loro dei sassi e minacciava giuste vendette.
A
quella scena io dovevo interrompere il mio studio per i sentimenti di
compassione che
provavo
verso la poveretta e per i pensieri che mi assalivano.
'Forse
- pensavo - quand' ella era piccola ebbe una casa e buoni genitori, poi essi
morirono lasciandola così randagia..."
Questa
considerazione mi riempiva il cuore del timore di perdere i miei genitori o di
dovermi separare da loro.
Madre
Raffaella ci aveva dotto molte volte che un aspetto brutto può nascondere
un'anima bellissima. "Chissà - pensavo - che anche la povera
"Battibecco" non abbia un'anima bianca come la mia nel giorno della
prima Comunione e che non formi l'incanto di Gesù e del suo Angelo Custode! I
ragazzi non riflettono su queste cose".
Ogni
mattina l'infelice mendicante andava ad una segheria e ne ritornava con un sacco
di trucioli per la sua stufa.
La
incontrai un giorno mentre, in compagnia di Armanda, rincasavo dal campo di
pattinaggio. Al suo passaggio si alzava, in un crescendo continuo, un vero
pandemonio di fischi e risate. La poveretta, sotto il peso dei trucioli, non si
era accorta che le avevano legato al sacco una lunga cordicella alla cui
estremità era stata agganciata una latta che, trascinata sul lastricato,
richiamava col suo rumore l'attenzione di tutti.
A
quello spettacolo sentii più voglia di piangere che di ridere, sebbene in verità
avesse il suo non so che di buffo. Celai però la mia pena per non essere
schernita. Tra fischi e risate, tra frizzi e battimani, l'infelice continuava il
suo cammino, con, quella coda di metri e metri che strisciava sulle pietre della
strada.
In
quel mentre mi domandai: "E se io andassi a staccarle là cordicella?"
Ma
scacciai subito quel pensiero per la ripugnanza che mi destava: "No,
assolutamente, no! tutti mi guarderebbero e quella turba di monelli mi
canzonerebbe. Che vergogna; proverei!
Che
impressione farei io col correre per la strada dietro alla poveretta, confusa
tra i ragazzacci? No, non voglio pensarci!"
Questi
pensieri si succedevano nella mia mente con la rapidità del baleno, quando mi
accorsi all'improvviso che la mano del mio buon Angelo Custode mi accarezzava il
capo. Fra quelle carezze mi sussurrava:
"E
se fossi tu al posto della povera infelice, non ringrazieresti la mano
caritatevole che venisse a liberarti da così grande umiliazione? Va'! Gesù te
lo chiede".
Mi
fermai di botto; guardai la mendicante per misurare la distanza tra me e lei:
era quasi di un isolato di case. La turba dei monelli mi pareva aumentasse
sempre più. Alle porte e alle finestre non vidi se non gente, molta gente!
Fissai
il mio buon Angelo Custode che mi apparve in quella severità, un poco triste,
con cui era solito mostrarsi quando mi richiedeva qualche sacrificio.
Non
vidi più nulla. Istantaneamente confidai ad Armanda: "Vado a staccare
quella corda dal sacco!" Armanda mi prese per il vestito domandandomi
imperiosamente: "Sei pazza? Sarai fischiata insieme alla vecchia!" Ma
io non dubitai più; non l'ascoltai neppure.
Mi
precipitai in direzione della pezzente, seguita dalla turba di ragazzi. Senza
riflettere su cosa avrei dovuto fare, presi in mano la latta e tentai di
strappare la cordicella. L'infelice senti lo strappo e, dubitando forse che i
monelli volessero prenderle il sacco, si fermò e lo tirò a sé con forza, in
modo che la latta mi aprì nel braccio una larga ferita. Ancora oggi ne conservo
la cicatrice.
Allora
io corsi vicino alla poveretta per spiegarle tutto; ma ella, accecata come era,
non mi comprese e mi investì adirata. La vergogna per quella scenata in
pubblico mi allibì. Udii appena gli scherni dei monelli e mi parve di vedere le
centinaia di sguardi fissi su di me come se fossi stata la protagonista di una
commedia di cattivo genere.
Avrei
voluto fuggirmene per i fatti miei, ma il buon Angelo Custode me lo impedì.
Dovevo strappare la cordicella; egli lo esigeva.
Finalmente,
la mendicante comprese e, tranquillizzata sul mio conto, mi consentì di
compiere l'opera mia. "Grazie, signorina" mi disse. E continuò
commossa: "Vi è ancora nel mondo chi ha compassione di me?"
Dimenticai
all'istante l'umiliazione subita e aiutai la meschina a mettersi il sacco sulle
spalle; quindi me ne andai per i fatti miei, senza neppure volgermi indietro.
Poco
dopo mi accorsi che il sangue scorreva sul mio braccio e che avevo macchiato
il mio vestito. Armanda, che mi aveva attesa e camminava senza dir parola, mi
fasciò la ferita con il fazzoletto e voleva accompagnarmi a casa; però,
temendo che ella raccontasse tutto alla mamma, io insistetti per tornare a casa
sola. Affinchè nessuno mi vedesse prima che mi fossi messa in assetto, entrai
in casa dal cancello dell'orto.
Mentre
in camera mi disinfettavo la ferita che cominciava a farmi male, la santa mano
del mio buon Angelo Custode mi accarezzava. Lo fissai in volto, da cui
traspariva un'infinita dolcezza e lo udii sussurrarmi: "Gesù è tanto
contento della sua piccola!" .
Inondata
di gioia, non pensai più alla ferita.
CAPITOLO
29°
ANIME
IMMORTALI SOTTO I CENCI
Con
un coraggio superiore alla sua età, riesce a compiere un'opera di carità molto
ripugnante, aiutata dall'Angelo.
Ne
consegue una felicità grande: "ebbi la sensazione di vivere in Cielo;
anche Gesù rimase con me, quasi come nella santa Comunione".
Gesù si sente amato quando è amato un
fratello, specie se povero... di qui, il vincolo d'amore sentito più forte, più
profondo.
Nella confessione seguente narrai a padre Goffredo quanto mi era accaduto (con la "Battibecco"). Egli mi ascoltò, poi concluse: "Ed ora facciamo un patto che sarà senza dubbio gradito a Gesù. Domani, domenica, tu andrai a casa della povera vecchia mendicante e ti prenderai cura, della sua pulizia. Io andrò poi a prendermi cura della sua anima".
La
proposta veniva in buon punto: io avevo un buon gruzzolo di denaro ricevuto da
papà ed avrei potuto comperare sandali, calze e una saponetta per la
mendicante. La mamma, a sua volta, mi avrebbe dato certamente biancheria e
vestiti.
Dopo
la santa Messa domenicale, preparai il necessario per la visita alla povera
vecchia: non dimenticai, oltre ad un po' di viveri, di portare le forbici e un
po' di brillantina, perchè mi era sembrato che la poveretta non si fosse pettinata
da tempo. Con la brillantina il mio lavoro sarebbe stato assai più facile.
Poi
uscii e mi diressi al Ricovero, dove trovai la "Battibecco"
rannicchiata sulla porta della sua cameretta. Entrata in camera con lei per
mostrarle quanto le avevo portato, dovetti più volte reprimere i conati di
vomito..
"Buona
Maria - le dissi - voglio lasciarvi pulita pulita. Vi ho portato saponetta e
brillantina". Essa non fece obiezioni, anzi si entusiasmò.
Però
la mia missione mi parve subito difficilissima: non sapevo, in verità, da che
parte cominciare. Me la cavai in questo modo: le chiesi dapprima una bacinella e
me ne presentò una assai piccola; poi le consegnai la saponetta invitandola a
lavarsi la faccia. Si sottomise umilmente ai miei ordini e le piacque il
profumo della saponetta, ma non rimase pulita come avrei voluto io.
Mi
decisi allora a prendere il mio fazzoletto, ancora di bucato. Attinsi altra
acqua, lo insaponai ben bene e lo strofinai io stessa sul collo e sulle
orecchie della poveretta. Quando mi parve sufficiente, le chiesi di
risciacquarsi ben bene. Si doveva fare la stessa cosa per i piedi: la invitai
a sedersi e le consegnai il fazzoletto insaponato affinchè si lavasse lei
stessa, perchè il puzzo che la sua persona emanava mi era quasi insopportabile.
Mi sentivo così nauseàta che mi pareva mi venissero a mancare le forze; avrei
voluto uscire per una boccata d'aria e dissi tra me: "Non ne posso più;
dirò a padre Goffredo che è un incarico difficile e troppo superiore alle mie
forze".
Quando
però tentai di andarmene in cortile, la santa mano del mio buon Angelo
Custode mi spinse per il corridoio verso l'interno della cameretta.
Mi
ricordai allora che "il contratto era assai gradito a Gesù", come
padre Goffredo si era espresso; per questo dovevo assoggettarmi a quel lavoro
nel miglior modo possibile.
Rientrai
senza titubanze nella camera; la poveretta stava ancora lavandosi i piedi, ma il
fazzoletto era irriconoscibile; l'acqua era diventata nera e spessa. Giela
cambiai con altra acqua limpida. Osservai, ora che lo strato di sudiciume era
scomparso, che nei piedi deformati vi erano delle ferite; le unghie erano
lunghissime. Quando terminò di lavarsi, si asciugò con un cencio e io mi misi
a tagliarle le unghie. Cominciai dalle mani; ma la nausea fu più forte della
mia volontà e il vomito mi giunse alla gola prima che avessi potuto soffocarlo.
Il mio vestito rimase tutto macchiato.
La
mano del mio buon Angelo custode si posò sulla mia testa. Con una forza che non
era più soltanto la mia, le tagliai le unghie delle mani e dei piedi.
Restavano
ancora da rassettare i capelli. Guardando quella povera testa scarmigliata,
sentii venir meno il mio coraggio. La santa mano, però, era sempre sul mio
capo, più che per proteggermi, per sostenere la mia volontà. Versai la
brillantina nelle mie mani; ma quando la volli cospargere su quel capo, provai
una tale nausea che rigettai per la seconda volta. Persino le mie mani, untuose
per la brillantina, mi ripugnavano in modo incredibile. Non so poi descrivere
la sensazione provata nel pettinare quei capelli. Quella testa sembrava
piuttosto quella di un animale che di una persona.
Terminata
la pulizia, era necessario farle indossare la biancheria e il vestito che la mamma
mi aveva dato. Lo fece da sola mentre io andai alla vasca del cortile a lavarmi
le mani ributtanti. Quando rientrai, stava mettendosi le calze e i sandali.
Appena
fu pronta, le dissi: "Adesso siete pulita e più bella. Attenta a non
sporcarvi più. -Vi meritate un buon spuntino."
La
poveretta aveva ubbidito come un agnello: aveva ubbidito in tutto, allegra e
spiritosa. La lasciai dopo di averle consegnato un bel pane e marmellata che
sbocconcellò subito con voracità.
Io
rincasai di corsa, vergognandomi quasi di me stessa, tanto ero in disordine.
Sentii
da quel momento la mano del mio buon Angelo Custode passare sul mio capo e la
sentii così per tutto il giorno. Ebbi la sensazione di vivere in Cielo; anche
Gesù rimase con me quasi come nella santa Comunione.
Quello
stesso pomeriggio padre Goffredo fece visita alla povera mendicante e, nella
confessione del sabato successivo, mi disse: "Il buon Gesù non si pentì
di aver firmato il nostro contratto. Egli è contentissimo di te. L'anima
della mendicante è bianca, bianca. Lunedì scorso ricevette la santa
Comunione. Ho l'impressione che l'infelice non vivrà per molto tempo, perciò
la visito sovente. Tu però, Cecilia, non andare più a farle visita."
Una
settimana dopo, tornata dalla Messa, fui colta da una notizia: la povera Maria
aveva avuto una sincope mentre usciva dalla chiesa. Fu portata in braccio al
Ricovero, ma vi giunse morta.
In
segreto piansi di pena e, mi pare, anche di nostalgia per la mia poveretta.
Ogni
volta che io pregavo per lei, il mio buon Angelo Custode posava dolcemente la
sua mano sul mio capo. E questo avvenne per lungo tempo.
Quando
l'Angelo tralasciò di farlo, un pensiero mi illuminò la mente: "Maria
è entrata in Cielo".
Sia
glorificato Dio e insieme la fedeltà del mio Angelo, per la pochezza della sua
piccola creatura che non fece nulla da sé.
CAPITOLO
30°
IL
DOMINO NERO
A 15 anni, dopo un primo ballo di carnevale
con un domino mascherato, angosciata, cerca la zia, o almeno una compagna.
Il
domino le prende la mano destra per accompagnarla, ma, come nell'episodio del
padrone del circo, Cecilia sente la "santa mano" dell'Angelo che le
impedisce di muoversi, mentre vede un cattivo lampeggiare negli occhi del domino
che, stizzito per la resistenza, la lascia e scompare nel buio della strada
brontolando parole a lei sconosciute.
La
"santa mano" ora posa ancora sulla sua spalla, "non più
energicamente, ma soave e compassionevole" e l'espressione dolcissima del
volto santo le dà conforto.
Carnevale del 1915. Non si parlava che di balli, di cortei, di maschere, di reginette. L'entusiasmo mi contagiò. Dissi alla mamma che anch'io desideravo il mio costume e l'ottenni subito. La zia Emma si incaricò di confezionarmi un bellissimo costume messicano. Siccome non avevo mai partecipato a feste del genere, la zia mi insegnò le regole dell'etichetta. Mi impressionai un poco quando disse che avrei dovuto pure danzare: "Ormai non sei più bambina... devi danzare... E... sbagliando si impara", fu la sua conclusione.
Se
non avessi già avuto in mio potere il costume, confesso che avrei rinunciato
alla festa. Mi riprese poi l'entusiasmo quando vidi alcuni costumi delle mie
amiche. La rivalità dei due club della città spaventò un po' la mamma che
temeva qualche sgradevole incidente.
Ma,
quando venne il carro delle maschere a prenderci a casa, i giovanotti le
assicurarono che non sarebbe accaduto nulla di male. La mamma si tranquillizzò
e noi partimmo.
Il
luogo del convegno era la casa della reginetta del club. Vi era una quantità di
carri addobbati per la sfilata ed un numero stragrande di bambine, di fanciulle,
di ragazze.
Due
uomini si interessarono di me e mi misero a sedere su un carro, tra due
vestite alla cinese; dietro di noi sedevano due "guardie svizzere".
In
poco tempo si preparò il corteo dei carri: si sarebbe fatto il giro della
piazza prima di entrare solennemente nel club.
Appena
ci mettemmo in marcia per la sfilata, cominciai a sentirmi male. Il gas delle
luci, il fumo dei bengala sembravano asfissiarmi.
Non
tardai a pentirmi di aver preso parte a quel divertimento, tanto più che mi
trovavo tra gente che non conoscevo: le mie amiche erano in altri gruppi, su
altri carri.
Alla
grandiosità dello spettacolo che mi metteva soggezione, all'impressione di
trovarmi senza le mie amiche, all'odore nauseante dei bengala, si aggiunse la
preoccupazione per il ballo, sempre più imminente e di cui la zia Emma mi aveva
parlato. Non so dire come mi sentii sconvolta. Quando arrivammo al club si
formò il corteo. Si unirono tutte le persone in costume e io cercai invano
qualche volto noto, tra quella moltitudine di maschere.
Appena
la reginetta della festa fu posta sul suo trono, le coppie cominciarono a
sfilare per il ballo. Sentii nell'anima una profonda angustia e, senza volerlo,
gridai: "Mio caro Amico!" ( intendevo invocare il mio buon Angelo
Custode). Una voce mi rispose pronta pronta: "Signorina!" Mi volsi
indietro e mi trovai, invece, faccia a faccia con un "Dómmo"
vestito di seta, con la maschera sugli occhi, che mi si presentò come un
compagno (di ballo). "Signorina, andiamo! Un balletto!".
Io,
delusa e impacciata, gli risposi quasi supplicante: "Non so danzare!
Conosco solo le danze che mi insegnò Acacia".
Il
"Domino nero" rise di gusto e riprese: "Signorina, non c'è
pericolo di errare: io la guiderò e mi terrò ben onorato di esserle pruno
maestro di danza".
Non
potei schermirmi ed accettai, entrando con lui nella sala, con le molte coppie
che sfilavano in un lungo corteo. Intanto incominciarono la musica e la danza.
I miei passi, lo avvertivo anch'io, erano incerti e senz'arte; mi sentivo fuori
di battuta, ma il mio maestro mi incoraggiava con la sua maestria e agilità.
Quando
terminò il primo ballo e ci si doveva recare in una seconda salami staccai
dalla fila e dal mio compagno, cercando avidamente con lo sguardo la zia o,
almeno, un'amica. Ma il Domino nero mi seguì. Egli, dopo tutto, mi ispirava una
certa fiducia. Mi offerse il braccio dicendomi: "Sono il suo
compagno." Osai ancora obiettargli che cercavo qualcuna delle mie
conoscenti e, incoraggiata dalle sue domande gentili, spiegai come fossero
vestite. Egli mi affermò categoricamente di averle viste uscire in direzione di
un altro club. Allora, nel sentirmi sola, provai una grande voglia di
piangere. Ma il Domino, che doveva aver capito la mia angustia, intervenne:
"La condurrò io stesso all'altro club; non tema".
Mi
rallegrai alquanto e lo ringraziai, accettando riconoscente la sua offerta.
"Mi
attenda qui, - mi disse - vado a prendere la mia automobile".
Io
mi fermai nell'atrio del club.
Dopo
brevi istanti ritornò e: "Andiamo, signorina" mi disse gentilmente.
Sul
pianerottolo dello scalone mi offri la mano, ma, nell'atto di dargli la destra,
sentii che il mio buon Angelo Custode mi prendeva per la sinistra.
Mi
ricordai in quel momento dell'avventura occorsami nel 1904, quando mi avevano
pure presa per mano al portone del circo. Fissai in volto il Domino nero e vidi
attraverso la maschera i suoi occhi lampeggianti come quelli del padrone del
circo. La sua mano inguantata stringeva la mia e, con forza, voleva obbligarmi
a scendere la scalinata.
Dalla
parte opposta la santa mano del mio Angelo Custode mi tratteneva con energia. Si
ripeteva proprio la scena dell'anno 1904.
Il
Domino nero mi incuteva spavento, mentre mi trascinava quasi senza riuscire a
farmi fare un solo passo avanti; l'altra mano me lo impediva energicamente.
Infine
il giovanotto, vista la mia resistenza, mi impose, non più in modo cavalleresco
ma con prepotenza: "Andiamo! In fretta!" mentre con violenti strappi
tentava di trascinarmi.
Quando
capì che non riusciva nel suo intento; molto rabbioso, pronunciando tra i
denti alcune frasi tronche che non compresi, si precipitò per la scalinata
sparendo nella via e nell'oscurità della notte.
La
mano santa posava ancora, non più energicamente, ma soave e compassionevole,
sulla mia spalla; dal volto santo si sprigionava una dolcezza che mi dava
conforto.
Ritornai
al salone dove, dopo molte ricerche, trovai la zia e la nonna che mi
cercavano. Venne poi un giovane senza maschera ad invitarmi ad un ballo e la
nonna mi obbligò ad accettare. L'Angelo mio Custode mi seguiva per difendermi
da ogni pericolo.
Ma
dopo quella lezione tragica non entrai mai più in nessun ballo. L'insegnamento
fu salutare.
Il
mio buon Angelo Custode, ancora una volta, mi aveva strappato da un grave
pericolo che sino ad oggi, per grazia di Dio, ignoro.
CAPITOLO
31°
L'ESAME
DI STORIA
Qui
risaltano due motivi di salutare riflessione:
1°- La sua devozione alla Madonna e
all'Angelo non la favorisce nel sorteggio dell'argomento di storia da
trattare, come, invocando, si era illusa. La santa devozione non è un
"ombrello" che ripara dagli infortunii.
2°-
Il radicato principio di onestà viene ridestato dall' avvertimento
dell'Angelo; così Cecilia rinuncia ad uno scambio di argomenti, per lei vantaggioso,
con una compagna e subisce la dolorosa conseguenza di perdere il primo posto in
classifica e quindi anche di non dare una gioia al suo carissimo papà, che le
aveva pure promesso un premio.
Ma...
"non ebbi il dono di papà, ma provai la dolcezza del mio buon Angelo, che
valeva assai di più".
Era
cominciato l'anno scolastico 1915. Papà mi stimolava moltissimo nei miei
studi e dava molta importanza ai miei voti di studio e di condotta. Egli
esultava quando sulla pagella poteva leggere: "Prima della classe".
Io ero felice della gioia dei miei cari. Però, solo due volte ottenni il primo posto: ero quasi sempre la seconda in classifica. Avevo una compagna intelligente, diligente e buona che si meritava bene quel primo posto. Le due volte che fui classificata come prima fu a parità di voti con la mia compagna.
In
quell'anno, all'inizio del primo trimestre, papà mi disse: "Se otterrai
il primo posto mi darai una grande consolazione e io ti farò un bel
regalo".
Glielo
promisi e mi sforzai, con la diligenza e lo studio, di accontentarlo. Posso
affermare che non vi era una sola materia che mi preoccupasse.
Tutti
i giorni imploravo, anzitutto, l'aiuto del mio buon Angelo Custode e, in
Collegio, visitavo sempre l'altare della Madonna; non so quante novene abbia
fatto per ottenere di essere la prima della classe. Agivo in quel modo per dare
gioia a papà più che per il premio.
Volevo
tanto bene a papà e non sapevo desiderare cosa migliore che quella di fargli un
piacere.
Verso
la fine del trimestre mi sentivo sicura in tutte le materie. Già tenevo per
certo che avrei raggiunto la parità di voti con Firmina. Nessuno certamente
sapeva del mio sforzo nell'applicarmi allo studio.
Un
giorno però mi svegliai con la febbre e dovetti rimanere a letto. Perdetti due
settimane di scuola.
Rimasta
indietro nel programma, dovetti studiare di più, assai di più per mettermi
alla pari con le altre. Studiai molto e riuscii quasi nell'intento; mi mancava
un solo capitolo di storia universale: quello sulla guerra di Troia.
Non
mi fu assolutamnte possibile leggerlo e tentavo di illudermi dicendo tra me:
"Sarà
possibile che all'esame mi capiti proprio quel punto? Oh, l'Angelo mio e la Madonna
non lo permetteranno!"
Si
entrò in esami; mi riuscirono tanto bene tutte le materie: ero sicura che avrei
ottenuto almeno la parità di voti con Firmina. Giunse anche il mio turno per la
storia. Quel benedetto capitolo, con uno sforzo sovrumano, riuscii appena a
leggerlo, ma era così lungo che non lo potei fissare bene. Ricordavo solo,
forse perchè interessante, la vicenda del cavallo colossale nel cui ventre si
erano nascosti i guerrieri greci. Quel= l'esame doveva esser fatto anche per
iscritto.
Alla
cattedra di suor Clementina estrassi a sorte il punto da svolgere. Misi la mano
nella ' scatola, pescai il foglietto
arrotolato, che aprii tremando... vi era scritto: "La guerra di Troia' 1
Ebbi appena il tempo di avvertire l'amara delusione che qualcuno mi tirò per il
vestito: era una mia compagna, tremante e nervosa come me. "Scambiamoci il
punto - mi sussurrò - Io so meglio la guerra di Troia del punto sorteggiato;
guardalo: "La guerra medicea" .
Ebbi
un lampo di luce: quel capitolo lo sapevo così bene da meritarmi un 10. Sarei
stata salva, salvissima!
Più
rapida del pensiero, infatti non ebbi neppure il tempo di riflettere sulla
proposta della compagna, sento sulla mia spalla la santa mano del mio buon
Angelo Custode.
Quell'intervento
improvviso del mio grande Amico suscitò in me questa riflessione: "Che
razza di proposta! Che azione bassa commetteresti! E' preferibile uno zero e
la lealtà, che un dieci con la bugia."
Ferma
nella mia convinzione, risposi con franchezza alla compagna: "Sarebbe
ingannare l'insegnante; lo vedi bene, mia cara. Tu sai meglio il tuo punto di
quanto io sappia quello toccato a me. Teniamoci al sorteggio".
Suor
Clementina, appena vide che ciascuna aveva estratto, ordinò di recarci ai
nostri posti.
Dallo
scrutinio risultò Firmina la prima della classe ed io la quarta: su quella
benedetta guerra di Troia io non avevo scritto quasi nulla.
Il
voto che mi buscai fu come una macchia nera sulla mia pagella: zero in storia
universale. Quando, imbarazzata, presentai i voti a papà, la santa mano del mio
buon Angelo Custode si posò sulla mia spalla.
Non
ebbi il dono di papà, ma provai la dolcezza del mio buon Angelo, che valeva
assai di più.
Se
papà non ebbe la gioia che attendeva in quella occasione, l'ebbe poi molte
volte, ma solo dopo che Firmina si fu trasferita in un'altra città.
CAPITOLO
32°
NEL
BAR
Sente il suo braccio tenuto fermo
dall'Angelo mentre sta per portare alle labbra un secondo bicchierino di
liquore, offertole da un giovane al bar della sala da ballo, dove si era recata
controvoglia per insistente invito. Nella sua ingenuità non pensava al male che
le avrebbe potuto fare, ma era preoccupata solo di dover accettare per
"quelle norme di etichetta" che il papà le aveva raccomandato.
Giunse
il carnevale del 1916.
In prossimità del carnevale vi era la tradizione dei balli per invito. I giovani intervenivano in massa e le famiglie al completo. Un giorno il ballo si svolse nel club Giaguanese.
Fui
anch'io, quell'anno, trascinata dall'entusiasmo di un gruppo di amiche. Per
essere sincera, devo dire che i balli non mi piacevano, come neppure le
riunioni di società; i convenevoli, le etichette mi nauseavano: vedevo in queste
cose tanta insincerità e finzione che contrastavano col mio carattere.
Papà
una volta mi disse che gli avevo fatto fare brutta figura per aver ricusato uno
champagne in una festa di compleanno di un amico capitano, obbligandolo così
a darmi un'altra bevanda. Il vero motivo era che a me piacque sempre dire e
fare le cose come le sentivo dentro.
In
quel ricevimento dato dal capitano avevo notato un altro particolare: un certo
dottor Carneiro andava e veniva per la sala pavoneggiandosi e parlando in
modo così difficile e con tanta enfasi, che io non lo comprendevo, nè sapevo
cosa rispondergli. Ricordo che ad un certo punto gli dissi: "Lei non
potrebbe parlare in modo più facile con me? Papà in casa e più ancora le insegnantì
in Collegio non mi parlano così."
Egli,
sghignazzando, mi canzonò chiamandomi "ingenua collegiale".
Per
questi ed altri motivi, quelle riunioni mi snervavano e vi andavo solo quando
ero molto pregata dalle mie compagne.
Ritornando
al mio racconto, narrerò che fui a quel ballo perchè invitata insistentemente
e mi si vestì con un domino giallo.
Entrata
nel salone, mi ero messa tranquillamente a sedere vicino a Firmina, quando due
giovanotti vennero ad invitarci per la danza. Io, non sapendo danzare bene, lo
dissi con tanta forza e franchezza al giovane che mi aveva invitata.
Ma
egli insistette con tante parole di lode,
che
accettai per non lasciarlo male (solo ora comprendo che i suoi erano solo
complimenti e nulla più).
Ad
un certo punto, con la scusa che mi sentivo stanca, volli ritornare al mio
posto. Il giovane mi accompagnò al bar, mi fece sedere ad un tavolino ed ordinò
una bibita.
Io
avrei preferito un gelato, ma ricordando il fatto dello champagne, non feci
resistenza e bevvi. Il giovanotto, che non conoscevo, mi riempì una seconda
volta il bicchierino.
Sicura
che, rifiutando, avrei mancato alla famosa etichetta, portai il bicchierino alla
bocca. Ma non mi bagnai neppure il labbro perchè il mio braccio fu tenuto dalla
mano del mio buon Angelo Custode.
Si
chiacchierò alquanto e il giovanotto insistette perchè bevessi. Ma come
fare? L'opposizione dell'Angelo era chiara: il suo intervento mi assicurava
che io non venivo meno alla buona educazione; ringraziai il giovane scusandomi
così: " la ringrazio di cuore, ma io non prendo mai più di un bicchierino
di qualsiasi bibita".
Egli
ribatté che il bicchierino era tanto piccolo, che non mi avrebbe fatto male;
ma la mano del mio buon Angelo Custode rimase ferma sulla mia spalla ed io
ubbidii a Lui.
Sono
certa che se il mio buon Angelo Custode non si fosse opposto avrei bevuto tanti
bicchierini quanti me ne fossero stati offerti, perchè non riflettevo già al
male che potevano farmi, ma mi preoccupavo di quanto papà mi aveva detto circa
le norme dell'etichetta.
Il
mio buon Angelo Custode tenne la mano sulla mia spalla durante tutto il tempo in
cui rimasi a tavolino col giovanotto. Il suo santo volto manifestava una severità
tranquilla, ma triste.
Ad
un certo momento compresi che gli dispiaceva che io rimanessi lì col giovane.
Senza raggiri o preamboli, ringraziai e feci l'atto di andarmene. Il giovanotto
si offrì per accompagnarmi, ma io gli dissi che assolutamente volevo
ritornare da sola. Così feci.
Mentre
scrivo, a questa età di maggiore esperienza, riconosco che il mio buon Angelo
Custode mi liberò allora da un nuovo male. Non avrebbe fatto sentire in quel
modo la sua presenza e il suo intervento, se non ci fosse stato un pericolo
per l'anima mia.
CAPITOLO
33°
PREGHIERA
NOTTURNA IN GINOCCHIO
In
un periodo in cui il papà è in trasferta lontano, Cecilia ogni notte, prima di
addormentarsi, prega il suo Angelo di andare presso il papà insieme al di lui
Angelo, appena lei sia addormentata.
In una notte già inoltrata, si sveglia
di soprassalto e "sente" che il papà e in pericolo. Prega con tutta
la sua forza, con tutto il suo fervore, senza la presenza del suo Angelo (che
è presso il papà).
Ad
un certo momento, "ecco la mano santa sul mio capo ad accarezzarmi e la
voce del mio Angelo a sussurrarmi: «Basta! Papà è salvo!»
Giorni
dopo, la famiglia verrà a sapere che in quella precisa notte il papà è
scampato miracolosamente da un grande incendio.
Papà
si trovava ancora in un distaccamento militare nell' Alto Uruguai. In quella
regione non vi erano case, perciò il governo aveva fatto costruire per lui una
casetta di legno imbiancata e bene ammobiliata. Egli aveva al suo servizio una
cuoca e una domestica.
Il
pensiero di papà, come ho già detto altrove, non mi abbandonava mai; talvolta
anzi ero preoccupata per il timore che si ammalasse in un luogo tanto lontano e
senza una persona di famiglia.
Di notte ero incapace di addormentarmi prima di aver pregato per lui un Rosario; facevo anche qualche sacrificio allo stesso scopo. La preghiera al mio buon Angelo, in quell'ora, era invariabilmente questa: "Appena io abbia chiuso i miei occhi, va' da papà a vigilarlo insieme al suo Angelo Custode". Solo dopo di aver appagato questo mio bisogno potevo addormentarmi.
Un
giorno sentii più del solito la nostalgia del mio papà. Aumentai il numero dei
miei piccoli sacrifici e pregai più di un Rosario alla Madonna secondo le sue
intenzioni e necessità.
Già
a letto, feci al mio buon Angelo Custode la mia solita preghiera.
A
notte inoltrata, quando tutti dormivano, mi svegliai d' improvviso col pensiero
del papà lontano. Siccome, per quanto facessi, non riuscivo a
riaddormentarmi, mi misi a pregare il Rosario da coricata: il freddo della
stagione invernale non mi invitava a mettermi in ginocchio.
Cominciai
la prima decina; non ero giunta forse alla terza "Ave Maria", che un
forte impulso mi obbligò ad alzarmi e a mettermi in ginocchio sul
pavimento. Ai piedi del letto pregai col fervore di cui ero capace, convinta che
papà, in quel momento, aveva bisogno di preghiere. Pregai, oltre al Rosario,
una corona di "Ricordati, o piissima Vergine Maria.." e infine una
corona di "Angele Dei".
Il
mio buon Angelo, fino allora, non si era fatto sentire, ma non ne fui sorpresa
perchè l'avevo mandato da papà prima di addormentarmi. Terminata la corona
degli "Angele Dei", ne cominciai una dia: Gloria Patri", tanto
forte era in me la disposizione a pregare nonostante il freddo, l'oscurità e
il silenzio della notte.
Alla
fine della corona di "Gloria Patri", ecco la mano santa sul mio
capri ad accarezzarmi e la voce dell'Angelo a sussurrarmi: "Basta! Papà è
salvo!"
Lo
sentivo; ne ero convinta. Ritornai a letto e mi addormentai senza fatica.
Dopo
vari giorni, la mamma ricevette una lettera di papà con ritagli di un giornale
in cui si leggeva questa notizia:
Papà
aveva fatto mettere in prigione un soldato per mancanza disciplinare. Due o tre
notti dopo (e precisamente quella in cui mi ero svegliata per pregare) papà fu
svegliato da un grande incendio. Avendo compreso che la casa era ormai in
fiamme, tentò di passare nella camera attigua per salvare documenti importanti.
Impossibile! Provò per altre porte... ma impossibile. Era completamente
attorniato dalle fiamme. Corse disperatamente alla finestra ma, a causa del
grande calore, non la poté aprire. Fortuna volle che, poco dopo, la finestra,
già in fiamme, si spalancasse da sola con una forza violenta, cosicchè il papà
ebbe il tempo di saltare all'aperto per dare 1' allarme. Il soccorso venne, ma
assai in ritardo.
Fatte
le investigazioni, si scoprì che il soldato aveva appiccato il fuoco per
vendetta. Lo confessò il colpevole stesso.
lo
sono fermamente convinta che sia stato il mio buon Angelo Custode a salvare papà:
che sia andato egli stesso ad aprire la finestra da cui papà poté sfuggire
alle fiamme. Per questo motivo, quella notte sentii sul mio capo la sua santa
mano.
Non
raccontai mai a nessuno quanto. ora ho scritto.
CAPITOLO
34°
LETTURA
PROIBITA
Consapevole del grande male che può fare
un libro cattivo, sceglie sempre le sue letture dietro indicazione di chi la sa
consigliare bene. Una volta che si dimentica di fare questo, mentre sta aprendo
la prima pagina di un romanzo, la "santa mano" dell'Angelo si posa
sulla sua facendo chiudere il libro che cade a terra. Comprende che non deve
leggerlo e lo rimanda alla compagna che glielo aveva prestato, soffrendo per
il pentimento di non essersi consultata prima.
Nel 1916 il ginnasio "Santo Spirito" fu chiuso e io perdetti il mio santo Direttore Spirituale; sentii molto la sua mancanza perchè era lui che ogni settimana, da ormai 10 anni, mi tracciava il programma di condotta.
Nel
1917 entrai in una nuova fase. Mi venivano scrupoli per ogni azione che
compivo. Avevo l'impressione di fare tutto male. Questo tormento mi durò molto
tempo. Avevo però molto amore per Gesù, la Madonna e il mio buon Angelo
Custode, alle cui ispirazioni, secondo la mia coscienza, mi pare, non fui mai
volontariamente infedele. Che grazia straordinaria, mio Dio!
In
quel periodo aumentò in me, in modo speciale, l'orrore al peccato; credo sia
stato questo il motivo per cui superai quella fase difficile della mia vita
senza mancanze notevoli.
Nei
giorni di vacanza e in quelli festivi, per distrarre la mia anima, stanca per la
continua lotta, mi diedi alla lettura.
La
biblioteca della scuola ogni settimana, dal sabato al lunedì, metteva i suoi
libri a nostra disposizione.
Fino
ad allora era stato p. Goffredo a suggerirmi le letture e, nelle adunanze
mariane, ci parlava spesso del pericolo dei libri cattivi. Il suo insegnamento
mi incusse un timore tale per le cattive letture che se mi fosse capitato tra
mano un libro sconosciuto, ero incapace di aprirlo, a meno che le circostanze
non mi obbligassero a farlo.
Con
la sua partenza, venne a mancare il mio saggio consigliere e avrei dovuto
guidarmi da sola. Anche nella scelta dei libri del Collegio dovevo agire con
attenzione perchè tempo prima, avendo parlato al padre di un libro consigliatomi
da una compagna, egli mi aveva detto: "Non è cattivo, tutt'altro; ma
Cecilia non lo deve leggere, nè ora nè più tardi."
Venutomi
tra le mani due volte per caso, posso dire che, grazie a Dio, non lo aprii neppure.
Tutti
i sabati, quando andavo alla biblioteca, consultavo 1' elenco pregando il mio
buon Angelo Custode di scegliere per me il libro adatto. Senza farmene
accorgere, chiudevo gli occhi e, facendo scorrere il dito sulla lista, sceglievo
un numero a sorte. Un sabato la biblioteca non fu aperta e con mio grande
dispiacere rimasi senza libro. A casa mi sentii sperduta senza qualcosa da
leggere per occupare il tempo.
Mi
ricordai ad un tratto che Enrichetta, una mia compagna cui piaceva la lettura,
aveva sempre molti libri. Le scrissi un biglietto chiedendogliene uno in
prestito, a suo piacere.
Il
desiderio di leggere mi fece dimenticare 1ì per lì il timore che mi venisse
tra le mani un libro non buono. Non so nemmeno io il perchè; insomma, non ci
pensai. Enrichetta mi accontentò subito inviadomi un bel romanzo nuovissimo
intitolato: "Le vestali".
Abituata
a leggere in camera mia, mi ritirai là. Però, mentre stavo aprendo la prima
pagina, la santa mano del mio buon Angelo Custode si posò energicamente sulla
mia, in modo che il libro si chiuse e mi cadde per terra. Alzai il capo per
scrutare il suo volto: era triste e severo. Compresi nello stesso istante che
non dovevo leggere quel romanzo.
Mi
invase l'anima un pentimento repentino per aver preso un libro, per la prima
voltai in vita mia, senza aver comultato il mio buon Angelo Custode, com'ero
solita fare dopo la partenza di padre Goffredo.
Mi
inginocchiai e chiesi perdono alla Madonna e al mio buon Angelo, piangendo a
calde lacrime.
Alcuni
istanti dopo, mentre continuavo a detestare il mio fallo, con la testa
appoggiata al letto, la santa mano si posò su di me in atto di carezza. Era
Lui, il mio buon Amico, nuovamente contento della sua piccola Cecilia pentita.
Presi il libro quasi ad occhi chiusi, lo avvolsi come era giunto nelle mie mani
e lo rinviai alla compagna, scrivendole con franchezza che non lo potevo leggere
per essermi dimenticata di chiedere il permesso al mio confessore.
CAPITOLO
35°
"SE
PARLI TI STROZZO"
L'Angelo mette in fuga un ubriaco armato
che la minaccia.
Un
anno dopo l'incendio di cui ho scritto, il governo vendette la colonia militare
e papà fu destinato a Porto Alegre. Noi rimanemmo a Giaguarào.
La mamma tutte le sere dopo cena andava a visitare la nonna; conduceva i fratelli con sé e io rimanevo a casa a studiare in compagnia delle governanti e di Abelino, l'attendente di papà.
Io
ero molto lenta a fare i miei compiti, perciò il tempo del pomeriggio mi era
appena sufficiente.
Una
sera d'estate mi ero messa a studiare sulla veranda; tutte le porte erano
aperte, anche quella che dava sulla strada.
Seduta
al mio solito posto presso un angolo del tavolo, ogni tanto, senza accorgemene,
mi distraevo pensando a papà sempre assente. Il mio sguardo si fissava di tanto
in tanto sulla sedia a sdraio dove egli abitualmente si metteva a leggere il
giornale; rimpiangevo la sua cara compagnia, specialmente in quell'ora in cui la
casa rimaneva quasi deserta. Che forte nostalgia sentivo!
Il
mio buon Angelo Custode mi era sempre vicino, benchè se ne stesse quieto,
lasciandomi attendere ai miei lavori e alle mie riflessioni.
Durante
l'assenza di papà, quando anche la mamma era fuori, Abelino aveva l' odine di
non uscire di casa per non lasciarmi sola.
Quella
sera si intrattenne a lungo nel sotterraneo a riempire i grandi recipienti
dell'acqua per l'uso di casa, mentre Acacia e Concetta riordinavano la cucina.
Io
ero tanto assorta, che un uomo entrò in casa senza che me ne accorgessi; si
mise di fronte a me dal lato opposto del tavolo.
Ad
un certo punto alzai gli occhi e mi resi conto di quella visita misteriosa...
Lascio immaginare lo stupore che ne provai!
La
voce mi morì in gola e le membra mi si paralizzarono; volevo gridare, volevo
fuggire ... Ma fui incapace di farlo, tanto era lo spavento.
L'uomo
mi parve un po' ubriaco, perchè si teneva aggrappato al tavolo con ambe le
mani, colto ogni tanto da improvvisi barcollamenti, che si sforzava di dominare
con mosse brusche. Era alto e forte, dall'aspetto cattivo e dallo sguardo
alquanto inebetito. Alla cintura portava il fodero con un coltellaccio lungo ed
appuntito.
Per
alcuni istanti ci fissammo a vicenda, immobili; poi egli tentò di avvicinarsi a
me, girando attorno al tavolo, sempre appoggiato e un po' curvo e, minaccioso,
mi intimò in lingua uruguaiana: "Se parli ti strozzo".
Io
intanto mi ero alzata e giravo intorno al tavolo per sfuggirgli. Un senso di
terrore mi invase tanto che con grande sforzo e solo con voce soffocata potei
invocare l'Angelo mio Custode. Subitamente la mano dell'Angelo si posò sulla
mia spalla e, come per incanto, il terrore mi lasciò.
Ripreso
il mio coraggio, chiamai Acacia; l'intruso se ne fuggì provvidenzialmente
buttando a terra una sedia.
Ancora
sotto quello sbigottimento, mi fermai per osservare il santo volto del mio
Angelo. Era severo! Solo allora potei riflettere sulla mia colpa: appena la
mamma era uscita, avevo mandato Abelino a comprarmi del cioccolato, distogliendolo
dal suo lavoro nel sotterraneo. Egli si era rifiutato, adducendo la scusa che
doveva rimanere in casa finchè la mamma non sarebbe tornata.
Ma
io, che non comprendevo certe precauzioni, avevo insistito tanto che egli,
sebbene a malincuore, aveva obbedito.
Quando
Abelino rientrò, lo sconosciuto era già lontano, ma il mio pentimento si fece
ancor più vivo perché, consegnandomi il pacchetto del cioccolato, l'attendente
mi dissse: "Ho fatto tutta una corsa perchè non stavo tranquillo. Un'
altra volta, signorina, non mi chieda più una cosa simile, per non farmi
demeritare la fiducia che la padrona ha verso di me".
A
stento trattenni le lacrime ed ebbi appena la forza di ringraziarlo. Non gli
narrai l'accaduto, non per celargli la mia colpa, ma perchè egli, retto e
scrupoloso come era nei suoi doveri, si sarebbe rattristato troppo, incolpando
forse se stesso, mentre la vera colpevole ero io.
Se
la mamma avesse saputo l'accaduto, non so neppure immaginare ciò che gli
avrebbe fatto. A questa considerazione non ebbi il coraggio di aprire il
pacchetto del cioccolato. Il giorno dopo volli offrirlo intatto al buon Abelino,
ma non lo accettò; lo consegnai allora alle governanti.
CAPITOLO
36°
BELLEZZA
ABBAGLIANTE
In una certa occasione, sente attrattiva
per la bellezza esteriore. L'Angelo la avverte che questa è vana e può anche
diventare nociva, se non è curata la bellezza interiore.
Eravamo al termine del 1918, ultimo anno della mia vita collegiale. Le Figlie di Maria della città avevano nel programma annuale una festa a beneficio della Società Operaia e chiesero l'aiuto delle Figlie di Maria del Collegio.
Tra
i numeri della festa vi era la rappresentazione del dramma intitolato
"Miriam". Le suore misero a loro disposizione sala e personale.
Io
fui scelta a rappresentare la parte di Cornelia, distinta matrona romana.
Accettai il copione con molta naturalezza, senza pensare che ero brutta; nè
mi passò per la mente cosa avrei potuto fare per apparire di una bellezza
abbagliante come esigeva la parte. Un altro personaggio doveva rappresentare
Faustina, donna romana e sorella di Cornelia, però di aspetto comune. Questa
parte toccò ad una compagna che era realmente bella,
ed
aveva altre qualità assai più adatte per la mia parte.
Mostrai
il copione ai miei e spiegai la trama del dramma. Papà, sempre interessato per
tutte le nostre cose, mi ascoltò e poi volle leggere tutto il libretto. Alla
fine mi disse: "Il lavoro è molto bello, ma mi pare che le dirigenti non
abbiano distribuito bene le parti, per lo meno la tua. La matrona era di una
grande bellezza e, come tale, molto orgogliosa: dominava tutti. Come farai a
interpretarla bene? Credo che non soddisferai il pubblico".
Era
la prima volta che affrontavo la questione; mi convinsi subito che
l'osservazione di papà era giusta e dissi: "Hai ragione. Quando
l'israelita loderà la bellezza abbagliante della figlia del senatore romano e
il pubblico si vedrà compàrire questo brutto sgorbio... che delusione!".
Papà si mise a ridere, mi attirò a sé, mi abbracciò e accarezzandomi
aggiunse: "Domani restituirai il copione dicendone le ragioni e ti offrirai
per fare un'altra parte".
Seguii
il suo consiglio; mi presentai alla responsabile della festa e le esposi tutto.
Ella rise a lungo e poi mi abbracciò concludendo: "Nessuno più di me
sente la responsabilità dell'esito della festa. Diventerai bella come Cornelia,
vedrai; ti truccheremo con tutta l'arte, sta tranquilla".
Mi
pregò di tenermi la parte e io accettai, a condizione di non portarne le
conseguenze, qualora non riuscissero a rendermi avvenente. Ne riferii ai miei:
papà non si oppose, la- namma disse che non sarebbe venuta a teatro per vedere
"matrone brutte".
Quando
le prove furono a buon punto, si dovette pensare ai costumi romani da indossare.
Edvige mi prestò il suo bellissimo vestito da reginetta dell': ultimo
carnevale. Adattarono alla romana iLgrande manto di velluto ed ermellino, non
irianoarono anelli, braccialetti, il diadema di perle e i grandi orecchini d'oro
in stile, nè i sandali di seta bianca con la classica stringa di gallone
dorato.
Edvige,
molto pratica; si,prese cura,di me e fin dalla vigilia mi ondulò i capelli; poi
mi condusse in una casa di bellezza e là mi truccarono il volto con latte di
giglio, rosso baton, matita e non so quanti altri ingredienti.
Quando
fui pronta; tutte mi trovarono bella. Mi portarono uno specchio perchè mi contempla&si
anch'io; rimasi soddisfatta della mia bellezza posticcia. Non mi riconoscevo più.
Avendo
sentito ripetere tante volte che ero carina, guardandomi ad un certo momento
allo spechio mi nacque questo pensiero: "Andrò a comprarmi latte di giglio
e tubi gli ingredienti tutti da Edvige per rimanere sempre bella così."
Ma
appena concepii questo pensiero, la 4anta mano si posò sulla mia spalla; il
volto dell'Angelo si fece paurosamente triste. Riconobbi il mio errore e, nel
frastuono di voci, di risa, di musica, tra i veli e i fiori, provai il dolore di
un grande, di un grandissimo pentimento.
Dentro
di me ascoltai la voce amica: "Se tu fossi bella solo come sembri adesso e
ti preoccupassi solo di questo, la tua anima sarebbe deformata
orribilmente".
Sciocca
che io fui! Ferchè desiderare una bellezza fisica, esterna, se la mia anima era
più bella della più abbagliante bellezza fisica?
Se
l'avessi potuto fare, mi sarei strappata dalla persona per buttarlo in un canto
tutto ciò che da quell'istante mi ripugnò tanto; avrei levato dal mio volto
quello strato di cosmetici e di tinte che non erano se non una maschera; xTía
pensai che era impossibile.
Cominciò
la festa, ma la mia anima rimase oppressa dal dolore; fu un dolore che mi salvò.
La lezione mi fu salutare, per bontà di Dio e del mio buon Angelo Custode.
Dopo
quella occasione non ebbi mai più tentazione di credermi bella, nè più mi
preoccupai di esserlo.
Una
settimana dopo, venne in visita alla città il Vescovo della Diocesi e si ripeté
il dramma.
Questa
volta però ricusai energicamente ogni dipinto sul volto. Per ordine di suor Clementina
usai soltanto un po' di cipria.
Dopo
la pettinatura alla romana mi porsero uno specchio e la santa mano si posò di
nuovo sulla mia spalla; però il santo volto deliziò la mia anima con la sua
dolcezza.