APPUNTI PER UNA FEDE CHIARA IN TEMPI DI CONFUSIONE P. Pablo

È FONDAMENTALE LO SCOPO CHE LA NOSTRA INTENZIONE DÀ ALLE COSE.

In tutto ciò che esiste, Dio ha messo una finalità. Tante finalità secondarie, magari subordinate le une alle altre, ma tutte in funzione di una sola, grande, sublime Finalità: dare compimento al suo Regno, al decreto eterno del suo Volere Divino, fare che i tanti figli siano in tutto simili al Figlio e una cosa sola con Lui.

Ma, ad immagine di Dio, anche noi mettiamo una finalità in ogni cosa che facciamo. Essa deve essere subordinata ed in funzione della nostra finalità ultima, la quale deve sempre più coincidere con la Finalità di Dio, vale a dire, con il Volere di Dio. Altrimenti “chi con Lui non raccoglie, disperde” e tutto ciò che fa va perso, è inutile, è pura perdita. In altre parole: ogni cosa che facciamo, la facciamo per Dio oppure per il proprio “io”. La finalità che diamo ad ogni nostra azione (anche inconsciamente) determina la direzione che essa prende: verso Dio o verso il nostro “io”. Immaginiamo una fila di aerei sulla pista di decollo di un aeroporto: uno dopo l’altro decollano, e tutti dovrebbero salire in alto, verso il cielo, ma purtroppo tanti non si elevano e finiscono per precipitare e schiantarsi.

Anche i ragionamenti e i discorsi umani, apparentemente ben congegnati e che mostrano delle finalità buone in sé stesse, ma secondarie, spesso nascondono una intenzione (una finalità ultima) che si discosta da quella di Dio. Così sono i suggerimenti e le tentazioni del padre della menzogna, come quando tentò il Signore nel deserto, o quando s’insinuò per bocca di Simon Pietro.

 

È VERO CHE TUTTI GLI UOMINI SIAMO FRATELLI?

Tutti siamo stati creati a motivo di Gesù. Il Padre Divino eternamente ci ha “visto” nell’Umanità di suo Figlio. Tutti chiamati ad essere suoi fratelli. Ma il peccato originale ha separato tutti dal Figlio. Con la Redenzione ci dà il poter incorporarci di nuovo a Cristo come membra del suo Corpo. Ma di fatto si unisce a Lui chi crede in Lui ed è battezzato: solo così si diventa figli di Dio e quindi fratelli in Cristo. Chi non è unito a Lui non è ancora suo (e nostro) fratello. Chi è battezzato ma separato dalla Chiesa è fratello, sì, ma separato. E ben separato! E questo è tanto doloroso, ma è la verità.

“Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.” (Gv 1,10-13)

“Benedetto  sia  Dio,  Padre  del  Signore  nostro  Gesù  Cristo,  che  ci  ha  benedetti  con  ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia.” (Ef 1,3-7)

“Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.” (Ef 4,4-6). Ma il fatto che Dio sia Creatore e Padre di tutti non coincide con il fatto che tutti siano per Lui figli, prova è ciò che Gesù disse ai Giudei: “Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna.” (Gv 8,44)

“Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose.” (Col 1,18). “Coloro che risuscitano dai morti” sono ovviamente quelli che risuscitano spiritualmente, quanti accolgono con la fede e con il Battesimo la Redenzione di Cristo.

E se prima di portarla a compimento sul Calvario Gesù disse: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che Io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.” (Gv 15,13-15), una volta compiuta dopo la sua Resurrezione Gesù disse a Maria di Magdala: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». (Gv 20,17). Il servo non sa quello che fa il suo padrone, l’amico lo sa, ma il fratello lo fa.

 

ECUMENISMO.

Non ho letto l’enciclica “Ut unum sint”, né la “Dominus Jesus”. Sono documenti del Magistero, come  tanti  altri  documenti,  che  leggono  sicuramente  “gli  adepti  ai  lavori”.  Non  ho  mai  avuto occasione di lavorare in questo campo e perciò mi sono tranquillamente sfuggiti. E allora vi offro alcune mie riflessioni.

L’UNITÀ è caratteristica essenziale delle Tre Divine Persone, come lo è della Verità, come lo è della Chiesa.                                                                                                                                                       “Credo la Chiesa, UNA, Santa, Cattolica e Apostolica”. UNA e perciò UNICA. Nel linguaggio comune si parla di “chiese”: ma se non fanno parte dell’unica Chiesa fondata da Gesù Cristo, se non fanno parte della “Sposa dell’Agnello”, il Signore non le riconosce.

Tuttavia occorre fare un’osservazione: che spesso tanti “fratelli separati” conservano tesori di Fede e di vita in comune con la Chiesa, mentre di fatto tanti altri “fratelli non separati” non conservano questi tesori. E allora si potrebbe dire, come diceva un matto nel manicomio: “non sono tutti quelli che stanno,  non  stanno  tutti quelli  che sono”. Perciò  il tema dell’ECUMENISMO riguarda  non soltanto i rapporti tra i cristiani cattolici e cristiani non cattolici, ma riguarda ogni genere di rapporto umano, in primo luogo all’interno della Chiesa Cattolica, dove c’è santità e peccato, morte e vita, volere umano e Volere Divino. E così, all’interno di ogni diocesi, di ogni parrocchia, di ogni gruppo, associazione, famiglia, nazione.

È una tensione tra la forza centripeta e la forza centrifuga, il contrasto che avvertiamo in noi stessi tra il desiderio del bene e l’inclinazione al male, quella lotta intima che descrive San Paolo nella lettera ai Romani (7, 7-25), il grano e la zizzania mescolati nello stesso campo, che siamo noi stessi. La notte di Pasqua la Chiesa proclama: “Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello”. È la lotta di “regno contro Regno”. Quindi l’ECUMENISMO va molto oltre il “vogliamoci bene”, riguarda questa tensione. L’ECUMENISMO esige perciò, come prima cosa, un impegno di conversione di ognuno.

I Pastori della Chiesa del nostro tempo ci dicono che è più conveniente ed importante guardare, insieme ai “fratelli separati”, ciò che ci unisce piuttosto che ciò che ci divide, ovvero, gli aspetti positivi  anziché  fermarsi  su  quelli  negativi,  e  così  facendo  vedere dove è possibile collaborare, lavorare insieme, ecc. Tuttavia è necessario sapere quali sono le cose dove non si è d’accordo, per non ingannarsi e non perdere il tempo.

E qui troviamo il famoso “DIALOGO”. Che dire del “dialogo”? Che per poter dialogare occorre come minimo parlare la stessa lingua, altrimenti non ci si capisce. Due “monologhi” intrecciati non sono un dialogo.

A questo punto è necessario che tutti abbiamo chiara la stessa scala di valori: qual è la vera scala di valori? Per alcuni, il massimo valore è il benessere, il divertimento. Altri però dicono: ma per averlo occorre il denaro. Altri aggiungono: e a che serve, se manca la salute? Per altri è la concordia, l’amicizia, “l’amore”, la pace, “l’unità” appunto… Ma tutti questi valori presuppongono un altro: la Verità, senza la quale tutto crolla. E si dà il caso che “la Verità” non è una cosa, ma una persona: Gesù Cristo. E se chiediamo a Lui: “Signore, e per Te, qual è il valore supremo?”, ci risponde: “la Volontà del Padre”. Siamo arrivati al punto più alto. “Soltanto nella Divina Volontà è possibile l’unità”.

Perciò, se i dialoganti alla ricerca della verità per arrivare all’unità non tengono costantemente presente il fare la Volontà di Dio, fare ciò che vuole Dio, la sola gloria di Dio, mai otterranno niente.

Qualsiasi tipo di amicizia e di amore (tra fratelli, tra amici, tra genitori e figli, tra gli sposi…) è in proporzione alla percentuale dei veri valori spirituali che si condividono. Se io posso condividere con mio fratello o con un amico appena un 10% di quello in cui credo e che mi sta a cuore, l’amicizia è di appena un dieci per cento; basta poco perché evapori… Poiché l’amicizia, l’amore, l’unione sono conseguenza della condivisione della verità che lasciamo entrare nella nostra vita.

E il Signore dice: “Non temete; ecco ciò che dovete fare: parlate con sincerità ciascuno con il suo prossimo; veraci e sereni siano i giudizi che terrete alle porte delle vostre città” (Zaccaria 8,15-16).

Io non ho esperienza di dialogo ecumenico, per così dire, ma penso che, volendo fare sul serio, sarebbe il caso di partire dalla verità più basilare: la domanda che ci farà il Signore al momento della nostra morte, come ce la fa implicita in ogni occasione: “dimmi, chi sei tu e Chi sono Io?” “Cosa vuoi tu di Me e cosa voglio Io di te?” “Qual è il mio Amore per te, e dov’è il tuo amore per Me?” “Lascia perdere le discussioni, lasciati di storie, lascia perdere i problemi storici o dottrinali e dimmi: tu, personalmente, vuoi o non vuoi rispondere al tuo Dio e Signore?” “Ma voi, chi dite che io sia?” (Matteo 16,15).

Poiché la vera divisione dell’umanità, quella che è alla base di ogni altra possibile divisione, non è tra bianchi e negri, ricchi e poveri, alti e bassi, cristiani e non cristiani, cattolici e protestanti, ecc., ma tra chi ama la Verità e chi non l’ama (e magari dice di amarla ma cerca di aggiustarsela e di piegarla a qualche altro interesse di parte). Ma quando si dice amare la Verità, s’intende amarla sul serio, con tutte le conseguenze, pronti a riconoscerla dovunque si trovi e pronti a pagare di persona e a dare tutto ciò che si possiede per averla.

 

AUTORITÀ E MAGISTERO.

Ogni autorità che gli uomini hanno, viene da Dio. L’autorità dei genitori sui figli, quella dello

sposo “capo della sposa” (1 Cor 11,3) rispetto ad essa, quella dei governanti sui loro concittadini, quella dei vari pastori nella Chiesa (parroco, Vescovo, Papa).

Sia chiaro, l’autorità non viene dal basso, dal popolo. Dal popolo –dal corpo sociale– può venire una delega per rappresentarlo, ma l’autorità che rappresenta quella di Dio viene da Dio. “Tu non avresti nessun potere [o autorità] su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto”, disse Gesù a Pilato (Gv 19,11). “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce” (Gc 1,17).

Ma qual è la loro finalità, qual è lo scopo dell’autorità delegata da Dio? Quello di aiutare i subordinati a compiere la Volontà di Dio. Perciò mai potrà contraddire la Verità: “Non abbiamo infatti alcun potere [o autorità] contro la verità, ma per la verità” (2 Cor 13,8).

Quindi non sono da confondere queste due cose, “autorità” e “magistero”, che tuttavia devono camminare unite.

E servirsi dell’autorità (servirsi della Volontà di Dio) per voler imporre la volontà dell’uomo quando si discosta dalla Volontà di Dio o quando contraddice la Verità (che viene da Dio) è diabolico. Per questo “Pietro e Giovanni replicarono: «Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a Lui, giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato»” (Atti, 4,19-20).

Per tanto, chi ha l’autorità deve stare molto attento per non sostituirsi a Dio: “Ascoltate, o re, e cercate di comprendere; imparate, governanti di tutta la terra. Porgete l'orecchio, voi che dominate le moltitudini e siete orgogliosi per il gran numero dei vostri popoli. La vostra sovranità proviene dal Signore; la vostra potenza dall’Altissimo, il quale esaminerà le vostre opere e scruterà i vostri propositi; poiché, pur essendo ministri del suo regno, non avete governato rettamente, né avete osservato la legge né vi siete comportati secondo il volere di Dio. Con terrore e rapidamente Egli si ergerà contro di voi poiché un giudizio severo si compie contro coloro che stanno in alto.

L’inferiore è meritevole di pietà, ma i potenti saranno esaminati con rigore. Il Signore di tutti non si ritira davanti a nessuno, non ha soggezione della grandezza, perché Egli ha creato il piccolo e il grande e si cura ugualmente di tutti. Ma sui potenti sovrasta un’indagine rigorosa. Pertanto a voi, o sovrani,  sono  dirette le mie parole,  perché impariate la  Sapienza  e non  abbiate a  cadere.  Chi custodisce santamente le cose sante sarà santificato e chi si è istruito in esse vi troverà una difesa. Desiderate, pertanto, le mie parole; bramatele e ne riceverete istruzione.” (Sapienza 2,1-11)

Un secondo compito dell’autorità è provvedere al bene dei dipendenti. Provvedere è prendersi cura, procurare i mezzi che servono –sia per il corpo, che a maggior ragione per lo spirito– per raggiungere lo scopo dell’esistenza che Dio ci dà. In altre parole, l’assistenza e provvidenza di Dio passano anche attraverso l’autorità che Egli concede per il bene comune.

Da tutto questo deriva una conseguenza: che Dio, avendo creato l’uomo a Sua immagine, ha voluto condividere con lui in diverso grado le Sue prerogative. Non soltanto partecipare alla condizione propria del Figlio di Dio in quanto figli (“adottivi”, dice San Paolo), ma anche a quella del Padre, nel dare vita ad altri (vocazione alla paternità e maternità, sia fisica, sia a maggior ragione spirituale), nell’avere cura e provvidenza di altri, e nel guidare mediante l’autorità gli altri affinché raggiungano il fine per il quale Dio li ha creato e li ha affidato a chi ha l’autorità.

Questo è un tipo di comunione meravigliosa di vita e di amore alla quale Dio chiama l’uomo.

 

VICARI DI DIO.

Essere vicario non è essere sostituto, né tanto meno successore. Vuol dire fare le veci di chi ha l’autorità, il quale si rende presente per mezzo del suo vicario. Il vicario non si appartiene, appartiene interamente a colui che lo ha designato chiamandolo a questa missione. Sommo onore, essere in qualche modo vicario di Dio.

Cristo ha voluto come suo vicario presso la Chiesa Simon Pietro, designato dal Padre. Sia Pietro che tutti i suoi successori non hanno più diritto ad essere se stessi (ecco perché adottano un nome diverso da quello proprio), ma devono essere “Gesù per mezzo loro” (“il dolce Cristo sulla terra”, come Santa Caterina da Siena chiama il Papa). Quindi Pietro rappresenta (= rende presente) Cristo presso la Chiesa, e viceversa, rappresenta la Chiesa, la Sposa, presso Cristo. Ecco perché a Pietro (alla Chiesa) Gesù domanda “mi ami?”, e alla risposta affermativa aggiunge: “pasci i miei agnelli, le mie pecorelle”. Sono miei, non sono tuoi. Tu non sei il padrone della mia Chiesa, ma mi rappresenti. Presso di essa, tu ed Io siamo una sola cosa, il Buon Pastore. Il plurale maiestatico (“noi”) che prima usavano i Papi, non era per essere “maiestatico”, ma perché sono due in uno. Quindi, caro Pietro, tu sei il Vicario di Cristo, ma se volessi in qualche modo sostituirlo (soppiantarlo) nella cura e nella guida del Gregge, diventeresti il vicario dell’anti-Cristo… Il che, in misura minore, si applica a qualsiasi tipo di autorità.

Un secondo vicario ha voluto Gesù: l’apostolo Giovanni, suo vicario presso la sua Madre. E come Giovanni, così noi. In ognuno di noi la Mamma deve trovare il suo unico Figlio, il suo Gesù. Gesù per mezzo nostro, Gesù in ognuno di noi vuole continuare ad onorare e ad amare la sua Mamma e in Lei onorare ed amare la Paternità del Padre.

Ma il Padre Divino ha voluto avere un suo vicario “personale” presso Gesù e Maria, ed è il caro San Giuseppe. E come ha fatto le veci del Padre presso i suoi due Tesori, così dal Cielo continua a prendersi cura della santa Chiesa, la sacra Famiglia mistica di Cristo.

Inoltre, tutti noi siamo chiamati ad essere, in diversi modi, vicari di Cristo presso i nostri fratelli: “Chi  accoglie colui  che Io  manderò,  accoglie  Me;  chi  accoglie  Me,  accoglie Colui  che  mi  ha mandato” (Gv 13,20) “In quel giorno voi saprete che Io sono nel Padre e voi in Me e Io in voi” (Gv 14,20).

 

GESÙ HA PREGATO PER ME.

Lo ha fatto “per” me, in mio favore. Ma lo ha fatto anche “per” me, cioè al posto mio, mi ha

rappresentato davanti al Padre.

Stavo pregando per alcune persone in situazioni difficili e di sofferenza. Ad un tratto ho avuto un pensiero, una sensazione, come se il Signore mi dicesse: “Figlio mio, devi sapere che questa tua preghiera –questa esattamente, per questa persona– l’ho fatta Io duemila anni fa, in una di quelle notti (come dice il Vangelo) che ho passato in preghiera, nella solitudine, parlando di te e di questa persona al Padre. Ti ho anticipato, anzi, sono Io che ho preparato questa preghiera ‘per’ te, affinché tu oggi potessi farla, affinché tu potessi condividere questa mia preghiera, che adesso è ‘nostra’… Vedi, in questo modo, questa tua preghiera serve innanzi tutto a fare comunione con Me. E poi, se fosse solo tua, che valore avrebbe? Invece, fatta da Me è divina, ha valore infinito ed è assolutamente efficace perché il Padre sempre mi ascolta (Gv 11,42). Insomma, sono Io che ho pregato ‘per’ te, allora, e ‘in’ te, adesso.

 

RIVESTIRCI DI CRISTO: IL SANTO ROSARIO.

Gesù, Ti adoriamo, vero Dio e vero Uomo, realmente presente nel Santissimo Sacramento, in tutti i Tabernacoli della terra… Ma che ci fai qui, giorno e notte, da secoli, Prigioniero del tuo stesso Amore?  Ma che ti muove, o Gesù, a sopportare  invitto le nostre noncuranze, gli abbandoni, le mancanze di rispetto, di gratitudine, di amore, le irriverenze e perfino gli oltraggi e i sacrilegi? È la forza del tuo Amore! È la tua eterna decisione di fare di noi la tua dimora vivente, il tuo Cielo, il tuo Regno! E oggi ci indichi un mezzo umilissimo, semplicissimo, efficacissimo per rivestirci di Te: il Santo Rosario!

Esso è “l’Arma”, come Padre Pio lo chiamava, l’arma più utile nella guerra di spiriti che, mai come in questo tempo, dobbiamo sostenere. Una guerra che non si combatte a colpi di ragionamenti, perché non è lotta d’intelligenze, ma con le armi dello Spirito: rivestendoci di Cristo…

Quest’Arma è “l’armatura di Dio”, che Egli ci offre, è “l’armatura del Re”, di Gesù… È la sua vita, parte per parte, momento per momento, mistero a mistero, goccia a goccia, che Egli ci offre per coprire di Sé la nostra vita e, sempre più, fare nostra la Sua…

Quest’Arma è difesa e ci avvolge nella Pace, anche se attorno a noi infuriano le prove, i dispiaceri e le aggressioni. Quest’Arma è sostegno e forza, perché è allenamento alla costanza, all’amore, e ci nutre come cibo di Lui: alimenta la nostra mente, la memoria, il cuore con gli episodi più significativi della sua vita, della sua Passione e Morte e della sua Resurrezione e Gloria…

Quest’Arma è il mezzo assolutamente necessario per la vittoria, come la fionda del piccolo Davide, con la quale, armato di santo zelo per la Gloria di Dio e di fiducia in Dio, colpì in fronte la superbia di Golia, il gigante nemico, atterrandolo.                                                                                                               

Prendere il Rosario in mano è lasciarci prendere per mano dalla Mamma, come bambini, per essere condotti da Lei nelle pagine e nei momenti più significativi del Vangelo… È lasciarci raccontare da Lei, piano piano, la loro Storia di dolore, di amore e di vittoria… È ripetere all’infinito il loro Amore, facendolo nostro e ripetendolo a Lei, al ritmo delle Ave Maria…

È ricopiare in noi la loro vita, in questa meravigliosa “fotocopiatrice”, con la quale stampiamo ogni Mistero del Rosario nella pagina quotidiana della nostra vita… Lo Spirito Santo è più che luce ed elettricità, che ripete dieci volte –in dieci Ave Maria– il suo “flash”, il suo lampo di contemplazione e di amore. È questo lo scopo e il segreto del Rosario: trapiantare in noi piano piano la loro vita, lasciare che la Mamma, incaricata di farlo, ci plasmi e ci dia la forma di figli di Dio, ci trasformi in Gesù.

È metterci nelle sue mani affinché Lei ci rivesta di Lui, così come Lei lo rivestì della nostra umanità. È mettere nelle sue mani la nostra volontà come pennello, affinché Lei dipinga in noi il Volto del Figlio, usando i colori delle sue stesse virtù e del suo Amore…

È per questo che Lei sempre lo chiede, è per questo che il Rosario tutto ottiene…

 

IL SANTO ROSARIO.

Per parlare del Rosario dobbiamo partire da un concetto basico: che “chi prega si salva, chi non prega si danna”, cioè dalla necessità della preghiera o rapporto d’amore e di vita con Dio. Come il respiro continuo è essenziale alla vita fisica, così la preghiera è condizione indispensabile per la vita spirituale, perché l’uomo non è solo (come dicono) “homo sapiens”, ma creato da Dio a sua Immagine e Somiglianza, elevato all’ordine soprannaturale di un eterno rapporto di vita e di amore con Dio. Da qui, che il Signore raccomanda di pregare incessantemente. Da qui pure, che la preghiera deve essere come  respirare,  un  incessante  ricevere  e  dare,  ricevere  e  contraccambiare  (“mi  ami,  Ti  amo”),

apparentemente ripetitivo, ma al tempo stesso sempre nuovo. Il vero amore mai si ripete, è sempre nuovo, pur dicendo sempre la stessa cosa. Così sono le Avemaria del Rosario.

La finalità della preghiera non è di compiere un obbligo o fare un esercizio mentale, ma entrare in intimità con Dio, un “inzupparsi” di Dio, della sua conoscenza, del suo Amore trasformante. Dopo la preghiera dobbiamo essere migliori, almeno nell’intenzione. La preghiera si rivolge sempre a Dio: cioè, al Padre, a Gesù Cristo, allo Spirito Santo. Quando ci rivolgiamo al Padre, lo facciamo sempre “per Cristo, con Cristo e in Cristo”, mediante l’azione dello Spirito Santo; e si dà il caso che Gesù Cristo ha voluto la partecipazione e l’unione inseparabile di sua Madre in tutto. Se è pensare a Gesù o guardarlo, occorre farlo con gli occhi o con il Cuore di Maria, affinché il nostro pensiero o il nostro sguardo possa arrivare a Lui e possa interessargli; se si tratta di guardare Maria o rivolgersi a Lei, occorre farlo con gli occhi e con il Cuore stesso di Gesù per non tradire il suo Amore Divino di Figlio.

Maria “recitava il Rosario”: ma come? È vero che a Lourdes Santa Bernadette la vedeva farsi il segno della Croce, dire con lei il Padrenostro e il Gloria; durante le Avemaria Lei non diceva nulla ma passava con le dita i granelli del rosario. Ma il modo di dire il Rosario lo troviamo nel vangelo di San Luca: “Maria –dice per ben due volte– meditava tutte le cose di suo Figlio nel proprio Cuore”. In questo consiste il Rosario!

Perciò si può dire che è come una fotocopiatrice, mediante la quale possiamo copiare ogni giorno le varie scene (i misteri) della Vita di Gesù e di Maria nella pagina in bianco della nostra vita. Per tanto, se abbiamo stampato qualunque altra cosa che a ciò non corrisponda, dobbiamo cancellarla; altrimenti dire il Rosario risulta inutile, non riempie né produce frutto. Ad ogni mistero, le Avemaria sono come passare dieci volte la pagina sotto l’immagine che vogliamo fotocopiare e il “flash” di luce è l’azione dello Spirito Santo. La fotocopiatrice, possiamo dire pure, è il Cuore Immacolato di Maria.

Possiamo considerare il Rosario come la mano materna che ci prende per mano per condurci attraverso le pagine fondamentali del Vangelo; perciò mi piace prendere il Rosario all’inizio e sollevarlo in alto, come il bambino che dà la mano alla sua mamma.

Padre Pio lo chiamava “l’arma” nella lotta di spiriti che stiamo vivendo. I miei amici colombiani lo chiamano “il mitra delle cinquanta pallottole”. Suppongo che esso sia come la fionda in mano a Davide con la quale colpì il gigante Golia. La battaglia di Lepanto, che fermò l’avanzata irresistibile dei turchi in Europa, fu vinta mediante il Rosario: da questo è nata l’invocazione “Ausiliatrice dei Cristiani” e l’istituzione della sua festa il 7 Ottobre, fatta dal Papa San Pio V. Il Sultano disse: “Io non temo i cannoni dei cristiani; ciò che temo è quel vecchio a Roma col suo rosario in mano”. E con il Rosario fu liberata l’Austria, metà della quale era occupata dall’Armata sovietica da alcuni anni dopo la fine della guerra.

Senza dubbio è la catena con cui, secondo l’Apocalisse, San Michele deve incatenare il drago per rinchiuderlo nell’inferno; sta aspettando che tutti insieme la completiamo. O come diceva il Beato Bartolo Longo, è “la dolce catena che ci unisce a Dio”.

Esso è un continuo ripassare la vita di Gesù e di Maria per ricambiare in amore quanto per noi hanno fatto, hanno sofferto, ci hanno preparato. È un girare –anche la stessa forma della “coroncina” lo dice– per imprimere insieme alla nostra Mamma il nostro doveroso atto di adorazione, di lode, di benedizione, di ringraziamento, di riparazione e di amore, e per invocare in ogni scena o mistero del Rosario il frutto di tutta la vita di Gesù e di Maria, cioè, il compimento del Regno, il trionfo del Cuore Immacolato di Maria…

Come al tempo di Giosuè, per conquistare Gerico, anche noi dobbiamo girare in silenzio tante volte seguendo la vera “Arca dell’Alleanza”, che è Maria, servendoci appunto del Rosario…

Ma ricordiamo il testo biblico: “Gerico era saldamente sbarrata dinanzi agli Israeliti; nessuno usciva e nessuno entrava. Disse il Signore a Giosuè: «Vedi, io ti metto in mano Gerico e il suo re. Voi tutti prodi guerrieri, tutti atti alla guerra, girerete intorno alla città, facendo il circuito della città una volta. Così farete per sei giorni. Sette sacerdoti porteranno sette trombe di corno d’ariete davanti all'Arca; il settimo giorno poi girerete intorno alla città per sette volte e i sacerdoti suoneranno le trombe. Quando si suonerà il corno dell’ariete, appena voi sentirete il suono della tromba, tutto il popolo proromperà in un grande grido di guerra, allora le mura della città crolleranno e il popolo entrerà, ciascuno diritto davanti a sé».” (Giosuè, 6,1-5)

Non dimentichiamo mai lo scopo del Rosario: plasmare in noi la stessa vita interiore vissuta da Gesù e da Maria, cioè il Regno di Dio, il Regno della Divina Volontà che tutti domandiamo!

Perciò è piuttosto triste vedere come tante persone buone limitano il Rosario ad una cantilena:

enunciano “il titolo” di ogni mistero –nessuna considerazione o contemplazione– e subito aggiungono una qualche intenzione da chiedere (del tipo: “…preghiamo in questo mistero per il nonno della nipote della zia di Clotilde”, oppure “…preghiamo per i bambini strabici del Biafra”)

Lo può recitare chiunque, dal Papa fino alla vecchietta che non sa leggere né scrivere. Si può dire ovunque e in ogni momento, viaggiando, a casa, in una chiesa, persino in ospedale, come un caro sacerdote (che adesso è in Cielo), il quale una volta, ricoverato appunto, arrivò ad un accordo con gli altri tre infermi (comunisti) che erano con lui nella stessa stanza: cioè, che al mattino avrebbero letto

insieme “L’Unità” (il giornale del partito comunista) e il pomeriggio avrebbero detto insieme il Rosario… Roba da Don Camillo e Peppone!  Immaginate chi vinse!

Per concludere, a chi non ha ancora familiarità con esso, raccomando dirlo all’inizio con una sola diecina (un “mistero”), indicando l’argomento o contenuto del mistero con un pensiero semplice, un’applicazione alla propria vita… e poi regolare la velocità (per esempio, riducendo la marcia come in una macchina e la velocità, per aumentare la potenza del motore e rendersi conto di ciò che sta dicendo e a chi lo sta dicendo, come pure con chi lo sta dicendo e perché lo sta dicendo… ecc.

Per chi si distrae facilmente nel recitarlo da solo, può essere un buon rimedio dire le preghiere in voce alta, mantenendo il “ritmo” o cadenza delle frasi, in modo da ascoltare la propria voce e così “si tenga un po’ di compagnia”.

Il Rosario poi moltiplica la sua potenza e il suo “sapore” quando si recita in famiglia: “Famiglia che prega unita, rimane unita”. Questo era il motto di Padre Peyton, nella sua “Crociata del Rosario”.

Quando lo si recita in gruppo (in chiesa o a casa) e sono per esempio 15 persone, conviene che chi lo guida faccia notare che non debbono essere “15 rosari”, ma un solo rosario, e che per tanto ognuno prenda coscienza di tutte le altre persone, si renda conto di chi è lì presente e che lui fa parte del gruppo, appunto. Quindi non si debbono sentire “voci ammucchiate”, ma per quanto possibile una sola voce, un vero coro nel quale non c’è chi corre più degli altri né chi ritarda e finisce dopo gli altri.

Insomma, spero che questa conferenza non finisca se non con un bel Rosario detto tutti insieme, con una sola voce e un solo cuore, passandosi una bella immagine della Madonna di mano in mano, al tempo stesso che ogni persona dice un’Avemaria. Questo potrebbe essere uno dei tanti modi di dirlo.